domenica 26 maggio 2013

Anno 1859 e Lettere di Napoleone- il re - e Mazzini




http://cronologia.leonardo.it/storia/a1859.htm


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Schegge di verità nascoste La Germania non aveva scelta. E’ stata l’Inghilterra a lanciarsi nella guerra


di: Maurizio Barozzi

Per comprendere quella immane tragedia che fu la Seconda Guerra mondiale, è anche utile leggere alcune considerazioni fatte da Adolf Hitler negli ultimi mesi di guerra, quando ogni necessità propagandistica era venuta meno, la inevitabile sconfitta era alle porte e il führer poteva anche rivelare alcuni particolari che precedentemente non aveva potuto rendere noti.
Quello che dice Hitler, di eccezionale lucidità, rispecchia con assoluta chiarezza quella verità che oggi può storicamente ricostruirsi, una verità che gli storici embedded fingono di non voler conoscere, ma che in realtà hanno percepito molto bene.
Presentiamo quindi alcuni passaggi di quelli che furono definiti gli ultimi discorsi privati di Hitler, in parte raccolti in cartelle dattilografate, titolate Bormann Vermerke e di cui, negli ultimi tempi, Martin Borman, ultimo segretario del partito nazionalsocialista, fu uno dei raccoglitori e diretto trascrittore di quanto riportato dal führer. Sappiamo che, storicamente, alcuni hanno messo in dubbio la genuinità di queste cartelle, ed in effetti esse non ci sono pervenute in originale, ma solo in “copia”, pur tuttavia, sia per il contenuto e lo stile che per altri particolari storici, non sembrano esserci dubbi sul fatto che trattasi proprio delle ultime “considerazioni” e volontà di Hitler.
Ma la lucidità del führer si nota anche in queste sue dichiarazioni, laddove pur avendone tutte le ragioni e i risentimenti, non rimpiange, non rinnega certe scelte, certe iniziative certe amicizie come quella con il Duce che alla fine hanno avuto un peso negativo nell’economia della guerra. Egli produce delle osservazioni, lucide, spietate, ma sostanzialmente realistiche e prive di qualsiasi pathos che ne inquinerebbe la portata.
Riportiamo qui, in corsivo, alcuni passaggi, sia pure con spezzettamenti, intercalati da nostre brevi sottolineature storiche. Il testo è tratto da A. Hitler, Ultimi discorsi, Ed. di Ar, 1988.
 
I tentativi di pace
con l’Inghilterra
Come noto tutta la politica bellica di Hitler, rispecchiava una visione geopolitica Euro Atlantica che proveniva da certi ambienti, anche esoterici fortemente influenzati da queste prospettive ed era sostanzialmente finalizzata a trovare un “accordo”, un accomodamento con i britannici, nello stesso interesse inglese. La Gran Bretagna, infatti, qualunque fosse stato l’esito della guerra, avrebbe perduto il ruolo di prima potenza mondiale e di conseguenza l’Impero. Sarebbe stata soppiantata dall’avvento di due nuove super potenze USA – URSS. Hitler era arrivato al punto di salvare le divisioni inglesi a Dunkerque (maggio 1940), per lasciare agli inglesi una onorevole possibilità di trovare un accordo. Riflettendo su questa strategia, che alla fin fine risulterà deleteria, possiamo dire che, in effetti al tempo era difficile prevedere che gli interessi geopolitici di una nazione (nella fattispecie la Gran Bretagna) potessero essere soppiantati, dagli interessi di Consorterie mondialiste che puntavano ad un futuro dominio mondiale. Il führer ebbe a dire (4 febbraio 1945):
“Io mi sono sforzato di agire, fin dall’inizio di questa guerra, come se Churchill fosse capace di comprendere questa grande politica. In realtà era capace di comprenderla solo nei rari momenti di lucidità. (...) Già nel 1941 [all’Inghilterra] le sarebbe stato possibile por fine alla guerra se solo lo avesse voluto. Essa aveva affermato la sua volontà di resistenza nel cielo di Londra, inoltre aveva al suo attivo le umilianti disfatte degli italiani nell’Africa del Nord. L’Inghilterra tradizionale avrebbe concluso la pace.
Ma i (...) burattini Churchill e Roosevelt erano là per impedirlo (...)
Noi saremmo stati disposti ad alcuni compromessi, pronti a mobilitare le nostre forze per favorire la continuità dell’Impero Britannico. E tutto ciò nonostante che l’ultimo degli Indù mi riesca in fondo più simpatico di non importa quale fra questi insulari arroganti (...) All’inizio, l’Inghilterra poteva scegliere: niente la costringeva a lanciarsi in una guerra. Non solo vi si è lanciata, ma l’ha provocata (...) Ma la Germania non aveva scelta. Dal momento in cui fu affermata la nostra volontà di riunire tutti i tedeschi in un Grande Reich, assicurando ad esso una autentica indipendenza, in altri termini la possibilità di vivere, di colpo i nostri nemici si schierarono contro di noi. La guerra diventava inevitabili per il solo fatto che l’unico mezzo per evitarla sarebbe consistito nel tradimento degli interessi fondamentali del popolo tedesco”.
 
Fine
del colonialismo
La geopolitica di Hitler per una nazione essenzialmente continentale non prevedeva il colonialismo, se non come un portato del tutto accessorio e sul quale il führer volle esprimere questi sensati concetti (7 febbraio 1945):
“La Spagna, la Francia e l’Inghilterra si sono dissanguate, devitalizzate, svuotate in queste vane conquiste coloniali. I continenti a cui la Spagna e l’Inghilterra hanno dato vita, che esse hanno creato dal niente, hanno oggi acquisito una vita propria e risolutamente egoistica. Essi hanno perduto anche il ricordo delle loro origini, lingua a parte. si tratta di mondi artificiosi, ai quali manca un anima, una cultura, una civiltà originaria. Da questo punto di vista, sono soltanto ’escrescenze’. (...)
Si tratta di costruzioni artificiali, di corpi senza età, dei quali si ignora se abbiano superato l’infanzia o si trovino già in stato di senescenza. Nei continenti abitati il fallimento è stato ancora più evidente. Qui i bianchi si sono imposti unicamente con la forza, mentre la loro influenza sugli abitanti è stata praticamente nulla. Gli Indù sono rimasti Indù, i Cinesi sono rimasti Cinesi, i Mussulmani sono rimasti Mussulmani. Nessuna trasformazione profonda, nè sul piano religioso, nè sugli altri piani, anche a dispetto del gigantesco sforzo del missionarismo cristiano. Rarissimi i casi di conversione, sulla cui sincerità quasi sempre si possono avanzare dei sospetti, tranne il caso in cui si tratti di poveri di spirito. I bianchi hanno tuttavia apportato qualcosa a questi popoli, la peggiore che essi potessero portare loro e cioè le piaghe del nostro mondo: il materialismo, il fanatismo, l’alcolismo e la sifilide. Per il resto, essendo il patrimonio culturale di questi popoli, superiore a ciò che potevamo donare loro, essi sono rimasti gli stessi”.
 
La Spagna di Franco
(10 febbraio 1945).
Come già in altra occasione il führer ebbe a dire che in Spagna avevamo aiutato il proco sbagliato, ora qui egli amplia il discorso rapportandolo alle necessità di una guerra di enormi proporzioni alla quale la Spagna, passata la prima fase delle vittorie tedesche, si guardò bene dal partecipare. La Spagna poi, come sappiamo, paese di capitalisti di pochi scrupoli e di lestofanti clericali, fu una pedina dell’Atlantismo, fino a quando, nella visione neoradicale del mondialismo, venne silurata dalle stesse forze che l’avevano mantenuta in vita per gli interessi atlantici.
“A volte mi sono chiesto se nel 1940 non abbiamo sbagliato a non coinvolgere la Spagna nella guerra. Sarebbe bastato un niente per coinvolgerla: infatti essa ardeva dalla voglia di entrare, al seguito degli italiani, nel “club” dei vincitori (...) Sicuramente ciò ci avrebbe permesso di occupare Gibilterra. In compenso si sarebbero dovuto aggiungere chilometri di costa da difendere (...) In aggiunta andava considerata una possibile conseguenza: una ripresa della guerra civile alimentata dagli inglesi. Così ci saremmo trovati legati per la vita e per la morte a un regime di speculatori capitalisti manovrati dalla pretaglia!
Non posso perdonare a Franco di non aver saputo, dopo la fine della guerra civile, riconciliare gli spagnoli; di avere accantonato i falangisti ai quali la Spagna deve l’aiuto che le abbiamo fornito, di aver trattato come banditi degli antichi avversari che non erano certamente rossi. Non è una soluzione mettere fuorilegge una metà del paese mentre una oligarchia di predoni si arricchisce sulla pelle di tutti con la benedizione del clero.
Sono sicuro che tra i presunti rossi spagnoli vi fossero pochissimi comunisti. Noi ci siamo ingannati, perché mai avrei accettato, conoscendo la situazione reale, di “risistemare” nei loro orribili privilegi i preti spagnoli”.

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=21124

mercoledì 22 maggio 2013

I PENSIERI AMARI E POETICI DELL'ARTISTA E COMPATRIOTA FRANCIS ALLENBY


“Povera terra mia. Povera la mia terra invasa, conquistata, devastata, distrutta e calpestata da una ciurmaglia di gente ignorante, violenta e zotica; una ciurmaglia che non sapeva proferire verbo e che si esprimeva con suoni e grugniti, come gli animali più immondi, come le bestie più disgustose: una ciurmaglia che era arrivata in un paese che era culla di antiche civiltà, di cultura, Madre della lingua che tutti, poi, parlarono. Povera terra mia derubata, espropriata delle sue ricchezze, saccheggiata, spogliata fino all’ultima briciola di grano, fino all’ultimo spicciolo.
Povera terra mia offesa, svergognata, umiliata, violentata, stuprata senza pietà, disonorata e mai più purificata e riscattata.


Coloro che ti hanno offesa avrebbero dovuto chiederti perdono in ginocchio, il viso per terra, il capo sparso di polvere; la loro ignominia, ricaduta su loro e sui loro figli, sarebbe dovuta rimanere come una macchia nera ed incancellabile nelle loro anime, riempiendo le loro coscienze di vergogna e di infamia per sempre. Il loro delitto atroce non doveva cancellarsi, non doveva essere dimenticato, come è stato per altri olocausti più recenti.
Ed invece è stato subito accantonato, messo da parte, come cosa da nulla, inesistente.
Povera terra mia, figlia mia e madre  mia: nessuno ha pianto per te, nessuno ha pianto per le tue figlie rese impure, per i tuoi figli ammazzati senza pietà come agnelli al macello: neppure una lacrima per te è stata conservata.


Povera terra mia, da me così amata, di quel grande amore che hai  pur ripagato con sgarbo e disprezzo, io che nel tuo grembo sono nato riesco a leggere il tuo animo esacerbato dal dolore.
Povera la mia terra, costretta in un angolo, depredata di tutto e indotta ad elemosinare per il resto dei suoi giorni, perché il vincitore, il barbaro conquistatore, potesse assaporare fino in fondo la sua meschina vittoria, la sua vigliaccheria, la sua codardia disumana.
Povera terra mia, te lo dico perché non credo che sarai mai più liberata, che mai più tornerai quella di prima, mai più sarai la ridente terra che i greci avevano eletto a loro giardino, il luogo della eterna primavera e dell’abbondanza delle messi, della gioventù, della bellezza.

Ti dedico queste righe, che servono a poco, e che testimoniano la mia rabbia ed il mio dolore.
Se possono valere qualcosa le lacrime dell’ultimo dei tuoi figli, io te le dono così come sono, amare e salate”.

Francis Allenby

martedì 21 maggio 2013

Se è maestra di vita



SCRITTO DA GABRIELE ADINOLFI   
La storia è maestra di vita.

Dovremmo trarne le dovute lezioni e renderci conto delle minacce mortali di cui siamo oggetto.
La storia è maestra di vita.
A patto di conoscerla e di essere presenti a se stessi per riconoscerla nel suo ripetersi.
Il primo obiettivo perseguito e raggiunto dall'oligarchia dominante è stato però proprio quello di falsificare la storia e di mistificarla, affinché non fosse possibile trarne insegnamento. L'ipnosi quotidiana in cui ci ritroviamo immersi è poi un enorme ostacolo per la presenza a se stessi, sicché chiunque sia potuto sfuggire alla mistificazione della storia, magari solo per l'esperienza vissuta sulla propria pelle, quasi mai ha la lucidità e la concentrazione necessarie per sottrarsi alle insidie che lo minacciano. Sicché temo che ben pochi capiscano cosa accada.
Dulles e le multinazionali

Nell'ultimo mezzo secolo la minoranza organizzata e onnipotente degli internazionalisti ha lavorato in Italia e in quasi tutto l'occidente in modo preciso e formidabile.
Il dirigente dell'OSS, quell'Allen Dulles che si era sperticato nelle operazioni che da Istanbul a Wall Street avevano procurato l'avvento e il finanziamento della rivoluzione bolscevica in Russia e quindi si era messo ad arruolare antifascisti per combattere le potenze dell'Asse, fu chiamato ai vertici della politica americana, cioè mondiale, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta.
Alcune sue frasi sono chiarificatrici, sia degli intenti che lo animavano, sia delle operazioni transnazionali che hanno avuto luogo a partire dal 1961 ” … useremo tutto quello che abbiamo , - tutto l’oro, tutta la potenza materiale nell’ingannare e rendere la gente stupida… Il cervello umano, la coscienza possono essere modificati. Seminandovi il caos, noi scambieremo i loro valori con quelli falsi senza che se ne accorgano e li costringeremo a credere in quella falsità. Come? Troveremo dei complici in quel paese che condividono le stesse idee – i nostri alleati. Episodio dopo episodio, si svolgerà la grandiosa tragedia della morte di un popolo disubbidiente, dell’esaurimento totale ed irreversibile della sua consapevolezza… La letteratura, il teatro, il cinema – tutto rappresenterà e magnificherà le qualità umane più basse. Daremo un supporto infinito ai cosiddetti artisti, che in ogni modo introdurranno nella coscienza umana il culto del sesso, della violenza, del tradimento – diciamo tutta l’immoralità. Nell’amministrazione dello stato creeremo caos e confusione. Noi contribuiremo in modo continuo ed invisibile al dispotismo dei funzionari e delle persone corrotte, alla distruzione dei principi. L’onesta verrà derisa e diventerà inutile, rimarrà nel passato. L’arroganza e la mancanza di rispetto, l’imbroglio e l’inganno, l’alcoolismo e la tossicodipendenza, la paura bestiale di ognuno…il tradimento - tutto questo coltiveremo in modo invisibile ed abile, tutto questo si svilupperà con i colori più forti. Solo pochi, pochissimi saranno in grado di indovinare o addirittura capire cosa succede veramente. Ma queste persone saranno messe in una posizione in cui nessuno le aiuterà in quanto diventeranno degli zimbelli. In questo modo rovineremo generazione dopo generazione. Cominceremo già dai giovani sui quali punteremo tutto, li depraveremo, li pervertiremo. Li renderemo cinici, bestemmiatori, cosmopoliti”.Un pazzo? Un visionario? Un esagerato?
L'Economic Journal, portavoce delle multinazionali americane, dunque della politica mondiale statunitense, nel 1960 pubblicava questo programma: “Quel che ci vuole è una rivoluzione delle totalità delle istituzioni e dei comportamenti sociali, culturali e religiosi e, di conseguenza, dell'atteggiamento psicologico, della filosofia e dello stile di vita. Ciò che si richiede si avvicina dunque ad una disorganizzazione sociale. Bisogna provocare l'infelicità e la scontentezza”.E' stato fatto, con puntuale meticolosità.
I complici di Dulles

In controtendenza ci sono stati uomini e forze magari fondate su di una logica reazionaria, come la Spagna franchista, o su di una dinamica attiva ma antagonista (gollismo, peronismo, nasserismo ecc).
In Italia quei complici di cui parlava Dulles facevano parte dei cerchi della Finanza laica e cosmopolita e della sinistra internazionalista, in particolare di quella legata al comunismo bancario di taglio trozkista.
Ad opporsi, oltre al buon senso di varia gente, ci fu quel mai completamente formatosi partito nazionale, composto da forze eterogenee, solitamente inquadrate nella destra socialista e in parte della sinistra democristiana con il supporto del Msi micheliniano.
Negli ultimi quarant'anni, quando, con l'ausilio degli scherani rossi armati, il partito internazionalista si è abbattuto violentemente sulla nostra nazione, il suo operato ha subito rallentamenti ogni qual volta si sia presentata un'eccezione populista (Craxi, Lega, Berlusconi).
Oggi le eccezioni populiste sono state neutralizzate anche grazie all'inquadramento della protesta nel grillismo foraggiato e controllato da quei vertici trozkisti che vogliono esattamente un'accelerazione di quell'operato genocida che tanto era caro ad Allan Dulles.
I complici di Dulles sono oggi coloro che, da posizioni istituzionali o di potere finanziario e mediatico, perseguono esattamente il piano esposto dal boss dello spionaggio americano e dalla stampa delle multinazionali.Un ruolo particolarmente attivo lo rivestono il Presidente Napolitano, la Cameriera Boldrini, la ministro dell'integrazione Kyenge e, purtroppo, almeno in parte Josefa Idem.
Questa gente procede per strappi e per intossicazioni psicologiche, per esaltazioni da agit-prop e per proposte emergenziali.
A dar loro manforte sostanziale, i soviet in magistratura e le logge a controllo dei corpi speciali.
I tre obiettivi essenziali di chi disfa la nazione

Quello che questa gente sta facendo e quello che la sua azione comporterà ci costringerà a tornarci su più volte e in modo sempre più dettagliato.
Anche perché si annunciano drammi e tragedie di vasta portata.
Le linee perseguite – che sono quelle del genocidio e del liberticidio – sono chiare per chiunque abbia un minimo di conoscenza e due secondi da dedicare per mettere insieme i dati.
E' necessario però sottolineare come queste minoranze sovversive procedono nella loro conquista progressiva di potere all'interno del potere.
Non hanno mai variato comportamento.
Esse hanno bisogno di alimentare la tensione, di creare clima da guerra civile, di creare contrapposizioni e ostilità sul nulla, di far scannare la gente per ogni ragione, ideologica o meno.
E tutte le campagne oggi in atto perseguono tre obiettivi essenziali: neutralizzare una nazione; minare una nazione; imporre ovunque una logica da guerra civile.

1) La neutralizzazione della nazione è palese in tutte le scelte economiche e politiche, culturali e fiscali. Dal novembre 2011, quando Napolitano ha avviato il golpe internazionalista che ha liquidato l'eccezione populista, il nostro debito si è impennato, il nostro credito si è prosciugato, le nostre forze sociali vive sono state paralizzate, il nostro risparmio è stato attaccato a fondo, il nostro demanio è stato messo in liquidazione, i nostri asset sono stati messi all'asta, Finmeccanica è stata ingabbiata e l'Eni avviata alla privatizzazione.

2) La fine di una nazione passa pure per la sua trasformazione culturale, linguistica, morale, di costume e genetica. Il declino biologico si è accompagnato con l'aborto e con l'individualismo e si è acuito. Il fatto che si voglia a tutti i costi parlare di matrimoni gay non è estrapolabile da questo contesto. Non si tratta, infatti, di dibattere sui diritti civili e fiscali del convivente ma di definire “matrimonio” qualsiasi genere di convivenza, per favorire il concetto di sterilità nelle unioni.
Intanto, con le mistificazioni con cui, in assoluta e conclamata mala fede, le Napoltano's girls lanciano l'offensiva per lo Ius Soli punta all'avvento di una massiccia immigrazione coatta che finirà con l' internazionalizzare definitivamente quel che resta di italiano.

3) Questo duplice attacco al cuore della nazione è portato con toni di guerra civile che vanno dalle demonizzazioni continue (oggi l'elemento-chiave è Balotelli) alle ostilità accese tra gruppi politici (di qui il revival dell'antifascismo violento che si accompagna ad altri atti di violenza che sembravano dimenticati, come le aggressioni al comizio del Pdl di Brescia) alla riesumata guerra dei sessi. L'idea stessa d'introdurre il concetto e il termine di “femminicidio” a questo serve: a contrapporre, a rendere litigiosi, a introdurre la logica di guerra civile su cui si fonda il controllo di un'oligarchia che non ha alcuna radice popolare, com'è il nostro caso.
Terrorismo

Si vuole rilanciare, come negli anni settanta, la guerra tra sessi, così come si vuol rilanciare la guerra tra poveri, così come si vuol rilanciare la guerra tra gruppi politici.
Il terrorismo a quello servì: a permettere a comunisti e finanzieri di compiere un colpo di Stato all'interno del potere e di rendere impotente una nazione. Lo stragismo a quello servì e scaturì nella capitolazione dello Stato, nell'abbandono delle nostre politiche estere ed energetiche autonome e nella privatizzazione della Banca d'Italia che ci sottrasse la sovranità monetaria.
Oggi ci troviamo in una nuova fase del medesimo processo: il terrorismo gli è funzionale. E tutti coloro che lo protessero, che lo indirizzarono, che lo foraggiarono e che ne permisero lo sviluppo stanno ai loro posti di comando. Così come lo stanno i comandanti delle formazioni armate che al comunismo globalizzato, al trozkismo, fanno capo, ideologicamente e gerarchicamente.
Le minoranze agitatrici dall'alto delle istituzioni gettano benzina sul fuoco e scatenano la polizia e la magistratura alla persecuzione sistematica. Da un lato aizzano i cani idrofobi dell'antifascismo per avvelenare il clima e dall'altro approfittano della cagnara per procedere con logica emergenziale a ridurre i margini, già esili, di libertà dei sudditi, di qualsiasi sesso, ceto o estrazione.
La storia è maestra di vita.
Dovremmo trarne le dovute lezioni e renderci conto delle minacce mortali di cui siamo oggetto.
La storia è maestra di vita.
A patto di conoscerla e di essere presenti a se stessi per riconoscerla nel suo ripetersi.


sabato 18 maggio 2013

L'inconfessabile continuità tra sindacato fascista e Cgil



La storia esemplare delle acciaierie di Terni mostra quanto i consigli operai della RSI abbiano influenzato  l'organizzazione comunista nel dopoguerra.

Luca Gallesi

Ci sono luoghi comuni che solo la lenta e paziente azione del tempo riesce a scalfire. A nulla vale la realtà dei fatti o il ricordo dei testimoni: certe convinzioni sono postulati, verità rivelate, indiscutibili e inconfutabili.

Di queste assolute certezze, la storia del Novecento è ricca di esempi soprattutto a proposito degli aspetti «sociali» del fascismo, ovvero i suoi rapporti col mondo del lavoro. Contrariamente a quello che generalmente si crede, infatti, ci fu - ed ebbe un ruolo importante - anche un sindacalismo fascista, figlio del sindacalismo rivoluzionario, ma non solo.
Agli studi specialistici di Pietro Neglie e di Giuseppe Parlato, autori rispettivamente di importanti saggi sul passaggio di autorevoli dirigenti sindacali fascisti nelle file della CGIL e sulla sinistra fascista, si aggiunge ora, su questo tema, un ulteriore, notevole contributo di Stefano Fabei, Fascismo d'acciaio. Maceo Carloni (Mursia, pagg. 366, euro 22), dedicato alla storia, appassionante e poco studiata, della cosiddetta «Manchester d'Italia». Parliamo della città di Terni, sede ancora oggi di importanti stabilimenti siderurgici, dove il fascismo attuò, anche durante la RSI, una efficace politica di tutela dei diritti del lavoratore.
Città industriale e operaia per eccellenza, Terni viene immediatamente presa sotto l'ala protettrice del fascismo, che la eleva al rango di capoluogo di provincia, trasformandola in un gigantesco conglomerato non solo siderurgico, ma anche elettrominerario, chimico e meccanico. Lo sviluppo industriale è seguito, sin dal 1922, dall'importante gerarca Tullio Cianetti e poi dal protagonista di questo libro, Maceo Carloni, un operaio che, attraverso lo studio e la buona fede, si era fatto strada fino ai vertici del Sindacato Fascista; il suo archivio è una delle fonti principali di Fabei, che ne ricorda con pagine commoventi l'assassinio, a opera di commissari politici comunisti, rimasto vergognosamente impunito.
A proposito della politica sociale fascista, anche a Terni, dove la RSI governa legittimamente fino al 13 giugno 1944, vengono elette le commissioni di fabbrica, organi di cogestione della politica degli stabilimenti, che saranno presi a modello dalla CGIL nel dopoguerra per costituire i consigli di gestione. In una lettera di Longo a Togliatti del 31 marzo 1945, la politica del PCI viene chiaramente esposta: «non siamo contro in principio alle varie istituzioni in questione (vale a dire delle mense popolari, delle cooperative aziendali e della socializzazione), ma solo perché sono fasciste». Quindi aggiunge: «boicotteremo con tutti i mezzi le elezioni delle commissioni interne fasciste, ma è evidente che a liberazione avvenuta procederemo immediatamente alla nomina delle commissioni interne operaie».
In realtà, come dimostra Fabei, il PCI, almeno a Terni, accettò che nelle commissioni della Repubblica Sociale Italiana venissero eletti elementi comunisti e socialisti, un fatto minimizzato (quando non ignorato) dalla storiografia ufficiale, che sorvola anche sulla politica nazionale perseguita dagli operai - fascisti e antifascisti insieme - contro le pretese dell'alleato germanico. Del resto, nell'agosto 1936, Togliatti in persona aveva lanciato l'appello ai «fratelli in camicia nera» per la «salvezza dell'Italia e la riconciliazione del popolo italiano!»…
Alla fine del conflitto, il CLNAI avrebbe voluto salvare, defascistizzandolo, il principio della partecipazione operaia alla gestione delle aziende, ma i vincitori della guerra, ossia gli Alleati, non tollerarono nulla che avesse anche soltanto un vago sentore di socialismo; così, tra le primissime iniziative del neonato governo antifascista ci fu l'abrogazione della legge sulla socializzazione che, anche se non aveva «disseminato la valle del Po di mine sociali», dava evidentemente molto fastidio.
Ai comunisti non resta altro che adeguarsi: la rivoluzione è rimandata a tempi migliori e ci si accontenta di cancellare, almeno dalla storia, se non dalla memoria, le imbarazzanti tracce della sinistra fascista.

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/linconfessabile-continuit-sindacato-fascista-e-cgil-918354.html

lunedì 13 maggio 2013

L'ultimo Borbone parte per l'esilio.



La sera del 6 Settembre del 1860, visto l'avvicinarsi delle truppe garibaldine, seguendo un consiglio del suo Ministro Liborio Romano, Francesco II di Borbone lascia Napoli a bordo della nave da guerra il "Messaggero" accompagnato dalla regina Maria Sofia di Baviera e da 17 guardie nobili del corpo, senza tentare una benché minima resistenza, facilitandone così la conquista. La flotta borbonica, presente all'ancora nella rada di Napoli, rifiuta di seguire in navigazione "Il Messaggero", e la cosa più umiliante è che al comando della flotta borbonica vi sia l'Ammiraglio Luigi di Borbone, conte di Aquila e zio di Francesco II. Così l'unica nave militare che accompagna il re a Gaeta è la "Partenope".
L'esercito borbonico invece, ancora potente e fedele alla dinastia, si attesta sulla linea del fiume Volturno, operando a nord dalla fortezza di Gaeta e, a sud, dalla città fortificata di Capua. Da queste posizioni viene condotta la sfortunata iniziativa che porta alla battaglia del Volturno.
Perduta anch'essa, il re e le truppe si attestano, per un'ultima eroica resistenza, su Gaeta. Il Corpo d'Assedio dell'Esercito Piemontese é composto da: 18.000 soldati, 1.600 cavalli, 66 cannoni a canna rigata e 180 cannoni a lunga gittata. Le batterie di artiglieria sono allestite a Castellone, alla Canzatora, a Monte Cristo, a Monte Lombone,nella valle di Calegna.
Le forze navali rimaste fedeli a Francesco II sono composte da 5 unità da guerra napoletane (Partenope, Delfino, Messaggero, Saetta, Etna), mentre le forze di terra, troppo ingenti per essere ospitate tutte entro le mura di Gaeta, sono composte da 3 Reggimenti di Cacciatori, comandati dal Colonnello Pianelli, disposte parte nel Borgo di Gaeta e parte sul Colle dei Cappuccini, 4 Compagnie di Svizzeri, comandate dal Capitano Hess, dislocate sul promontorio di Torre Viola, un Reggimento dislocato nei pressi del cimitero e un altro Reggimento ospitato sul Colle Atratina, infine altri 5 Reggimenti disposti fuori le mura di Gaeta sull'istmo di Montesecco. Inoltre sono presenti nel porto di Gaeta 4 navi da guerra spagnole (Vulcan, Colon, Villa de Bilbao, Generale Alava), 1 nave da guerra prussiana (Loreley), 7 navi da guerra francesi (Bretagne, Fontenoy, Saint Luis, Imperial, Alexandre, Prony, Descartes).
Il 5 novembre 1860 il Generale Enrico Cialdini, Comandante del Corpo di Assedio piemontese, stabilisce il suo avamposto presso la Cappella di Conca, aiutato da alcuni ufficiali dell'esercito borbonico unitisi agli invasori piemontesi, tra cui il Maggiore del Genio Giacomo Guarinelli, buon conoscitore della Piazzaforte di Gaeta, in modo tale da poter ben guidare il fuoco dell'artiglieria piemontese e centrare senza troppe difficoltà gli obiettivi militari. Le ostilità via terra contro i borbonici rifugiati in Gaeta hanno inizio l'11 novembre 1860.
Il 19 gennaio 1861 le navi da guerra straniere presenti in rada, che fino a quel momento avevano impedito l'assedio da mare della roccaforte gaetana, salpano e vanno via. Sempre il 19 gennaio 1861 la flotta dei Savoia, all'ancora a Napoli, salpa per Gaeta e si ancora a Mola di Gaeta. Detta flotta, al comando dell'ammiraglio Persano, è composta dal 10 unita da guerra: Maria Adelaide (ammiraglia), Costituzione, Ardita, Veloce, Carlo Alberto, Confidenza, Vittorio Emanuele I, Monzambano, Garibaldi (ex vascello da guerra borbonico) e Vinzaglio. Il 20 gennaio 1861 alle ore 08,30 una nave da guerra piemontese battendo bandiera diplomatica si avvicina a Gaeta ed entra in porto. Quindi consegna la lettera di notifica di inizio del blocco di Gaeta anche per via mare.
Dal 22 gennaio 1861 la flotta piemontese inizia a collaborare con le forze assedianti di terra nel bombardare da mare la piazzaforte di Gaeta, inoltre blocca e fa tornare indietro tutte le navi estere che tentano l'approdo al porto di Gaeta, allo scopo di impedire l'approvvigionamento di viveri, soldati e armi a Gaeta.Il 24 gennaio 1861 arrivano in rinforzo alla flotta piemontese le navi da guerra Palestro, Curtatone, Fieramosca, Fulminante, Re Galantuomo. L'assedio dura 102 giorni, di cui 75 trascorsi sotto il fuoco nemico.Tra tutti gli assedi subiti da Gaeta nella sua millenaria storia di fortezza militare (fin dall'846), questo è il più ingente per i mezzi militari impegnati.
Il 5 febbraio 1861 alle ore 16,00 il magazzino delle munizioni della batteria S. Antonio, centrata da una granata nemica, esplode, e crea una breccia nei bastioni di protezione e la perdita di oltre 42.000 cartucce da carabina e da fucile. Nel crollo muoiono molti artiglieri napoletani. Viene prontamente allestista una batteria con 2 cannoni per impedire al nemico di poterne fare uso per entrare in Gaeta via mare.Fonti borboniche, mai confermate, sostengono che tale episodio sia stato in realtà un atto di sabotaggio.Nel frattempo, il generale Cialdini, nelle retrovie, in previsione dell'imminente fine dell'assedio, inizia a far esercitare i propri soldati all'uso delle scale.
L'11 febbraio 1861 il re Francesco II di Borbone, per risparmiare ulteriore sangue, lutti e dolori ai soldati della guarnigione di Gaeta (ormai ridotta a 610 Ufficiali e 11916 soldati sui 22000 presenti all'inizio dell'assedio) e alla popolazione civile che vi abita, dà mandato al Governatore della piazzaforte di negoziare la resa di Gaeta.Un manipolo di ufficiali borbonici si reca a Mola di Gaeta via mare per trattare la resa e vi resta per due giorni.Nel frattempo, pur essendo in corso le trattative della resa, il generale Cialdini fa continuare il bombardamento di Gaeta giustificandosi che, pur contento di iniziare le trattative di resa, non può accogliere una richiesta di tregua essendo sua abitudine continuare le ostilità finché non viene firmata la capitolazione.
Il 13 febbraio 1861 alle ore 18,15 le artiglierie di entrambi gli schieramenti smettono le ostilità entrando in vigore il cessate il fuoco a seguito della firma della capitolazione e la guarnigione fuoriesce dalla piazzaforte con l'onore delle armi.
Il Trattato della Capitolazione di Gaeta stabilisce, tra le altre cose: "Gli ufficiali conserveranno le loro armi, i loro cavalli bardati e tutto ciò che loro appartiene e sono falcoltati altresì a ritenere presso di loro i trabanti rispettivi".
A tutti gli Ufficiali, Sottufficiali del disciolto Esercito Borbonico delle Due Sicilie, vengono concessi due mesi di tempo per decidere se riprendere servizio nell'Esercito Piemontese conservando il proprio grado militare di provenienza o se essere prosciolti dalla ferma militare. Oltre 50.000 soldati borbonici vennero invece deportati nelle carceri piemontesi, morirono tutti di stenti[citazione necessaria]. Molti soldati scampati all'eccidio si ritireranno nelle montagne e insieme a contadini ed al resto delle popolazioni locali inizieranno una lunga guerriglia nel nome di sua maestà Francesco II, denominata "brigantaggio" secondo la propaganda sabauda.Prima che che le truppe dell'esercito piemontese possano entrare nella piazzaforte di Gaeta, il re Francesco II di Borbone e la regina Maria Sofia di Baviera, seguiti da principi e ministri, si imbarcano sulla nave da guerra francese "Mouette" per recarsi in esilio a Roma, ospiti del Papa, dove inizieranno a organizzare la guerriglia popolare che ormai era esplosa in tutto il regno. Le Loro MAESTA' Il RE FRANCESCO II di BORBONE e la REGINA MARIA SOFIA si avviano a diventare i PRIMI di più di venti milioni di emigranti che abbandoneranno il Regno delle Due Sicilie da dopo il 1860 ad oggi; un esodo biblico mai studiato attraverso i libri di storia ufficiale.
Nessun suddito e con loro NESSUN SOVRANO avrebbe mai abbandonato questa meravigliosa Terra e questo Superlativo Regno. Fu la violenza di una aggressione armata e feroce, fu la chiusura di ogni stabilimento industriale, furono le leggi militari e le rappresaglie indiscriminate ad indurre un INTERO POPOLO a seguire i propri Legittimi Sovrani in questa apocalittica emigrazione che continua ancora oggi.
Le LORO MAESTA' il Re Francesco e la Regina Maria Sofia si opposero , sprezzanti del pericolo, in prima linea accanto ai propri fedelissimi soldati tutti ; Essi NON FUGGIRONO; infusero esempio di coraggio e di dignità; furono costretti ad abbandonare il Regno per scongiurare altre violenze in quella conquista militare che cancellò uno dei Regni più belli del mondo , non solo dalla geografia politica ma persino dalla storia.
« Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; ché mai ha durato lungamente l'opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni. »

domenica 12 maggio 2013

L’Urss è libertà. I gulag una favola



di Alberto Rosselli
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Per molti, troppi decenni l’esaltazione incondizionata del mito della Rivoluzione russa del 1917, quello dell’Unione Sovietica e dei sistemi comunisti in generale sono entrati a fare parte, se così si può dire, della “buona” coscienza collettiva di milioni di individui convinti della giustezza della “lotta di classe” marxista e dei metodi adottati in molti Paesi per applicarla. Questo sacro furore fideistico che per circa settant’anni, dal 1917 al 1989, ha imperversato in Europa e nel mondo è stato senza dubbio favorito dall’atteggiamento di una vasta porzione di intellettuali che, attraverso le loro opere e le loro esternazioni, hanno contribuito a mantenere in vita il mito del più drammatico e fallimentare esperimento culturale, politico e socio-economico dell’evo contemporaneo. A distanza di anni appare quindi interessante andare a rileggere ciò che noti maitre à penser scrissero o dichiararono a sostegno e ad elogio dei “paradisi” comunisti, primo fra tutti quello moscovita. Già nel 1919, lo storico della rivoluzione francese Albert Mathiez (1874-1932) giustificò il regime di terrore instauratosi in Russia, arrivando a paragonare (ma sarà poi un complimento?) Lenin a Robespierre. Nel 1931, un altro francese, il poeta Louis Aragon (1897-1982) nel suo Prélude au temps des cerises, dedicò addirittura un sinistro e grottesco cantico alla Ghepeù (la spietata polizia politica bolscevica): «Chiedo una Ghepeù per preparare la fine di un mondo/ Viva la Ghepeù contro il papa e i pidocchi./ Viva la Ghepeù contro la sottomissione alle banche/ Viva la Ghepeù contro la famiglia», e via di questo passo.
Oltreoceano, non fu però da meno il romanziere Upton Sinclair (1878-1968) che a proposito della collettivizzazione sovietica dell’agricoltura, scrisse: «In Russia i bolscevichi cacciano i contadini ricchi dalla terra e li condannano ai lavori forzati…Tutto ciò costerà forse un milione di vite, forse cinque milioni…Ma in fondo nella storia umana non si è mai verificato un qualche significativo cambiamento sociale senza che ci fossero dei morti». Notevole sensibilità, acume e spirito umanitario li dimostrò pure l’incensatissimo scrittore Maksim Gorkij (1868-1936), che non si fece scrupolo a lanciare il suo famoso patriottico appello: «Sterminate il nemico senza pietà né misericordia»; proclama che di fatto avallerà le “purghe” staliniane degli anni Trenta. L’elenco dei grandi e dotti apologeti del comunismo prosegue con il filosofo Maurice Merleau-Ponty (1908-1961) che nel 1947, polemizzando con lo scrittore ungherese Arthur Koestler (1905-1983), giustificò il Grande Terrore staliniano come «premessa necessaria per la costruzione di una nuova società proletaria». Ma bisogna arrivare a Bertolt Brecht (1898-1956) per vedere espresso forse in maniera più compiuta l’autentico esprit politique che animò gli intellettuali marxisti o filomarxisti occidentali. Così il famoso regista pianse nel marzo 1953 la dipartita di Stalin: «Gli oppressi di tutti e cinque i continenti hanno provato una stretta al cuore alla notizia della morte di Stalin. Egli era l’incarnazione delle loro e delle nostre speranze». Ma non è tutto. Nel giugno 1953, in occasione della rivolta operaia di Berlino repressa dai carri armati, Brecht scrisse al presidente della Germania Orientale Ulbricht per congratularsi e per rinnovargli il suo apprezzamento al regime comunista tedesco. «Elementi fascisti sobillati dall’Occidente» annotò l’intellettuale, «hanno cercato di sfruttare l’insoddisfazione del popolo» lapsus che indurrebbe a pensare che proprio il popolo tedesco orientale non dovesse spassarsela troppo sotto il regime comunista… «per perseguire i loro subdoli e sanguinari propositi… Ma grazie al rapido e puntuale intervento delle truppe sovietiche questo tentativo è stato vanificato… Ovviamente, le forze armate russe non se la sono presa con gli operai, ma contro la marmaglia fascista e guerrafondaia composta da giovani diseredati di ogni risma che aveva invaso Berlino».
E dai tragicomici deliri brechtiani passiamo alle chicche prodotte da un altro celebrato personaggio della pléiade intellettuale marxista, l’ungherese György Lukacs (1885-1971). In un’intervista alla New Left Review del luglio-agosto 1971, Lukacs non ebbe infatti tentennamenti (e senso del ridicolo) nel sentenziare che «il peggiore dei regimi comunisti è sempre meglio del migliore dei regimi capitalisti». Non scampò al grottesco nemmeno il commediografo irlandese George Bernard Shaw (1856-1950) che nel 1931, durante un viaggio in Urss, «ammirò il realismo di Stalin», affermando che «la Russia non aveva alcun problema alimentare… e che disponeva di un sistema carcerario modello». Aggiungendo: «In Inghilterra un delinquente entra in prigione come un uomo normale e ne esce criminale, mentre in Russia egli entra che è un criminale e ne viene fuori rigenerato… A tal punto che molti carcerati, per migliorare se stessi, si prolungano spontaneamente la pena». Non contento, Shaw così concludeva: «Stalin ha mantenuto tutte le promesse; ha creato una società giusta e di conseguenza mi tolgo il cappello davanti a lui». Più sensate risultarono invece le osservazioni sul “paradiso dei lavoratori” vergate dal romanziere Herbert George Wells (1866-1946) che nel 1934, dopo un incontro con Stalin, arrivò ad ammettere con un certo inquietante imbarazzo «la sostanziale mancanza di libertà esistente nell’Urss», giustificandola però con «lo sforzo profuso dal Soviet per creare una società razionale».
Nel 1935, il filosofo e matematico Ludwig Wittgenstein (1889-1951), rimase anch’egli folgorato dal marxismo. Visitò l’Urss e per alcuni anni coltivò addirittura l’idea di trasferirvisi, convinto che questo Paese rappresentasse un’alternativa valida e necessaria alla decadenza dell’Occidente. «La tirannia comunista» egli sostenne con aritmetica sinteticità, «non mi indigna… l’Urss è un paese duro ma giusto». Nei primi anni ’30 l’economista John Maynard Keynes (1883-1946) studiò il sistema agricolo sovietico, accorgendosi suo malgrado delle paurose carestie provocate dai piani quinquennali. Comunque sia, egli preferì tacere per amore d’ideale.
Un capitolo a parte meritano le dichiarazioni e gli scritti del sopravvalutato filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre (1905-1980) che, dopo avere tranquillamente lavorato e discretamente guadagnato, tra il 1940 e il 1944, sotto il regime collaborazionista di Vichy, si buttò a capofitto nella causa comunista. Tra il 1947 e il 1951, egli divenne infatti un fervente stalinista, al punto da rompere le sue relazioni con i più critici ed accorti Raymond Aron, Arthur Koestler e Maurice Merleau-Ponty. «Non accetto» polemizzò disgustato Sartre, «di seguire i miei ex-amici nella condanna dello stalinismo». Nel 1952, Sartre ruppe anche con Albert Camus (1913-1960), che attaccava i metodi coercitivi e sanguinari di Stalin («Non essendo noi membri del Partito, non era affatto nostro dovere pronunciarci sui campi di lavoro sovietici», spiegò il dolente padre dell’esistenzialismo, dando prova di notevoli doti dialettico-acrobatiche). Nel 1952, il filosofo partecipò alla Conferenza del Movimento per la Pace organizzata dai comunisti a Vienna e nel 1954, dopo un viaggio in Russia, con una serie di articolesse per Libération elogiò senza indugi e in toto il sistema marxista: «In Urss» azzardò Sartre, «la libertà di critica è totale… I cittadini sovietici criticano il loro governo molto più apertamente e in modo più efficace di quanto non facciamo noi… La condizione socio-economica del popolo sovietico è in costante miglioramento… Tutti sono ammirevolmente nutriti ed alloggiati… E non si recano all’estero non perché il governo lo impedisca, ma perché non hanno alcun desiderio di farlo… Nel sistema sovietico l’interesse del singolo e quello della collettività sono perfettamente coincidenti… L’Urss marcia verso il futuro». Nel 1956, il filosofo transalpino arrivò a respingere addirittura il rapporto segreto di Kruscev sulle stragi di Stalin, dichiarando: «Trovo inammissibile l’esistenza dei campi di concentramento sovietici, ma trovo altrettanto inammissibile l’uso giornaliero che ne fa la stampa borghese… Kruscev» si lamentò il vate delle caves, «ha denunciato Stalin senza fornire sufficienti spiegazioni, senza avvalersi di un’analisi storica, senza prudenza».
A proposito dei numerosi processi di Mosca e delle torture inflitte ai condannati, lo scrittore francese André Malraux (1901-1976) giocò su folgoranti ma assai poco accettabili analogie storiche: «Proprio come l’Inquisizione non distrusse la fondamentale dignità del cristianesimo, così i processi di Mosca non hanno diminuito la fondamentale dignità del comunismo». Anche le ripetute denunce circa l’esistenza dei gulag non scalfirono minimamente la fede di moltissimi intellettuali occidentali “progressisti”. Unica eccezione André Gide (1869-1951), che nel 1936 visitò l’Urss rimanendone disgustato. Al suo ritorno in Francia, Gide osò parlare della repressione staliniana in atto, ma venne subito isolato. Dal canto suo, il filosofo Roger Garaudy ridicolizzò «le voci sui gulag» e lo scienziato premio Nobel Frédéric Joliot-Curie (1900-1958) testimoniò «che i russi sono un popolo felice che sostiene il proprio regime».
Ma non è tutto, ancora nel 1972, il poeta Pablo Neruda (1904-1973) - che nel 1971 vinse il Nobel per la Letteratura, ma anche il grottesco premio per la Pace “Lenin” - giudicò «problemi assolutamente personali» quelli incontrati da Aleksandr Solgenitsyn e dagli altri illustri intellettuali russi rinchiusi nei gulag, spiegando «di non avere alcuna voglia di diventare uno strumento della propaganda antisovietica».
Negli anni Settanta, si rifece vivo l’immarcescibile Sartre che dopo avere benedetto i moti studenteschi del Sessantotto, ritornò alla carica, esaltando le gesta dei gruppi terroristici italiani e tedeschi e di quelli palestinesi: «Il terrorismo è l’arma lecita del povero» sentenziò, giustificando la strage di Monaco compiuta dai palestinesi in occasione delle Olimpiadi. Nulla di strano comunque. Già negli anni ’60, egli aveva pronunciato più di un’apologia della prassi violenta «antiborghese e antimperialista». Nella prefazione ai Dannati della terra (1961) di Franz Fanon (1925-1961), il filosofo esistenzialista aveva sottolineato che «uccidere un europeo occidentale è conseguire contemporaneamente due scopi: eliminare l’oppressore e l’uomo che di quell’oppressione è il frutto». E nel 1968, dai microfoni di Radio Lussemburgo, Sartre aveva così giustificato la rivolta studentesca e la violenza come giusta pratica reattiva: «La violenza è l’unica cosa che resta agli studenti che non sono ancora entrati nel sistema creato dai loro padri… Nei nostri Paesi occidentali infiacchiti, l’unica forza di contestazione di sinistra è infatti costituita dagli studenti… La perfezione sta invece nei Paesi marxisti e in particolare in Cina e a Cuba». Nella primavera 1970, Sartre accetterà di entrare a fare parte del gruppo maoista Sinistra proletaria, diventando anche direttore responsabile del giornale La Cause du Peuple (organo dalle cui pagine si incitavano i militanti a sequestrare e chiudere nelle “prigioni del popolo” i direttori delle fabbriche e a linciare deputati e ministri).
Concludiamo la parata degli intellettuali occidentali infatuati dei sistemi comunisti con Noam Chomsky che nella seconda metà degli anni Settanta, oltre ad elogiare il sistema maoista, sostenne entusiasticamente la causa dei khmer rossi cambogiani, negando i ben noti, spaventosi massacri perpetrati dal loro leader Pol Pot nei confronti di milioni di persone. Nel 1977, il linguista americano giudicò «storie inventate dagli occidentali reazionari» le atrocità compiute dai khmer e dai vietcong e «assolutamente inattendibili» i racconti e le testimonianze dei profughi cambogiani e vietnamiti (i boat people) scampati alle persecuzioni dello “zio” Ho Chi Minh.
Chiudiamo questa sconcertante rassegna con il vecchio leader radicale americano Scott Nearing (1883-1983) - già apologeta dell’Urss negli anni Trenta - che nel 1982 cantò anch’egli le lodi dell’“l’illuminato” Pol Pot e del satrapo comunista albanese Enver Hoxha: «Si tratta di due autentici geni della politica rivoluzionaria; due uomini che tutto hanno fatto per fare felici i propri popoli». No comment.