lunedì 8 luglio 2013

Svolta nel caso Moro: i servizi sapevano

Svolta nel caso Moro: i servizi sapevano, una telefonata fermò il salvataggio By Redazione dailySTORM
Il presidente della repubblica Francesco Cossiga

9 maggio 1978: la Notte della Repubblica. La morte di Aldo Moro segna un passaggio cruciale nella storia dell’Italia repubblicana, ma ancora oggi è avvolta di misteri, torbide presenze e regie occulte. Dopo 35 anni, è possibile che la storia della morte di Moro debba essere riscritta.
caso moro 
CASO RIAPERTO – Nei giorni scorsi, nel silenzio quasi totale dei media, la procura di Roma ha riaperto il caso Moro, in seguito a una denuncia che propone una sconvolgente ipotesi: la prigione di Moro, in via Montalcini 8, a Roma, era stata individuata dai servizi segreti e controllata per settimane. Non solo: l’8 maggio del 1978 lo statista DC doveva essere liberato con un blitz delle teste di cuoio, ma una telefonata dall’alto bloccò tutto. La sua morte fu dunque un atto terroristico, o un omicidio di Stato?
 caso moro
LA STORIA – Aldo Moro viene rapito il 16 marzo 1978 mentre, a bordo di una Fiat 130, si reca da Monte Mario a Montecitorio, da parte di un commando delle Brigate Rosse. L’agguato, all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa, provoca la morte dei cinque uomini della scorta. La prigionia di Moro dura 55 giorni, poi viene assassinato, il cadavere abbandonato in via Caetani. Secondo la ricostruzione ufficiale, il terribile gesto delle Br viene compiuto per colpire l’uomo del Compromesso Storico fra DC e PCI e, contemporaneamente, fermare la “lunga marcia comunista verso le istituzioni”, riaffermando la prospettiva dello scontro rivoluzionario.
Prima dell’assassinio, le Br propongono uno scambio fra Moro e alcuni brigatisti allo scopo di intavolare una trattativa alla pari con lo Stato. La politica si divide tra “fronte della fermezza”, maggioritario, comprendente il Presidente del Consiglio Andreotti e il Ministro dell’Interno Cossiga, nonché la maggior parte dei gruppi parlamentari, e “fronte possibilista”, nel quale spiccano Craxi, Pannella e il Presidente del Senato Fanfani.Prevale la linea del “no” a ogni dialogo con i terroristi. Ma oggi nuove sconcertanti testimonianze rivelerebbero che lo Stato non si è limitato a “rifiutarsi di trattare”, ma ha avuto un ruolo decisivo nella morte dello statista democristiano.
 caso moro
LE RIVELAZIONI DI LADU – È l’ottobre 2008 quando allo studio di Ferdinando Imposimato, ex magistrato e oggi Presidente Onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, si presenta un brigadiere della Guardia di Finanza, Giovanni Ladu, con un memoriale sui giorni decisivi del sequestro Moro. Ladu, nel 1978 militare di leva nei Bersaglieri, dichiara di essere stato nelle squadre speciali addette alla sorveglianzadell’appartamento-prigione di Moro, in via Montalcini. Un appostamento iniziato il 24 aprile ’78, e conclusosi l’8 maggio, la vigilia dell’omicidio. Il racconto di Ladu è ricco di dettagli di singolare precisione: l’operazione prevedeva controllo visivo 24 ore su 24, micro-telecamere nascoste nei lampioni, controllo della spazzatura nei cassonetti. Per mimetizzarsi, i militari indossavano tute dell’Enel o del servizio di nettezza urbana
Nell’appartamento sopra la prigione di Moro erano stati piazzati dei microfoni che captavano le conversazioni. Sorprendentemente, osserva Ladu, il personale addetto alle intercettazioni parlava inglese. «Scoprimmo in seguito – ricorda – che si trattava diagenti segreti di altre nazioni, anche se erano i nostri 007 a sovrintendere a tutte le operazioni». L’8 maggio il blitz delle teste di cuoio è pronto: invece accade l’impensabile. «Quello stesso giorno ci comunicarono che dovevamo preparare i bagagli perché abbandonavamo la missione. […] Rimanemmo tutti interdetti perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire». Ma l’ordine era: «Dimenticate  tutto ciò che avete fatto in questi ultimi 15 giorni».
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LE PRIME CONFERME – Imposimato rimane inizialmente diffidente rispetto a questo racconto. Perché Ladu ha atteso ben 30 anni prima di parlare? La sua risposta: «Avevo avuto la consegna del silenzio e il vincolo al segreto, ma soprattutto avevo paura per la mia incolumità e per quella di mia moglie. La decisione di parlare mi costa molto, ma oggi spero che anche altri trovino il coraggio di farlo per ricostruire la verità». Prima di passare il dossier alla procura di Roma, Imposimato impiega quattro anni per verificare le dichiarazioni di Ladu (interrogato nel 2010 anche dal pm romano Pietro Saviotti).
Finché altre testimonianze rafforzano questa inquietante versione dei fatti. Su tutte, quelle di altri due ex “gladiatori” sardi, Oscar Puddu e Antonino Arconte; quest’ultimo, addirittura, ha svelato di aver ricevuto da Roma la richiesta di contattare in Libano i palestinesi dell’OLP per tentare una mediazione con le Br e favorire la liberazione di Moro, ben 14 giorni prima che lo statista venisse effettivamente rapito. L’uomo a cui Arconte avrebbe consegnato il dispaccio, il colonnello del Sismi Mario Ferraro, verrà in seguito trovato morto nella sua abitazione romana, in circostanze mai  chiarite. Ma da chi sarebbe partita la telefonata che avrebbe condannato a morte Moro? Secondo Piero Mannironi (La Nuova Sardegna) l’unica risposta possibile è: da Cossiga e Andreotti. Ladu riferisce il parere di alcuni militari, secondo i quali tutto era stato bloccato da una telefonata del Ministero dell’Interno. Puddu aggiunge che il generale dei Carabinieri Dalla Chiesa insisteva per il blitz, ma fu bloccato da Andreotti e Cossiga che lo convocarono a Forte Braschi, sede del Sismi, e «lo redarguirono duramente». Come si sa, Dalla Chiesa verrà poi ucciso in un agguato di mafia.
 caso moro
BATTAGLIA PER LA VERITÀ – L’inchiesta che si sta riaprendo curiosamente dopo che sia Cossiga che Andreotti sono scomparsi, potrebbe ribaltare le (poche) certezzedelle versioni ufficiali, delle sentenze del passato, e, soprattutto, pone un problema terribile: bloccando il blitz, un uomo di Stato avrebbe decretato la morte di Aldo Moro. Dalla reticenza con cui gli organi d’informazione hanno divulgato una notizia che, nelle altre democrazie occidentali, avrebbe riempito giornali, tg e programmi di approfondimento per settimane, sorge il sospetto che, ancora una volta, in Italia si voglia far dimenticare.
Che si preferisca sorvolare, infittire il velo di indifferenza e mistero, nell’illusione di “proteggere” le istituzioni da se stesse. Quando, invece, è solo con la verità che le istituzioni possono sperare di recuperare un po’ della fiducia che anni di menzogne e complicità, sospette o accertate, coi più svariati poteri criminali nazionali e internazionali hanno fatto venir meno tra i cittadini.
 caso moro

Gabriele Adinolfi…Voi stragisti

Con l’autorizzazione dell’autore Gabriele Adinolfi pubblichiamo un testo un pò “fuori squadra”
 Martedì 28 maggio 2013
Gabriele Adinolfi
Gabriele Adinolfi
VOI STRAGISTI















siete sempre restati impuniti mentre le logge e le cellule operavano per incriminare sistematicamente degli innocenti.
Voi stragisti oggi, 28 maggio, potete comodamente celebrare il trentanovesimo anniversario di piazza della Loggia a Brescia all’insegna dellaretorica imposta dai mandanti e dai complici degli eccidi.
Eppure gli inquirenti sapevano tutto o quasi: bastava mettere insieme i dati per giungere subito alla verità.
Ma se uno Stato non è sovrano, se è preda di clan, di bande e servo di qualunque potere straniero, avviene che molti dei suoi rappresentanti, specie quelli incaricati di gestire le indagini più importanti, tutto facciano meno che cercare la verità, che anzi vadano a nascondere ogni evidenza.
Italia-Cuba
Di evidenze a Brescia ce n’erano molte ma sono state insabbiate con una regolaritàdemoniaca.
In primis ci fu una conversazione intercettata sul telefono dell’ambasciatore cubano.
Dobbiamo ricordare che al momento della strage era stato liberato da appena cinque giorni il giudice Sossi, prigioniero dal 18 aprile delle Brigate Rosse che, in cambio della sua liberazione avevano richiesto quella di diversi loro compagni, in particolare del gruppo XXII marzo, che speravano potessero ottenere asilo all’Avana. Franceschini scriverà poi che ilrifiuto di Castro li avrebbe delusi terribilmente. Fatto sta che per queste ragioni il telefono dell’ambasciatore cubano a quei tempi era sotto ascolto da parte dei servizi segreti militari (all’epoca Sid) e che venne intercettata e registrata una telefonata tra sua moglie e la segretaria lombarda dell’associazione Itala-Cuba, Margherita Ragnoli, che raccontava alla consorte del diplomatico che loro sapevano già dalla vigilia della strage che, no, non pensava che ci fossero dei suoi compagni feriti ma che si stava controllando.
Il Sid, solertissimo, impiegò ben quindici anni per informare il tribunale, il quale dal canto suo non andò mai a fondo perché ritenne il fatto “non rilevante”….
I brigatisti
Poi abbiamo i brigatisti presenti; innanzitutto Arnaldo Lintrami, un militante proveniente dal gruppo milanese di Troiano, facente dunque parte del gruppo sotto l’influenza e la guida del Superclan (ci torneremo più avanti). Malgrado sia certo che fosse presente a Brescia il giorno della strage e che abbia mentito nell’interrogatorio, anche nei suoi riguardi nessun approfondimento. Venne fuori che Lintrami aveva chiesto un permesso di lavoro alla Breda per recarsi a Brescia il 28 maggio. Agli inquirenti disse che era andato a trovare la famiglia, la quale invece spiegò che ciò era avvenuto il 29. Si diede malato fino all’8 giugno, rientrato alla Breda il 20 passò in clandestinità.
Omise di dire ai suoi capi, Curcio e Franceschini dapprima che si sarebbe recato a Brescia epoi che vi si era recato. Perché? Non gli è stato mai chiesto.
Un altro brigatista del gruppo milanese legato al Superclan, Piero Morlacchi, con due fratelli partigiani e un passato da tipografo nella DDR, in quell’estate abbandonò l’Italia e cercò asilo politico nella Germania dell’Est, forte del fatto di essere il marito della figlia di un dirigente del locale partito comunista.
Come descritto in commissione stragi, l’asilo gli venne rifiutato e, a quanto risulta da un’informativa del servizio segreto di Stato comunista, (la Stasi non la Cia…), informativa divenuta pubblica dopo la caduta del Muro, la ragione del rifiuto fu di opportunità politica avendo il Morlacchi recentemente partecipato in Italia a un attentato dinamitardo che aveva fatto morti e feriti. Non poteva trattarsi dell’Italicus perché la domanda di asilo era precedente al 4 agosto, dunque per deduzione….
Il gappista
C’è qualcos’altro di oscuro. In primis tra le otto vittime di Brescia c’è un gappista ex partigiano, Euplo Natali, sul quale si è fatto un insolito silenzio.
Ma come?
Una bomba “fascista” stronca un gappista che riporta nella carta d’identità, alla voce segni particolari le parole “partigiano” e “antifascista” e non se ne fa un martire?
Non gli si dedicano vie, piazze, scuole, palestre a raffica, a valanga?
E perché mai la Questura di Brescia, subito stoppata dal ministro dell’interno, Taviani, si mette a perquisire abitazioni di ex partigiani comunisti?
Per l’insistenza di Taviani che poi risulterà trovarsi a capo della Gladio e che, smentendo le leggende metropolitane, coprirà i comunisti e – come confermerà il giudice Arcai in commissione stragi – cercherà a tutti i costi d’incriminare i fascisti, la Questura la smetterà subito e i carabinieri di Delfino si lanceranno sulle false piste di Giancarlo Esposti e Cesare Ferri.
Giancarlo Esposti, 30 maggio 1974, venne ucciso a Pian del Rascino in provincia di Rieti,da un cecchino dei carabinieri, militante di Avanguardia Nazionale
Giancarlo Esposti, 30 maggio 1974, venne ucciso a Pian del Rascino in provincia di Rieti,da un cecchino dei carabinieri, militante di Avanguardia Nazionale
Ucciso il primo, relegato il secondo a causa di accuse fantasmagoriche ad una lunga carcerazione preventiva prima di essere assolto con formula piena
E dà o no da pensare che in commissione stragi, rievocando una perizia della prima istruttoria puntualmente ignorata in seguito, risulterà che su di una delle vittime (non si specifica esattamente quale) risultino tracce di contatto corporale con l’esplosivo?
Perché mai
Perché mai, direte voi, la strage avrebbe dovuto essere di matrice brigatista e partigiana?
Non è la domanda giusta, quella corretta è perché mai il governo e la magistratura abbiano costretto gli inquirenti a intraprendere una falsa pista e abbiano bloccato ogni via che conduceva alla verità bloccando sul nascere ogni indagine seria e impedendo l’identificazione di qualsiasi collegamento operativo.
Perché, cioè, stragisti e comunisti siano stati coperti così a lungo e così sistematicamente.
Si dedurrebbe senza molta difficoltà che la verità è molto diversa, per certi versi opposta, rispetto ai teoremi notori che riguardano gli anni di piombo e la strategia della tensione, fenomeni che non sono interpretabili se s’ignorano la continuità delle cellule del CLN partigiano e le complicità internazionali e istituzionali di cui queste godevano.
Una volta appuratolo, il perché certi nuclei operativi composti da brigatisti e partigiani avrebbero compiuto la strage di Brescia lo si può spiegare facilmente facendo qualche passo indietro.
L’INCUBAZIONE DELLA LOTTA ARMATA
Nasce da una serie di iniziative con diverse guide: Feltrinelli, Lazagna, Curcio, Franceschini, Simioni. Inizialmente queste iniziative godono più o meno tutte dell’appoggio di centrali per certi versi anche rivali quali il Partito comunista e l’Internazionale socialista; hanno anche quello di servizi dell’est ma pure dell’ovest (Germania, Francia) e di Israele.
LA ROTTURA DEL SEQUESTRO SOSSI
E’ la prima azione armata seria operata dalle Br, nella primavera del 1974 che richiedono uno “scambio di prigionieri”. Di fronte alla posizione ferma dello Stato emergono due linee contrapposte; una vuole l’uccisione di Sossi, l’altra la sua liberazione.
Alla prima fanno capo quelli che vogliono che s’innalzi la tensione. Ovvero il Partito comunista che sta operando il suo golpe verso le stanze dei bottoni; gli israeliani per una serie di ragioni di Stato fornite dal Mossad alle Br; Kissinger e la Trilateral, e con loro anche la Russia comunista, per impedire la svolta mediterranea che Nixon (che verrà esautorato un paio di mesi più tardi) sta compiendo autonomamente.
La linea del rilascio, che prevarrà qualche giorno prima del massacro di Brescia, è voluta da Curcio e Franceschini che en passant sono pure coloro che hanno rifiutato la proposta di collaborazione da parte dei servizi segreti israeliani.
La linea dell’uccisione è invece tenuta dal gruppo del Superclan che fa capo a Simioni (il quale, forte di una serie di appoggi, che oltre che in Francia e in Israele si trovano sia nel campo Nato che in quello dell’est, aprirà la famigerata scuola parigina di lingue Hypérion esarà il controllore della lotta armata per interposto Moretti). Il Superclan, già autore di diversi attentati in giro per l’Europa, è compatto soprattutto a Milano dove esercita Aldo Bonomi, ex anarchico e fiancheggiatore di quel Gianfranco Bertoli che dopo un periodo dilatitanza in un kibbutz il 17 maggio del 1973 aveva compiuto la strage davanti alla Questura milanese con una bomba a mano israeliana. Bonomi è l’uomo che ha fatto da collegamento tra le Br e il Mossad per quell’accordo rifiutato da Franceschini e Curcio ma accettato da Moretti.
DOPO LA VITTORIA DELLA LINEA NON SANGUNARIA
Il fronte Superclan-Partigiani decide di alzare la tensione.
Ed ecco che a Brescia viene consumata la strage durante un comizio la cui ragione ufficiale è di esprimersi “contro il fascismo delle Brigate Rosse”.
Poco dopo il massacro di Brescia, venti giorni più tardi, ci sarà il duplice omicidio nella sede del Msi di Padova di Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, due esecuzioni vere e proprie.
Giustificate, non a caso, con l’affermazione che “dopo Brescia il proletariato è legittimato nella lotta armata”.
Poi, con una ben più chiara e precisa partecipazione del Pci (e probabilmente anche per una motivazione supplementare di carattere internazionale) avverrà la strage dell’Italicus.
Infine i carabinieri di Dalla Chiesa cattureranno Curcio e Franceschini ma qualcuno avvertirà Moretti che se la caverà e prenderà in mano l’intera conduzione operativa delle Br.
Dopo
Poi lo strappo: il Partito comunista infine entrato nelle stanze dei bottoni cesserà di fornire le sue strutture operative allo stragismo e le Br a gestione Superclan saranno sì supportate dall’internazionale trozkista e da servizi stranieri (in particolare israeliani, francesi e tedesco-orientali) ma dovranno fare a meno dell’infame, spietata ed infernale macchina da guerra fornita dal Partito comunista e dalle sue bande gappiste.
Lo stragismo da un lato favoriva la finanza laica, dall’altro era uno strumento di guerra internazionale nel Mediterraneo e in ultimo rappresentò una scala per il Partito comunistaverso il governo, altro che ostacolarlo!
Si tratta di un segreto di Pulcinella, basta leggere le carte processuali, basta unire i dati tra loro.
Ma non lo si fa e, se lo si fa, non se parla. Non si deve rompere il muro del silenzio né raddrizzare la curva della calunnia e della mistificazione.
Ed è di fronte a questo muro e in questa linea curva che si tiene a bada la verità.
Stragisti, voi oggi potete festeggiare questo anniversario anche perché vi sentite sicuri del fatto che i vostri meccanismi non siano stati resi pubblici e contate quindi nel fatto che il vostro operato, che tuttora prosegue dall’alto del Palazzo verso lo stesso infame obiettivo di dissoluzione, passi inosservato ai più e continui a fare di voi dei potenti impuniti.
Godetevi dunque il frutto del vostro misfatto: lo avete compiuto bene e coperto ancora meglio, è degno di voi come voi siete degni di esso.



domenica 7 luglio 2013

DI COSA AVETE PAURA ?


Ripropongo quanto scrissi tre anni fa; perché così sento di fare. UN ATTO DI GIUSTIZIA!
  
DI  COSA  AVETE  PAURA?
“Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre” (Isaia)

di Filippo Giannini

   Ma la Costituzione della Repubblica italiana, non sancisce libertà di espressione per tutti?
E “Noi” non facciamo parte dei “tutti”?
La Corte Europea dei Diritti Umani, con sentenza N° 1543/6 del 3/5/2007 non sancisce per tutti i cittadini gli stessi diritti?
E “Noi” non facciamo parte dei “tutti”? Se così fosse ditecelo: inizieremo non pagando più le tasse!

   Vivo a Cerveteri, sarebbe una gran bella cittadina se fosse curata, almeno un minimo. Le strade sono piene di buche e profonde (circa cento per metro quadrato) e la pulizia ambientale lascia molto a desiderare.
   Pochi giorni fa, in occasione dell’anniversario della morte del Duce apparvero su alcuni muri di Cerveteri una dozzina di manifesti raffiguranti Benito Mussolini nell’atto di alzare la mano nel saluto un tempo in voga. I manifesti hanno avuto vita molto breve: in pochi minuti il solerte Sindaco di Cerveteri (o chi per lui) ha sguinzagliato i suoi attacchini e fatto coprire quell’indecenza. Allora ho pensato: se il Sindaco è stato tanto attivo per questa operazione, perché non lo è, e non pretendo la stessa solerzia, per rimettere in sesto il manto stradale, al momento molto pericoloso per pedoni, motorini e auto? Capisco che fra i due argomenti c’è di mezzo il comune senso del pudore, infatti da una parte c’è l’immagine del male assoluto e dall’altro delle innocenti buche.
   Anche se intuisco i motivi, una domanda è d’obbligo: perché un confronto vi intimorisce? Perché vi subentra il panico alla vista di un uomo assassinato sessantacinque anni fa?
   E veniamo al fatto. E mi rivolgo al Sindaco e al vice-Sindaco di Locorotondo, in provincia di Bari, dove per il 1° maggio era previsto un incontro a carattere prettamente storico. Egregi signori, Sindaco e vice-Sindaco, pochi giorni fa ricevetti un invito per partecipare, nella Vostra cittadina, ad un convegno-dibattito pubblico che aveva per tema: “Socializzazione delle aziende; Signoraggio bancario; Stato corporativo”. Questo incontro era organizzato dal Circolo Politico-Culturale “Benito Mussolini”; e in questo mondo di corrotti, mafiosi, ladri ecc. ecc. quel nome mette paura. Ma di cosa avete paura? Per capire, rinnovo quanto da anni vado proponendo: un processo a Benito Mussolini, un processo che mai c’è stato e che potrebbe richiamare l’interesse, non solo italiano, sul vostro Comune.
    Per spiegarmi meglio riporto quanto scrissi al Sindaco di Predappio, signor Giorgio Frassinetti:  Signor Sindaco, il lettore più attento e paziente comprenderà il motivo di questa mia nuova iniziativa, per gli altri riassumerò i motivi. Alcune settimane fa inviai al periodico “Il Popolo d’Italia” un articolo dal titolo “Il nostro Cinquecento Diece e Cinque”, con il quale chiedevo al Signor Frassineti, che si era lamentato per alcune manifestazioni un po’ troppo folcroristiche dei nostalgici del Duce, di promuovere un processo a Benito Mussolini. Dato che nell’articolo avevo riportato le testimonianze e i giudizi, su quell’uomo, di Silvio Bertoldi e di Francesco Malgari, giudizi decisamente negativi e, dall’altra parte i pareri della Signora Maria Vezzi, di Pio XII e di Paul Gentizon (il più noto giornalista e storico svizzero), tutti giudizi più che positivi, di conseguenza avevo scritto: “Allora, chi era Mussolini? Quello che lascia intravedere il Sindaco di Predappio, oppure quello invocato dalla Signora Maria Vezzi? Quello dipinto da Guido Gerosa e da Francesco Malgari, o quello commemorato da Paul Gentizon e da Pio XII, o da mille e mille altri intellettuali, politici del tempo? C’è un solo modo per stabilirlo (e mi rivolgo, ora, ai Sindaci di Locorotondo): un processo! Sì, un processo; si faccia ora quel processo che non è stato mai fatto. Basta con le chiacchiere, basta con le ridicole “sentenze senza appello””. E continuavo e consigliavo: “Sia il Sindaco di Predappio, il Signor Giorgio Frassineti (ora lo stesso invito vale per i Sindaci di Locorotondo) ad organizzare il processo nella piazza principale del paese dove nacque Benito Mussolini. Si appresti un Collegio d’accusa e un Collegio di difesa e si nomini un giudice. I due Collegi dovranno disporre di tecnici (storici) che illustrino i cinquant’anni di storia italiana. Gli italiani – e non solo gli italiani, come abbiamo potuto constatare nei nostri contatti – saranno gli spettatori”. “E allora?” qualche lettore mi potrebbe chiedere: “C’è stata una qualsiasi risposta?”. No! Nulla di nulla. Ma la cosa non mi meraviglia più di tanto, perché questa iniziativa fu dal sottoscritto già proposta anni fa. Nel 2005 feci pubblicare un articolo, dal titolo “Una Sfida”, nel quale iniziavo con queste parole: .  E ancora una volta osservavo a simile idiozia: “Dato che la storia non processa  nessuno e che tanto meno può emettere sentenze, condanne, e dato che alcuni milioni di italiani ancora oggi (è un vero miracolo) non condividono l’asserto di Cossutta e compagni, allora, a nome di quanti vogliono sapere se Mussolini era un bieco tiranno o un uomo giusto, lancio la Sfida: “Anche se a distanza di sessant’anni dall’”epopea di Piazzale Loreto”, si faccia questo processo: così, una volta per tutte, si potrà stabilire “Chi era Mussolini” e quali e quanti “danni” furono procurati dal fascismo”>. scrivevo fra l’altro:
   E allora, Signor Sindaco di Predappio e Signori Sindaci di Locorotondo e accusatori, chiedo un atto di onestà. Qualora fosse necessario, siamo “Noi” a suggerire gli atti d’accusa:
1) le violenze perpetrate dagli squadristi nell’immediato primo dopoguerra;
2) delitti commessi a danno di antifascisti, su mandato di Mussolini;
3) instaurazione della dittatura;
4) guerra di aggressione all’Etiopia;
5) interferenza militare nella guerra civile spagnola;
6) leggi razziali;
7) alleanza con il nazionalsocialismo;
8) dichiarazione di guerra alle democrazie;
9) costituzione della Repubblica di Salò (così la chiamate, sbagliando, vero?);
10) causa, conseguenze e drammi della guerra civile.

   Come vedete, Signori Sindaci, ce n’è a volontà per condannare, in partenza, l’imputato. Inoltre l’accusa può avere l’assistenza, non davvero da scartare, dei vari Augias con la sua trasmissione Enigma e La storia siamo noi (trasmissione veramente comica se non riguardasse avvenimenti di alta drammaticità), e tutta  Rai/3. E concludo, in merito a quest’ultimo richiamo, che i vari Augias e storici che si cimentano sul piccolo schermo a raccontare favole, che di storico hanno meno di nulla, ebbene, questi personaggi sono lautamente pagati anche con il contributo del sottoscritto. Ed è, quindi, il sottoscritto che chiede giustizia anche per se stesso.

venerdì 5 luglio 2013

"L’imperialismo ebraico" e " non-umanità dei gojim nel Talmud e nella letteratura rabbinica"

0304 – Libri di Gian Pio Mattogno

Presentazione di due libri di Gian Pio Mattogno

1° libro
gian pio mattogno,imperialismo ebraico

L’imperialismo ebraico nelle fonti della tradizione rabbinica

Il Libro
Fin dall’antichità classica gli ebrei sono stati accusati – per usare una terminologia moderna – di “imperialismo mondialista”. Questa accusa ha accompagnato il popolo ebraico lungo l’intero corso della sua storia secolare, fino ai giorni nostri.
Secondo gli avversari di Israele, il “popolo eletto” sarebbe animato da una esplicita vocazione messianico-imperialistica, da una fanatica volontà di dominio su tutti i popoli della terra, considerati idolatri, empi e impuri.
Gli apologeti giudei e i loro ausiliari replicano che tutto ciò è frutto dell’ “ignoranza”, del “pregiudizio” e della “giudeofobia” degli antisemiti, e dunque assolutamente falso.
Questo studio si propone di dimostrare, sulla scorta della stessa letteratura giudaica, chel’accusa di imperialismo mossa agli ebrei è tutt’altro che infondata. Dalla Bibbia ebraica e da innumerevoli testi, antichi e moderni, della tradizione rabbinica emerge, in un sinistro scenario apocalittico, la vera natura dell’èra messianica: il dominio universale del “popolo eletto” e il destino di morte, distruzione e asservimento riservato a tutti i popoli della terra.
L’Autore
Gian Pio Mattogno (1) si occupa da tempo di varie tematiche relative alla questione ebraica. Collaboratore di diverse riviste, per i tipi delle Edizioni all’insegna del Veltro ha pubblicato: La rivoluzione borghese in Italia (1700-1815), 1989; La rivoluzione borghese in Italia (Dalla Restaurazione ai moti del 1831), 1990; La massoneria e la rivoluzione francese,1990.
Sulla questione ebraica ha pubblicato: L’antigiudaismo nell’Antichità classica, Ed. di Ar, 2002 e Il non-ebreo nella letteratura rabbinica (Consulenza tecnica di parte presentata al Tribunale di Pisa, Sezione distaccata di Pontedera), 2004; inoltre ha curato la pubblicazione di: J. Pohl, K. G. Kuhn, H. De Vries de Heekelingen, Studi sul Talmud, Edizioni all’insegna del Veltro,1992; La Questione Ebraica, 1, agosto 1998, Ed. di Ar; Gruppo di Ar, Johann Andreas Eisenmenger e il “Giudaismo svelato”, Ed. di Ar, 2008. 

Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/gian-pio-mattogno-limperialismo-ebraico/10423/
(Pubblicato 4 Maggio 2009)
Gian Pio Mattogno, L’imperialismo ebraico nelle fonti della tradizione rabbinica, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2008, pp. 286, € 20,00
_________________________2° libro__________________________
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gian pio mattogno,non-umanità,dei,gojim,talmud
La non-umanità dei gojim nel Talmud e nella letteratura rabbinica

Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2011, pp. 152, € 20,00
ISBN 978-88-904736-8-5
 Eventi geopolitici quali l’emigrazione sionista nel territorio palestinese e la proclamazione dello Judenstaatpreconizzato da Theodor Herzl sono stati sorretti, sul piano ideologico, da dottrine di diversa matrice. È noto che nel progetto sionista confluirono sia un nazionalismo ebraico contiguo alla dottrina colonialista del „fardello dell’uomo bianco“, sia quell’orientamento „socialista“ che suscitò inizialmente il sostegno politico, diplomatico e militare delle „democrazie popolari“ e non ha mai cessato di attirare le simpatie di molti marxisti europei.
Tuttavia la natura più profonda del sionismo affonda le sue radici nella cultura religiosa del giudaismo, quella cultura che per secoli è stata custodita dalla letteratura rabbinica (Talmud, Tosefta, Midrash, Zohar). Tale letteratura contiene una quantità di prescrizioni ostili ai gojim (i non ebrei), descritti come idolatri spregevoli, dissoluti, empi ed impuri, che è lecito e doveroso discriminare, ingannare, derubare e perfino asservire e annientare.
La ricerca di Gian Pio Mattogno, che prende in esame tutti i passi contenenti prescrizioni di questo genere, è suddivisa in tre capitoli (I. La non umanità dei gojim nel Talmud e nel Midrash;II. La non umanità dei gojim nello Zohar e nei commentari rabbinici; III. La donna non ebrea nella letteratura rabbinica) e tre Excursus (I. I fondamenti teologici del giudaismo e il non ebreo; II. Il significato di “uomo” (adam) nella Bibbia e nella letteratura rabbinica; III. La dottrina ebraica dell’anima e il non ebreo).
Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/gian-pio-mattogno-la-non-umanita-dei-gojim-nel-talmud-e-nella-letteratura-rabbinica/10442/

pubblicato 21 luglio 2011
Note di Olodogma:
2) Chi ha voluto la Seconda Guerra Mondiale? Recensione/intervista a Gian Pio Mattogno:http://olodogma.com/wordpress/2013/03/11/0152-chi-ha-voluto-la-seconda-guerra-mondiale-recensioneintervista-a-gian-pio-mattogno/
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Volontari pellerossa che combatterono nelle ultime fasi della 2^ guerra mondiale tra le file delle Waffen SS o SS combattenti.

Bandiera ufficiale del German-American Bund
 
Secondo documenti top secret, declassificati agli inizi del XXI secolo, sembrerebbe che nativi indiani d’America, chiamati comunemente pellerossa, avrebbero fatto parte di un costituendo reparto delle Waffen SS o SS combattenti. Da documenti finalmente resi pubblici, sembra che le SS avrebbero costituito sul finire della seconda guerra mondiale un reparto da esplorazione, denominato ufficialmente come “Aufklarung Reiter Kompanie “Chief Sitting Bull”. Ma come si era giunti a tanto?
 
Ebbene, nativi indiani d’America che erano stati forzatamente arruolati come coscritti nell’Esercito americano dell’ US Army, furono catturati dalla Wehrmacht durante le battaglie di Kasserine in Africa settentrionale, a Monte Cassino in Italia e in Normandia. Questi pellerossa gradirono molto entrare a far parte delle Waffen SS con la speranza che il Terzo Reich uscisse vincitore prima in Europa e poi andasse alla conquista dell’America per distruggere il governo della banda di Roosevelt che consideravano plutocratico, con il fine ultimo di poter edificare una nuova nazione autonoma di indiani d’America.
 
Il loro leader era il capo Cherokee Standing Bull, il cui avo era Toro Seduto. Standig Bull cercò invano di avere un incontro con il Fuhrer per essere nominato il gauleiter o governatore di un indipendente Cherokee-land ma invano, perché  il fuhrer si trovava all’epoca in Prussia. Chief Standing Bull ebbe però il gradito onore di avere un incontro con il Reichsfuhrer delle SS Himmler. Dopo tale colloquio, venne costituito un reparto di cavalleria da esplorazione di “braves” o “guerrieri pellerossa” e Chief Standing Bull fu nominato Braves-Sturmbannfuhrer o “maggiore dei pellerossa” da Himmler in persona.
 
Viene riferito che tale unità di guerrieri pellerossa incorporati nelle SS furono impiegati durante l’offensiva delle Ardenne ed essi andavano alla ricerca soprattutto di scalpi degli americani fatti prigionieri. Sembra che alcuni prigionieri statunitensi furono salvati addirittura da uomini della Gestapo.
Poi furono impiegati nella battaglia di Berlino contro i sovietici.
Solo 30 pellerossa sopravvivranno a tale battaglia, incluso Chief Standing Bull che fu anche un testimone delle nozze tra Eva Braun e Hitler in quegli ultimi caotici giorni del Terzo Reich.
 
Sapendo che i sovietici avevano catturato i pellerossa, il presidente USA Truman li richiese a Stalin che fu ben contento di sbarazzarsene.
Così i 30 pellerossa rimpatriarono negli USA e nel 1947 furono giudicati da una corte marziale militare per tradimento. Solo nel 1995 saranno perdonati dal presidente Clinton.