domenica 10 giugno 2012

SULLA QUESTIONE DINASTICA DEI BORBONE DUE SICILIE

I Principi Carlo e Camilla
 
di
Alessandro Romano

Premesso che il Regno delle Due Sicilie è stato soppresso dai Savoia con la nota conquista chiamata “risorgimento”, nel concreto la vertenza tra i due rami dinastici nasce principalmente per la gestione del nome e dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, le cui finalità sono esclusivamente benefiche e morali, e non per un vero e proprio diritto ad un  trono che non c’è.
La divisione tra le due “corone” (napoletana e spagnola) dello stesso ceppo familiare, nasce con l’arrivo nel Regno di Napoli e Sicilia di Carlo di Borbone (1734), figlio di Filippo V di Spagna e dell’italiana Elisabetta Farnese. Carlo, all’atto della proclamazione dell’indipendenza dell’attuale Sud Italia (Sicilia compresa) dal vicereame austriaco, emise una prammatica (le leggi di allora si chiamavano così) con la quale veniva chiaramente ribadita la totale divisione della gestione politica ed amministrativa del Regno di Napoli dalla Spagna e da qualsiasi altro stato. Il giovanissimo re stava consciamente gettando le basi nazionali di quella che, allora, era l’Italia e lo si evince molto chiaramente anche dalla lapide posta sul monumento dell’indipendenza che egli fece erigere a Bitonto, luogo della sua vittoria sugli stranieri austriaci: “ Carlo (…) i Tedeschi annientò e l’Italica libertà nazionale fondò i Pugliesi e i Calabresi la bandiera alzarono”.
Dopo la caduta del Regno usurpato dai Savoia, il ramo ereditario delle Due Sicilie passava al Principe Carlo Tancredi di Borbone, figlio del Conte di Caserta, fratello del re Francesco II morto senza eredi.
I problemi iniziarono quando il Principe Carlo Tancredi di Borbone, per poter sposare la Principessa Maria Mercedes (infanta di Spagna ) figlia del re Alfonso III di Spagna, nel rispetto della Prammatica di Carlo di Borbone dovette rinunciare ai suoi legittimi diritti ereditari sulle Due Sicilie e, quindi, su tutto quanto concerneva la dinastia napoletana, compreso l’Ordine Costantiniano.
Tale rinuncia venne ufficializzata dal Principe Tancredi a Cannes, con un atto pubblico, il 14 dicembre 1900. A seguito di questa decisione, dopo qualche mese, ed esattamente il 7 febbraio 1901, Carlo Tancredi di Borbone Due Sicilie diventava Carlo Tancredi di Borbone Spagna, con tutti i conseguenti risvolti politici e le previste prerogative dinastiche.
La rinuncia che si innestava perfettamente nella legge dinastica interna dell’antica Famiglia Borbone, fu accettata da tutti i componenti europei della casata, compresa Maria Sofia, ancora in vita, e da Ferdinando Pio che, di fatto, acquisiva il titolo ereditario di Capo della Famiglia e di Gran Maestro dell’Ordine Costantiniano. Insomma, nel caso sarebbe stato lui il re.
Tuttavia, Ferdinando Pio, legittimo erede del titolo per rinuncia di Tancredi, non ebbe figli maschi, pertanto alla sua morte il titolo passò automaticamente al fratello Ranieri di Borbone che, nel 1960, divenne a tutti gli effetti Capo della Famiglia Reale dei Borbone Due Sicilie e Gran Maestro dell’Ordine Costantiniano. Ed a questo punto, a distanza di ben 60 anni dall’atto certificato a Cannes, che Alfonso di Borbone Spagna, figlio del rinunciatario Tancredi, dichiarò nullo l’atto di rinuncia sottoscritto dal genitore perché, a suo dire, non in armonia con legge francese, autoproclamandosi Capo della Famiglia e titolare di tutte le prerogative proprie del titolo.
Va sottolineato che il cosiddetto “Atto di Cannes” di rinuncia, fu registrato pubblicamente non per ottemperare alle leggi francesi (dove veniva sottoscritto), ma per certificare l’autenticità delle firme apposte sugli atti dal Principe Tancredi. Questo punto è di fondamentale importanza per capire il contenzioso che ne è poi nato.
Infatti, le leggi che all’interno della famiglia tuttora vigono sono le stesse di quando la Famiglia regnava e da queste riconosciute come le sole legittimate a regolare i rapporti dinastici interni, al di sopra di quanto viene poi stabilito dalle leggi degli stati dove la Famiglia risiede.
Tra l’altro, fu rilevato che qualora l’atto di rinuncia fosse stato cassato, sarebbero di conseguenza decaduti tutti gli effetti dinastici ad esso collegati, ivi compreso l’acquisizione del titolo di “Infante di Spagna” che ne aveva imposto la sottoscrizione.  
Tuttavia così non fu ed essendo l’autoproclamazione logicamente impropria ed in palese violazione della legge interna della dinastia, la maggioranza dei componenti la casata non ritennero valido questo atto d’imperio, continuando a riconoscere quali legittimi eredi del titolo i figli di Ranieri del Ramo Napoletano. Non curante di quanto gli perveniva da quasi tutti i componenti la famiglia e dai vari luminari del Diritto quali, ad esempio, il Prof. Ettore Gallo, già Presidente della Corte Costituzionale italiana, Alfonso, figlio del rinunciatario Tancredi, iniziò una vertenza legale senza fine improntata sul Diritto francese, italiano e spagnolo, in palese contrapposizione alle regole dinastiche ed al Popolo delle Due Sicilie che in Carlo di Borbone Duca di Castro, legittimo erede di Ranieri, riconosce l’autorità di proprio Rappresentante identitario.
E’ in virtù di questo riconoscimento che Carlo di Borbone Duca di Castro, Principe Ereditario delle Due Sicilie e Capo del Magistero dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, da venti anni è presente nella nostra Terra dove viene accolto con sincero affetto dalla sua gente e stimato ed amato da tutti i promotori di un risveglio culturale e sociale quale unica speranza per un futuro migliore.




martedì 5 giugno 2012

Perchè Adolf Hitler attaccò la Russia sovietica


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536- Nuovi sviluppi sull' "Operazione Barbarossa" del 1941: perchè Adolf Hitler attaccò la Russia sovietica


Stalins Falle: Er Wollte den Krieg – la trappola di Stalin: lui volle la guerra – di Adolf von Thadden. Rosenheim: Kultur und Zeitgeschichte/ Archiv der Zeit, 1996 – Cultura e storia contemporanea/Archivio dell’epoca, 1996. 170 pagine
Tratto da: Institute for Historical Review (http://www.ihr.org/jhr/v18/v18n3p40_Michaels.html)
Fonte: The Journal of Historical Review, Maggio-Giugno 1999 (Vol. 18, N° 3), da pag. 40 in poi
Recensito da Daniel W. Michaels
Fino alla sua morte, nel Luglio 1996, Adolf von Thadden era un personaggio di spicco e rispettato nei circoli della “estrema destra” tedesca o “nazionalista” (conservatrice). (1)  Nel suo ultimo libro, questo prolifico scrittore spiega in modo conciso e convincente perché Hitler fu costretto, sia per ragioni politiche che militari, a lanciare l’attacco preventivo contro l’Unione Sovietica, quando e come lo fece. “ La Trappola di Stalin “ è anche il suo ultimo lascito alle future generazioni, una specie di testamento per i giovani tedeschi.
Per decenni l’opinione dominante e più o meno ufficiale negli Stati Uniti e in Europa è stata che un Adolf Hitler ossessionato dalla razza, senza preavviso e senza essere provocato, tradì un fiducioso Josif Stalin dando il via ad un attacco a tradimento a sorpresa contro un Unione Sovietica completamente impreparata il 22 Giugno 1941.
gian franco spotti,daniel w. michaels,stalins falle,adolf von thadden,guerra aggressione sovieticaIl libro di von Thadden, basato in gran parte su prove scoperte di recente negli archivi russi, su dichiarazioni dello stesso Stalin e su nuove rivelazioni di esperti militari russi, smonta questa opinione in modo convincente.
Molti documenti sovietici sequestrati dai tedeschi durante il corso della guerra, nonché relazioni del controspionaggio tedesco sul riarmo sovietico nel 1941, giustificano ampiamente la decisione di Hitler di attaccare. Presentata davanti ad un tribunale imparziale, questa prova avrebbe sicuramente scagionato la dirigenza politica e militare tedesca. Purtroppo tutti questi documenti furono confiscati e trattenuti dagli Alleati vincitori.
Nel suo lungo discorso dell’11 Dicembre 1941 durante la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti, Hitler descrisse in dettaglio la minaccia sovietica, la quale veniva sostenuta e favorita dalla Gran Bretagna e dagli ancora ufficialmente neutrali USA. Nel suo storico discorso al Reichstag, il leader tedesco disse (2):
“ Già nel 1940 diventava sempre più chiaro, mese dopo mese, che i piani degli uomini del Cremlino miravano al dominio, e quindi alla distruzione, di tutta l’Europa. Ho già informato la nazione del riarmo della potenza militare russo-sovietica nell’Est durante un periodo nel quale la Germania aveva solo poche divisioni nelle province confinanti con la Russia sovietica. Solo un cieco poteva non vedere che era in corso un potenziamento militare di dimensioni uniche nella storia del mondo. E questo non avveniva per difendere qualcosa che stava per essere minacciato, ma piuttosto per attaccare ciò che sembrava incapace di qualsiasi difesa. Quando divenni consapevole della possibilità di una minaccia ad Est del Reich nel 1940 tramite rapporti (segreti) dalla Casa dei Comuni britannica e osservando i movimenti delle truppe russo-sovietiche ai nostri confini, ordinai immediatamente la costituzione di molte nuove divisioni corazzate e di fanteria motorizzata. Ci accorgemmo chiaramente che non potevamo assolutamente permettere al nemico l’opportunità di attaccare per primo. Tuttavia, la decisione, in questo caso, fu molto difficile. Ora è disponibile un impressionante quantità di documentazione autentica che conferma l’intenzione di un attacco russo-sovietico.
Siamo anche certi di quando questo attacco dovrebbe avvenire.
In considerazione di questo pericolo, della cui portata ne siamo al corrente forse solo ora, posso solo ringraziare il Signore Iddio che mi ha illuminato in tempo e mi ha dato la forza di fare ciò che va fatto. Milioni di soldati tedeschi potranno ringraziarlo per le loro vite e l’Europa tutta per la sua esistenza.
Oggi posso dire questo:
se all’’ondata di oltre 20.000 carri armati, centinaia di divisioni, decine di migliaia di pezzi di artiglieria, assieme a oltre 10.000 aerei , non fosse stato impedito di muovere contro il Reich, l’Europa sarebbe stata perduta “.
Durante il processo di Norimberga del 1945-1946, ex funzionari di alto rango del Terzo Reich testimoniarono sui retroscena dell’operazione Barbarossa, descrivendo la minaccia sovietica del 1941 e l’impressionante quantità di materiali bellici che incontravano dopo che le loro forze armate penetrarono in territorio sovietico. Ma questa prova fu bruscamente rigettata dai giudici del Tribunale nominati dagli Alleati.
Von Thadden cita, ad esempio, la testimonianza a Norimberga di Hermann Goering: (3)
goering nuremberg gering norimberga.jpg“ Venimmo a conoscenza molto rapidamente, grazie ai nostri stretti rapporti con la Yugoslavia, dei retroscena del colpo di stato del Generale Simovic (Belgrado, 27 Marzo 1941). Subito dopo fu confermato che l’informazione dalla Yugoslavia era corretta e cioè che esisteva una forte influenza politica russa, nonché un importante assistenza finanziaria da parte dell’Inghilterra per questa impresa, della quale trovammo più tardi le prove. Era chiaro che questa impresa era diretta contro la politica amichevole verso la Germania del precedente governo yugoslavo. Il nuovo governo yugoslavo, ovviamente e al di là di qualsiasi dubbio, stava chiaramente in stretti rapporti con i nemici che avevamo a quell’epoca e cioè: l’Inghilterra e, al riguardo, con la Russia. L’affare Simovic fu l’ultimo e decisivo fattore che dissipò gli ultimi scrupoli del Fuehrer circa l’atteggiamento russo e lo portò a prendere misure preventive in quella direzione in tutte le circostanze “.
Come riferisce anche von Thadden, il Generale Alfred Jodl, uno dei consiglieri militari più vicini a Hitler, testimoniò in modo simile davanti al Tribunale di Norimberga in merito all’Operazione “Barbarossa”: (4)
“ Era innegabilmente una guerra puramente preventiva. Ciò che scoprimmo in seguito fu la certezza di una gigantesca preparazione militare russa davanti ai nostri confini. Vi dispenserò dai dettagli, ma posso solo dire che sebbene riuscimmo in una sorpresa tattica sia nel giorno che nell’ora, non fu però una sorpresa strategica. La Russia era totalmente preparata alla guerra “.
Le autorità alleate a Norimberga negarono agli imputati tedeschi l’accesso ai documenti che li avrebbe scagionati. (5)   I leaders militari e politici furono impiccati, si suicidarono o vennero deportati in Unione Sovietica per essere fucilati o andare ai lavori forzati. Ne derivò che il compito di sistemare gli avvenimenti storici fu lasciato ad altri, inclusi studiosi russi e americani, nonché a dei tedeschi rispettabili come von Thadden.
Ulteriori prove citate da von Thadden circa lo scontro russo-tedesco furono fornite da Andrei Vlassov, un importante generale sovietico che era stato catturato dai tedeschi. Durante un colloquio nel 1942 col Generale delle SS Richard Hildebrandt, gli fu chiesto se Stalin intendeva attaccare la Germania e quando. Hildebrandt riferì in seguito:
“ Vlassov rispose dicendo che l’attacco era pianificato per Agosto-Settembre 1941. I russi stavano preparando l’attacco fin dall’inizio dell’anno e ci volle parecchio tempo a causa dello stato penoso nel quale versava la rete ferroviaria russa. Hitler aveva indovinato la situazione in modo corretto e colpì direttamente al cuore della macchina bellica russa. Questo, disse Vlassov, è la ragione per i grandi successi iniziali tedeschi “.
Nessuno ha fatto più di Viktor Suvorov (Vladimir Rezun), un ex ufficiale del controspionaggio militare sovietico, per dimostrare che Stalin stava preparando l’attacco alla Germania e all’Occidente come parte del progetto a lungo termine di sovietizzazione globale e che Hitler non aveva nessuna altra alternativa razionale se non quella di  sferrare un suo attacco. (6)   Nel libro “ Stalin’s Trap “, von Thadden discute e conferma l’analisi di Suvorov, citando anche le scoperte di altri storici militari russi i quali, lavorando in archivi resi accessibili solo dal 1990, sostengono ed elaborano l’opera di Suvorov. Tra loro il Colonnello in pensione sovietico Aleksei Filipov che scrisse “ The Red Army’s State of War Preparedness in June 1941 “ (lo stato di preparazione alla guerra dell’Armata Rossa nel Giugno 1941), un articolo pubblicato nel 1992 nella rivista militare russa Voyenni Vestnik, e Valeri Danilov, un altro colonnello sovietico in pensione che scrisse “ Did the General Staff of the Red Army Plan a Preventive Strike Against Germany? “ (lo Stato Maggiore dell’Armata Rossa progettava un attacco preventivo contro la Germania?) che fu pubblicato prima su un giornale sovietico e, più tardi, tradotto, nella stimata rivista militare austriaca Oesterreichische Militaerische Zeitschrift.
Nel 46° anniversario della fine della guerra in Europa, l’accreditato quotidiano moscovita Pravda dell’8 Maggio 1991, scriveva:
“ Piani sovietici irrealistici di  natura offensiva furono stesi prima della guerra in conseguenza ad una sopravalutazione delle nostre stesse capacità e ad una sottovalutazione di quelle del nemico. In base a questi piani iniziammo a dispiegare le nostre forze sul confine occidentale. Ma il nemico ci anticipò “
Stalins Vernichtungskrieg, 1941-1945.jpgDi recente, due importanti storici europei, uno tedesco ed uno austriaco, hanno presentato ulteriori prove dei preparativi sovietici per un attacco alla Germania. Il primo di questi è Joachim Hoffmann che per molti anni è stato uno storico presso il noto Centro di Ricerche Storiche e Militari di Friburgo. Egli presenta le sue prove nel libro Stalins Vernichtungskrieg, 1941-1945 (la guerra di sterminio di Stalin, 1941-1945), un opera di circa 300 pagine che è stata pubblicata di almeno tre edizioni. Il secondo è Heinz Magenheimer, un membro dell’Accademia della Difesa Nazionale a Vienna e editore della rivista militare austriaca Oesterreichische Militaerische Zeitschrift. Il suo libro dettagliato è stato di recente pubblicato in inglese col titolo Hitler’s War: German Military Strategy, 1940-1945 (la guerra di Hitler: strategia militare tedesca, 1940-1945) – Londra: 1998.
Von Thadden recensisce anche una serie di articoli del settimanale tedesco Der Spiegel circa i piani sovietici, elaborati dal Generale Georgi Zhukov, per attaccare il nord della Germania e la Romania agli inizi del 1941. Hitler’s War, German Military Strategy.jpgCommentando ciò, il Colonnello Vladimir Karpov ha affermato:
“ Immaginate soltanto se il piano di Zhukov fosse stato accettato e realizzato. All’alba di un giorno di Maggio o Giugno migliaia di nostri aerei e decine di migliaia di pezzi d’artiglieria avrebbero sfondato verso forse nemiche densamente concentrate, le cui posizioni erano note fino a livello di battaglione. Sarebbe stata una sorpresa ancora più incredibile dell’attacco tedesco su di noi “.

 I DISCORSI DI STALIN
Von Thadden fa lunghe citazioni di diversi discorsi di Stalin e di un ordine emesso dallo stesso Stalin nel 1943. Secondo l’autore, tutto ciò dimostra che Stalin, come il suo predecessore Lenin, considerava sempre la guerra come il mezzo fondamentale per promuovere la rivoluzione comunista mondiale e introdurre la dittatura globale del proletariato:
Forse il discorso più significativo è quello fatto da Stalin ad un incontro col Politburo il 19 Agosto 1939. Fatto davanti ad una intima cerchia di soci, esso dimostra la sua astuta ma completamente cinica valutazione delle forze politiche e rivela la sua furba lungimiranza. (A quanto ne sia a conoscenza lo scrivente, nessun storico americano ha finora pubblicamente divulgato il suo discorso).
Stalin fece questo discorso proprio mentre funzionari sovietici stavano negoziando con rappresentanti britannici e francesi una possibile alleanza militare con Gran Bretagna e Francia, e mentre funzionari tedeschi e sovietici stavano discutendo un eventuale patto di non aggressione fra i loro paesi. Quattro giorni dopo questo discorso, il Ministro degli Esteri tedesco von Ribbentrop si incontrò con Stalin al Cremlino per firmare il patto tedesco-sovietico di non aggressione.
E’ importante sottolineare che Stalin avrebbe potuto evitare la guerra nel 1939 concordando il suo sostegno alla Gran bretagna e alla Francia nella loro “garanzia” di sostenere la Polonia, oppure annunciando che l’Unione Sovietica si sarebbe fermamente opposta a qualsiasi violazione del territorio polacco da parte della Germania. Decise invece di dare a Hitler “luce verde” per attaccare la Polonia, prevedendo in pieno che la Gran Bretagna e la Francia avrebbero dichiarato guerra alla Germania, trasformando un conflitto locale in una guerra europea su vasta scala.
In questo discorso Stalin espose la sua opinione accorta e calcolatrice della situazione europea:
“ La questione della guerra o della pace è entrata in una fase critica per noi. Se concludiamo un patto di mutuo soccorso con Francia e Gran Bretagna, la Germania si ritirerà dalla Polonia (qui il ragionamento è contorto,non lineare, nè comprensibile,in quanto si ammetterebbe una invasione già avvenuta,e siamo solo al 19 Agosto '39, quindi 12 giorni prima dell'inizio delle operazioni militari tedesche in Polonia. Nota di Olodogma)e cercherà un modus vivendi con le potenze occidentali. La guerra verrebbe evitata, ma strada facendo gli eventi potrebbero diventare pericolosi per l’URSS. Se accettiamo la proposta tedesca e concludiamo un patto di non aggressione con essa, invaderà [qui il ragionamento sembra negare il "ritirerà" precedentemente affermato! Nd Olodogma)] sicuramente la Polonia e l’intervento della Francia e dell’Inghilterra sarà inevitabile. L’Europa Occidentale sarà attraversata da gravi disordini e sollevamenti. A queste condizioni, avremmo una grande occasione di rimanere fuori dal conflitto e potremmo prenderci il tempo necessario per decidere quando entrare in guerra. L’esperienza degli ultimi 20 anni ha dimostrato che in tempo di pace il movimento comunista non è mai sufficientemente forte per prendere il potere. La dittatura di tale partito diventerà possibile solo come conseguenza di una guerra. La nostra scelta è chiara. Dobbiamo accettare la proposta tedesca e mandare a casa cortesemente la missione anglo-francese. Il nostro vantaggio immediato sarà quello di prenderci la Polonia fino alle porte di Varsavia, e anche la Galizia ucraina. Per realizzare questi piani è essenziale che la guerra continui il più a lungo possibile e che tutte le forze, con le quali siamo attivamente coinvolti, vengano indirizzate verso questo obiettivo. Consideriamo una seconda possibilità e cioè una vittoria della Germania. E’ ovvio che la Germania sarà troppo occupata altrove per venire contro di noi. In una Francia conquistata, il partito comunista francese sarà molto forte. La rivoluzione comunista scoppierà inevitabilmente e noi saremo in grado di sfruttare venendo in aiuto della Francia e farcela nostra alleata. Inoltre, tutte le nazioni che cadono sotto la “protezione” di una Germania vittoriosa diverranno anch’esse nostre alleate. Ciò ci fornisce un ampio campo d’azione nel quale sviluppare la rivoluzione mondiale. Compagni! E’ nell’interesse dell’URSS, la patria dei lavoratori, che la guerra scoppi fra il Reich ed il blocco capitalista anglo-francese. Bisogna fare di tutto perché questo si trascini il più a lungo possibile al fine di indebolire ambo le parti. Per questa ragione è imperativo che noi concludiamo il patto proposto dalla Germania e che poi operiamo affinché questa guerra, che un giorno verrà dichiarata, venga condotta dopo che sia trascorso il più lungo tempo possibile “.
Il coraggioso calcolo del leader sovietico di usare la Germania come “rompighiaccio” per la guerra, affermò von Thadden, era la “Trappola di Stalin”.
Una versione di questo discorso era conosciuta fin dal 1939, ma per decenni era sempre stata liquidata come una menzogna. Tuttavia, nel 1994, storici russi ne trovarono un autorevole testo in un archivio sovietico speciale e lo pubblicarono subito su un accreditato giornale accademico russo, nonché in una pubblicazione accademica dell’Università di Novosibirsk. (7)  Subito dopo questo discorso dell’Agosto 1939, von Thadden afferma che Stalin ordinò un piano di mobilitazione militare di due anni, un piano gigantesco che sarebbe culminato nell’estate del 1941 con potenti forze sovietiche pronte a colpire verso occidente contro la Germania ed il resto dell’Europa.
Il 5 Maggio 1941, appena sette settimane prima dell’attacco tedesco, Stalin rilasciò un altro importante discorso, questa volta ad un banchetto cerimoniale al Cremlino per ufficiali dell’Accademia Militare Frunze. Partecipavano anche membri della “cerchia interna” di Stalin, inclusi Molotov e Beria. Von Thadden riferisce che durante la guerra i tedeschi ricostruirono il testo di questo discorso basandosi sul ricordo di ufficiali sovietici catturati e che avevano partecipato al banchetto.
Come afferma von Thadden, un certo numero di storici hanno prevedibilmente negato la sua autenticità, definendolo come un prodotto della propaganda di disinformazione tedesca. Tuttavia, diversi anni fa, lo storico russo Lev Bezymensky trovò il testo di una parte del discorso, redatto per la prevista pubblicazione, negli archivi del Cremlino. Egli pubblicò questo testo in un numero del 1992 del giornale accademico Osteuropa (Europa dell’Est).
In questo discorso Stalin sottolinea che la recente politica di pace dello stato sovietico aveva esaurito il suo compito. (Con questa politica, l’Unione Sovietica aveva esteso ampiamente i suoi confini verso occidente nel 1939 e nel 1940, inglobando circa 30 milioni di persone). Ora Stalin annunciava con chiarezza che era il tempo di prepararsi alla guerra con la Germania, un conflitto che sarebbe iniziato presto. Egli citò l’enorme riarmo della potenza militare sovietica, sia in quantità che in qualità, durante gli ultimi anni. La recente “occupazione” della Bulgaria ed il trasferimento di truppe tedesche in Finlandia, continuò, sono “motivi di guerra contro la Germania”.
Stalin disse:
“ Il nostro piano di guerra è pronto. Possiamo dare inizio alla guerra con la Germania entro i prossimi due mesi. C’è un trattato di pace con la Germania ma è un inganno, o piuttosto un paravento, dietro al quale possiamo apertamente operare. La politica di pace ha garantito pace al nostro paese. Ora comunque, con nostro esercito riorganizzato e tecnologicamente ben preparato per la guerra moderna, e ora che siamo forti, dobbiamo passare dalla difesa all’attacco. Nel difendere il nostro paese, siamo costretti ad agire sull’offensiva. Ci spostiamo da una politica di difesa ad una politica militare di azione offensiva. Dobbiamo riorganizzare la nostra propaganda, la sobillazione e la nostra stampa in uno spirito offensivo. L’Armata Rossa è un esercito moderno ed un esercito moderno è un esercito offensivo. Il motto di una politica pacifica del governo sovietico è ormai datato ed è stato superato dagli eventi. E’ iniziata una nuova era nello sviluppo dello stato sovietico, l’era dell’espansione dei suoi confini e non, come prima, grazie ad una politica di pace, ma piuttosto con la forza delle armi. Il nostro paese ha tutte le condizioni necessarie per farlo. I successi dell’esercito tedesco sono dovuti al fatto che questi non ha incontrato avversari ugualmente forti. Alcuni comandanti sovietici hanno sopravvalutato i successi dei tedeschi. Propongo quindi un brindisi alla nuova era che è sorta per lo sviluppo della nostra patria socialista. Lunga vita all’attiva politica offensiva dello stato sovietico! “.
Alla luce di tutte le nuove prove rese disponibili nei recenti anni, von Thadden  qui controbatte che sarebbe ovviamente necessario riesaminare l’interpretazione ufficiale di lunga data della guerra.
Per sostenere l’opinione “di regime” messa in difficoltà sullo scontro tra Hitler e Stalin, un gruppo di studiosi interessati si incontrarono ad una conferenza  internazionale a Mosca nel 1995. Storici provienti dall’Europa, Israele, Stati Uniti e Canada incontrarono le loro controparti russe per coordinare una “linea ufficiale”,  da tenere sia in Russia che in Occidente,  sulla guerra russo-tedesca e le sue origini. Questi storici hanno semplicemente ignorato la maggior parte delle abbondanti e sempre maggiori prove portate da parte revisionista circa questo capitolo di storia, inclusi i discorsi di Stalin e altre prove citate da von Thadden, e anche i recenti ed importanti ritrovamenti da parte di storici russi.
Per dimostrare che persino i ricercatori “ di regime “ possono cambiare opinione su questo capitolo di storia, von Thadden cita lo storico francese Stéphane Courtois. (8)
“ Sto lavorando per la rivalutazione di Stalin. Fu il più grande criminale di questo secolo. Ma, allo stesso tempo, fu anche il più grande politico del secolo, il più competente e il più professionale. Egli capì meglio di qualunque altro come utilizzare tutti i mezzi per raggiungere gli scopi. Dal 1917 in avanti, egli aveva una visione globale e, attenendosi al suo piano, la realizzò. Ovviamente è facile asserire che Hitler scatenò la guerra, ma le prove della responsabilità di Stalin sono schiaccianti. Stalin voleva sradicare chiunque si opponesse all’ordine sociale marxista-leninista “.
“ Per via della resistenza opposta dai soldati tedeschi “, conclude von Thadden, i “liberatori” russi e anglo-americani non si incontrarono nell’Europa Occidentale ma sulle rive dell’Elba nel centro della Germania “.
NOTE:
1 – Von Thadden scrisse numerosi articoli e saggi e fu coeditore del mensile di Coburg Nation and Europe. Altri suoi libri sono: Zwei Angreifer: Hitler und Stalin (due aggressori: Hitler e Stalin) dle 1993, Adolf Hitler del 1991, Die verfemte Rechte (i diritti proscritti), del 1984, Guernica: Greuelpropaganda oder Kriegsverbrechen? (Guernica: propaganda inventata o crimine di guerra?)
2 – “ Hitler’s Declaration of War Against the United States “ (la dichiarazione di guerra di Hitler agli Stati Uniti), The Journal of Historical Review, Inverno 1988-89 (Vol. 8, N° 4), pag. 389-416
3 – Questa parte della testimonianza di Goering, data il 15 Marzo 1946, si trova nella “serie blu” del Tribunale Militare Internazionale (Norimberga), Vol. 9, pag. 333-334. Il 27 Marzo 1941, ufficiali serbi a Belgrado, appoggiati dalla Gran Bretagna e probabilmente anche dagli Stati Uniti, capovolsero il governo yugoslavo filotedesco del primo ministro Cvetkotic. Il nuovo governo, condotto dal Generale Simovic, concluse rapidamente un accordo con Mosca. La successiva invasione tedesca della Yugoslavia, avviata il 6 Aprile, ritardò l’operazione Barbarossa contro l’URSS di varie settimane. Vedi: Germany and the Second World War (la Germania e la seconda guerra mondiale) – Oxford University Press, 1995 – Vol. 3, pag. 480, 498, 499.
4 – Questa parte della testimonianza di Jodl, data il 5 Giugno 1946, si trova nella “serie blu” del Tribunale Militare Internazionale (Norimberga), Vol. 15, pag. 394-395.
5 – Vedi lo studio di David Irving, Nuremberg: The Last Battle (Norimberga: l’Ultima Battaglia), recensito nel Journal of Historical Review del Luglio-Agosto 1998. Vedi anche Mark Weber: “ The Nuremberg Trials and the Holocaust “ (I processi di Norimberga e l’Olocausto), Journal dell’estate 1992, pag. 167-213
6 – I primi tre libri di Suvorov sulla Seconda Guerra Mondiale sono stati recensiti nel The Journal of Historical Review. I primi due: Icebreaker (il rompighiaccio) e M Day (giorno M) furono recensiti nel Novembre-Dicembre 1997 sul Journal (Vol. 16, N° 6) pagg. 22-34. Il suo terzo libro The Last Republic (l’ultima repubblica) fu recensito nel Luglio-Agosto 1998 nel Journal (Vol. 17, N° 4), pag. 30-37
7 – Una parte di questo discorso viene in parte citato nel Journal of Historical Review del Novembre-Dicembre 1997, pag. 32-34 e nel Journal del Luglio-Agosto 1998, pag. 31
8 – Le opere di Courtois includono: Histoire du parti comuniste français (storia del partito comunista francese) – 1995 – L’état du monde en 1945 (la situazione del mondo nel 1945) – 1994 – Rigueur et passion (rigore e passione) – 1994 – 50 ans d’une passion française (50 anni di passione francese) – 1991 – Qui savait quoi ? (chi lo sapeva?) – 1987 – e, forse, la più nota: Le livre noir du communisme: crimes, terreur, repression (il libro nero del comunismo: crimini, terrore, repressione) – 1997.
CIRCA L’AUTORE:
Daniel W. Michaels è andato in pensione dopo aver prestato servizio per 40 anni nel Dipartimento della Difesa americano. E’ laureato alla Columbia University (Phi Beta Kappa, 1954), e ha fatto parte del programma di scambio studentesco Fulbright nel 1957. Scrive dalla sua casa a Washington, D.C.
 Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI

lunedì 4 giugno 2012

Ritorno su “Katyn a Norimberga”

Robert Faurisson


Finalmente oggi si ammette da tutti che furono i Sovietici e non i Tedeschi a compiere il massacro di circa 22.000 ufficiali polacchi, non solo nella foresta di Katyn nei pressi di Smolensk ma altresì a Kosielsk, Starobielsk e Ostachlov. (Al processo di Norimberga si è stato parlato  soprattutto di Katyn).
Su questo punto storico si è data ragione ai revisionisti e finalmente la verità è stata ristabilita.
Invece, si continua a mentire su due punti importanti.
Innanzitutto ci si vuol dare ad intendere che al processo di Norimberga (1945-1946) furono soltanto i Sovietici ad avere la sfrontatezza di accusare i Tedeschi di questo massacro di massa. Ora la verità è che l'atto di accusa, con il suo riferimento al crimine perpetrato a Katyn dai Tedeschi, portava la firma nello stesso tempo e in successione dei Francesi (in primo luogo!), degli Americani, dei Britannici e dei Sovietici (in ultimo luogo!).
In seguito e soprattutto, per continuare a minimizzare la responsabilità degli Alleati in questa vicenda, certuni oggi si appellano al fatto che, nella sentenza pronunciata il 30 settembre e il 1° ottobre 1946, il nome stesso di “Katyn” non appare, cosa che è esatta. Ma, come si potrà constatare più avanti, non è meno vero che i giudici di Norimberga hanno implicitamente attribuito il crimine di Katyn ai Tedeschi dall'inizio alla fine del processo e ciò grazie, particolarmente, al sotterfugio offerto da un articolo dello Statuto, l'articolo 21; detto articolo dichiara che saranno considerate “come prove autentiche i documenti e i rapporti […] redatti dalle Commissioni costituite nei diversi paesi alleati per le inchieste sui crimini di guerra” imputati ai vinti; in altre parole, quindi, solo per il fatto che una Commissione sovietica avesse concluso che il crimine di Katyn era tedesco, ne conseguiva che nessuno aveva il diritto di mettere in dubbio la colpevolezza dei Tedeschi.
Riassumendo, non sono stati soltanto i Russi a disonorarsi per la menzogna di Katyn; i Francesi, gli Americani ed i Britannici hanno avuto, anche loro, una piena parte in questo disonore. E oggi gli storici che hanno la pretesa che i giudici di Norimberga non hanno attribuito ai Tedeschi il crimine di Katyn fanno prova, come minimo, di leggerezza.
Io, da parte mia, ho trattato nel passato di “Katyn a Norimberga” in uno studio del 1° agosto 1990 che si troverà sia a http://robertfaurisson.blogspot.fr/2010/12/katyn-nuremberg.html, che nella Revue d'histoire révisionniste dell'agosto-ottobre 1990, pagg. 138-144, che ancora nei miei Ecrits révisionnistes (1974-1998), pagg. 1130-1136. In questo studio, che risale a più di 20 anni fa, precisavo già che il crimine di Katyn non era menzionato nella sentenza. Ma questa assenza di riferimenti evidentemente non era per assolvere i Tedeschi. Se tale fosse stato il caso, i mezzi mediatici del mondo intero avrebbero riecheggiato la notizia. La ragione di quest'astensione da parte dei giudici dipende dalla spettacolare umiliazione subìta dai procuratori sovietici e dal presidente Lawrence venuto in soccorso di quest'ultimi quando costoro hanno voluto, il 1° e il 2 luglio 1946, vale a dire tre mesi prima del verdetto, dimostrare la colpevolezza tedesca. Il loro tentativo si era concluso con un fiasco: 1) gli interrogatori degli accusati tedeschi ai quali veniva imputato il massacro avevano finito col mettere in imbarazzo i Sovietici, 2) gli avvocati tedeschi avevano saputo passare all'attacco, 3) i procuratori sovietici, battendo in ritirata, si erano ridotti ad invocare pietosamente l'articolo 21 dello Statuto, 4) Lawrence li aveva seguiti su questo terreno, cosa, questa, che aveva avuto l'inconveniente di mettere in evidenza che questo art. 21 aveva la funzione di permettere agli accusatori ed ai giudici di affermare qualsiasi cosa senza addurne la prova. Si capisce che in tali condizioni il presidente Lawrence e gli altri membri del tribunale non parleranno più, tre mesi dopo, di Katyn nella loro deliberazione e nella loro sentenza.
Ciò che si può e si deve anche dire è che, dall'alzata alla calata del sipario della buffonata giudiziaria di Norimberga, il crimine di Katyn è stato attribuito ai Tedeschi dall'unanimità dei giudici. Questo crimine di massa è stato loro attribuito tre volte: prima dalla promulgazione dello Statuto col suo articolo 21, poi nell'atto d'accusa e, infine, al termine delle due udienze del 1° e del 2 luglio 1946 col richiamo confermato del suddetto articolo, vero e proprio deus ex machina dell'intero spettacolo.
Ripetiamolo: tutti gli Alleati (e non solamente i Sovietici), a cominciare dai Francesi, avevano firmato l'atto d'accusa che indicava nei Tedeschi i responsabili del massacro di Katyn. Inoltre, tutti gli Alleati (e non solamente i Sovietici) hanno considerato come “prova autentica” il documento-rapporto URSS-054 che affermava che le “fucilate” di Katyn erano state eseguite nell'autunno 1941 dal reggimento del genio tedesco 537. Questo articolo 21 da solo ha permesso agli Alleati di concludere e stabilire senza altra forma di processo che questo documento firmato da una Commissione sovietica era incontestabile. (Sia detto di passaggio, in questa commissione sedeva il metropolita Nicolas, che, insieme con il biologo Trofim Lyssenko, futuro falsario di fama, aveva firmato il documento o rapporto URSS-008 che attestava quanto c'era stato nel campo di concentramento di Auschwitz delle camere a gas omicide, quattro milioni di morti, etc.).
Se si raggruppano in un tutto i soli articoli 19 e 21 dello Statuto, ci accorgiamo che gli accusatori e i giudici di Norimberga disponevano con quegli articoli di un'arma assoluta che permetteva a costoro 1) di fare a meno delle “regole tecniche relative alla produzione delle prove”, 2) di chiamare “prova” ciò che essi, personalmente, stimerebbero avere “valore” di prova, 3) di considerare come acquisito ciò che essi stimerebbero essere “di pubblica notorietà” e che, in effetti, era essenzialmente la somma delle invenzioni della loro propaganda sulla “barbarie tedesca”. In parole povere e per dirla chiaro e tondo, al processo di Norimberga i vincitori potevano fare a meno di provare le accuse da loro portate contro il vinto. Essi hanno largamente approfittato di questo vergognoso privilegio e, in fin dei conti, la loro menzogna di Katyn non sarà stata che una delle loro più grosse menzogne, tutte dichiarate letteralmente incontestabili; in Francia, quarantacinque anni più tardi, il 14 luglio 1990, apparirà sul Journal officiel la legge social-comunista Fabius-Gayssot che, da allora, rende incontestabile questo tipo di menzogne, pena il carcere e pesanti pene pecuniarie.
Quanto agli storici, è ora che la smettano di mettere in risalto l'assenza di ogni menzione del crimine di Katyn nel testo della sentenza di Norimberga dato che, dopotutto, per tutta la durata del processo, i giudici sono stati unanimi nell'attribuire questo crimine ai Tedeschi.
Per riprendere l'espressione celebre di un alto magistrato americano, il “processo” di Norimberga è stato propriamente una high-grade lynching party (“un'operazione sofisticata di linciaggio”) imbastita da vincitori ebbri di sfrenata potenza contro un vinto dissanguato e ridotto in totale impotenza (vedere “Les Victoires du révisionnisme – suite”).
Non si immagina nessuno che, in piena cognizione di causa, accetterebbe di essere giudicato da un tribunale paragonabile a quello del “Processo dei grandi criminali di guerra davanti al Tribunale militare internazionale di Norimberga”.
NB: Alcuni revisionisti (vedi per es. Historische Tatsachen n° 48 de 1991) hanno scritto che dopo la guerra alcuni soldati e ufficiali tedeschi sono stati condannati a morte da un tribunale di Leningrado per il crimine di Katyn e impiccati. Sono stati forniti nomi, date e precisazioni. Ma, personalmente, non ho fatto indagini in merito e non sono in grado perciò di confermare, smentire o correggere questa notizia. Gli autori non hanno fornito il testo integrale della relativa sentenza, elemento che bisognerebbe ritrovare per potersi pronunciare con piena cognizione di causa.
20 aprile 2012

 http://robertfaurisson.blogspot.it/2012/04/ritorno-su-katyn-norimberga.html

domenica 3 giugno 2012

La geopolitica di Karl Haushofer ha ancora qualcosa da insegnare al mondo attuale


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Karl Haushofer (1869-1946)


 di Francesco Lamendola - 01/04/2010

È giusto buttare via il bambino insieme all’acqua sporca?
Dal momento che la geopolitica ha un’origine in gran parte tedesca, e poiché è servita a razionalizzare, in parte, gli obiettivi di guerra della Germania nelle due guerre mondiali, la cultura liberaldemocratica oggi dominante l’ha sdegnosamente rigettata, insieme ai vecchi e lugubri armamentari del nazismo.
Tuttavia, a parte il fatto che le potenze liberaldemocratiche - Stati Uniti e Gran Bretagna in testa - perseguono, con altri nomi e sotto alte maschere, un obiettivo strategico globale molto simile a quello che la geopolitica, tedesca e  non, indicava come proprio oggetto di studi, ci sembra che molta confusione ipocrita e molta voluta ambiguità siano alla radice di questa operazione di rifiuto e di radicale rimozione dal salotto buono della cultura odierna.
Fra parentesi, osserviamo che si tratta della stessa confusione ipocrita e della stessa voluta ambiguità che hanno presieduto all’abbandono degli studi geopolitici in Italia, dopo che essi avevano ricevuto un impulso originale fra il 1939 e il 1942, ad opera della omonima rivista e degli studiosi Giorgio Roletto ed Ernesto Massi dell’Università di Trieste. Caduto il fascismo, anche la geopolitica italiana è stata gettata nel cestino della storia, come un lontano cugino impresentabile, di cui doversi vergognare tra la gente “per bene”.
Dunque: in primo luogo, la geopolitica non è solo di origine tedesca, ma anche inglese e americana; anzi, a fondarla è stato uno studioso svedese, Rudolf Kjellen,  nel 1904. E la sua idea fondamentale, ossia la contesa naturale ed incessante fra le potenze marittime o talassocratiche e quelle continentali, deriva dal libro di uno studioso inglese, Sir Halford Mackinder, «The Geographical Pivot of History».
In secondo luogo, anche la geopolitica tedesca non è affatto un prodotto del nazismo e la si può benissimo immaginare anche senza Hitler. Il terreno è stato preparato dalla geografia politica di Friedrich Ratzel (1844-1904) e il suo massimo esponente è stato Karl Haushofer (1869-1946) che non era nazista, anzi che ebbe un figlio giustiziati dai nazisti, ma era piuttosto un militare conservatore della vecchia scuola, le cui idee fondamentali si concretizzarono fra due eventi che precedettero entrambi l’avvento del nazismo: da un lato il “Drang nach Osten”, la “marcia verso Oriente” della Germania guglielmina, che sembrò concretizzarsi con la costruzione della ferrovia Berlino-Baghdad; dall’altro la sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale e il fortissimo sentimento di frustrazione nazionale che si impadronì allora della Germania, sotto il peso del punitivo trattato di Versailles.
La Germania è una potenza continentale e sempre i suoi governi hanno ragionato in termini di politica continentale. La corsa all’accaparramento delle colonie, nel 1884, fu una eccezione alla regola, concessa da Bismarck per dare un contentino agli ambienti della Marina e a taluni settori industriali e finanziari; ma la rivendicazione delle colonie perdute non sarebbe stato che un elemento del tutto secondario nel disegno rivendicazionista di Hitler.
Viceversa, la Gran Bretagna è sempre stata una potenza marittima il cui obiettivo è quello di impedire che, sul continente europeo, si affermi una potenza egemone, ciò che metterebbe in forse i suoi interessi commerciali e strategici; per questo essa ha sempre profuso grandi somme di denaro per armare delle coalizioni contro la potenza egemone del momento, che fosse la Francia di Luigi XIV o di Napoleone, oppure la Germania di Guglielmo II e, poi, di Hitler.
Altrettanto evidente che, per Mackinder, il potere talassocratico fosse di segno positivo, mentre per Haushofer era quello continentale a rappresentare il “bene”: ciascuno vede la verità secondo il proprio specifico angolo visuale. Le potenze marittime sono isole e arcipelaghi (Gran Bretagna, Giappone) o penisole (Italia); quelle continentali sono al centro dei continenti (Germania) o, spingendosi da una costa all’altra, appaiono in grado di unificarli (Russia, poi Unione Sovietica; Stati Uniti; e, oggi, anche la Cina).
Per questo la Gran Bretagna non voleva né poteva rinunciare a Gibilterra, a Suez, ad Aden, a Singapore e Hong Kong, a Città del Capo e alle Isole Falkland: perché solo per mezzo di quelle basi strategiche avrebbe potuto stringere in una morsa le potenze continentali. E per questo la Germania, in entrambe le guerre mondiali, ha puntato a est, al grano dell’Ucraina, al petrolio della Romania e poi del Caucaso, al ferro della Svezia, alle immense steppe dell’Asia centrale: perché solo così avrebbe potuto spezzare l’accerchiamento marittimo e l’inevitabile strangolamento economico cui, con il dominio inglese dei mari, era inevitabilmente esposta.
Ma una cosa è certa: che, mentre per la Gran Bretagna la posta in gioco era la conservazione dell’impero coloniale e, quindi, del benessere legato allo sfruttamento di immense risorse mondiali e alla penetrazione commerciale nei più lontani mercati, per la Germania invece (o, prima di essa, per la Francia e, dopo di essa, per l’Unione Sovietica) la posta in gioco era, in un certo senso, la pura e semplice sopravvivenza. Perciò, a dispetto di tutte la apparenze, le guerre di Napoleone contro le varie coalizioni finanziate dall’Inghilterra erano essenzialmente difensive, come lo furono quelle di Hitler, ivi compreso l’attacco all’Unione Sovietica, spada continentale dei banchieri della City Londinese (e di Wall Street); mentre le guerre condotte e soprattutto finanziate dalla Gran Bretagna, nel corso di oltre due secoli, contro la potenza continentale di turno, a partire dalla Guerra dei Sette anni (1756-63), furono guerre prettamente offensive.
Entrambe le guerre mondiali possono essere considerate come un gigantesco scontro geopolitico fra le potenze talassocratiche e quelle continentali.
Nella prima, la potenza marittima egemone (Gran Bretagna), alleata con due potenze continentali marginali dell’area euroasiatica (Francia e Russia) e con due potenze extraeuropee, una continentale ed una marittima (Stati Uniti e Giappone), nonché con una potenza marittima europea (Italia), ha avuto la meglio sulle due potenze continentali europee (Germania e Austria-Ungheria) e su una potenza continentale marginale (Impero Ottomano).
Nella seconda, una potenza continentale e due potenze marittime dell’area euroasiatica (Germania, Italia e Giappone) hanno tentato, fallendo, di spezzare l’accerchiamento del maggiore potenziale integrato, marittimo e terrestre, che esistesse a livello mondiale (Gran Bretagna e Stati Uniti), alleato - per l’occasione - con l’altra potenza continentale (Unione Sovietica; la Francia essendo stata eliminata già nelle primissime fasi del conflitto).
Insomma, si arriva sempre alla medesima conclusione: che il dominio dei mari, alla lunga, assicura la vittoria, perché consente lo sfruttamento delle maggiori fonti di ricchezza mondiali; ma che le potenze marittime, per strappare la decisione finale, devono o allearsi con delle potenze terrestri, di cui si servono come di altrettante spade continentali, oppure devono trasformarsi esse stesse anche in potenze continentali: come è stato il caso della Gran Bretagna, che, attraverso colonie-continenti come l’Australia, ha decentrato i propri gangli vitali; tanto che è stato osservato come neppure l’invasione tedesca dell’Inghilterra, nel 1940, l’avrebbe costretta alla resa, poiché essa avrebbe potuto benissimo continuare la lotta trasferendo il proprio governo nel Canada e potendo contare sull’appoggio sempre più deciso degli Stati Uniti.
Infine potremmo dire che, negli ultimi decenni, la superpotenza americana (continentale, ma divenuta anche marittima per le necessità della sua politica imperiale), dopo aver avuto la meglio sulla superpotenza sovietica (anch’essa continentale, e anzi bicontinentale, improvvisatasi marittima per ragioni strategiche globali), deve ora fronteggiare l’ascesa irresistibile di una potenza squisitamente continentale, la Cina - e, in prospettiva, anche l’India - divenuta erede dello slogan panasiatico lanciato dai Giapponesi durante la guerra del Pacifico.
Ma sarà bene delineare, adesso, un rapido profilo della figura e dell’opera del controverso “padre” della geopolitica, Karl Haushofer, servendoci della penna di un valente studioso italiano.
Ha scritto Alessandro Corneli, esperto di relazioni internazionali e strategia, nel suo volume «Geopolitica è. Leggere il mondo per disegnare scenari futuri» (Fondazione Achille e Giulia Boroli, 2006, pp. 123-27):

«Karl Haushofer (1869-1946) è il pensatore geopolitico tedesco per eccellenza, ma il suo nome è Anche legato alla parabola nazista. Ufficiale di carriera senza particolari meriti, in missione diplomatica in Estremo Oriente Giappone e Manciuria, scrive le sue impressioni, restando particolarmente colpito dalla corsa alla modernizzazione dell’Impero del Sol Levante. Durante la partecipazione alla prima guerra mondiale legge “Lo Stato come organismo” dello svedese Kjellén e apprende il significato della geopolitica: scienza dello Stato in quanto organismo geografico, così come si manifesta nello spazio; lo Stato inteso come Paese, come territorio, e come impero. Convinto che la guerra in corso sia una guerra di annientamento della Germania, vuole che il suo paese sia una potenza mondiale. Così, all’indomani della sconfitta, ormai cinquantenne, fa il professore , il conferenziere, e dà vita alla “Rivista di geopolitica”, imponendosi come un’autorità intellettuale.
Nel 1919 aveva conosciuto il giovane Rudolf Hess (1894-1987). Hess, volontario nella prima guerra mondiale, si era arruolato nel reggimento List, in cui combatteva anche un ancora oscuro caporale di origine austriaca, Adolf Hitler, che lo convinse a entrare in politica, nel 1920, abbandonando l’università di Monaco dove stava per laurearsi in filosofia.  Stretta amicizia con Hermann Göring (1893-1946, che durante la guerra aveva acquistato fama di grande aviatore e fu poi il creatore della’armata aerea tedesca, anche se fallì l’impresa contro la Royal Air Force inglese nella Battaglia d’Inghilterra), Hess partecipò al fallito putsch nazista di Monaco nel 1923, e fu arrestato insieme a Hitler. In carcere, Hess aiutò il futuro Führer a scrivere il “Mein Kampf” (“La mia battaglia”), opera destinata a diventare il testo sacro del nazismo. Da quel momento egli divenne uno dei più stretti collaboratori di Hitler, tanto da esserne considerato il suo delfino (che in gergo politico indica il successore alla guida di un partito). Hess, ma non era il solo, coltivava studi esoterici. Per il tramite di Hess,  Haushofer incontrò Hitler almeno una dozzina di volte tra il 1922 e il 1938, ma non ne resta traccia documentaria. E soprattutto nasce il suo rapporto ambiguo con il nazismo. Dapprima, almeno fino al 1939, lo studioso riconosce al Führer il merito di avere ristabilito l’ordine, di avere unificato tutti i tedeschi in un solo Stato (Reich), di avere rimediato alle ingiustizie che il trattato di Versailles aveva imposto alla Germania vinta, considerata anche colpevole di avere scatenato la guerra. Ma la sua natura d’intellettuale un po’ distaccato dalla realtà, in difficoltà a capire i politici e i loro giochi tortuosi, di strenuo difensore della coerenza delle sue teorie,  non gli permise di integrarsi nel sistema, tanto è vero che non ebbe mai la tessera del partito. In fiondo, egli era rimasto un nazionalista conservatore, un esponente della società tedesca guglielmina, aristocratica e gerarchica, , di cui erano espressione le alte cariche dell’esercito, diffidente nei confronti dei “parvenus” un po’ plebei che affollavano il mondo nazista.  Nel 1939 ci fu anche uno screzio profondo: nel libro “Le frontiere “ aveva sollevato la questione della popolazione tedesca del Tirolo meridionale, annesso all’Italia nel 1919, e la cosa doveva turbare i rapporti tra Hitler e il suo principale alleato, Benito Mussolini,.
L’inizio della guerra fece registrare un progressivo isolamento di Haushofer.  La moglie, di discendenza non ariana, era stata salvata per amicizia politica; uno dei figli, Albrecht, si trovò implicato, nell’aprile 1941q, in un complotto per arrivare a una pace separata; il 10 maggio dello stesso anno, il suo amico e protettore, Hess,  compì il misterioso volo in Inghilterra e venne catturato dagli inglesi; la “Rivista di geopolitica” si dibatteva tra molte difficoltà, tra la necessità di giustificare la politica hitleriana e il pensiero del suo fondatore, che nell’ottobre 1945 dichiarerà che dopo il 1933, cioè dopo l’ascesa di Hitler al potere, la rivista stessa era sempre stata “sotto pressione”. Dopo l’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, Haushofer venne sospettato e incarcerato: il figlio Albrecht era stato già giustiziato in aprile. Arrestato dagli americani dopo la resa della Germania (8 maggio 1945), Haushofer fu ascoltato come testimone durante il processo di Norimberga: messo a confronto con Hess, questi dichiarò di non conoscerlo. Il 10 maggio 1946 Haushofer e la moglie si suicidarono.
Affrontiamo adesso gli elementi fondamentali del suo pensiero geopolitico, dicendo anzitutto che è figlio della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale: il problema era a quel punto di andare oltre la conoscenza di sé, chiesta da Ratzel, e di fondare un progetto politico ricavandolo dalla geopolitici, perché la geopolitica, come affermava Haushofer, rappresenta il ponte tra il sapere e il potere, una specie di autocoscienza che conduce alla decisione.
Il lavoro dei precedenti studiosi viene utilizzato a fondo. Anzitutto la nozione di spazio vitale aggravato dalle ingiustizie del trattato di Versailles. In secondo luogo, e questo è un suo contributo originale, l’insistenza sulle idee globali o “pan-idee”, come il pangermanesimo, il panslavismo o il panasiatismo.  Sono queste idee in grado di costruire vasti consensi, al di là di quelli che si possono costruire intorno a un piccolo stato, e anzi sono, rispetto ai confini statali, transfrontaliere, disegnando grandi complessi continentali. L’Impero Britannico, secondo Haushofer, è destinato a essere stritolato da queste pan-idee: l’India, per esempio, non si riconoscerà in un pan-britannismo.  L’Unione Sovietica, invece, potrà far leva, data la sua estensione su due continenti, sulle idee panasiatica ed euroasiatica; gli Stati Uniti, a loro volta, sulle idee panamericana e pan pacifica.
Bisogna riconoscere a Haushofer una fantasia non priva d’illuminazioni anticipatrici, , anche se egli generalizza l’dea di alcuni fatti concreti, quali l’idea di “sfera di coprosperità asiatica” con cui il Giappone giustificava il proprio espansionismo o addirittura l’idea  di una Comunità Economica Europea lanciata, tra il 1940 e il 1944, dal ministero dell’economia e presidente della Reichsbank e sostenuta dal mondo industriale tedesco: una comunità, beninteso, di cui la Germania sarebbe stata il fulcro. Ma non è ciò che sta accadendo adesso per via pacifica?
Ciò che i geopolitici tedeschi aborrivano sopra ogni altra cosa  era il modello imperiale britannico e, accanto a coloro che sostenevano la possibilità di distruggerlo con una guerra vittoriosa,  c’erano altri che pensavano di aggirarlo e in qualche modo disgregarlo.  La seconda strada, per esempio, era alla base del progetto della ferrovia  che, iniziata nel 1903, avrebbe dovuto collegare Berlino con Baghdad  passando per Istanbul e che doveva coronare il sogno orientale di Guglielmo II, protagonista di un celebre viaggio a Gerusalemme e di un incontro con il gran muftì., al quale l’imperatore aveva promesso tutto il suo appoggio contro il sionismo, considerato lo strumento di penetrazione della Gran Bretagna in Medio oriente. Se il disegno fosse riuscito, analogamente alla spedizione di Napoleone in Egitto, , sarebbe stato spezzato l’accerchiamento britannico che andava dall’Africa (Gibilterra) all’Asia del sud-est (Singapore, Hong Kong).
Molte di queste idee sono proliferate dopo la seconda guerra mondiale. A patte la linea antisionista, antiamericana e antiamericana ben radicata in tutto il mondo islamico, specie nel Medio Oriente, idee come “l’Asia agli asiatici” o “l’Africa agli africani”, e lo stesso movimento dei “non allineati” o terzomondisti, e recentemente l’opposizione alla globalizzazione, considerata il nuovo strumento di dominio mondiale da parte degli anglo-americani, trovano molti spunti nell’opera dei geopolitici tedeschi e in particolare di Haushofer.
Quando la Germania di Hitler e l’Unione Sovietica di Stalin firmarono il patto Molotov Ribbentrop (23 agosto 1939), che prevedeva la spartizione della Polonia e quindi l’inizio della guerra tedesca per la conquista a est della spazio vitale, Hashofer vide che l’incubo di Mackinder, cioè la concentrazione dell’Heartland a spese delle potenze marittime, si era realizzato e definì quel’evento il più grande e importante cambiamento nella politica mondiale. Entusiasmo prematuro, non solo perché il Giappone non condivideva l’alleanza russo-tedesca, mirando a erodere la presenza russa in Asia, ma soprattutto perché a meno di due anni da quella firma la Germania attaccò l’Unione Sovietica.
Un Paese inoltre Haushofer sottovalutò, come del resto Hitler: gli Stati Uniti, , considerati come una potenza che si era chiusa nell’isolazionismo, gelosa del proprio benessere (nonostante la crisi devastante del 1929), soprattutto una società così impregnata di individualismo che non sarebbe stata in gradi di esprimere una forte volontà. Secondo Hitler una plutocrazia giudeizzata, concentrata sugli affari, priva di virtù guerriere, non era portata per la guerra.  Un abbaglio reso possibile dai pregiudizi, come spesso accade.  Eppure, proprio gli Stati Uniti avevano a loro vantaggio, a guerra scoppiata,  fattori determinanti: la sicurezza del loro territorio,  una straordinaria capacità industriale, produttiva e organizzativa, e poi due alleati all’interno dello stesso Heartland che la Germania aveva pensato di avere posto sotto il proprio controllo: la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica.»

L’obiezione più forte che i moderni studiosi di tendenza  liberaldemocratica muovono all’idea stessa della geopolitica è che, nelle condizioni proprie seguite alla seconda guerra mondiale e alla fine della “guerra fredda”, è anacronistico pensare ancora la politica come lotta per l’espansione territoriale, dato che i sistemi democratici non punterebbero all’ingrandimento del proprio territorio, ma all’espansione di pacifiche relazioni commerciali e alla libertà dei mari.
Tutte queste buone intenzioni sono state compendiate nella cosiddetta Carta Atlantica, sottoscritta dal capo del governo inglese Churchill e dal presidente statunitense Roosevelt nel 1941 (quando, si noti, gli Stati Uniti d’America e i governi dell’Asse non erano ancora formalmente in stato di guerra gli uni contro gli altri).
Tuttavia, vi sono pochi dubbi sul fatto che dietro quelle formule si celava, da un lato, la tenace, rancorosa volontà di Churchill di punire la Germania e l’Italia e di conservare a ogni costo l’Impero britannico, l’India specialmente (anche se, poi, le cose sono andate altrimenti); e, dall’altro lato, la determinazione americana di rilanciare la propria economia - mai uscita dalla crisi del 1929, nonostante l’apparato propagandistico del New Deal - ed anche il proprio ruolo politico mondiale,  mediante la colonizzazione finanziaria del mondo intero.
C’è, poi, bisogno di notare che molte idee, e persino molti uomini, della geopolitica nazista, sono passati, quatti quatti, proprio nei meccanismi strategici del Pentagono dopo il 1945, tanto che si può parlare di una autentica ripresa di quei temi e di quelle concezioni in chiave liberaldemocratica? Ne abbiamo già parlato in un precedente articolo, su questo stesso sito (intitolato «Da Hitler a Bush, ovvero come si passa dal Terzo al Quarto Reich», pubblicato in data 01/02/2008), per cui rimandiamo il lettore  a quelle riflessioni.
È davvero insopportabile l’ipocrisia del totalitarismo democratico: il quale, mentre respinge con orrore tutto ciò che la cultura politica tedesca (e italiana) ha prodotto negli anni del fascismo, contemporaneamente si serve di gran parte del suo armamentario ideologico, rivisto e riverniciato, per perseguire sempre più spregiudicatamente i propri disegni di dominio mondiale.



http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=31589

venerdì 7 agosto 1992

Inglesi e antifascisti: a futura memoria

DOMENICA 13 OTTOBRE 2013




Guerra 1940-1945

Inglesi e antifascisti: a futura memoria

Di Marsilio Bruzio

Articolo tratto da STORIA E VERITA’ anno II n. 7 luglio/agosto 1992


            In un servizio apparso sul numero 2 di “Storia Verità”, Luigi E. Longo ha trattato il tema dell’apporto fondamentale della BBC inglese alla propaganda di guerra, e in particolare dell’opera prestata a Radio Londra nelle trasmissioni per l’Italia dalla Italian Section, affidata a responsabili inglesi per il coordinamento, l’impostazione e la regia dei programmi. Nel pezzo è stato evidenziato il lavoro svolto dai collaboratori italiani al servizio del nemico.
            E’già stato detto dell’importanza di organismi come il P.W.E. prima e P.W.B. successivamente, ma ora vorremmo approfondire la conoscenza sia delle persone che delle opinioni sulle stesse dei responsabili inglesi, il clima in cui si svolgeva detta collaborazione e, in conclusione, quale fu la valutazione obiettiva sull’apporto fornito allo sforzo di guerra britannico dagli antifascisti italiani.Chi si pose al servizio del nemico contro la Patria, fu coperto, a guerra finita, dall’art. 16 del Trattato di pace, espressamente imposto dagli Alleati per evitare l’addebito di reati previsti dalla legge vigente. Il premuroso intervento prova l’illiceità del comportamento di tanti “patrioti”.
            Nella ricerca, il punto fermo è offerto dalla documentazione conservata presso il P.R.Q. di Kew Garden (l’equivalente del nostro Archivio di Stato) e dall’esame della stessa si possono trarre interessanti giudizi. Il quadro globale è di desolante squallore morale, evidenziato dall’improntitudine dei protagonisti nel superare l’evidente disagio degli inglesi – dallo stesso Churchill a Stevens, dai funzionari del S.O.E. a quelli del P.W.B. e del Foreign Office – a servirsi di individui, cui non vengono lesinate mortificazioni. Tuttavia è una catena lunga, non interrotta a guerra conclusa, perché si serviranno ancora, i vincitori, dei loro prezzolati, sistemati nella politica, nella diplomazia, nelle università, nel giornalismo (Ruggero Orlando inviato poi dalla Rai a New York) nel mondo finanziario e in altri posti chiave dell’economia italiana, della magistratura, di enti importanti.
            L’armistizio del settembre ’43 non arreca vantaggi all’Italia. Il Nord è compresso tra l’interesse politico tedesco a disporre di un interlocutore come Mussolini, personaggio di rilievo nel mondo, e i limiti imposti dal controllo della situazione italiana, manifestatasi inaffidabile e colpevole di trascinarsi sulle spalle il pesante fardello del tradimento del Re e di Badoglio. Da qui sospetti e cautele per la miope visione germanica, incapace di saper distinguere e portata a caricare sugli italiani colpe a giustificazione di errori propri.
            Al Sud atmosfera ancora più pesante, creata dallo stato di “resa incondizionata”, gestito dagli Alleati con rigida chiusura verso le disprezzate istanze dei Savoia, di Badoglio e del suo non governo, e della stessa emergente classe politica. Il disegno di superare lo stato di resa offrendo la cobelligeranza appariva insensato e più ancora lo sperare “nell’ipotesi di una alleanza alla pari” (come ebbe a scrivere un alto esponente inglese).
            L’incapacità politica di valutare realisticamente la situazione, non impediva agli esuli antifascisti in Inghilterra di lavorare contro gli interessi del loro Paese. A tale proposito interessanti spunti sono offerti dalla documentazione contenuta nel volume di Peter Sebastian I servizi segreti speciali e l’Italia 1940-1945 edito da Bonacci e curato da Renzo De Felice per la collana “I fatti della storia”. Da questa libro la classe antifascista italiana esce malconcia e svilita, spremuta come un limone gettato nella pattumiera. Ma non si salvano nemmeno gli inglesi, perché cade l’affermazione di Churchill che attribuiva al fascismo tutte le disgrazie italiane: infatti aver ricevuto dagli antifascisti richieste e indicazioni sui luoghi da bombardare, vanifica le giustificazioni morali e personali per l’attività terroristica dell’aviazione britannica nell’estate del 1943. Eppure il Sig. Churchill aveva già in passato espresso le sue opinioni su Mussolini e il Fascismo, anche in tono apologetico, e le sue contraddizioni sono ancor più complicate dall’irrisolto mistero della corrispondenza avuta con il Duce e delle sue visite sul lago di Como a guerra finita.
            La classe politica antifascista aveva dimostrato nei rapporti con gli inglesi, durante la guerra, limiti morali e mancanza di progetti costruttivi, anteponendo sempre l’interesse di parte  o personale al sentimento patriottico. L’impressione suscitata era sgradevole e sprezzante, purtuttavia facilitava il disegno politico alleato. Solo il  Ministro degli Esteri Eden non abbandonava la sua nota ostilità verso tutti gli italiani indistintamente e, fautore convinto della resa incondizionata – Churchill all’inizio fu titubante – non volle mai riconoscere ufficialmente il Free Italy Movement, scaricandolo al Ministero della Propaganda, cui fecero capo i fuoriusciti italiani, vecchi e nuovi arrivati. Facevano parte del movimento: Lussu, Tarchiani, Cianca, Garosci, Zanni, Gentili, Balzani, Crespi, Sforza, Pettoello, Petrone, Luzzatto, Orlando, Gentile, De Meo, Gavasi, Tartagli, Galli, panizzi, Fano, Zencovich, Montani, Mazzucato, Pio, Sampietro, Forti, Minio-Paluello, Priuli-Bon, De Bosi, Montruschi, Formigoni, Nissim, Vincis, Zanelli, utilizzati dal S.O.E. sia per la sezione propaganda (SO.1) della P.W.B. sia, in minima parte, per qulla operativa (SO.2). Alcuni furono inviati in Italia (sbarcati da sommergibili o aviolanciati) e tra essi Marini, Zapetti, Andreoli, Sisnaver, Sartori, Picchi, tutti catturati, processati e condannati alla fucilazione come spie al soldo del nemico.
            L’attività iniziale del F.I.M. venne giudicata deludente dal responsabile inglese della Italia Section del S.O.E. Hugh Dal ton ed errata nell’impostazione psicologica per le accuse generiche e gratuite rivolte verso tutti gli italiani, tanto che fu ritenuto necessario rivedere tutta l’impostazione. Fu così affidata a funzionari inglesi la responsabilità delle trasmissioni, incentrando l’attività propagandistica più incisivamente su Mussolini e il fascismo, additati come responsabili della guerra e delle sconfitte militari italiane.
            Una relazione datata 30/09/42 del P.W.B. così descriveva i risultati della I.S.: “molti sforzi sono stati fatti con la propaganda per trovare una formula attraverso la quale potesse essere creato un movimento antifascista forte e popolare. Sono stati avvicinati leaders potenziali, rivolti appelli a gruppi politici e sociali. Tutto fallito. Persino la famiglia reale non offriva garanzia alcuna né possedeva tra i suoi componenti qualcuno con qualità carismatiche”.
            Anche i più attivi e dinamici tra i fuorusciti antifascisti, ad esempio Emilio Lussu, affermavano quanto i fatti smentivano, ossia l’esistenza in Sardegna di una situazione prerivoluzionaria da far esplodere “con un semplice cenno della mano”: da qui i sarcastici commenti e la meritata taccia di millantatore.
            Il movimento politico che riscuoteva qualche credibilità “Giustizia e Libertà”, specializzatosi purtroppo nel segnalare obiettivi da bombardare, non ebbe migliore fortuna ed il gruppetto composto da Tarchiani, Cianca, Garosci e Zanni fu trasferito alla sezione S.O.E. del Cairo nel 1943 in previsione di poter essere utilizzato dopo lo sbarco in Sicilia. Il S.O.E. rifiutò però di accettare volontari italiani (ad eccezione di elementi dotati di particolari qualifiche, tutti ufficiali e sottufficiali in S.P.E.) così che il divieto rimase in vigore in tutte le FF.AA. alleate. Accadde anche che un reparto logistico-amministrativo dell’esercito britannico rifiutasse decisamente di essere aggregato provvisoriamente ad un reparto militare italiano del Sud affermando che “…ciò costituirebbe un’indegnità troppo grande per il personale britannico”. Lo stesso conte Carlo Sforza, uno fra i più noti antifascisti (nel dopoguerra ministro degli esteri) venne definito da Churchill “stupido e sleale vecchietto” allorché si rifiutò di entrare nel governo Badoglio,  giudicandolo prossimo alla liquidazione. Sforza si ebbe una pesante reprimenda dal premier inglese che lo accusò di “non stare al gioco prestabilito” nel più vasto contesto del “do ut des”, e fu grazie all’appoggio americano che rimase a galla fino a che il fatto venne ridimensionato, pur conservandosi l’acredine inglese.
            La classe politica antifascista, emblematico il campionario londinese, era molto diversa da quella anglo-sassone, opposizione compresa, per dirittura morale, senso di patriottismo comportamento responsabile e  coerenza di azione con il War Cabinet. Gli inglesi erano preoccupati non solo per il non edificante spettacolo offerto dagli esuli ma anche perché essi non riuscivano ad ottenere “…una analisi obiettiva ed omogenea delle personalità, delle tendenze, condizioni e opinioni, degli italiani,  soprattutto per le contrastanti risultanze emerse…Il signor Orlando sottolineò tristemente che era pervenuto alla conclusione che i rifugiati contassero pochissimo e che ogni vero movimento di rinascita dovesse provenire dall’interno del paese stesso” (P. Dixon, funzionario del Foreign Office).
            Soltanto con le relazioni dell’AMGOT gli inglesi poterono avere un quadro obiettivo anche se sconcertante della realtà politica italiana. Naturalmente nel clima di ostilità preconcetta, anche le autorità italiane del Sud non trovarono crediti e consensi, se non un generico e gratuito incoraggiamento. L’ipocrisia di fondo non offriva alcun serio contributo al miglioramento dei rapporti diplomatici e della politica generale, tanto che gli alleati sintetizzavano:“L’Italia è un nemico sconfitto e allo stesso tempo un cobelligerante che si aspetta di essere trattato da alleato”.
            Con l’avvento di Ivanoe Bonomi al posto del defenestrato Badogliole cose non cambiarono poiché Londra definì l’avvenimento sarcasticamente con la frase: “un grande disastro per l’avvento di questo gruppo di politici vecchi e affamati così poco rappresentativo”.
            Pietro Nenni veniva classificato pericoloso a causa della sua amicizia con i comunisti, in specie Togliatti. O. Sargent, funzionario inglese, lo descrisse in un suo rapporto “un disastro” per le continue minacce del leader socialista nel prospettare la guerra civile in caso di rifiuto delle istanze social-comuniste sunteggiate nello slogan “o la repubblica o il caos”.
            Il comportamento cinico e sprezzante degli inglesi non fu diretto, ad onor del vero, soltanto verso gli italiani , ma ne fecero le spese francesi e jugoslavi, polacchi e cecoslovacchi e si ebbero contrastanti comportamenti a seconda delle variazioni politiche internazionali inserite nel più grande ed egoistico gioco di Churchill. Si salvarono i reali d’Olanda e Norvegia, ma furono sacrificati quelli di Jugoslavia e d’Italia, emarginati quelli belgi e greci e caddero o sopravvissero uomini politici, specie dell’Est-Europa, secondo la logica di Yalta.
            I politici antifascisti italiani confluiti in Inghilterra non furono molti, anche se di diverse ideologie politiche: non riscossero  piena fiducia ed ebbero scarsa considerazione, non migliorarono i loro rapporti con gli inglesi e si alienarono le poche simpatie raccolte. Importante quella del Labour Party, più incline alla solidarietà internazionale che al miglioramento dei rapporti con gli italiani, i quali vissero e si agitarono disordinatamente, incompresi ed emarginati, utilizzati di volta in volta e poi accantonati, così che “…tutti i tentativi fatti per influenzare l’opinione pubblica inglese fallirono” scrisse lo storico M.R.D. Foot. Erano esuli fra esuli, anche se ci furono eccezioni, specie per la nutrita presenza ebraica, come i Colosso, i fratelli Piero e Paolo Treves e Carlo Petrone e più tardi Zencovich e Ruggero Orlando (già squadrista fascista e nipote dello statista siciliano – n.d.a.).
            I loro appelli agli italiani rimasero senza risposta, e un completo insuccesso fu la tentata costituzione di una missione da inviare nei campi prigionieri dell’India, dell’Egitto e dell’Africa Orientale per fare proseliti antifascisti e costituire reparti militari da inviare contro i tedeschi.
            Fallito anche questo tentativo oltre quello radiofonico, rimasti isolati per dissidi interni, non riuscirono ad accreditarsi presso gli inglesi come “esperti di problemi italiani” avendo mostrato di ignorare tutto della vita italiana. Lo stesso Stevens “il colonnello Buonasera” riconosceva la scarsa rilevanza  della loro collaborazione. Essi correvano però il rischio, in caso di guerra vinta dall’Asse, di essere accusati di alto tradimento per intelligenza col nemico e di essere fucilati (come accadde al figlio di Lord Amery impiccato dagli inglesi in quanto colpevole di aver fatto propaganda per l’Asse in funzione anti-inglese).
            Trovarono appoggio soltanto in Italia, spalleggiati dai loro partiti e dalla partecipazione prestigiosa di un filosofo come Benedetto Croce, che nel discorso di Bari del 28 gennaio 1944 antepose ad una vittoria del fascismo la sconfitta dell’Italia, tesi aberrante per l’odio che l’ispirava, per il fanatismo delle idee che smerciava, per l’assoggettamento della patria al nemico.
            Nell’etere venivano profusi i germi più nefasti dell’anarchia, dell’odio insensato per le istituzioni nazionali, della demagogia politica, delle lacerazioni delle coscienze, della dissoluzione morale, del rifiuto dei valori di sempre e tutto per il trionfo del pensiero individuale e del particolare interesse.
            Ben diverso il discorso tenuto da Giovanni Gentile il 24 giugno del 1943, rivolto a tutti gli italiani, fascisti o non, che incitava a credere nell’avvenire della Patria da far grande contro le avversità della natura e degli uomini: ..un popolo che salvi intatta la coscienza della propria dignità, che non smarrisca la nozione di quel che esso è e deve essere, potrà vedersi a un tratto oscurarsi il firmamento sopra di sé, ma a breve le stelle torneranno a brillare”. Ed ancora nella primavera del ’44, all’inaugurazione dell’anno accademico, egli diceva: “..è dovere civile di ogni italiano ricordare, ora e sempre, per avere viva e intera coscienza delle nostre colpe, del severo castigo meritato, dell’aspra fatica che ci tocca di affrontare per espiare il passato e riconquistare il posto a cui ci danno diritto il sacrificio dei morti, la nostra intelligenza, le virtù del nostro popolo sano e laborioso. Dico, delle nostre colpe, perché nessuno degli italiani che voglia lavorare alla ricostruzione e quindi alla concordia del Paese, vorrà declinare la sua parte di dignità umana. Soffriamo le conseguenze, quantunque sia anche giusto che l’onta e il danno ricadano maggiormente su coloro che abusarono della fiducia in loro riposta e nell’ombra tradirono la Patria e ne vollero dissennatamente lo sfacelo: annientato l’esercito, consegnata al nemico la flotta, sfasciata la compagine nazionale, spenta nei cuori ogni fede negli istituti fondamentali, fiaccata e distrutta la coscienza e la volontà della stirpe: l’Italia, già fiera della sua antica e nuova storia, e soprattutto della gloriosa parte avuta nella precedente guerra mondiale e del vigoroso impulso quindi impresso al ritmo di tutte le sue energie, ridotta un gregge senza capo, sbandata moltitudine senza un’anima, umiliata e spregiata dallo straniero, vile è ai suoi propri occhi, come se il disonore di un gesto avesse cancellato venticinque secoli di storia scintillante di genio, di virtù, di lavoro, di ardimenti. Un’Italia “libera”, a sentire una bugiarda ed empia leggenda; quando in verità non c’era più un’Italia, e le sue terre, i suoi uomini, i suoi tesori d’arte eran preda o ludibrio degli invasori, a cui sono state aperte le porte”.
            Pochi giorni più tardi, Giovanni Gentile veniva assassinato dai GAP comunisti e, da Radio Londra, il velenoso Stevens dette la notizia dimenticando d’aver propiziato con gli inviti alla violenza. Giovanni Spadolini, definì il 22 aprile 1944sul periodico “Italia e civiltà” come: “…spregevole e infame per la nostra razza l’assassinio del filosofo”. Croce ebbe modo di pentirsi, fortunatamente per lui, sconfessando sé stesso nel luglio 1947 alla firma del trattato di pace con l’Italia, perché: “…profondamente deluso dagli anglo-americani, ai quali mi sono spiritualmente alleato, con la speranza che riconoscessero all’Italia un’eguaglianza di merito nella guerra civile e “religiosa” contro l’Asse: una speranza completamente tradita”. Ed ancora più avanti, ugualmente deluso dalla nuova classe politica antifascista generata dal tradimento, enunciava: “…la ricostruzione e l’assicuramento della libertà precede ed è fondamentale, e non bisogna mescolare e confondere i suoi problemi con gli altri di carattere variamente particolare, né illuderci che si possa, con gli allettamenti di particolari riforme e di vantaggi economici attirare a quella giacché, con procedimenti siffatti (che sono da dire simoniaci in quanto contaminano il sacro col profano) si otterrebbe in tal caso, non la libertà, ma la vana sua apparenza, la retorica democratica  o piuttosto demagogica, rumorosa e vacua, energica a parole e debole nel fatto, e tale da crollare al primo urto”.
            Noi non siamo particolarmente legati al Croce, come uomo in primis, ma dobbiamo riconoscergli il tardivo pentimento che ci dà ragione.
            Gli esuli antifascisti che in Inghilterra aiutavano il nemico di allora a vincere la sua guerra, miravano a ben più pingui e remunerativi obiettivi che al ristabilimento in Italia della libertà e della democrazia. Basta guardare le loro carriere del dopoguerra.

Indice delle sigle

P.W.E.           Political Warfare Executive

P.W.B.           Psychological Warfare Branch

P.R.O.                        Public Records Office

S.O.E.             Special Operation Executive

I.S.                  Italian Section