sabato 15 dicembre 2012

NAPOLITANO E L'IMMUTABILITA' DELL'ESSERE (EUROPA)

 
No,no...,non è alla filosofia che mi riferisco,non è cosa per me. È,invece,l'ultima delle esternazioni presidenziali quella cui faccio riferimento. Alla stampa estera,per precisione. Nota per la totale parzialità delle posizioni che rappresenta e per la faziosità con cui tratta l'Italia e gli italiani. Quelli,ovviamente,che non siano asserviti ai padroni (anche degli stessi media) economici,politici e pure religiosi che dominano l'Occidente e l'Europa in particolare. Ecco quindi la "rassicurazione" sul fatto che,chiunque andrà al governo,non verranno modificati gli impegni sottoscritti con l'Unione Europea. Caspita,come fa il vegliardo napoletano ad essere così sicuro ?
Sa già che,in caso di vittoria della sinistra,Bersani proseguirà il cammino della Trilateral, della Goldman Sachs,del Bilderberg ed affini ? Soprattutto,ha pure avuto la garanzia che si trasformeranno in esattori di banche,banchieri e finanzieri vari pure Vendola e la galassia dei centri sociali,delle associazioni e dei sindacati già comunisti ? Sembrerebbe proprio di si. Tranne che....sappia già oggi quel che molti vediamo come un pericolo incombente. Monti guiderà il prossimo esecutivo,non importa come e con chi. Magari con Berlusconi. In ogni caso le parole del "Capo dello Stato" hanno un solo chiaro significato : italiani,votate come volete. Tanto, quel che eleggerete come governo ,non potrà proprio decidere niente !
I giochi sono già fatti,garantisco io.
All'Europa,all'Onu,alla Nato (non sono mancati neppure i riferimenti agli indissolubili impegni internazionali) possono stare tranquilli. L'Italia continuerà a servire devotamente Obama,gli Usa e la finanza mondiale. Finché morte non ci separi.


Grazie per l'attenzione.
Vincenzo Mannello

SUA MAESTA' FERDINANDO II di BORBONE RE delle DUE SICILIE come mise in ordine i conti dello Stato


 
REGNO delle DUE SICILIE

SUA MAESTA' FERDINANDO II di BORBONE RE delle DUE SICILIE come mise in ordine i conti dello Stato :

Nessuno ebbe il coraggio di ammettere il proprio debito pubblico per non incidere negativamente sul prestigio del ...
proprio Stato; Re Ferdinando ebbe questo coraggio, ma non solo.

Egli come Sovrano diede il BUON ESEMPIO riducendo come prima cosa, il proprio appannaggio da 190.000 DUCATI a 10.000 DUCATI, (come se oggi le alte cariche di uno stato ed i parlamentari vivessero con le stesse spese di tutti gli altri cittadini).
Non amava lo sfarzo e se viaggiava, imponeva cortei molto ridotti prediligendo la ospitalità in case private del luogo, piuttosto che attrezzare grandi e costose accoglienze Reali.

E cominciando dalle proprie spese scese via via in tutti gli altri rami della piramide amministrativa dello stato, fino ad arrivare anche alle spese militari e l'acquisto o la costruzione di altri mezzi militari che furono ridotti notevolmente.

FU FATTO DIVIETO per TUTTI di ACCUMULARE PIU APPANNAGGI

Con tali provvedimenti, nel giro di un anno pareggiò il bilancio, lasciando tutte le altre Corti Europee e del resto della penisola italiana, nel più completo smarrimento, incapaci di saper affrontare la situazione con la stessa purezza d'animo, lealtà ed onestà.

A tutto ciò, aggiunse un allegerimento fiscale, INEDITO, che attrasse imprenditori ed investimenti da tutto il mondo conosciuto di allora, facendo del Regno e delle Sue Capitali il luogo più ambito e la meta preferita.

Tutto questo contribuì a qualificare la politica del REGNO delle DUE SICILIE come un "cattivo esempio" da non seguire per chi , come le banche di allora riusciva a tenere sotto controllo i vari stati attraverso prestiti ed interessi , talvolta da strozzinaggio;
una ragione in più che si accumulò a danno del REGNO che di li a poco, dal 1860 in poi, per intenderci, fu ridotto ad un ammasso di rovine fumanti ed un popolo in fuga costretto ad emigrare tra il pubblico ludibrio in cerca di altre fortune.

Una tragedia che ancora oggi, dopo 150 anni non smette di far fuggire le braccia forti dei giovani e le migliori menti, che vanno ad edificare le proprie fortune e quelle di altri stati in giro per il mondo, piuttosto che contribuire a rendere superlativa la propria Terra.

Qui di seguito riportiamo il testo integrale dei provvedimenti attuati dal Grande Sovrano, tacciato di essere il "peggiore" dal 1860 in poi, quasi ad intimidire chiunque ne volesse seguire le orme o semplicemente condividerne o ricordarne i suoi principi ispiratori che per lui erano solo due : Dio ed il Popolo di cui ne era fedele Servitore oltre che intima parte di quest'ultimo.


______


.................................SUA MAESTA'.............................
.................................FERDINANDO II............................
..............................Per la grazia di Dio..........................
...................RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE................
............................DI GERUSALEMME, ec.........................
............DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO ec. ec.........
.......GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA ec. ec. ec...

Fin da' primi momenti del nostro avvenimento al Trono, Noi dichiarammo esservi nelle finanze delle piaghe profonde.

Promettemmo di applicarci a curarle, e recare nel tempo stesso qualche alleviamento a' pubblici pesi.

Le conseguenze fatali della straniera usurpazione, gli avvenimenti disgraziati del 1820 hanno in prima rivolte le nostre cure alla parte de' nostri domini al di qua del Faro. Queste speranze rimasero deluse.
Per le conseguenze degli avvenimenti del 1820 esisteva un deficit che di anno in anno si aumentava per gli interessi di cui era gravato. Sotto il titolo misterioso di debito galleggiante ammesso dalle nuove teorie di finanze, non lascia di essere un debito: è tanto più grave, tanto più molesto, perché non trova nei fondi di ammortizzazione un perenne presidio, perché le sue scadenze non sempre possono differirsi. La somma ne ascende a D. 4.345.251,50. Il primo passo indispensabile alla prosperità delle finanze è quello di estinguerlo a gradi.

Posta così al nudo la cosa, il vuoto effettivo ch'esiste nello stato discusso da formarsi pel 1831, inclusa una parte del pagamento del debito galleggiante di sopra indicato è di 1.128.167.

Noi ne fummo profondamente rattristati, ma non disanimati: confidando nel divino aiuto, che abbiamo invocato al cominciar del Nostro Regno, e nell'amore del nostro popolo. Noi siamo sicuri che con ferma costanza godremo di un avvenire più lieto. Fedele alle nostre promesse di fare ogni personale sacrificio, noi abbiam già conceduto un rilascio dalla nostra borsa privata di Ducati 180.000

- Altro ne facciamo dall'assegnamento della nostra Real Casa di Ducati 190.000. -
Conciliando il mantenimento ed il benessere di tutte le nostre attuali forze di terra e di mare col perfetto ordine in cui sono stati rimessi i rami di marina, e guerra, abbiamo ottenuto una diminuzione di D. 340.000.
La severa riforma fatta negli esiti de' diversi Ministeri ha prodotto un' economia di D. 531.667.
Sono di D. 1.241.667. Pareggiati in tal modo gl' introiti e le spese dello stato discusso pel 1831 rimanendovi una somma disponibile di D. 113.500.
Noi ci siamo proposti di impiegarla al sollievo della parte più bisognosa del nostro popolo. Il dazio sul macinato imposto col citato decreto del 28 maggio 1826 richiamava la nostra prima attenzione. Ma questa imposta ascendendo a D. 1.253.000 non avrebbe in tal modo ricevuto che un poco sensibile alleviamento. Non potendo chiedere né alla proprietà né all' industria altri sacrifizj, senza portare grave ferita a queste sorgenti della pubblica prosperità, ci siamo per necessità rivolti ad una nuova ritenuta delle spese dette di materiali, ad una ritenuta su' soldi e su' godenti le pensioni di grazia e giustizia. Essendo questa classe particolarmente rivestita della nostra fiducia, godendo le preminenze della pubblica considerazione, degli onori, delle beneficenze, e de' soldi che le danno
più facili mezzi di sussistenza. Noi non faremo a questa classe il torto di crederla poco impegnata al pubblico bene. Questa nuova ritenuta non toccherà gli impiegati ed i pensionisti che godono un appannaggio di D. 25 mensuali in sotto. Crescerà con moderate proporzioni per le classi ascendenti, e se parrà grave per gli impiegati e pensionisti che trovansi alle sommità, in risultato la somma che loro rimane non sarà certo inferiore agli antichi soldi, alle antiche pensioni della Monarchia delle Due Sicilie; e allorché le vecchie costumanze di uno Stato possono utilmente rivivere, è prudente cosa il farlo, ed è indispensabile nella nostra posizione attuale.
Riconosciuta la necessità di queste misure dopo maturamente esaminate nel nostro Consiglio ordinario di Stato se n'è a Noi rassegnato il corrispondente progetto. Considerando che i soprassoldi, le gratificazioni, le identità cumulate da' soldi sono un
favore d'eccezione, che per qualunque titolo concedute non può essere continuato ne' gravissimi bisogni dello Stato, che debbono pur nondimeno essere conservati i

soprassoldi militari solo a distinguere il servizio attivo dal servizio sedentaneo, o di riforma, le indennità di alloggio de' militari medesimi, come del pari le semplici e necessarie indennità di scrittojo;Considerando che l'unione di diversi uffizj in una stessa persona non concede per i regolamenti in vigore se non che la scelta del soldo maggiore, e che avendo onorata origine da un attestato di nostra fiducia ne' talenti e nello zelo degli impiegati, dà ad essi il titolo alla nostra Sovrana considerazione negli ascensi;
Considerando che gli attuali soldi avendo ottenuto nella prosperità di cui lo Stato godeva prima delle fatali vicende del 1820 il considerabile aumento relativamente agli antichi soldi, possono oltre della ritenuta già esistente soffrirne una nuova;
Considerando che nelle nuove ritenute giova esentarne gli averi cumulati non maggiore di D. 25 mensuali, convenga proporzionalmente tassar gli altri in modo che il peso maggiore ricada su di quelli che sono più elevati;
Considerando essere opportuna una nuova ritenuta sulle spese di materiale;
Considerando che le pensioni di giustizia possono essere tassate colla stessa proporzione de' soldi e quelle di grazia possono soffrire un peso maggiore;
Considerando che nell' alleviamento promesso 'a nostri sudditi l' imposta sul macino richiama le nostre prime cure, essendo quella che grave è per sua natura alla classe più bisognosa e più povera;Sulla proposizione dei Nostri Ministri Segretarj di Stato delle finanze e degli affari interni:
Udito il nostro Consiglio di Stato ordinario;
Abbiamo risoluto di decretare quanto segue:
Art 1. Sono abolite le cumulazioni tutte di soldo con soprassoldo, pensioni ed altri averi, per qualsiasi titolo conceduti, e sotto qualsivoglia denominazione, la cui somma riunita oltrepassi i D. 25 per mese, di modo che restino conservati per tutte le diverse spettanze i predetti D. 25 mensuali. Sono di questa disposizione eccettuati i soprassoldi ed indennità di alloggio e mobilio de' militari, non che le indennità di scrittojo.
Art 2. I soldi e le pensioni di giustizia che non oltrepassano D. 25 mensuali saranno esenti dalla nuova ritenuta a' termini dell' Art. 1, la quale per le classi ascendenti da D. 25 ed un grano verrà regolata giusta la seguente tariffa: da mensuali D. 25,01 a D. 50 al 2,50 per cento - Da 50,01 a 100 al 5 - Da 101,01 a 150 al 7,50
- Da 150,01 a 200 al 10 - Da 200,01 a 300 al 15 - Da 300,01 a 400 al 20 - Da 400,01 a 500 al 25
- Da 500,01 a 700 al 30 - Da 700,01 a innanzi al 40.
Art 3. Le ritenute sulle pensioni di grazia (osservate le prescrizioni dell' Art. 1) saranno fatte al doppio della tariffa contenuta nell' art. precedente.
Art 4. Sarà ritenuta una seconda decima sulle spese di materiale.
Art 5. Il decimo che in atto si paga sulle pensioni e su' soldi, ed in generale sugli esiti tutti della tesoreria continuerà a ritenersi. Le ritenute soprindicate sono state approssimativamente calcolate per D. 474.030. I quali uniti a' D. 113.500 avanzo precedente formano la somma di D. 587.530.
Art 6. Il dazio sul macinato imposto a' termini degli art. 7 ed 8 cap. 3 del decreto de' 28 Maggio 1826, calcolato allora per D. 1.253.000 è diminuito per metà, seguendosi la ripartizione fattane in esecuzione del citato real decreto.
Art 7. Essendo l'importo della metà del dazio sul macinato che si sopprime in D. 626.500, la somma che manca in D. 38.968 sarà prelevata dalle economie, che nel corso dell' anno si eseguiranno da' nostri Ministri nei rispettivi dipartimenti.
Art 8. Il nostro Consigliere Ministro di Stato Presidente interino del Consiglio de' Ministri e tutti i nostri Ministri Segretarj di stato sono incaricati della esecuzione del presente decreto.

Firmato: FERDINANDO
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giovedì 13 dicembre 2012

Berlusconi è un mafioso ?


  10 domande al Cavaliere per negarlo

Dai miliardi per comprare il terreno della futura Milano-2, alle società siciliane con parenti di Buscetta : al Signore di Arcore la parola.
Spieghi, e sia chiaro.
di Max Parisi

Basta. Basta con questa indicibile manfrina messa in piedi dai mezzi di comunicazione di massa sulle vicende giudiziarie - specialmente quelle palermitane - di Silvio Berlusconi.

È arrivata l'ora delle certezze definitive. Di seguito presento al signor Berlusconi una serie di domande invitandolo pubblicamente a rispondere nel merito con cristallina chiarezza affinché una volta per tutte sia lui in prima persona a dimostrare - se ne è capace - che con Cosa Nostra non ha e non ha mai avuto nulla a che fare.

A scanso di equivoci e strumentalizzazioni, già da ora - signor Berlusconi - le annuncio che nessuna delle notizie sul suo conto che leggerà in questo articolo è frutto di "pentimenti", e nessuna delle domande che le sto per porre si basa o prende spunto anche fosse in modo marginale dalle parole dei cosiddetti "pentiti".

Tutto al contrario, esse si basano su personali indagini e su documenti amministrativi che in ogni momento - se lo riterrà - potrò inviarle perché si sinceri della loro autenticità. Detto questo, prego, legga, e mi sappia poi dire.Partiamo da lontano, perché lontano inizia la sua storia imprenditoriale, signor Berlusconi.

Primo quesito :

Lei certamente ricorda che il 26 settembre 1968 la sua società - l'Edilnord Sas - acquistò dal conte Bonzi l'intera area dove di lì a breve lei costruirà il quartiere di Milano2. Lei pagò l'area circa 4.250 lire al metro quadrato, per un totale di oltre 3 miliardi. Questa somma, nel 1968 quando lei aveva appena 32 anni e nessun patrimonio familiare alle spalle, è di enorme portata. Oggi, tabelle Istat alla mano, equivarrebbe a 38 miliardi, 739 milioni e spiccioli. Dopo l'acquisto - intendo dire nei mesi successivi - lei aprì un gigantesco cantiere edilizio, il cui costo arriverà a sfiorare 500 milioni al giorno, che in circa 4-5 anni porterà all'edificazione di Milano2 così come è oggi. Ecco la prima domanda : signor Berlusconi, a lei, quando aveva 32 anni, gli oltre 30 miliardi per comprare l'area, chi li diede ? Inoltre : che garanzie offrì e a chi per ricevere tale ingentissimo credito? In ultimo: il denaro per avviare e portare a conclusione il super-cantiere, chi glielo fornì? Vede, se lei non chiarisce questi punti, si è autorizzati a credere che le due misteriose finanziarie svizzere amministrate dall'avvocato di Lugano Renzo Rezzonico "sue finanziatrici", così come altre finanziarie elvetiche che entreranno in scena al suo fianco e che tra poco incontreremo, sono paraventi dietro i quali si sono nascosti soggetti tutt'altro che raccomandabili. Sì, perché - mi creda signor Berlusconi - nel 1998, oggi, se lei chiarisse una volta per tutte, con nomi e cognomi, chi le prestò tale gigantesca fortuna facendo con questo crollare ogni genere di sospetto e insinuazione sul suo conto, nessuno e dico nessuno si alzerebbe per criticarla sostenendo che lei operò con capitali sfuggiti, per esempio, al fisco italiano e riparati in Svizzera, poi rientrati in Italia grazie alla sua attività imprenditoriale. Sarei il primo ad applaudirla, signor Berlusconi, se la realtà fosse questa. Se invece di denaro frutto di attività illecite, si trattò di risparmi onestamente guadagnati e quindi sottratti dai rispettivi proprietari al fisco assassino italiota che grazie a lei ridiventarono investimenti, lei sarebbe da osannare. Parli, signor Berlusconi, faccia i nomi e il castello di accuse di riciclaggio cadrà di schianto.

Secondo quesito :

Il 22 maggio 1974 - certamente lo ricorda, signor Berlusconi - la sua società "Edilnord Centri Residenziali Sas" compì un aumento di capitale che così arrivò a 600 milioni (4,8 miliardi di oggi, fonte Istat). Il 22 luglio 1975 la medesima società eseguì un altro aumento di capitale passando dai suddetti 600 milioni a 2 miliardi (14 miliardi di oggi, fonte Istat). Anche in questo caso, vorrei sapere da dove e da chi sono arrivati queste forti somme di denaro in contanti.

Terzo quesito :

Il 2 febbraio 1973 lei fondò un'altra società, la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola impresa diventò una Spa con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi e lei farà in modo di emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Signor Berlusconi, anche in questo caso le chiedo: il denaro in contanti per queste forti operazioni finanziarie, chi glielo diede? Fuori i nomi.

Quarto quesito :

Lei non può essersi scordato che il 15 settembre 1977 la sua società Edilnord cedette alla neo-costituita "Milano2 Spa" tutto il costruito del nuovo quartiere residenziale nel Comune di Segrate battezzato "Milano2" più alcune aree ancora da edificare di quell'immenso terreno che lei comperò nel '68 per l'equivalente di più di 32 miliardi in contanti. Tuttavia quel 15 settembre di tanti anni fa, accadde un altro fatto: lei, signor Berlusconi, decise il contemporaneo cambiamento di nome della società acquirente. Infatti l'impresa Milano2 Spa iniziò a chiamarsi così proprio da quella data . Il giorno della sua fondazione a Roma, il 16 settembre 1974, la futura Milano 2 Spa - come lei senza dubbio rammenta - viceversa rispondeva al nome di Immobiliare San Martino Spa, "forte" di un capitale di lire 1 (un) milione, il cui amministratore era Marcello Dell'Utri. Lo stesso Dell'Utri che lei, signor Berlusconi, sostiene fosse a quell'epoca un «mio semplice segretario personale». Sempre il 15 settembre 1977, quel milione venne portato a 500 e la sede trasferita da Roma a Segrate. Il 19 luglio 1978, i 500 milioni diventeranno 2 miliardi di capitale sociale. Ecco, anche in questo caso, vorrei sapere dove ha preso e chi le ha fornito tanto denaro contante e in base a quali garanzie.

Quinto quesito :

Signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest , certamente ricorda che nacque in due tappe. Partiamo dalla seconda: l'8 giugno 1978 lei fondò a Roma la "Finanziaria d'Investimento Srl" - in sigla Fininvest - dotandola di un capitale di 20 milioni e di un amministratore che rispondeva al nome di Umberto Previti, padre del noto Cesare di questi tempi grami (per lui).
Il 30 giugno 1978 il capitale sociale di questa sua creatura venne portato a 50 milioni, il 7 dicembre 1978 a 18 miliardi, che al valore d'oggi sarebbero 81 miliardi, 167 milioni e 400 mila lire. In 6 mesi, quindi, lei passò dall'avere avuto in tasca 20 milioni per fondare la Fininvest Srl a Roma, a 18 miliardi. Fra l'altro, come lei certamente ricorda, la società in questo periodo non possedeva alcun dipendente.
Nel luglio del 1979 la Fininvest Srl , con tutti quei soldi in cassa, venne trasferita a Milano. Poco prima, il 26 gennaio 1979 era stata "fusa" con un'altra sua società dall'identico nome, signor Berlusconi: la Fininvest Spa di Milano.
Questa società fu la prima delle due tappe fondamentali di cui dicevo poc'anzi alla base dell'edificazione del suo impero, e in realtà di milanese aveva ben poco, come lei ben sa. Infatti la Fininvest Spa venne anch'essa fondata a Roma il 21 marzo del 1975 come Srl, l'11 novembre dello stesso anno trasformata in Spa con 2 miliardi di capitale, e quindi trasferita nel capoluogo lombardo. Tutte operazioni, queste, che pensò, decise e attuò proprio lei, signor Berlusconi.Dopo la fusione, ricorda ?, il capitale sociale verrà ulteriormente aumentato a 52 miliardi (al valore dell'epoca, equivalenti a più di 166 miliardi di oggi, fonte Istat). Bene, fermiamoci qui. Signor Berlusconi, i 17 miliardi e 980 milioni di differenza della Fininvest Srl di Roma (anno 1978) chi glieli fornì? Vorrei conoscere nomi e cognomi di questi suoi munifici amici e anche il contenuto delle garanzie che lei, signor Berlusconi, offrì loro. Lo stesso dicasi per l'aumento, di poco successivo, a 52 miliardi. Naturalmente le chiedo anche notizie sull'origine dei fondi, altri 2 miliardi, della "gemella" Fininvest Spa di Milano che lei fondò nel 1975, anno pessimo per ciò che attiene al credito bancario e ancor peggio per i fondamentali dell'economia del Paese.

Sesto quesito :

Lei, signor Berlusconi, almeno una volta in passato tentò di chiarire il motivo dell'esistenza delle 22 (ma c'è chi scrive, come Giovanni Ruggeri, autore di "Berlusconi, gli affari del Presidente" siano molte di più, addirittura 38) "Holding Italiane" che detengono tuttora il capitale della Fininvest , esattamente l'elenco che inizia con Holding Italiana Prima e termina con Holding Italiana Ventiduesima. Lei sostenne che la ragione di tale castello societario sta nell'aver inventato un meccanismo per pagare meno tasse allo Stato. Così pure, signor Berlusconi, lei ha dichiarato che l'inventore del marchingegno finanziario, che ripeto detiene - sono sue parole - l'intero capitale del Gruppo, fu Umberto Previti e l'unico scopo per il quale l'inventò consisteva - e consiste tutt'oggi - nell'aver abbattuto di una considerevole percentuale le tasse, ovvero il bottino del rapinoso fisco italiota ai suoi danni, con un meccanismo assolutamente legale. Queste, mi corregga se sbaglio, furono le ragioni che addusse a suo tempo, signor Berlusconi, per spiegare il motivo per cui il capitale della Fininvest è suddiviso così.

È una motivazione, però, che a molti appare quanto meno curiosa, se raffrontata - ad esempio - con l'assetto patrimoniale di un altro big dell'imprenditoria nazionale, Giovanni Agnelli, che viceversa ha optato da molti anni per una trasparentissima società in accomandita per detenere e definire i propri beni e quote del Gruppo Fiat. In sostanza lei, signor Berlusconi, più volte ha ribadito che "dietro" le 22 Holding c'è soltanto la sua persona e la sua famiglia. Non avrò mai più motivo di dubitare di questa sua affermazione quando lei spiegherà con assoluta chiarezza le ragioni di una sua scelta a dir poco stupefacente. Questa: c'è un indirizzo - a Milano - che lei, signor Berlusconi conosce molto bene. Si tratta di via Sant'Orsola 3, pieno centro cittadino.

A questo indirizzo nel 1978 nacque una società fiduciaria - ovvero dedita alla gestione di patrimoni altrui - denominata Par.Ma.Fid.A fondarla furono due commercialisti, Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini. Detto questo, certo rammenta, signor Berlusconi, che importanti quote di diverse delle suddette 22 Holding verranno da lei intestate proprio alla Par. Ma.Fid. Esattamente il 10 % della Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima, più il 49% della Holding Italiana Prima, la quale - in un perfetto gioco di scatole cinesi - a sua volta detiene il 100% del capitale della Holding Italiana Sesta e Settima e il 51% della Holding Italiana Ventiduesima.

Vede, signor Berlusconi, dovrebbe chiarirmi per conto di chi la Par.Ma .Fid. gestirà questa grande fetta del Gruppo Fininvest e perché lei decise di affidare proprio a questa società tale immensa fortuna. Infatti lei - che è un attento lettore di giornali e ha a sua disposizione un ferratissimo nonché informatissimo staff di legali civilisti e penalisti - non può non sapere che la Par.Ma .Fid. è la medesima società fiduciaria che ha gestito - esattamente nello stesso periodo - tutti i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bono, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Carmelo Gaeta e altri boss - di area corleonese e non - operanti a Milano nel traffico di stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona. Quindi, signor Berlusconi, a chi finivano gli utili della Fininvest relativi alle quote delle Holding in mano alla Par.Ma.Fid.? Per conto di chi la Par.Ma .Fid. incassava i dividendi e gestiva le quote in suo possesso? Chi erano - mi passi il termine - i suoi "soci", signor Berlusconi, nascosti dietro lo schermo anonimo della fiduciaria di via Sant'Orsola civico 3? Capisce che in assenza di una sua precisa quanto chiarificatrice risposta che faccia apparire il volto - o i volti - di coloro che per anni incasseranno fior di quattrini grazie alla Par.Ma.Fid., ovvero alle quote della Fininvest detenute dalla Par.Ma.Fid. non si sa per conto di chi, sono autorizzato a pensare che costoro non fossero estranei all'altro "giro" di clienti contemporaneamente gestiti da questa fiduciaria, clienti i cui nomi rimandano direttamente ai vertici di Cosa Nostra.

Settimo quesito :

E' universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore è "nato col mattone" per poi approdare alla televisione. Proprio sull'edificazione del network tivù è incentrato questo punto. Lei, signor Berlusconi, certamente ricorda che sul finire del 1979 diede incarico ad Adriano Galliani di girare l'Italia ad acquistare frequenze tivù. Lo scopo - del tutto evidente - fu quello di costituire una rete di emittenti sotto il suo controllo, signor Berlusconi, in modo da poter trasmettere programmi, ma soprattutto pubblicità, che così sarebbe stata "nazionale" e non più locale. La differenza dal punto di vista dei fatturati pubblicitari, ovviamente, era enorme. Fu un piano perfetto. Se non che, Adriano Galliani invece di buttarsi a capofitto nell'acquisto di emittenti al Nord, iniziò dal Sud e precisamente dalla Sicilia, dove entrò in società con i fratelli Inzaranto di Misilmeri (frazione di Palermo) nella loro Retesicilia Srl, che dal 13 novembre 1980 vedrà nel proprio consiglio di amministrazione Galliani in persona a fianco di Antonio Inzaranto. Ora lei, signor Berlusconi, da imprenditore avveduto qual è, non può non avere preso informazioni all'epoca sui suoi nuovi soci palermitani, personaggi molto noti da quelle parti per ben altre questioni, oltre la tivù. Infatti Giuseppe Inzaranto, fratello di Antonio nonché suo partner, è marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta. No, sia chiaro, non mi riferisco al "pentito Buscetta" del 1984, ma al super boss che nel '79 è ancora braccio destro di Pippo Calò e amico intimo di Stefano Bontate, il capo dei capi della mafia siciliana. Quindi, signor Berlusconi, perché entrò in affari - tramite Adriano Galliani - con gente di questa risma? C'è da notare, oltre tutto, che i fratelli Inzaranto sono di Misilmeri. Le dice niente, signor Berlusconi, questo nome? Guardi che glielo sto chiedendo con grande serietà. Infatti proprio di Misilmeri sono originari i soci siciliani della nobile famiglia Rasini che assieme alla famiglia Azzaretto - nativa di Misilmeri, appunto - fondò nel 1955 la banca di Piazza Mercanti, la Banca Rasini. Giuseppe Azzaretto e suo figlio, Dario Azzaretto, sono persone delle quali lei, signor Berlusconi, con ogni probabilità sentiva parlare addirittura in casa da suo padre. Gli Azzaretto erano - con i Rasini - i diretti superiori di suo padre Luigi, signor Berlusconi. Gli Azzaretto di Misilmeri davano ordini a suo padre, signor Berlusconi, che per molti anni fu loro procuratore, il primo procuratore della Banca Rasini. Certo non le vengo a chiedere con quali capitali - e di chi - Giuseppe Azzaretto riuscì ad affiancarsi nel 1955 ai potenti Rasini di Milano, tenuto conto che Misilmeri è tutt'oggi una tragica periferia della peggiore Palermo, però che a lei Misilmeri possa risultare del tutto sconosciuta, mi appare inverosimile. Ora le ripeto la domanda: si informò sulla "serietà" e la "moralità" dei nuovi soci - il clan Inzaranto - quando tra il 1979 e l'80 diverranno parte fondamentale della sua rete tivù nazionale?

Ottavo quesito :

Certo a lei, signor Berlusconi, il nome della società Immobiliare Romana Paltano non può risultare sconosciuto. È impossibile non ricordi che nel 1974 la suddetta, 12 milioni di capitale, finì sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell'Utri, perché proprio sui terreni di questa società lei darà corso all'iniziativa edilizia denominata Milano3. Così pure ricorderà che nel 1976 l 'esiguo capitale di 12 milioni aumenterà a 500, e che il 12 maggio del 1977 salirà ulteriormente a 1 (un) miliardo, e che cambierà anche la sua denominazione in Cantieri Riuniti Milanesi Spa. Come al solito, vengo subito al dunque: anche in questo ennesimo caso, chi le fornì, signor Berlusconi, questi forti capitali per aumentare la portata finanziaria di quella che era una modestissima impresa del valore di soli 12 milioni quando la acquistò ?

Nono quesito :
Lei, signor Berlusconi, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondò l'Immobiliare Idra col capitale di 1 (un) milione. Questa società, che oggi possiede beni immobili pregiatissimi in Sardegna, l'anno successivo - era il 1978 - aumentò il proprio capitale a 900 milioni. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni (4 miliardi e 45 milioni d'oggi, fonte Istat) che fecero la differenza ?

Decimo quesito :

Signor Berlusconi, in più occasioni lei ha usato per mettere in porto affari di vario genere - l'acquisto dell'attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio - la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come nel precedente riferito alla Par.Ma. Fid., lei ha scelto una società fiduciaria - questa volta domiciliata in Svizzera - al cui riguardo le cronache giudiziarie si erano largamente espresse. Tenuto conto della potenza dello staff informativo che la circonda, signor Berlusconi, mi appare del tutto inverosimile che lei non abbia saputo, circa la Fimo di Chiasso, che è stata per lungo tempo il canale privilegiato di riciclaggio usato da Giuseppe Lottusi, arrestato il 15 novembre del 1991 mentre "esportava" forti capitali della temibile cosca palermitana dei Madonia. Così pure non le sarà sfuggito che Lottusi venne condannato a 20 anni di reclusione per quei reati. Tuttora è in carcere a scontare la pena. Ebbene , signor Berlusconi, se quel gangster finì in galera il 15 novembre del '91, nella primavera del 1992 - cioè pochi mesi dopo quel fatto che campeggiò con dovizia di particolari, anche circa la Fimo , sulle prime pagine di tutti i giornali - il suo Milan "pagò" una forte somma "in nero" - estero su estero - per la cessione di Gianluigi Lentini, e usò per la transazione proprio la screditatissima Fimo , fiduciaria di narcotrafficanti internazionali. Perché, signor Berlusconi?

Ecco, queste sono le domande. Risponda, signor Berlusconi. Presto. Come ha visto, di "pentiti" veri o presunti non c'è traccia nei 10 quesiti. Semmai c'è il profumo di centinaia di miliardi che tra il 1968 e il 1979 finirono nelle sue mani, signor Berlusconi. E tuttora non si sa da dove arrivarono. Poiché c'è chi l'accusa che quell'oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verità. Punto per punto, nome per nome. È un'occasione d'oro per farla finita una volta per tutte.

Sappia che d'ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo.
A QUESTE DOMANDE NON E' STATO MAI RISPOSTO E SONO ANCORA LI' N ELL'ARIA..

LO SBARCO IN SICILIA NEL 1943 Gli USA e la mafia

 
Vittorio Martinelli
Nei primi dieci mesi di guerra i sommergibili tedeschi affondarono nei pressi delle coste dell'Atlantico cinquecento navi statunitensi; era chiaro che venivano riforniti di viveri e di nafta da spie e traditori; marina e controspionaggio si dimostrarono impotenti. Il controspionaggio ebbe l'idea di ricorrere ai servigi della mafia, con la mediazione di Salvatore Lucania (detto “Lucky Luciano”) che stava scontando una condanna a 15 anni. I fratelli Camardos e Frank Costello, con la loro organizzazione mafiosa, riuscirono dove le strutture ufficiali avevano fallito: I'attività filo-nazista fu stroncata.
Da cosa nacque cosa. Abrogati nel 1942 i “decreti Mori” parecchi mafiosi ritornati in Sicilia avviarono contatti con gli “Alleati” che incominciarono ad arruolare uomini d'origine siciliana. A mezzo dei pescherecci, i mafiosi esercitarono lo spionaggio nel Mediterraneo; poi fornirono notizie sulle infrastrutture dell'isola, la dislocazione e la consistenza delle truppe dell'Asse in Sicilia. Del resto perché gli Alleati iniziarono l'invasione dell'Europa meridionale dalla Sicilia, anziché dalla Sardegna o dalla Corsica, dalle quali sarebbe stato agevole effettuare sbarchi in Toscana, Liguria o Provenza?
La tranquillità nelle retrovie delle truppe che sarebbero sbarcate costituiva la preoccupazione principale dei comandi alleati: fu scelta la Sicilia con la certezza di poter contare, sull'appoggio della mafia. Fu quest'ultima ad ospitare dal 1942 il colonnello Charles Poletti, futuro governatore militare, dall'aprile 1943 il colonnello britannico Hancok e un buon numero d'infiltrati italo-americani.
Dalla relazione conclusiva della Commissione antimafia presentata alle Camere il 4 febbraio 1976: “Qualche tempo prima dello sbarco angloamericano in Sicilia numerosi elementi dell'esercito americano furono inviati nell'isola, per prendere contatti con persone determinate e per suscitare nella popolazione sentimenti favorevoli agli alleati. Una volta infatti che era stata decisa a Casablanca l'occupazione della Sicilia, il Naval Intelligence Service organizzò una apposita squadra (la Target section), incaricandola di raccogliere le necessarie informazioni ai fini dello sbarco e della “preparazione psicologica” della Sicilia. Fu così predisposta una fitta rete informativa, che stabilì preziosi collegamenti con la Sicilia, e mandò nell'isola un numero sempre maggiore di collaboratori e di informatori. Ma l'episodio certo più importante è quello che riguarda la parte avuta nella preparazione dello sbarco da Lucky Luciano, uno dei capi riconosciuti della malavita americana di origine siciliana.
Si comprende agevolmente, con queste premesse, quali siano state le vie dell'infiltrazione alleata in Sicilia prima dell'occupazione. Il gangster americano, una volta accettata l'idea di collaborare con le autorità governative, dovette prendere contatto con i grandi capimafia statunitensi di origine siciliana e questi a loro volta si interessarono di mettere a punto i necessari piani operativi, per far trovare un terreno favorevole agli elementi dell'esercito americano che sarebbero sbarcati clandestinamente in Sicilia per preparare all'occupazione imminente le popolazioni locali. “Luciano” venne graziato nel 1946 “per i grandi servigi resi agli States durante la guerra”. E un fatto che quando il 10 luglio 1943 gli americani sbarcarono sulla costa sud della Sicilia, raggiunsero Palermo in soli sette giorni. Scrisse Michele Pantaleone: “...è storicamente provato che prima e durante le operazioni militari relative allo sbarco degli alleati in Sicilia, la mafia, d'accordo con il gangsterismo americano, s'adoperò per tenere sgombra la via da un mare all'altro...”.
Ancora la Commissione antimafia: "la mafia rinascente trovava in questa funzione, che le veniva assegnata dagli amici di un tempo, emigrati verso i lidi fortunati degli Stati Uniti, un elemento di forza per tornare alla ribalta e per far valere al momento opportuno, come poi effettivamente avrebbe fatto, i suoi crediti verso le potenze occupanti”.
Scrisse Lamberto Mercuri: “fu in quei mesi che la mafia rinacque e non tardò ad affacciarsi alla luce del sole: in realtà non era mai morta, né completamente debellata: le lunghe ed energiche repressioni del prefetto Mori ne avevano sopito per lungo tempo ardore e vigoria e fugato all'estero i capi più “rappresentativi” e più spietati che avevano tuttavia mantenuto contatti e legami con l'onorata società dell'isola”.
Nella confusione seguita all'invasione e alla caduta del Fascismo, la mafia vide l'opportunità di riorganizzare il vecchio potere, di insinuarsi nel vuoto del nuovo, raccogliendo i frutti della collaborazione con gli alleati. Molti suoi uomini noti ebbero cariche importanti: per esempio, un mafioso celeberrimo, don Calogero Vizzini, fu nominato da un tenente americano sindaco di Villalba; nella cerimonia d'insediamento, fu salutato da grida di “Viva la mafia!”.
“Vito Genovese - scrisse Mack Smith - benché ancora ricercato dalla polizia degli Stati Uniti in rapporto a molti delitti compreso l'omicidio, e sebbene avesse servito il fascismo durante la guerra, risultò stranamente essere un ufficiale di collegamento di una unità americana. Egli utilizzò la sua posizione e la sua parentela con elementi della mafia locale per aiutare a rastaurarne l'autorità...”.
Divenne il “braccio destro indigeno” del governatore Poletti, ma una banda ai suoi ordini rubava autocarri militari nel porto di Napoli, li riempiva di farina e zucchero, (pure sottratti agli alleati) che vendeva nelle città vicine. Altri mafiosi, meno noti, divennero interpreti o “uomini di fiducia”. L'atteggiamento del Governo militare fu ispirato a criteri utilitaristici; sta di fatto, però, che quest'apertura verso gli “amici degli amici” permise in breve alla mafia di riorganizzarsi, di riacquistare l'antica, indiscussa influenza. Aveva sempre cercato l'alleanza con il potere (anche con quello fascista, agl'inizi) ma per la prima volta le veniva conferito un crisma di legalità e di ufficialità che le consentiva d'identificarsi con il potere. I “nuovi quadri” saldarono o ripresero solidi legami con la malavita americana, indirizzandosi verso il tipo di criminalità associata “industriale” caratteristico del gangsterismo USA nel periodo tra le due guerre.
Sul numero di aprile di "Volontà" ho riepilogato le vicende della lotta - vittoriosa - condotta dal Fascismo contro la mafia. Il seguito della vicenda dimostra come, grazie agli anglo-americani, la seconda guerra mondiale rappresentò per la mafia l'occasione d'oro per una rigogliosa rinascita, come i fatti hanno dimostrato ampiamente.
Si suol dire oggi, da chi intende sminuirne il successo, che il Fascismo non debellò la mafia, semplicemente la costrinse all'inazione, tant'è vero che poi si ridestò più forte di prima. Se fu poco, perché il regime attuale non perviene al medesimo risultato? Basterebbe. Senza più delitti ed attività criminale, la mafia si ridurrebbe ad una patetica, folcloristica conventicola segreta che non darebbe noia e non farebbe più paura a nessuno.
 
http://web.tiscali.it/RSI_ANALISI/ 

MEMORANDUM DEL CITTADINO INCONSAPEVOLE




MEMORANDUM DEL CITTADINO INCONSAPEVOLE

con questo scritto gente oppressa (ma consapevole), lontanissima da qualsiasi movimento politico e lontanissima da ideologie ottocentesche o imperialistiche, invita la propria comunità alla riflessione circa i drammatici eventi che stanno colpendo l'Italia e altri paesi vittime dell'usura internazionale legalizzata.
Tramite il terrorismo mediatico del fantasma dello spread intere popolazioni stanno cedendo nell'inerzia più totale le fondamenta dello stato di diritto e della democrazia.

PERCHè SIAMO IN CRISI?

di sicuro non è colpa del cittadino comune e del suo stile di vita. La crisi viene creata da banche PRIVATE (colluse con i governi) che stanno facendo pagare a ignare popolazioni la loro scelleratezza speculativa

I GOVERNI ED I POLITICI POSSONO TIRARCI FUORI DA ESSA?

assolutamente no. Loro in tempi non sospetti hanno ceduto vitali sovranità a soggetti giuridici PRIVATI, e sono unicamente loro a decidere i nostri destini.
In costituzione è stato inserito il pareggio di bilancio, per cui ogni prospettiva di ripresa economica è praticamente impossibile.
I neo approvati MES (meccanismo europeo di stabilità) e FISCAL COMPACT ci prospettano un ventennio e più di manovre antisociali e di privatizzazioni selvagge.

PIù EUROPA è LA SOLUZIONE?

per niente. L'europa è il problema. L'europa NON è un'unione di popoli come ci vogliono far credere. L'europa è solo liberismo allo stato puro e convergenza della ricchezza nelle mani della "stegocrazia".L'europa si fonda sullo sfruttamento dei paesi periferici Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna.

USCIRE DALL'EURO CHI DANNEGGIA?

una eventuale uscita dall'euro terrorizza chi detiene ingenti capitali e risolleverebbe il ceto popolare. I guru pro euro sono spesso in malafede.
Uno dei fondatori dell'euro, un certo Jacques Attali affermò : " cosa crede la plebaglia europea, che la moneta unica è stata creata per la loro felicità?"

è POSSIBILE CANCELLARE IL DEBITO PUBBLICO?

sicuramente si, lo ha confermato recentemente il fondo monetario internazionale.
Sarebbe possibile cancellarlo facendo emettere moneta direttamente dallo Stato e non da entità private (come la BCE) che emettono moneta dal nulla e la prestano agli Stati.

COME POSSIAMO DIFENDERCI DA TUTTO QUESTO?

innanzitutto informandoci, cercando fonti non pro partes come la stampa o la tv. Riunirsi in maniera svincolata da qualsiasi sigla politica che inquinerà sempre gli interessi ed infine porterà il movimento su di un binario morto. Comprendere che destra e sinistra sono ENTRAMBE create per dividere i cittadini e dominarli con facilità estrema.

Se persistiamo nella passività, vivremo tempi molto peggiori rispetto ad ora, tenete conto che il nostro futuro è già finito nel cesso.

http://lelamedispadaccinonero.blogspot.it/

lunedì 10 dicembre 2012

Che cos’è la democrazia?


 
di Ubaldo Sterlicchio
 
È una domanda molto interessante, alla quale però occorre dare un’adeguata e coerente risposta.
 
In base al suo significato etimologico, la democrazia, vocabolo derivante dal greco e composto dai termini dèmos [popolo] e kràtos [forza, governo], è quella forma di gestione della cosa pubblica alla quale partecipano, direttamente o indirettamente, tutti i cittadini.
Le forme di «democrazia diretta» erano possibili nelle città-stato dell’antica Grecia, nell’antica Roma repubblicana, nei comuni medioevali. In età moderna, invece, sono realizzabili solamente forme di «democrazia indiretta», in considerazione dell’elevata consistenza numerica del démos.
Oggi, nell’ordinamento giuridico italiano, l’unico istituto superstite di democrazia diretta è il referendum abrogativo, previsto e disciplinato dall’articolo 75 della Costituzione repubblicana. Esso, quantunque soggetto a molteplici limitazioni formali e sostanziali,(1) consente al popolo di deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge. Il 2 giugno 1946, inoltre, il popolo italiano fu chiamato, una tantum [per una volta soltanto], ad esprimersi per scegliere, attraverso il referendum istituzionale, la forma dello Stato fra quella monarchica e quella repubblicana.
È bene puntualizzare, però, che la democrazia non si realizza affatto con l’arido atto formale di depositare, in un’urna, una scheda sulla quale “eventualmente” sia stato segnato un simbolo e/o siano state espresse delle preferenze. Parimenti, la democrazia non si realizza neppure attraverso il conferimento di una «delega in bianco» ad un rappresentante del popolo, impunemente libero, poi, di disattendere gli impegni assunti e di non tener fede alle promesse fatte durante la campagna elettorale o, comunque, di non tutelare gli interessi del démos. Questa è, in realtà, solo una pseudo-democrazia, che si traduce in una presa in giro ai danni dello stesso popolo.
Ciò premesso, vorrei qui proporre una chiave di lettura alquanto differente da quella solita, che tenga conto soprattutto degli aspetti «sostanziali», piuttosto che di quelli puramente «formali».
Io credo che la democrazia, indipendentemente dal tipo di Stato e dalla forma di Governo, consista nel dare concretamente voce al popolo, nell’ascoltarlo, nel recepirne le istanze, nel soddisfarne le esigenze ed i bisogni, nonché nell’assicurargli senza eccezione alcuna una vita dignitosa. La democrazia si realizza mantenendo un sincero rispetto verso il popolo, salvaguardandone gli interessi e non conculcando i suoi diritti, onde garantirgli il maggior benessere possibile.
Non è democratico, quindi, uno Stato che non solo non si ponga e non realizzi tali obiettivi, ma che tiranneggi il popolo, procurandogli gratuite sofferenze, inutili sacrifici od arbitrarie privazioni di varia natura; che gli imponga un fisco gravoso, vessatorio, ingiusto; che reprima le sue legittime aspirazioni o rivendicazioni, attraverso la menzogna, l’inganno e/o la violenza (non esclusa quella morale o psicologica), con l’impiego di mezzi di coazione fisica, fino all’utilizzo delle armi.
Non è, inoltre, democratico un regime che attui una politica militarista e guerrafondaia, al fine di soddisfare le proprie brame egemoniche, di potere, di conquista coloniale o di espansione territoriale e che, pertanto, mandi a morire i figli del popolo in terra straniera, il più delle volte ipocritamente mascherando le guerre di aggressione come interventi armati per garantire la libertà di altri popoli, o come «missioni di pace» ed «umanitarie», ovvero ricorrendo al risibile pretesto di esportare – ahimè! – proprio la democrazia. In questo caso, l’antidemocraticità di un governo che agisca in tal modo sortisce guasti in misura doppia, perché qualsivoglia azione bellica, oltre ad essere condotta in danno di un «altro popolo», comporta sempre degli alti costi, in termini di sofferenze e di vite umane, anche per il «proprio popolo».
Chiarissima è a tale riguardo, in piena concordanza con la testé enunciata nozione di democrazia, la Carta Costituzionale della Repubblica italiana, allorquando, all’articolo 11, sancisce che: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Alla luce di quanto detto, è lapalissiano che solo ed unicamente una «guerra difensiva» non contrasta con i princìpi della democrazia; anzi, la difesa militare diventa, in questo caso, un dovere imprescindibile, proprio per tutelare e garantire i diritti dello stesso popolo aggredito.
Non è, infine, conforme ai princìpi della democrazia la «cessione di parti di Sovranità», trattandosi di un atto illecito, illegale, illegittimo ed incostituzionale. Infatti, in virtù dell’articolo 1, comma 2, della già citata Carta Costituzionale, «La Sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»; pertanto, solo il Popolo è legittimato a delegarla ai suoi rappresentanti regolarmente eletti. Questi ultimi, in virtù del principio giuridico in base al quale: «delegatus non potest delegari», qualora sub-deleghino una qualsivoglia parte della Sovranità popolare, della quale sono democraticamente divenuti depositari e garanti, si rendono responsabili di una grave violazione per «manifesta incostituzionalità». Nessun popolo, infatti, è più sovrano, se non può più decidere della sua Sovranità; la qual cosa costituisce, peraltro, un formidabile preludio di pericolose derive totalitarie.
Ricapitolando: è conforme alla democrazia tutto ciò che viene fatto in favore del popolo, è antidemocratico tutto ciò che può danneggiare il popolo.
Volgiamo ora un breve sguardo diacronico alla storia d’Italia degli ultimi due secoli.
Alla luce di quanto premesso, possiamo, senza tema di smentita, affermare che, nell’Italia pre-unitaria, non furono affatto democratici i promotori delle varie «repubbliche giacobine» filo-francesi, che sorsero nel contesto delle invasioni napoleoniche.(2) Essi, infatti, non solo instaurarono, contro la volontà popolare, delle feroci «dittature oligarchiche», ma, in qualità di «collaborazionisti dello straniero invasore», rivolsero anche le armi contro le popolazioni della Penisola, provocando enormi bagni di sangue in danno dei propri connazionali.(3)
Successivamente, democratici non furono nemmeno i parlamenti ed i governi sedicenti «liberali», piemontesi prima ed italiani dopo, artefici del c.d. risorgimento. In primo luogo, perché essi erano espressione di un’esigua minoranza di borghesi, militari e nobili, che costituiva appena l’1% dell’intera popolazione;(4) si trattò, in realtà, di una «democrazia teorica», falsa ed esistente solo sulla carta, concretandosi, in tal modo, la più classica espressione del c.d. «totalitarismo d’élite».(5) Infatti, nel Regno sardo prima e nel Regno d’Italia poi, la classe dirigente, che si autodefiniva «liberale», si comportò in maniera dispotica, negando alle masse popolari il diritto ad essere rappresentate, ascoltate, tutelate.(6) In secondo luogo, perché i governi italo-piemontesi del 1860 e degli anni successivi, soprattutto con l’invasione e con l’annessione del Regno delle Due Sicilie, inaugurarono una stagione di terrore e di sangue, ponendo in atto una spietata repressione; furono massacrate centinaia di migliaia di figli del popolo duosiciliano e furono rasi al suolo ben 84 paesi del Sud d’Italia. Queste efferatezze sono semplicisticamente passate alla storia con l’ingannevole definizione di «lotta al brigantaggio», mentre innumerevoli furono le fucilazioni, indiscriminate e senza processo, di ex militari borbonici, popolani e contadini meridionali. Ci fu la più totale negazione della democrazia! Ed, a  tale riguardo Antonio Gramsci, molto crudamente, puntualizzò: «Fino all’avvento della Sinistra al potere, lo Stato italiano ha dato il suffragio solo alla classe proprietaria, è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di “briganti”».(7)
Non furono democratici nemmeno i governi dell’Italietta sabauda, nell’armare la mano del generale Fiorenzo Bava Beccaris, nel trascinare il Paese nelle patetiche avventure coloniali e nelle sanguinosissime guerre mondiali, nell’avvalersi ripetutamente degli stati d’assedio, nell’applicare con estrema leggerezza la legge marziale, nell’attuare feroci repressioni contro il popolo.
Non solo durante il periodo risorgimentale, ma anche dopo la stessa unità d’Italia, furono conculcate molte libertà del popolo italiano, quali quella politica all’autodeterminazione ed alla libera scelta dei propri governanti, quella di espressione, quella di associazione, quella di stampa e, soprattutto, quella religiosa dei cattolici.(8)
Riguardo, poi, ai cosiddetti «plebisciti di annessione» degli antichi Stati pre-unitari al Regno di Sardegna, è oramai acclarato e ben documentato che si trattò di consultazioni-farsa, la cui legittimità fu inficiata in toto, non solo per il clima di intimidazioni e di violenze in cui si svolsero, ma anche per i risaputi brogli dai quali furono caratterizzati.(9)
Un pietosissimo velo deve essere steso anche sui referendum abrogativi indetti nell’Italia repubblicana, molti dei quali si sono rivelati inutili, vuoi perché invalidi a causa del mancato raggiungimento dei relativi quorum, vuoi perché i responsi popolari (ad esempio, quello sul finanziamento pubblico ai partiti politici o quello sulla responsabilità civile dei magistrati) sono stati successivamente disattesi attraverso molteplici sotterfugi ben noti a tutti gli italiani e sui quali, in questa sede, reputo superfluo soffermarmi. Una vera e propria presa in giro!
Non credo che possano, infine, ritenersi democratici quei regimi che non amministrino con onestà la cosa pubblica, ignorando quel principio cardine di buon governo, immortalato dal brocardo latino: «obliti privatorum, publica curate [dimentichi dei privati interessi, occupatevi degli affari dello Stato]»; che non assicurino l’efficienza e l’imparzialità della giustizia, tanto quella penale, quanto quella civile e quella amministrativa; ovvero quei governi che, nell’odierno mondo globalizzato, attraverso l’uso di strumenti ancora più subdoli di quelli impiegati in passato, come l’indulgenza legislativa verso l’usura bancaria, non disgiunta da una contestuale iniqua tassazione, soffochino l’economia di un Paese, spingano al fallimento le attività economico-produttive e generino, di conseguenza, elevati livelli di disoccupazione, tanto da indurre al suicidio padri di famiglia e figli del popolo, ormai privati di ogni benché minimo mezzo di sostentamento.
Alla luce della chiave di lettura fin qui utilizzata, ritengo che nel nostro Sud, prima dell’unità d’Italia, in luogo di una banale ed inutile democrazia puramente «formale», esistesse una «democrazia sostanziale», di fatto. Vediamo perché.
Cominciamo col dire che il Regno delle Due Sicilie era uno Stato legittimo e sovrano, che nei 730 anni della propria storia non aveva mai nutrito mire espansionistiche e che, quindi, non aveva mai aggredito o minacciato nessuno. Pertanto, i figli del popolo duosiciliano non erano mai stati mandati a morire in alcuna guerra di conquista. Esso, al contrario, ha solamente subito infami e sanguinose aggressioni!
Lo storico Giacinto de’ Sivo,(10) testimone coevo, ci informa che nella società delle Due Sicilie «…la vita lieta e a buon mercato, piena di ricreazioni e godimenti era; chi non si impicciava di sette era civilmente liberissimo, e poteva far quello che voleva (…); qui tenui le statistiche dei delitti: raro l’omicidio, pochi i poveri, la fame quasi male ignoto; la carità religiosa e privata, comunale e governativa provvedeva; non carta moneta, tutto oro e argento, poche tasse, poche privazioni, con poco si godeva tutto. Facile il lavoro, lieve il prezzo, molte feste popolari, rispetto ai gentiluomini, giustizia, tutela, sicurezza per tutti, ordine sempre. Nella somma delle cose il reame era il meglio felice del mondo; e quanti vi arrivavano stranieri si arricchivano, e i più restavano. La popolazione in quarant’anni crebbe d’un quarto».(11)
Ebbene, in tutta franchezza, confesso che io preferisco senz’altro una siffatta forma di governo, poiché la giudico molto più democratica dei sedicenti «regimi democratici» che l’Italia unita ha avuto durante gli ultimi 151 anni della sua storia; e, meno che meno, gradisco quella attuale!
Ma, poiché qualcuno potrebbe ovviamente obiettare che Giacinto de’ Sivo era un filo-borbonico, reputo opportuno ricordare anche le illuminanti parole di un’autorevole personalità del tutto aliena da simpatie borboniche, ma senz’altro intellettualmente onesta, il liberale Francesco Saverio Nitti.(12) Lo statista, in merito al governo dei re Borbone, affermò che essi miravano «...ad assicurare la maggiore prosperità possibile al popolo (...) non si contentavano se non di contentare il popolo (...) bisognava leggere le istruzioni agli intendenti [i prefetti di oggi, n.d.r.] delle province, ai commissari demaniali, agli agenti del fisco per sentire che la monarchia cercava basarsi sull’amore delle classi popolari. Il re stesso scriveva agli intendenti di ascoltare chiunque del popolo; li ammoniva di non fidarsi delle persone più potenti; li incitava a soddisfare con ogni amore i bisogni delle popolazioni».(13)
Lo stesso Nitti ci fornisce, inoltre, una fulgida attestazione di gratitudine e di attaccamento del popolo meridionale alla Dinastia borbonica, riferendo che: «Le masse popolari delle Due Sicilie, da Ferdinando IV in qua, tutte le volte che han dovuto scegliere tra la monarchia napoletana e la straniera, tra il re e i liberali, sono state sempre per il re: il ’99, il ’20, il ’48, il ’60, le classi popolari sono state per la monarchia borbonica e per il re».(14)
Ed è fin troppo chiaro che le motivazioni a supporto dell’atteggiamento delle «masse popolari delle Due Sicilie», nelle scelte rilevate da Francesco Saverio Nitti, sono racchiuse proprio nel buon sistema sociale, politico ed economico in cui vivevano le popolazioni del Meridione d’Italia; queste condizioni di vita, così ben descritte dal summenzionato Giacinto de’ Sivo, sono indice inequivocabile del «reciproco rispetto» fra governanti e governati, che costituisce un valore fondamentale ed irrinunciabile nelle più autentiche forme di democrazia.
A ragion veduta, quindi, lo storico inglese Bolton King (1860-1937) affermò che «nessuno Stato in Italia poteva vantare istituzioni così progredite come quelle del Regno delle Due Sicilie».(15)
Ma c’è di più. Oltre alle direttive impartite ai responsabili della pubblica Amministrazione del Regno, lo stesso re Ferdinando II usava normalmente tenere «udienza privata» nel Palazzo reale di Napoli per due volte al mese. Chiunque del popolo poteva farne richiesta, venendo quindi inserito in una lista compilata dal c.d. «usciere maggiore», fino a che non si fosse raggiunto il numero massimo di sessanta persone al dì. Nel giorno loro assegnato, i convenuti affluivano nella Reggia e, dopo aver atteso il proprio turno nella gran sala [precisamente il salone che, all’epoca, era arredato con le due grandi tele del pittore romano Vincenzo Camuccini (1771-1844), raffiguranti rispettivamente la morte di Cesare e la morte di Virginia],(16) venivano ricevuti dal Sovrano. Entravano prima le donne e poi gli uomini, mentre i militari accedevano da ultimi, poiché per loro era più facile poter conferire con il re, disponendo di ulteriori opportunità presso gli acquartieramenti e nei campi d’arme.(17)
Non mi risulta che altrettanto abbiano fatto i sedicenti «costituzionali» re Savoia o facciano gli attuali presidenti della Repubblica italiana!
 
 
___________________
 
Note:
 
1 Le limitazioni formali consistono nella necessità, affinché il referendum possa essere indetto, che la relativa richiesta venga avanzata da 500.000 elettori, oppure da 5 Consigli regionali (art. 75, comma 1, Cost.) e nella necessità, ai fini della validità della consultazione referendaria stessa, che vengano assicurati i seguenti quorum: a) partecipazione della maggioranza degli aventi diritto; b) raggiungimento della maggioranza dei voti validamente espressi (art. 75, comma 4, Cost.). Le limitazioni sostanziali riguardano invece le materie, in quanto sono escluse dal referendum popolare abrogativo le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, nonché di autorizzazione a ratificare trattati internazionali (art. 75, comma 2, Cost.).
2 Durante l’invasione francese della Penisola, molti furono i movimenti popolari che spontaneamente insorsero in Italia contro tale aggressione: tra i più noti e rilevanti, rammentiamo i «Viva Maria» in Toscana e le «Pasque Veronesi» nel Veneto. Cfr. Massimo Viglione, “La Vandea italiana”, Effedieffe, Milano, 1996.
3 In particolare, a Napoli, nei giorni 21, 22 e 23 gennaio 1799, mentre l’intera città combatteva e moriva contro le truppe francesi, i giacobini, asserragliatisi in Castel Sant’Elmo, cannoneggiarono vigliaccamente alle spalle il popolo, provocando un bagno di sangue fra la propria gente, come peraltro testimoniò lo stesso generale Jean Antoine Championnet, comandante in capo dell’Armata francese. Dopo tre giorni di feroci combattimenti, i francesi furono padroni della città disseminata di cadaveri: si contarono 2.000 morti tra le fila degli invasori francesi e ben 10.000 fra i napoletani. Cfr. Gustavo Rinaldi, “1799 la Repubblica dei traditori. Il popolo del Regno di Napoli contro gli invasori francesi e i loro lacchè giacobini”, Grimaldi & C., Napoli 1999, pag. 38. Inoltre, durante i 5 mesi della c.d. repubblica (fantoccio) partenopea, furono massacrati dai franco-giacobini oltre 60.000 regnicoli, come ebbe a testimoniare il generale francese Paul Thiébault nelle sue Memorie. Cfr. Paul Thiébault, “Mémoires du Géneral P.Thiébault”, Paris, 1894, vol. II. pagg. 324-325; in Gustavo Rinaldi, “1799...”, op. cit., in nota 6, pagg. 38-39.
4 In virtù della legge elettorale piemontese del 1848, gli aventi diritto al voto (per censo o per nascita) erano appena 418.696 persone su 21.776.953 abitanti, pari all’1,9% dell’intera popolazione. Alle prime elezioni politiche per la formazione del nuovo Parlamento piemontese allargato all’Italia (le consultazioni si svolsero il 27 gennaio 1861, prima che il 17 marzo dello stesso anno fosse proclamato il Regno d’Italia), i votanti furono 239.583, pari al 57% degli aventi diritto e, quindi, circa l’1% della popolazione. Cfr. Gerlando Lentini, “La bugia risorgimentale”, il Cerchio, Rimini, 1999, pagg. 31-32.
5 Angela Pellicciari, “L’altro risorgimento. Una guerra di religione dimenticata”, Ares, Milano, 2011, pag. 87.
6 Camillo Benso conte di Cavour, nel Senato subalpino, al maresciallo Vittorio Della Torre, che gli rinfacciava l’avversione della popolazione ai provvedimenti anticattolici della soppressione degli Ordini religiosi e della confisca dei loro beni, candidamente rispose: «Io, in verità, non mi sarei aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate». Il sedicente liberale Cavour, presidente del Consiglio del Regno sabaudo – Stato che riteneva di essere moralmente migliore degli altri Stati italiani, perché asseritamente rispettoso della libertà dei propri cittadini – non provò vergogna nell’ammettere che la libertà che aveva in mente valeva per i soli liberali. Cavour pensava ed affermava che l’opinione della stragrande maggioranza della popolazione (vale a dire della massa cattolica), che per semplici motivi di censo non aveva diritto al voto, non contava nulla per definizione. Cfr. Angela Pellicciari, “L’altro risorgimento”, op. cit., pagg. 136-137.
7 Antonio Gramsci, “L’Ordine Nuovo” del 1920, Giulio Einaudi Editore.
8 Angela Pellicciari, “L’altro risorgimento”, op. cit., nonché “Risorgimento da riscrivere. Liberali & massoni contro la Chiesa”, Ares, Milano, 1998.
9 Il plebiscito-farsa che ci interessa più da vicino fu quello svoltosi nell’Italia meridionale il 21 ottobre 1860. Gli stessi ambasciatori di Francia ed Inghilterra (potenze favorevoli all’annessione delle Due Sicilie al Regno piemontese) ne presero le distanze. Sir Henry Elliot, ministro inglese a Napoli, osservò che: «a Napoli vogliono l’autonomia, ma sono costretti a votare l’annessione». Giacinto de’ Sivo testimoniò che: «per tutta la città, garibaldini e camorristi prelevavano i cittadini e li portavano al voto. In ogni seggio vi erano due urne (una per il SI ed una per il NO) e, quando capitava che qualche impudente osava preferire la cartella del NO, provava il bastone ed il coltello». Filippo Curletti, agente segreto di Cavour, nel suo diario ci rivela che: «...pel voto di annessione, un piccolo numero di elettori si presentò a prendervi parte, ma al momento della chiusura delle urne, noi vi gettammo dentro i biglietti, naturalmente in senso piemontese, di quelli che si erano astenuti; non tutti peraltro, ciò si intende; noi ne lasciavamo da parte qualche centinajo o qualche migliajo, secondo la popolazione del collegio. Bisognava bene salvare le apparenze, almeno in faccia all’estero, perché all’interno sapevamo a quale espediente attenerci. (...) Anche prima dell’apertura del voto, carabinieri ed agenti di polizia travestiti ingombravano le sale dello scrutinio e l’ingresso alle medesime. Era sempre fra di loro che sceglievamo il presidente dell’uffizio e gli scrutatori. Noi non eravamo quindi molestati da questo lato. In certi collegi questa introduzione di massa nell’urna dei biglietti degli agenti (noi chiamavamo ciò “completare il voto”) si fece con tale sicurezza e con così poca attenzione, che lo spoglio dello scrutinio diede più votanti che elettori inscritti. Vi si rimediò facilmente con una rettificazione nel processo verbale». Cfr. Filippo Curletti, “La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d’Italia. Rivelazioni di J.A. agente segreto del conte Cavour”, a cura di Elena Bianchini Braglia, Terra e Identità, Modena, 2005, pag. 51-52.
10 Giacinto de’ Sivo (1814-1867), scrittore e storico napoletano, fu arrestato più volte dopo la proclamazione del nuovo Stato italiano e pagò anche con l'esilio la sua fedeltà alla verità storica.
11Giacinto de’ Sivo, “Storia delle Due Sicilie, dal 1847 al 1861”, Berisio, Napoli, 1964.
12 Francesco Saverio Nitti (1868-1953), uomo politico ed economista, fu Presidente del Consiglio del Regno d'Italia dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920.
13 Francesco Saverio Nitti, “Scritti sulla questione meridionale”, Laterza, Bari, 1958, pagg. 27-32; in Gennaro De Crescenzo, “Ferdinando II di Borbone”, il Giglio, Napoli, 2009, pag. 51.
14 Francesco Saverio Nitti, “Nord e Sud”, Calice Editori, Rionero in Vulture (PZ), 1983, pag. 22.
15 Doctor J., “Diritto e carceri nelle Due Sicilie”, in http://www.frontemeridionalista.net, 4 gennaio 2011.
16 Nel 1864, queste tele furono trasferite presso la Reggia di Capodimonte, ove Annibale Sacco riordinò la Pinacoteca dello stesso Palazzo.
17 Mariano D’Ayala, “La vita del re di Napoli Ferdinando II”, Tipografia V. Steffenone, Camandona e C., Torino, 1856, pag. 31.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 

sabato 8 dicembre 2012

STORIA CONTEMPORANEA: SCHEGGE DI VERITA’ NASCOSTE


di Maurizio Barozzi

            Per comprendere quella immane tragedia che fu la Seconda Guerra mondiale, è anche utile leggere alcune considerazioni fatte da Adolf  Hitler negli ultimi mesi di guerra, quando ogni necessità propagandistica era venuta meno, la inevitabile sconfitta era alle porte e il Führer poteva anche rivelare alcuni particolari che precedentemente non aveva potuto rendere noti.

Quello che dice Hitler, di eccezionale lucidità, rispecchia con assoluta chiarezza quella verità che oggi può storicamente ricostruirsi, una verità che gli storici embedded  fingono di non voler conoscere, ma che in realtà hanno percepito molto bene.

Presentiamo quindi alcuni passaggi di quelli che furono definiti gli ultimi discorsi privati di Hitler, in parte raccolti in cartelle dattilografate, titolate Bormann Vermerke e di cui, negli ultimi tempi, Martin Borman, ultimo segretario del partito nazionalsocialista, fu uno dei raccoglitori e diretto trascrittore di quanto riportato dal  Führer. Sappiamo che, storicamente, alcuni hanno messo in dubbio la genuinità di queste cartelle, ed in effetti esse non ci sono pervenute in originale, ma solo in “copia”, pur tuttavia, sia per il contenuto e lo stile che per altri particolari storici, non sembrano esserci dubbi sul fatto che trattasi proprio delle ultime “considerazioni” e volontà di Hitler.

Ma la grandezza del Führer si nota anche in queste sue dichiarazioni, laddove pur avendone tutte le ragioni e i risentimenti, non rimpiange, non rinnega certe scelte, certe iniziative, certe amicizie come quella con il Duce che alla fine hanno avuto un peso negativo nell’economia della guerra. Egli produce delle osservazioni, lucide, spietate, ma sostanzialmente realistiche e prive di qualsiasi pathos che ne inquinerebbe la portata.

Riportiamo qui, in corsivo, alcuni passaggi, sia pure con spezzettamenti saltativi,  intercalati da nostre brevi sottolineature storiche. Il testo è tratto da: A. Hitler, Ultimi discorsi, Ed. di Ar, 1988.

I tentativi di pace con l’Inghilterra.

Come noto tutta la politica bellica di Hitler, rispecchiava una visione geopolitica Euro Atlantica che proveniva da certi ambienti, anche esoterici, fortemente influenzati da queste prospettive ed era sostanzialmente finalizzata a trovare un “accordo”, un accomodamento con i britannici, nello stesso interesse inglese. La Gran Bretagna, infatti, qualunque fosse stato l’esito della guerra, avrebbe perduto il ruolo di prima potenza mondiale e di conseguenza l’Impero. Sarebbe stata soppiantata dall’avvento di due nuove super potenze USA – URSS.

Hitler era arrivato al punto di salvare le divisioni inglesi a Dunkerque (maggio 1940), per lasciare agli inglesi una onorevole possibilità di trovare un accordo. Riflettendo su questa strategia, che alla fin fine risulterà deleteria, possiamo dire che, in effetti al tempo era difficile prevedere che gli interessi geopolitici di una nazione (nella fattispecie la Gran Bretagna) potessero essere soppiantati, dagli interessi di Consorterie mondialiste che puntavano ad un futuro dominio mondiale.

Il Führer ebbe a dire (4 febbraio 1945):

“Io mi sono sforzato di agire, fin dall’inizio di questa guerra, come se Churchill fosse capace di comprendere questa grande politica. In realtà era capace di comprenderla solo nei rari momenti di lucidità. Da troppo tempo oramai era legato agli ebrei  (...) Avevo sottovalutato la potenza della dominazione giudaica sugli inglesi di Churchill  (...)  Già nel 1941 [all’Inghilterra] le sarebbe stato possibile por fine alla guerra se solo lo avesse voluto. Essa aveva affermato la sua volontà di resistenza nel cielo di Londra, inoltre aveva al suo attivo le umilianti disfatte degli italiani nell’Africa del Nord. L’Inghilterra tradizionale avrebbe concluso la pace.

Ma gli ebrei non lo hanno tollerato. I loro burattini Churchill e Roosevelt erano là per impedirlo  (...)

Noi saremmo stati disposti ad alcuni compromessi, pronti a mobilitare le nostre forze per favorire la continuità dell’Impero Britannico.  E tutto ciò nonostante che l’ultimo degli Indù mi riesca in fondo più simpatico di non importa quale fra questi insulari arroganti  (...) All’inizio, l’Inghilterra poteva scegliere: niente la costringeva a lanciarsi in una guerra. Non solo vi si è lanciata, ma l’ha provocata  (...) Ma la Germania non aveva scelta. Dal momento in cui fu affermata la nostra volontà di riunire tutti i tedeschi in un Grande Reich, assicurando ad esso una autentica indipendenza, in altri termini la possibilità di vivere, di colpo i nostri nemici si schierarono contro di noi. La guerra diventava inevitabile per il solo fatto che l’unico mezzo per evitarla sarebbe consistito nel tradimento degli interessi fondamentali del popolo tedesco”.

Fine del colonialismo.

La geopolitica di Hitler per una nazione essenzialmente continentale non prevedeva il colonialismo, se non come un portato del tutto accessorio e sul quale il Führer volle esprimere questi sensati concetti (7 febbraio 1945):

“La Spagna, la Francia e l’Inghilterra si sono dissanguate, devitalizzate, svuotate in queste vane conquiste coloniali. I continenti a cui la Spagna e l’Inghilterra hanno dato vita, che esse hanno creato dal niente, hanno oggi acquisito una vita propria e risolutamente egoistica. Essi hanno perduto anche il ricordo delle loro origini, lingua a parte. si tratta di mondi artificiosi, ai quali manca un anima, una cultura, una civiltà originaria. Da questo punto di vista, sono soltanto ’escrescenze’.  (...)

Si tratta di costruzioni artificiali, di corpi senza età, dei quali si ignora se abbiano superato l’infanzia o si trovino già in stato di senescenza. Nei continenti abitati il fallimento è stato ancora più evidente. Qui i bianchi si sono imposti unicamente con la forza, mentre la loro influenza sugli abitanti è stata praticamente nulla. Gli Indù sono rimasti Indù, i Cinesi sono rimasti Cinesi, i Mussulmani sono rimasti Mussulmani. Nessuna trasformazione profonda, nè sul piano religioso, nè sugli altri piani, anche a dispetto del gigantesco sforzo del missionarismo cristiano. Rarissimi i casi di conversione, sulla cui sincerità quasi sempre si possono avanzare dei sospetti, tranne il caso in cui si tratti di poveri di spirito. I bianchi hanno tuttavia apportato qualcosa a questi popoli, la peggiore che essi potessero portare loro e cioè le piaghe del nostro mondo: il materialismo, il fanatismo, l’alcolismo e la sifilide. Per il resto, essendo il patrimonio culturale di questi popoli, superiore a ciò che potevamo donare loro, essi sono rimasti gli stessi”.

La Spagna di Franco. (10 febbraio 1945).

Come già in altra occasione il Führer ebbe a dire che in Spagna avevamo aiutato il proco sbagliato, ora qui egli amplia il discorso rapportandolo alle necessità di una guerra di enormi proporzioni alla quale la Spagna, passata la prima fase delle vittorie tedesche, si guardò bene dal partecipare. La Spagna poi, come sappiamo, paese di capitalisti di pochi scrupoli e di lestofanti clericali, fu una pedina dell’Atlantismo, fino a quando, nella visione neoradicale del mondialismo, venne silurata dalle stesse forze che l’avevano mantenuta in vita per gli  interessi atlantici.

“A volte mi sono chiesto se nel 1940 non abbiamo sbagliato a non coinvolgere la Spagna nella guerra. Sarebbe bastato un niente per coinvolgerla: infatti essa ardeva dalla voglia di entrare, al seguito degli italiani, nel “club” dei vincitori  (...) Sicuramente ciò ci avrebbe permesso di occupare Gibilterra. In compenso si sarebbero dovuto aggiungere chilometri di costa da difendere  (...)  In aggiunta andava considerata una possibile conseguenza: una ripresa della guerra civile alimentata dagli inglesi. Così ci saremmo trovati legati per la vita e per la morte a un regime di speculatori capitalisti manovrati dalla pretaglia! Non posso perdonare a Franco di non aver saputo, dopo la fine della guerra civile, riconciliare gli spagnoli; di avere accantanato i falangisti ai quali la Spagna deve l’aiuto che le abbiamo fornito, di aver trattato come banditi degli antichi avversari che non erano certamente rossi. Non è una soluzione mettere fuorilegge una metà del paese mentre una oligarchia di predoni si arricchisce sulla pelle di tutti con la benedizione del clero. Sono sicuro che tra i presunti rossi spagnoli vi fossero pochissimi comunisti. Noi ci siamo ingannati, perchè mai avrei accettato, conoscendo la situazione reale, di “risistemare” nei loro orribili privilegi i preti spagnoli”.

La Germania e l’ebraismo (13 febbraio 1945)

Al di là di tante menzogne che sono state propinate dalla propaganda di guerra, la politica di Hitler aveva un fine preciso: l’espulsione degli ebrei dalla Germania.

“Il merito del nazionalsocialismo è quello di aver posto il problema ebraico in maniera realistica Gli ebrei hanno sempre suscitato l’antigiudaismo  (...) Una reazione exenofoba contro lo straniero che si rifiuta di adattarsi, di fondersi, che si cristallizza, si afferma e vi sfrutta. Il Giudeo è per definizione lo straniero inassimilabile e che rifiuta di assimilarsi. Ciò distingue l’ebreo dagli altri stranieri: egli pretende di avere in casa vostra gli stessi diritti di un membro della comunità pur rimanendo Ebreo  (...). Il nazionalsocialismo ha posto il problema giudaico sul piano dei fatti: denunciando la volontà di dominio mondiale degli ebrei; attaccandoli sistematicamente su tutti i fronti; estromettendoli da ogni posizione da essi usurpata; braccandoli dappertutto con l’assoluta determinazione di liberare la Germania dal cancro giudaico  (...) Gli ebrei si sono resi subito conto del pericolo, e questa è la ragione che li ha spinti ad ingaggiare un duello mortale contro di noi. Bisognava distruggere il nazionalsocialismo a qualunque prezzo, anche se il pianeta intero dovesse essere distrutto, Nessuna guerra, escludendo la presente, è stata tipicamente, così esclusivamente,  una guerra ebraica. Io li ho comunque obbligati a gettare la maschera  (...) Se vinco questa guerra metterò fine alla prepotenza giudaica, la ferirò a morte  (...). Dico questo al di là di ogni sentimento di odio razziale: non è augurabile per nessuna razza mescolarsi con altre razze. Il meticciato sistematico, senza per questo negare buoni risultati fortuiti, non ha mai dato buoni esiti.  (...) Non ho mai pensato che un Cinese o un Giapponese fossero inferiori a noi. Essi appartengono ad antiche civiltà ed ammetto pure che il loro passato sia superiore al nostro. hanno ragione di esserne fieri, così  come noi siamo fieri della civiltà alla quale apparteniamo”  (...).

Il nostro razzismo è aggressivo solo nei confronti della razza giudaica. Noi parliamo di razza giudaica per comodità di linguaggio perchè non esiste, in senso proprio e dal punto di vista genetico, una razza giudaica. Esiste tuttavia una realtà di fatto a cui senza la minima esitazione si può attribuire questa qualifica e che, inoltre, viene ammessa dagli stessi ebrei. Si tratta dell’esistenza di un gruppo umano spiritualmente  omogeneo a cui gli ebrei di tutto il mondo hanno coscienza di appartenere, quale che sia il paese di cui, sotto il profilo amministrativo, essi sono cittadini (...), La razza ebraica è prima di tutto una razza interiore. Se essa deriva dalla religione ebraica, se è stata in parte plasmata da quest’ultima, pur tuttavia la sua essenza non è puramente religiosa. perchè la razza ebraica comprende, alla stessa maniera sia gli atei dichiarati che i sinceri praticanti.

A ciò bisogna aggiungere il legame rappresentato dalle persecuzioni subite nel corso dei secoli e che gli ebrei dimenticano sempre di aver provocato. E’ purtuttavia indubbio che ciascun ebreo celi nelle proprie vene qualche goccia di sangue specificatamente ebraico. Sarebbe altrimenti impossibile spiegare la permanenza tra loro di caratteri fisici che appartengono loro esclusivamente e che si ritrovano invariabilmente presso ebrei alquanto differenti, per esempio il polacco e l’ebreo marocchino  (...). Una razza interiore è qualcosa di più solido, di più durevole che non una razza biologica. Trapiantate un Tedesco negli Stati Uniti e ne farete un americano. L’ebreo, dovunque egli vada, rimane un ebreo. E’ un essere naturalmente inassimilabile”. (...) (18 febbraio 1945). “Fu solamente nel 1915 che il giudaismo mondiale decise di puntare tutto su gli Alleati. Nel nostro caso, invece, fu già dal 1933, fin dalla nascita del Terzo Reich, che il giudaismo internazionale ci dichiarò tacitamente la guerra”.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale

Oggi ben sappiamo che la Seconda guerra mondiale venne progettata dalle potenti Lobby che sull’asse city di Londra – Wall street di New Y0rk, avevano pianificato le tappe di una strategia mondialista che nel frattempo e per prima cosa, prevedeva la totale distruzione della Germania nazionalsocialista. La seconda guerra mondiale non era altro che il secondo tempo di un atto già andato in onda tra il 1914 e 1918, ma che, a guerra finita, non aveva reso ancora possibile, l’avvento di un Nuovo Ordine Mondiale secondo  certi dettami massonici e modialista. L’avvento degli stati nazional popolari di Italia e Germania, aveva intralciato certi piani che oramai sembravano in dirittura di arrivo. Quindi la Germania doveva perire, ma soprattutto tutta l’Europa doveva essere scompaginata irreversibilmente.

Hitler, nel tentativo di controllare quegli avvenimenti e al contempo assicurare alla Germania lo sviluppo e la sicurezza necessarie, aveva dovuto accettare la sfida, anche perchè in prospettiva la situazione sarebbe sicuramente cambiata a vantaggio dei grandi paesi industriali, soprattutto gli Usa. (14 febbraio 1945)

“La fatalità di questa guerra consiste nel fatto che essa è cominciata da una parte troppo presto e dall’altra troppo tardi. Dal punto di vista militare era nostro interesse che cominciasse un anno prima. Avrei dovuto prendere l’iniziativa nel 1938 invece di lasciarmela imporre nel 1939; ciò perche la guerra era comunque inevitabile. Ma nulla ho potuto contro gli anglo francesi che a Monaco hanno accettato tutte le mie richieste. (...) D’altra parte anche se la Provvidenza mi avesse concesso un esistenza personale così lunga da poter condurre il mio popolo al necessario grado di sviluppo sulla strada del nazionalsocialismo, è altrettanto certo che i nemici della Germania non l’avrebbero permesso”. (...)

(21 febbraio 1945) “Avevamo bisogno della pace per edificare la nostra opera. Ho sempre voluto la pace. Siamo stati costretti alla guerra dalla volontà dei nostri nemici. Inoltre, virtualmente, la minaccia di una guerra esisteva dal gennaio 1933, cioè fina dalla conquista del potere. (...)

E’ stato alla vigilia di Monaco [settembre 1938, n.d.r.] che mi sono davvero convinto che i nemici del Terzo Reich volevano avere la nostra pelle ad ogni costo e che con loro non sarebbero state possibili transazioni. Quando Chamberlain, l’esponente dell’Alta Borghesia capitalista, armato del suo ingannevole ombrello, si scomodò per venire a discutere al Berghof, con il ‘parvenu’ Hitler, egli aveva già intenzione di muoverci una guerra implacabile. Era pronto a dirmi, non importa che cosa, nella speranza di confondermi. Il suo solo e unico scopo, nell’intraprendere il viaggio era quello di guadagnare tempo. In quel momento il nostro interesse sarebbe stato quello di colpire per primi e subito. Bisognava fare la guerra nel 1938. Era la nostra ultima occasione di fare una pace circoscritta. Ma essi hanno mollato tutto [a Monaco gli occidentali mollarono totalmente la Cecoslovacchia, con grande costernazione del presidente Ceco, il massone Benes, pur di arrafare qualche altro mese di pace per preparare la guerra, n.d.r.] . Hanno ceduto vilmente a tutte le nsotre richieste. In queste condizioni sarebbe stato veramente difficile prendere l’iniziativa delle ostilità. (...) Benchè nemmeno noi fossimo completamente pronti, saremmo stati in ogni caso meglio preparati dei nostri nemici”.

Qui Hitler palesa una grande verità che solo storici in malafede tendono a nascondere: la politica di appeasement di Chamberlain era solo una diversa faccia  di una stessa medaglia, che sull’altro lato riportava quella guerrafondaia di Churchill. L’appeasement era calibrato per consentire alla Gran Bretagna di prendere tempo, di riarmarsi gradualmente e di stemperare al suo interno ogni tendenza compromissoria verso un accordo globale con i tedeschi.  Entrambi, Chamberlain e Churchill, pur con tattiche diverse, avevano lo stesso fine: la distruzione della Germania.  Per conseguire questi fini, a Monaco gli inglesi cedettero tutto quello che era possibile cedere, ma da marzo 1939 in poi, le cose cambiarono e gli inglesi oramai in grado di sostenere una guerra, fecero sentire i “venti di guerra” a cominciare dalla Polonia spinta al suicidio.

L’attacco alla Russia.

Anche su questo episodio oggi sappiamo che i tedeschi precedettero di un paio di settimane un attacco sovietico oramai in fase avanzata di preparazione. Fatto questo, cioè la dislocazione avanzata del dispositivo bellico sovietico, che consentì gli strepitosi successi iniziali dei tedeschi i quali poterono chiudere in una sacca intere armate sovietiche. Viceversa se i sovietici fossero riusciti ad attaccare per primi, cme avevano progettato, per la Germania sarebbero stati guai seri.

In ogni caso, al tempo, anche a prescindere da questa necessità di anticipare i sovietici, Hitler non aveva scelta visto che era evidente che non poteva vincere la guerra con gli occidentali e che oramai l’America era in procinto di entrarvi.

Oltre al pericolo di essere preceduti da un attacco sovietico pertanto, vi era anche la certezza matematica che con il passare del tempo i rapporti di forza si sarebbero rovesciati a netto danno della Germania. Urss ed Usa, in possesso di ogni materia prima necessaria, a differenza della Germania che ne era priva, avrebbero in due o tre anni conseguito un arsenale bellico invincibile. L’unica salvezza sarebbe stata, per i tedeschi, occupare i territori della Russia in poco tempo e chiudere lo spazio euro asiatico, conseguendo anche l’accesso alle materie prima, realizzando una fortezza insuperabile. Quella del Führer quindi, la sua scelta di aprire un secondo pericolosissimo fronte, che con il senno del poi si è rivelata perdente, era una scelta obbligata. (15 febbraio 1945):

“Non ho avuto una decisione più grave da prendere, nel corso di questa guerra, quanto quella di attaccare la Russia. Avevo sempre sostenuto che bisognava evitare ad ogni costo la guerra su due fronti e nessuno dubita, d’altra parte, che io abbia meditato più di chiunque altro sull’esperienza russo di Napoleone. E allora, perchè questa guerra contro la Russia, e perchè nella data che io ho scelto? [22 giugno 1941 n.d.r.] (...)

Perchè il 1941? Perchè bisognava tardare il meno possibile, in quanto ad Ovest i nostri nemici non cessavano di accrescere la loro potenza. D’altra parte lo stesso Stalin non rimaneva inattivo. Su entrambi i fronti il tempo lavorava contro di noi. La questione non è dunque ‘perchè già il 22 giugno 1941, ma, perchè non più presto? Senza le difficoltà create dagli italiani con la loro idiota campagna di Grecia avrei attaccato la Russia con qualche settimana di anticipo (...)

Il mio assillo nel corso delle ultime settimane, fu rappresentato dal timore che Stalin prendesse l’iniziativa prima di me (...) La mia decisione fu presa subito dopo la visita di Molotov a Berlino a novembre, perchè sapevo che a più o meno breve scadenza, Stalin ci avrebbe abbandonato per passare in campo avverso” (...) (26 febbraio 1945) “In definitiva, la mia decisione di regolare i conti con la Russia, fu presa nel momento in cui mi resi conto che l’Inghilterra si sarebbe intestardita. (...) Il comportamento dei Sovietici nell’estate del 1940, il fatto che essi avevano assorbito i paesi Baltici e la Bessarabia, mentre noi eravamo impegnati ad Ovest, non mi lasciava illusione alcuna per quanto riguardava i loro progetti. Supponendo che avessi avuto dei dubbi, la visita di Molotov in novembre, sarebbe stata sufficiente a dissiparli. (...) Saremmo stati costretti a cedere al ricatto dei bolscevichi per quanto riguarda la Finlandia, la Romania, la Bulgaria, e la Turchia. Questo evidentemente non poteva accadere” .

Il peso dell’Italia.

Hitler ha sostanzialmente ragione nel denunciare il peso negativo dell’alleanza con l’Italia, ma devesi anche considerare che l’Italia aveva una sua geopolitica da difendere, di stampo Euro Asiatico, ovvero degli interessi che erano diametralmente opposti a quelli Britannici e, in questa ottica, pesava enormemente il pericolo di un accordo anglo tedesco che Hitler cercava risolutamente di conseguire. Quell’accordo sarebbe stato per noi mortale, da qui la pratica da parte di Mussolini di una “guerra parallela” al fianco, ma non per la Germania. Certo fu un errore, tanto più ingigantito dal fatto che casa Savoia e gerarchie militari erano nascostamente filo occidentali. Oggi sappiamo bene che già nell’inverno del 1940, dico inverno 1940, falliti i presupposti di una breve e di fatto “finta guerra” con il conseguimento di un tavolo della pace, circoli di corte, industriali, massonici e militari e persino dello stesso Partito nazionale fascista pensavano a come buttare a mare Mussolini, uscire dalla guerra e salvare i loro interessi.

Per quanto riguarda poi la mancanza di una politica rivoluzionaria nel mondo arabo, che qui Hitler imputa all’Italia, questa carenza non va solo ascritta al ruolo negativo dell’Italia per quella politica, ma anche qui contribuì  una remora di Hitler a spingere in ogni campo, compresa l’aria orientale dell’India, per rivoltare tutto l’Impero britannico. Quando si decise era oramai tardi. Insomma, in definitiva, mentre le diverse esigenze geopolitiche degli Alleati, erano strettamente controllate da certe consorterie mondialiste che riuscirono a mantenere saldamente nelle mani tutta la strategia bellica Alleata, di fatto Germania, Italia e Giappone condussero una guerra immane e totale, andando per conto loro, seguendo i rispettivi interessi geopolitici, con tutti i danni che ne derivarono.  (17 febbraio 1945).

“Giudicando freddamente gli eventi, facendo astrazione da ogni sentimentalismo, devo riconoscere che la mia indefettibile amicizia per l’Italia e per il Duce, può essere ascritta nel conto dei miei errori. Infatti è chiaro come l’alleanza con gli italiani abbia reso maggiori servigi ai nostri nemici, che non a noi stessi. (...)

L’intervento con cui l’Italia, nel giugno del 1940, ha sferrato il calcio dell’asino ad una armata francese in liquifazione, ha ottenuto il solo effetto di offuscare una vittoria che i nostri vinti avevano allora accettato sportivamente. (...)

L’alleato italiano ci ha intralciato quasi dappertutto. Ci ha impedito per esempio di sviluppare una politica rivoluzionaria nell’Africa del Nord. Per forza di cose questo spazio diventava una esclusiva italiana. (...) Tutto l’Islam vibrava all’annuncio delle nostre vittorie. (...) In queste regioni gli italiani risultano odiati più dei francesi e degli inglesi. Il ricordo delle barbare rappresaglie applicate nei confronti dei Senussiti vi permane sempre vivissimo. Inoltre la ridicola pretesa del Duce di essere considerato “La Spada dell’Islam” sollecita ancora il lungo sogghigno che suscitò prima della guerra. Questo titolo che conviene a Maometto e ad un grande conquistatore come Omar, Mussolini se lo era fatto attribuire da qualche povero cristo che aveva pagato o terrorizzato. (...)

L’ingresso in guerra dell’Italia ha consentito quasi immediatamente ai nostri nemici di ottenere le prime vittorie (...) Benchè già incapaci di mantenere le posizioni in Abissinia e in Cirenaica, gli italiani hanno avuto la disinvoltura, senza chiedere il nostro parere e senza avvertirci, di gettarsi in una campagna assolutamente inutile contro la Grecia (...) E’ là e non altrove che bisogna  ricercare le cause dell’irrigidimento e del voltafaccia degli jugoslavi nel 1941. L’evento ci ha costretto, contrariamente ai nostri piani ad intervenire nei Balcani; di qui un catastrofico ritardo nell’avvio della guerra contro la Russia. (...)

Le leggi della vita dimostrano che purtroppo è un errore trattare da pari coloro che non sono realmente vostri pari. Il Duce era un mio pari. Anzi, forse egli era a me superiore dal punto di vista delle ambizioni che nutriva nei confronti del suo popolo. Quel che conta però sono i fatti, non le ambizioni. (...)

” Ho detto spesso che laddove si trovava l’Italia, là era la vittoria, avrei dovuto dire che laddove è la vittoria, là si trova l’Italia!

Il mio attaccamento nei confronti del Duce non è mutato, così come non è mutata la mia istintiva amicizia nei confronti del popolo italiano, Ma rimpiango di non aver dato ascolto alla ragione che mi consigliava di stabilire un rapporto d’amicizia brutale con l’Italia. Lo avrei fatto sia nell’interesse del Duce che in quello del suo popolo. So evidentemente che il Duce non mi avrebbe perdonato questo comportamento, so che si sarebbe adombrato. Ma per la miaindulgenza sono accaduti eventi che non erano fatali [pensando all’8 settembre ci sarebbe da dire: altro che eventi!! n. d. r.]. La vita non perdona la debolezza”.

[20 febbraio 1945] “Gli unici malintesi intervenuti tra il Duce e me sono stati originati dalle precauzioni che talvolta sono stato costretto a prendere. Malgrado la totale fiducia che riponevo in lui, ho dovuto lasciarlo all’oscuro delle mie intenzioni ogni volta che un indiscrezione avrebbe potuto nuocere ai nostri progetti. Se io avevo fiducia in Mussolini, lui aveva fiducia in Ciano, il quale a sua volta non aveva segreti per le belle femmine che gli svolazzavano attorno. (...)

[purtroppo non era solo un problema di Ciano, ma svariati ambienti di casa Savoia, militari, industriali e persino del partito nazionale fascista erano inquinati da elementi anglofili, anche quale retaggio di un nostro Risorgimento massonico. Il Vaticano poi è noto che aveva scelto, seppure con molta cautela e riservatezza, il fronte Alleato. Alcuni storici hanno addirittura sostenuto che gli inglesi nel nostro paese, avrebbero anche potuto fare a meno di sparpagliare il territorio di spie, in quanto erano “naturalmente” informati dappertutto].

Avevo dunque le mie buone ragioni per non dire tutto al Duce. E’ spiacevole che questi non lo abbia compreso. e che anzi me ne abbia voluto fino a rendermi la pariglia”.

Ed infine ecco con quale cruda e spietata realtà, ma sostanziale verità, il Führer fotografa la situazione del Duce e dell’Italia (2 aprile 1945):

L’Italia si era riallacciata alle ambizioni di Roma. Essa ne aveva le ambizioni, ma non le altre caratteristiche, un anima fortemente temprata e la potenza materiale. La sua sola carta era quella di essere guidata da un vero Romano. Quale dramma per quest’uomo! E quale dramma per questo paese! Per i popoli, così come per gli uomini è tragico avere delle ambizioni prive del supporto materiale indispensabile, o addirittura della stessa possibilità di creare questo supporti”.

 

La truffa delle ideologie

E’ indubbio che nazionalsocialismo e fascismo siano state strutture ideologiche e politiche di stampo nazional popolare adeguate ai tempi moderni e che oltretutto rientrano in quel mondo tradizionale che ha solcato lo spazio e il tempo della storia. Ma è altrettanto vero che Hitler ha sempre giocato pulito senza propagandare impossibili utopie, anche se questo ha finito per restringere il nazionalsocialismo ad un fenomeno pangermanico. Carenza questa che comunque fu superata poi nel corso della guerra, con la partecipazione comune degli europei e dei fascismi europei alla lotta contro il bolscevismo e per una guerra del “sangue contro l’oro.

(21 febbraio 1945):

“Il nazionalsocialismo si interessa soltanto dell’umanità tedesca, ricerca soltanto la felicità dell’uomo germanico. Gli universalisti, gli idealisti, gli utopisti, guardano troppo in alto. Promettendo un paradiso inaccessibile ingannano tutti. Qualunque sia la loro etichetta, si chiamino Cristiani, Comunisti, Umanitaristi, siano sinceri o stupidi o imbroglioni e cinici, ebbene costoro sono tutti fabbricanti di schiavi. (...) Mi sono limitato a promettere ciò che potevo mantenere e che avevo intenzione di mantenere. Questa è una delle ragioni dell’odio universale che ho suscitato. Evitando di promettere l’impossibile, come tutti i miei nemici, ho falsato le regole del gioco. Mi sono posto al di fuori dell’accolita dei demagoghi il cui scopo, tacito e inconfessato, è lo sfruttamento della credulità umana”. (25 febbraio 1945):

“[I russi]  Hanno inoltre, grazie alla religione marxista, tutto il necessario per rendere un popolo paziente. Promettono la felicità sulla terra (il chè distingue la religione marxista dalla religione cristiana), ma nel futuro. Il giudeo Mardochai Marx, da buon giudeo, attendeva il Messia. Egli ha trasposto il messia nel materialismo storico, ponendo la felicità terrena al termine di un processo evolutivo quasi senza fine. La felicità è alla vostra portata, ma bisogna che lasciate procedere l’Evoluzione, senza precipitarla. Con un trucco come questo si dominano gli uomini! (...) Ma che cosa pensare del  Cristionesiamo, altro figlio del giudaismo, il quale può permettersi di concedere la felicità ai suoi fedeli solo nell’altro mondo? E’ incomparabilmente più forte. Quanto a me sono preda della fatalità che mi impone di compiere tutto nell’arco di tempo di una breve vita umana. Io mi ispiro ad una dottrina realista, legata a fatti tangibili, tributaria di promesse che debbono incarnarsi e che mi impedisce di promettere la luna.”

L’ultima speranza dell’Europa

E terminiamo qui questa, purtroppo per ragioni di spazio parziale, rievocazione storica, riportando, da prima, una osservazione di Hitler del 6 febbraio 1945:

“Il nemico ha raccolto tutte le proprie forze in vista dell’assalto finale. Essi non vogliono soltanto vincere, vogliono schiaccarci, vogliono distruggere il nostro Reich, cancellare la nostra Weltanschauung, asservire il popolo tedesco per punirlo a casua della sua fede nazionalsocialista” ed infine, un ultima grande verità di Hitler, che oggi possiamo constatare quanto sia reale e veritiera, pronunciata il 26 febbraio 1945: “Io sono stato l’ultima speranza per l’Europa”.