sabato 11 maggio 2013

La demonizzazione delle razze


di Rutilio Sermonti

Parliamone, di razza, ma parliamone con la testa sulle spalle, guardando il mondo e non la sua grottesca caricatura disegnata dagli usurai per i loro fini e spacciata per realtà.

Se c’è un fenomeno talmente distintivo del pensiero unico obbligatorio conseguito alla yaltesca proclamazione del Libero Pensiero, da poter assurgere a criterio di datazione di documenti non datati, è quello della corale esecrazione di qualsiasi rilevanza che fosse assegnata alle razze umane.
La stessa parola “razza” ha assunto una tale connotazione oscena che una “persona ber bene” si astiene dal pronunziarla in pubblico, talché i colti la sostituiscono pudicamente con “etnia”, e i buzzurri con “colore della pelle”. Persino gli zoologhi preferiscono denominare l’omonimo genere di pesci cartilaginei con un improbabile latino “raja”, e “rajiformi” il suo gruppo tassonomico, Dio li salvi!
Consentito, anzi, incoraggiato, è solo l’uso del derivato “razzismo”, purché pronunziato con labbra atteggiate a disgusto, come per “merda” o “scaracchio”. Persino la gente pia, come i cosiddetti cristiani, davanti alla considerazione che la diversità razziale appare palesemente disposta da Dio Padre Onnipotente Creatore eccetera, vi tappa la bocca con l’infallibilità pontificia, che attesta che, poi, l’Altissimo si è pentito, e ha delegato gli uomini a metterci una pezza col “melting pot” (l’Altissimo parla correttamente l’Americhese).
Ora, chiunque, spassionatamente, consideri l’universalità e simultaneità del cosiddetto “anti-razzismo”, non può non domandarsi come esso sia venuto alla luce, già vivo ed armato come Pallade Atena, e da quale cervello se non quello di Zeus.
Se non usiamo occhiali di bandone, non si scappa: tutte le strade portano all’orrore per l’Olocausto. E, prescindendo dalla sua realtà storica, non si può negare che, per essere orrendo, l’Olocausto lo fosse un bel pò! Anche troppo! Solo che non può comunque considerarsi una manifestazione di razzismo, per il semplice fatto che i sei milioni pretesamente usciti dai camini nazisti, oltre agli altrettanti “miracolosamente “ scampati per farsi risarcire, tutto erano fuorché una razza, e tanto meno semitica. Definire pertanto il razzismo come odio razziale ed elevarne a paradigma Auschwitz, Treblinka o Maidanek è solo un espediente di bassa lega, usato da chi vi ha convenienza a favore della “società multirazziale”, che non c’entra un tubo. Tanto più che - siamo seri !- il Paese-guida, il paradigma indiscusso, quello che ha addirittura il “destino manifesto” di guarire il mondo dal razzismo sono gli Stati Uniti d’America! Roba da farsi venire il singhiozzo.
Gli vogliamo dare un’occhiatina all’atto di nascita dei medesimi, tanto per rinfrescarci la memoria ? Essi sono figli, né più né meno, che del più gigantesco ed atroce genocidio razziale esistito nella storia. Furono preceduti, per vero, dalle loro ex-madrepatrie Olanda, Gran Bretagna e Francia. Spinte quelle dai rispettivi imperialismi a sbarcare lungo la costa atlantica, vi trovarono cordiale ospitalità da parte delle popolazioni Algonchine e Creek ivi stanziate. La ricambiarono facendo largo uso di quei valorosi guerrieri con le penne tra i capelli, come carne da cannone nelle continue guerre che, da bravi Cristiani, si mossero a getto continuo tra loro, vendicandosi poi severamente delle tribù che avevano militato sotto le bandiere di una concorrente. La “cavalleria” che, a ogni conclusione di pace tra i lontani sovrani, veniva ostentata verso gli ex-nemici “civili”, per gli “Indiani” non valeva. Si dubitava persino che ce l’avessero, l’anima, quelli !
Ma un’autentica caduta dalla padella nella brace rappresentò per quelle sventurate genti il giorno in cui, a fine Settecento, l’accolta di mascalzoni ramazzati in tutti gli angiporti del Vecchio Mondo, aggravata dai più paranoici tra gli estremisti cristiani, fattasi ricca in poche generazioni con le abbondanti risorse di quell’Eden-bis, decise di recidere il cordone ombelicale (e fiscale) che la legava ai propri antenati, per farsi i delittacci propri intascando gli interi malloppi. Gli Indiani, meno stupidi di quanto i “Wasichu” credessero, avevano ben appreso già dal periodo coloniale che i ribelli del losco Washington erano peggio assai degli Oppressori d’oltremare, e quindi,quando cominciò il solito reclutamento di nativi, in ossequio al principio anglosassone di fare le guerre col sangue altrui, la massima parte delle tribù si schierò coi “legittimisti”. Così, quando i mercanti ripuliti ad est dell’Atlantico si convinsero che la guerra contro i mercanti non ripuliti ad Ovest costava troppo cara, e fecero i bagagli, lasciarono le genti che avevano versato generosamente il loro sangue per l’Union Jack in preda all’odio e alle feroci vendette dei virtuosi Americani (famosa l’amara invettiva del guerriero Tecumseh). Da quella fine Settecento cominciò, ininterrotta e sistematica, la campagna, nutrita di violenza e di frode, prima per cacciare gli indiani dell’est a ponente del Grande Fiume Missouri-Mississippi (Indian Removal Act, 1830), poi per sterminarli del tutto, confinando i miseri residui nelle cosiddette “riserve”, in zone al di là di ogni tentazione. Alleati formidabili e determinanti del successo di tale orrendo disegno di cancellazione razziale furono i micidiali apporti dei “visi pallidi”. Fu la fulminante diffusione delle malattie (soprattutto colera e vajolo), contro le quali i miseri non avevano selezionato alcuna resistenza, e che portarono alla cessazione totale di popolose nazioni intere; fu il vizio orribile dell’alcool, distruttore di anime e di corpi oltreché della dignità, che degli Indiani era stata la maggior difesa; furono i continui forzati spostamenti di popoli, tra disumani disagi e intemperie, che disseminarono le innumeri “piste delle lacrime” di milioni di cadaveri insepolti; fu il voluto sterminio, da parte dei fucili dei “Wasichu”, delle immense mandrie di bisonti da cui metà dei Pellerossa ricavavano, con gran rispetto e parsimonia, il loro sostentamento, senza sprecarne un solo pelo o corno; furono la crudeltà e il cinismo dei “cristiani”, che giunsero a vendere al mercato gli scalpi, non dei guerrieri (troppo cari!), ma delle donne e dei bambini. Ma è inutile insistere nella disonorevole enumerazione, che è ormai abbastanza notoria. “L’unico Indiano buono è un Indiano morto”, condensò Sheridan la morale yankee di quegli anni. I “civilizzatori” hanno peraltro “digerita” una siffatta atrocità con la massima disinvoltura. Dopo aver brillantemente coronato la propria epopea coi vilissimi e proditori assassinii di gloriosi saggi ed eroi indiani, della statura morale e intellettuale di un Toshinko Widco (Cavallo pazzo), di un Hinmuth-tooyah- lakecht (Capo Giuseppe) e di un Tatanka yotaka (Toro seduto), che tutta la scienza e gli sterminati mezzi e schieramenti militari dei loro petulanti generalucoli risonanti di chincaglieria non erano mai riusciti a battere sul campo, eccoli tutti presi da un repente accesso di moralismo e ascendere le cattedre dell’umanitarismo antirazzista!
E noi, con, alle spalle, tutta la saggezza dei nostri Padri, saremmo così imbecilli da credere alla loro sincerità e da lasciarsi coinvolgere dal loro anti-razzismo, a base di bambini negri col viso triste, che non si vede proprio come dovrebbero indurre alla integrazione, dato che è proprio in zona di integrazione, e non nell’Africa di origine, che sono stati fotografati?
Parliamone, di razza, ma parliamone con la testa sulle spalle, guardando il mondo e non la sua grottesca caricatura disegnata dagli usurai per i loro fini e spacciata per realtà.
Ebbene, noi attribuiamo grande importanza alle razze umane, e quindi, se volete, siamo razzisti. Ma non nel senso idiota ed equivoco che Lor Signori immancabilmente attribuiscono a tutti i termini che usano. Non siamo razzisti CONTRO le altre razze che la nostra, lo siamo A FAVORE di TUTTE le razze, e mi pare che c’è una bella differenza, a proposito di odio razziale ! Noi siamo anche molto religiosi, ma la nostra religione non si fonda su libroni, inventati o messi insieme da nostri presuntuosi predecessori, fondatori dei monoteismi dogmatici, ma sui silenziosi e chiari messaggi di tutta la natura che ci vive intorno, quella umana compresa! Ne abbiamo a iosa, di “rivelazione divina”, senza bisogno di acquistarla a caro prezzo da preti di sorta! Ed essa ci mostra che il segreto della c.d. “armonia celeste” consiste nel perfetto equilibrio dinamico tra tutte le componenti del Cosmo, pur nella loro sterminata diversità.
Ed è un equilibrio che nessuna di esse persegue: lo realizza soltanto essendo com’è, ed è questo che ha indotto i sempliciotti di tutto il mondo a concepire Dio creatore come una sorta di artigiano bravissimo, infallibile, perdonandogli anche di essere esoso, iracondo e isterico come quello immaginato dai Cristiani. Noi, che siamo forse meno sempliciotti, preferiamo non “concepirlo” affatto (operazione che si è dimostrata assai arbitraria e pericolosa) ma limitarci a prenderne atto, e ad imparare la sua legge, che può scriversi in un rigo: “Sii come sei, che al resto ci penso io”. Il leone non sa di essere utile all’antilope quanto quella è utile a lui: si limita a fare il leone, e lei l’antilope,e l’utilità reciproca salta fuori da sé.
Mi si scusi la divagazione zoologica, ma intendevo dire: “E noi uomini che siamo: un’eccezione ?” Non sono eccezioni le galassie, tanto immense da superare la stessa idea di immensità, e lo saremmo noi ranocchietti buffi in questo invisibile granello di sabbia che è la Terra? Ma vi sembra serio? A me sembra roba da sculaccioni al massimo!
Nossignori ! Anche per noi l’imperativo è lo stesso: essere ciò che siamo! Ma – dice - noi abbiamo il libero arbitrio! Bene; siamo ciò che siamo, col libero arbitrio al guinzaglio, purché impari a non mordere il padrone, sennò museruola e pedate. Per noi, insomma, per essere ciò che siamo occorre sapere ciò che siamo. Non è roba da poco, ma sono millenni che facciamo del nostro meglio, purtroppo con esiti sconfortanti. È il viziaccio di innamorarsi delle proprie elucubrazioni, fino a farne motivi per accoppare il prossimo.
E se invece dibattessimo di meno e osservassimo di più ? Osserveremmo che la conquista dell’ uguaglianza tra gli uomini è la più grande delle fessaggini, e che, non solo non li spinge all’amore, ma stimola l’odio. E questo va detto non solo per la maggiore disuguaglianza, che è quella sessuale, ma anche per la seconda, che è quella razziale. L’imbecille moderno ha dichiarato guerra a tutte e due e ne sta pagando il fio.
I Maestri americani di cui abbiamo riassunto la genealogia continuano a cantarci la loro litania: “Che conta il colore della pelle ?” Ma si, bamboccioni, lo sappiamo benissimo! Il colore non conta un picchio, tanto che gli odi più tenaci e feroci hanno imperversato fra genti assolutamente ... omocromatiche. Per fermarci al recente, non avete mica presenti Watussi e Bahutu, o le decine di etnie scatenate l’una contro l’altra in Nigeria o nel Biafra, o l’odio e il disprezzo reciproco tra Angolani e Bakongo, o la secolare oppressione dei Cafri da parte degli Zulù, tutti neri come liquirizia ? Sono le altre differenze quelle che contano, soprattutto mentali e caratteriali, ma anche fisiche. Quel che è del tutto arbitrario è l’identificazione di differenza con odio, quando la storia ci conclama che l’odio razziale non è nato con la separazione, ma con la pretesa integrazione, e la fogna sociale che sono gli U.S.A. ne è la più clamorosa prova. Non esiste motivo al mondo per cui due gruppi umani, anche se territorialmente contigui, debbano odiarsi perché diversi. Potranno averne altri di motivi, ma non quello. Anzi, la diversità - e il conseguente diverso modo di vivere - rendono, per l’uno, l’altro più “interessante” e non di rado ammirevole. Mischiateli, e l’uno cercherà di sopraffare l’altro, imponendogli le proprie regole di vita e di “sviluppo”, e l’altro non glie lo perdonerà.
Perciò - e in questo senso - noi siamo razzisti. Perché vogliamo che ogni razza senta il dovere e l’orgoglio di essere se stessa, di radicarsi alla propria terra e di costruirsi un avvenire in cui trovi realizzazione tutto ciò che la contraddistingue, senza il rancore sordo che sottostà a ogni compromesso.
E quando gridiamo “fuori dall’Italia gli immigrati!”, lo facciamo certo per il nostro bene, ma, ci credano, anche per il loro.

La verità dietro i cancelli di Auschwitz David Cole




La verità dietro i cancelli di Auschwitz - David Cole [completo 480p]


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La verità è una e una soltanto ma infinite le sue possibili interpretazioni

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Quella grande ipocrisia sulle cause e gli scopi della seconda guerra mondiale


di Francesco Lamendola - 17/11/2009

La Vulgata storiografica antifascista, sia nella versione liberaldemocratica sia in quella (oggi obsoleta) marxista-leninista, ci ha sempre spiegato che la seconda guerra mondiale fu scatenata interamente dalla follia di un uomo solo, Hitler; e che essa fu combattuta dal «mondo libero» (nonostante l’imbarazzante presenza, in esso, e in un ruolo decisivo, del compagno Stalin) per salvare la Polonia, un po’ come nel 1914 era stato fatto per il «poor little Belgium», il cui triste destino aveva profondamente commosso le dame britanniche.
Per quanto possa sembrare incredibile, questa risibile ricostruzione dei fatti ha retto per oltre sessant'anni, segno che non è una frase fatta quella secondi cui la storia viene scritta dai vincitori: perché, se gli Alleati non avessero vinto, impadronendosi della cultura e dell'informazione mondiali (basata, quest'ultima, sulle cinque grandi agenzie di stampa internazionale: due statunitensi, una britannica, una francese ed una sovietica), ben difficilmente sarebbe stato possibile puntellare tante menzogne e tante mezze verità per un tempo così lungo, insegnandole nelle aule scolastiche e universitarie e diffondendole a mezzo di migliaia e migliaia di libri ed articoli.
Per dirne una: come giustificare che quelle stesse potenze democratiche che, nel 1938, avevano gettato in pasto a Hitler la democratica Cecoslovacchia, nel 1939 firmarono una cambiale in bianco che incoraggiava la Polonia semifascista ad opporsi con la massima intransigenza alle richieste di Hitler (che, per mesi, furono pacifiche e decisamente moderate?).
Oppure: come spiegare che il 3 settembre 1939 Francia e Gran Bretagna dovevano per forza dichiarare guerra alla Germania per salvare la Polonia, mentre non presero la minima iniziativa contro l'Unione Sovietica allorché, il 17 dello stesso mese, quest'ultima invase a sua volta la sventurata Polonia (altro che «pugnalata nella schiena»!), prendendola alle spalle?
E come spiegare il fatto che la Francia e la Gran Bretagna non mossero un dito per soccorrere la Finlandia, aggredita dall'Unione Sovietica senza alcuna dichiarazione di guerra, proprio sul finire di quello stesso anno, eccezion fatta per il tardivo e mal concepito sbarco nel fiordo di Narvik, dopo l'occupazione tedesca della Norvegia?
Inoltre: come mai, se la guerra era stata scatenata per salvare la Polonia, né la Francia, né la Gran Bretagna, mossero un dito per aiutarla, restandosene sulla difensiva sul fronte occidentale, mentre le divisioni corazzate della Wehrmachrt scorrazzavano per la pianura polacca e conquistavano Varsavia in poco più di due settimane? Infatti, se davvero si desidera aiutare qualcuno in difficoltà, e se, per farlo, si è disposti a scatenare niente meno che un conflitto mondiale, un tale atteggiamento risulta semplicemente incomprensibile.
Oppure le vere ragioni della dichiarazione di guerra franco-inglese alla Germania erano completamente diverse? Non sarebbe più onesto ammettere che la Polonia fu gettata cinicamente in pasto ad Hitler, dopo averla aizzata ad una folle intransigenza, pur di avere il desiderato «casus belli» contro i Tedeschi, così come, nel dicembre 1941, Roosevelt e il governo statunitense avranno disperatamente bisogno dell'attacco di Pearl Harbor per poter dichiarare guerra ai Giapponesi, con tutte le apparenze della ragione e del buon diritto?
Ancora: come è possibile sostenere che le potenze democratiche scatenarono la guerra per difendere la libertà e l'indipendenza della Polonia, se nel 1945 furono così accomodanti ai disegni di Stalin volti a trasformarla in una pedina dell'impero sovietico?
Ci vuole un bel coraggio per continuare a sostenere a testa alta tutte queste verità di facciata, espressione di una storiografia di comodo, ad uso e consumo dei vincitori, volta a fornire una giustificazione per il loro cinismo, per la loro brama di dominio mondiale, per l'ipocrisia delle loro parole d'ordine liberali e democratiche.
Ha osservato il grande stoico francese François Furet nel suo libro «Il passato di un’illusione» (titolo originale: «Le passé d’une illusion», Paris, Laffont, 1995; traduzione italiana a cura di Marina Valensise, Milano, Mondatori, 1995, pp. 392-94):
«Il caso polacco è […] tristemente simbolico, poiché riguarda il paese che è stato all’origine della seconda guerra mondiale, prima di diventarne una delle grandi vittime. Causa del conflitto nel settembre 1939 e primo teatro di operazioni militar, la Polonia ha continuato a essere l’epicentro del terremoto europeo, dapprima divisa, saccheggiata, mortificata dalla Germamnia e dall’Urss, poi oggetto di disaccordo tra l’Urss e le democrazie anglosassoni, per perdere infine la propria indipendenza al termine d’una guerra che era scoppiata per assicurarla. La Polonia rivela ciò che prima e dopo il 22 giugno 1941 vi è d’immutato nella volontà di Stalin, attraverso un succedersi di alleanze contraddittorie. Nel 1939 e del 1940,m il segretario generale aveva ottenuto dal negoziato con Hitler un vasto insieme di territori nell’Europa orientale. Voleva ancora quello che Molotov era andato a chiedere a Berlino nel novembre del 1940: una sorta di protettorato su Romania, Bulgaria, Finlandia e Turchia, il controllo dei Balcani, lo statuto d superpotenza mondiale a fianco della Germania nazista. Di tutto questo, nulla è veramente cambiato con la nuova disposizione delle alleanze. Anche se ci sono due differenze: Stalin grazie ai successi del suo esercito ha continuato ad accrescere le sue ambizioni verso l’Ovest. E ormai deve negoziare non più con Hitler, ma con Churchill e Roosevelt.
La vicenda polacca dimostra che egli incontra meno difficoltà con i responsabili delle democrazie che con il dittatore nazista. Sebbene dopo il 22 giugno abbia rapidamente riconosciuto il governo polacco di Londra, preludio alla formazione d’un esercito polacco in territorio sovietico, Stalin rifiuta d’includere nell’accordo qualsiasi menzione della frontiera polacco-sovietica. E sn dall’autunno 1941 manifesta chiaramente agli inglesi la propria volontà di conservare i territori che ha comunque ottenuto dai tedeschi. Churchill e Roosevelt cercano di prendere tempo, rinviando a dopo la pace il tracciato dei confini. Ma se non possono aprire subito un secondo fronte europeo, richiesto con insistenza da Stalin, devono pur concedere qualcosa ai loro alleati, che temono sottoscriva - sulla base del precedente del 1939 - una pace separata con Hitler. Le democrazie pagano lo stato d’impreparazione militare in cui le ha sorprese la guerra, cedendo in anticipo ala volontà d’espansione sovietica. Ma bisogna considerare il peso delle illusioni: Churchill non ne ha affatto, Rosevelt invece sì. Sull’Unione Sovietica e il suo capo, il presidente americano s’è dimostrato ignorante e al tempo stesso ingenuo. Su Stalin nutre stranamente idee ottimistiche al punto che è difficile immaginare che apar5tengano davvero a un brillante statista. L’epoca, certo, vi si presta. Il ricordo del patto tedesco-sovietico sfuma con gli anni, l’Armata Rossa ha pagato con i suoi sacrifici il caro prezzo della redenzione. Stalingrado ha cancellato gli scambi di cortesia tra Ribbentrop e Molotov. La guerra impone la sua logica manichea, che diventa a poco a poco un’opinione obbligata.
Nel 1943, la scoperta da parte dei nazisti dell'ossario di Katyn complica l'imbroglio polacco, provocando da una parte la rottura tra l'Urss e il governo polacco di Londra, dall'altra la formazione a Mosca di un'altra équipe polacca, che annuncia il futuro potere comunista. I giochi sono già fatti anche in campo sovietico, proprio quando (fine 1943) l'Urss proclama come suoi obiettivi di guerra la restaurazione dell'indipendenza delle nazioni e la libera scelta del proprio governo da parte di ciascuna di esse. Nello stesso momento Churchill e Roosevelt, a Teheran, accettano come frontiera orientale della Polonia la linea Curzon. È una misura che implica un ampio spostamento del territorio polacco verso ovest, a detrimento di milioni di tedeschi che dovranno essere espulsi, il che comporta la stretta dipendenza della futura Polonia nei confronti dell'Urss.
A quel punto, il resto della storia è già scritto. L'avanzata militare sovietica all'ovest rende inevitabile anche quella parte della storia che non è stata stabilita in anticipo. L'insolubile problema che oppone il governo Mikolajczik a Stalin è risolta sul campo nell'agosto 1944. Al termine d'una rapida avanzata, l'Armata Rossa giunge sdino a Praga, sobborgo di Varsavia, sulla riva destra della Vistola. Allo stesso momento, il governo polacco di Londra decide d'affermare il suo diritto: con le sue unità militari clandestine, fa scoppiare l'insurrezione a Varsavia. Ma il dramma è che per vincere di fronte ale truppe tedesche ha bisogno d'una mano dell'Armata sovietica, accampata sull'altra sponda del fiume. E questa non si muove. Il 2 ottobre, assiste da lontano alla capitolazione dell'Esercito nazionale polacco e alla distruzione della città vecchia a Varsavia. In dicembre, il Comitato di liberazione nazionale della Polonia, formato a Lublino su iniziativa dei russi, si trasforma in governo provvisorio del paese, subito riconosciuto da Mosca. A Jalta, nel febbraio 1945, Churchill e Roosevelt riescono a ottenere da Stalin soltanto la partecipazione dei polacchi di Londra a questo governo provvisorio: è una "unione nazionale" fittizia, che non resisterà molto tempo alla situazione sul campo.
All'epoca però nessuno si preoccupa di questo trionfo della forza sul diritto., che corona una guerra combattuta in nome de diritto contro la forza. L'idea comunista segna in quegli anni il culmine del secolo, trionfando contemporaneamente nei fatti e nei pensieri.»
In questa ricostruzione e in questa interpretazione, vi sarebbe molto da dire su un punto importante, quello relativo alla ormai tradizionale versione della «impreparazione militare» delle democrazie rispetto a Hitler, nel settembre del 1939.
Che si tratti di una leggenda, lo hanno fatto notare solo pochi storici controcorrente, ad esempio Franco Bandini che, nel suo studio «Tecnica della sconfitta», ha mostrato come specialmente la Gran Bretagna non fosse affatto impreparata e, anzi, Churchill avesse freddamente deciso di provocare una guerra contro la Germania entro il 1939-40, vale a dire prima che questa riuscisse a surclassare la flotta inglese, ricalcando la politica inglese del 1914.
Se, poi, gli scopi di guerra degli Alleati erano il ripristino del diritto internazionale, della libertà di navigazione e di commercio, del dritto all'autodecisione dei popoli, secondo lo schema contenuto dalla Carta Atlantica firmata da Churchill e Roosevelt il 14 agosto 1941 (allorché gli Stati Uniti d'America, fatto degno di nota, non erano ancora in stato di guerra né contro il Giappone, né contro l'Asse), come si spiega il fatto che, nel 1945, metà dell'Europa venne gettata, senza batter ciglio, sotto il tallone di un sistema totalitario quale non si era mai visto in qualsiasi epoca della storia moderna, eccezion fatta per il solo nazismo?
Si dice che, quando ebbe notizia dello sfondamento delle proprie forze corazzate sul Volga e dell'accerchiamento della VI Armata Tedesca, prodromo della decisiva vittoria di Stalingrado, il dittatore sovietico si sia abbandonato ad uno dei suoi rarissimi momenti di sincerità: adesso il gioco era fatto, nessuno gli avrebbe mai più domandato di rendere conto dei suoi crimini: né delle stragi di massa della collettivizzazione forzata, né delle Grandi Purghe, né del patto coi nazisti del 23 agosto 1939, preludio alla spartizione della Polonia, né delle esecuzioni di parecchie migliaia di ufficiali polacchi nella foresta di Katyn.
E nemmeno di quelli che si accingeva a compiere: la cacciata di milioni di Tedeschi dalle province orientali del Reich; la vile dichiarazione di guerra al Giappone, già prostrato militarmente e sconvolto dalle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki; l'instaurazione di ferree dittature comuniste sui Paesi dell'Europa centro-orientale; la deportazione di intere popolazioni «infedeli», come i Tartari di Crimea e o i Cosacchi del Kuban; l'incitamento alla Corea del Nord affinché scatenasse una offensiva contro la Corea del Sud, rischiando - niente di meno - di precipitare una terza guerra mondiale fin dal 1950.
La storia non processa i vincitori, ma gli sconfitti. Questo sapeva Stalin; e questo sapevano anche Churchill e Roosevelt.
Il primo, autore della distruzione sistematica delle città tedesche mediante bombardamenti aerei terroristici di proporzioni apocalittiche e militarmente ingiustificati (Amburgo, Dresda, ecc.), che volle la seconda guerra mondiale per il miope ed egoistico disegno di preservare l'impero coloniale britannico, che invece la Gran Bretagna dovette liquidare poco dopo la fine della guerra (l'India ottenne l'indipendenza già nel 1947, sia pure fatalmente mutilata dalla secessione del Pakistan, ultimo colpo di coda del colonialismo inglese).
Il secondo, che si era fatto eleggere dai suoi connazionali promettendo di tenerli fuori dalla guerra, mentre fece di tutto per trascinare il suo Paese nel conflitto a sostegno della Gran Bretagna, l'antica madrepatria; e che riuscì perfettamente a creare la leggenda di un'America costretta a intervenire controvoglia, ma decisa a battersi disinteressatamente per il trionfo della libertà e della giustizia, mentre fin dall'immediato dopoguerra non esitò a servirsi delle cause più discutibili, prima fra tutte quella sionista, pur di affermare l'egemonia mondiale americana e per porre l'intero pianeta sotto la tutela della bandiera a stelle e strisce e dei finanzieri di Wall Street.
Proprio gli sessi che - vale la pena di sottolinearlo -, provocando la crisi economica del 1929, avevano avuto una responsabilità così grande nell'avvento del nazismo e, quindi, nelle vicende che avevano portato allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Quanta ipocrisia nella versione ufficiale circa le cause e gli scopi della seconda guerra mondiale, rinnovata ad ogni anno con le trionfalistiche celebrazioni dell'anniversario del «D-day» (6 giugno 1944), ossia dello sbarco angloamericano in Normandia!
Un solo esempio in proposito: gli storici della Vulgata liberaldemocratia si guardano bene dal ricordare che, nei primi giorni dopo quello sbarco, che segnava l'inizio della conquista e del successivo dominio americano sull'Europa, buona parte delle popolazioni francesi nelle retrovie del teatro di operazioni si auguravano la vittoria tedesca e speravano ardentemente che le forze d'invasione venissero rigettata nelle acque della Manica.
Ma queste cose, solo pochi storici controcorrente, come David Irving, hanno avuto il coraggio di dirle; e hanno pagato un prezzo molto salato per averle affermate, e sia pure sulla base di una documentazione inoppugnabile.
Altro che tramonto delle ideologie!
L'Europa e il mondo non hanno mai vissuto all'ombra di una cappa ideologica pesante come quella che regna oggi, dopo la fine della «guerra fredda»: il Pensiero Unico della democrazia liberale e del capitalismo trionfante.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=28950

venerdì 10 maggio 2013

IL DUCE E LA MASSONERIA



(tratto da "La mia vita", l'unica autobiografia di Benito Mussolini)

"............Avevo gia detto in varie occasioni ai fascisti, che consideravo e considero sempre l'aristocrazia d'Italia, che il nostro ideale religioso aveva in se stesso attributi morali di primaria importanza. Avevo affermato di condannare la concezione sterile, assurda e artificiale dell'anticlericalismo vizioso o ostentato. Quella tendenza non ci solo ci teneva in una situazione morale di inferiorità rispetto agli altri popoli, ma divideva anche gli italiani in campo religioso in diverse scuole di pensiero. Sopratutto ci sottometteva a un potere corruttore, sinistro e tortuoso come quello della massoneria politica internazionale, distinta dalla massoneria conosciuta nei paesi anglosassoni.
Avevo voluto mostrare come il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia non doveva essere considerato insolubile e spiegare come fosse necessario creare, dopo un esame oggettivo, sereno e imparziale, un'atmosfera di comprensione, capace di dare al popolo italiano una fonte di vita e armonia tra fede religiosa e vita civile.

I fascisti, in quanto persone intelligenti degne dell'epoca in cui vivevano, mi seguirono in questo nuovo concetto della politica religiosa. A esso si aggiunse la nostra guerra contro la massoneria nella forma in cui questa era conosciuta in Italia. Era una guerra di fondamentale importanza e il fascismo fu quasi unanime nella decisione di combatterla fino alla fine.

Non dimentichiamoci che i massoni in Italia hanno sempre rappresentato una distorsione, non solo nella vita politica, ma nei concetti spirituali. Tutta la forza della massoneria era diretta contro le politiche papali, ma questa battaglia non rappresentava un ideale vero e profondo. Lo società segreta, da un punto di vista pratico, poggiava su un'associazione di mutua adulazione, di mutuo soccorso, di perniciosi nepotismi e favoritismi. Per diventare potente e per portare avanti i propri traffici clandestini, la massoneria si era servita della debolezza dei governi liberali che si erano susseguiti in Italia dal 1870 estendo le sue macchinazioni nella burocrazia, nella magistratura, nel campo dell'istruzione e anche nell'esercito, in modo da poter dominare i gangli vitali dell'intera Nazione. Il suo carattere segreto nel ventesimo secolo, i suoi incontri misteriosi, ripugnanti per le nostre meravigliose comunità con la loro luce del sole e il loro amore per la verità, dava alla setta il carattere di corruzione, un disonesto concetto di vita senza programma, senz'anima, senza valore morale.

L'antipatia che nutro per quella disgustosa forma di associazione risale alla mia gioventù. Molto tempo addietro al congresso socialista di Ancona del 1914, avevo posto ai miei compagni il dilemma: socialisti o massoni? Quel punto di vista aveva ottenuto un completo trionfo nonostante la forte opposizione dei socialisti massoni. Più tardi durante il fascismo, avevo fatto lo stesso atto di forza. Ci volle del coraggio. Obbedii all'imperativo categorico della mia coscienza e non ad alcuno opportunismo. Il mio atteggiamento non aveva niente in comune con lo spirito anti-massonico dei gesuiti. Loro agivano per difendersi.

Per la mia politica lineare, metodica e coerente, l'odio della setta massonica mi perseguita anche ora.

La massoneria di quel tipo è stata sconfitta in Italia, ma opera e cospira dietro la maschera dell'antifascismo internazionale. Fallisce profondamente nei suoi tentativi di sconfiggermi. Cerca di infangarmi, ma l'insulto non raggiunge il bersaglio. Macchine, complotti e crimini, gli assassini reclutati non decidono il mio destino. Va in giro a raccontare pettegolezzi sulla mia debolezza e sulle sofferte malattie organiche del mio corpo, ma io sono più vivo e più forte che mai.

Questa è una guerra senza quartiere, della quale sono un veterano. Ogni volta che ho voluto cauterizzare le situazioni difficili nella vita politica italiana, ogni volta che ho voluto dare una rettitudine morale sincera, franca e leale a chi lavora in politica, ho sempre avuto contro di me la nostra massoneria. Comunque quella associazione, che in altri tempi fu molto potente, è stata da me battuta. Contro me non ha vinto e non può vincere. Gli italiani hanno vinto questa battaglia per me. Loro hanno trovato la cura per questa lebbra."

Benito Mussolini



mercoledì 8 maggio 2013

Giugnodel 1939: “La legge sulla Reichsbank”


Scritto da Butcher Bay
1939-_04Giugnodel 1939: “La legge sulla Reichsbank”
Il 3 Settembre 1939 Inghilterra e Francia dichiareranno guerra alla Germania! Erano trascorsi solo 3 mesi!
L'usura finanaziaria e bancaria internazionale aveva fretta!
Una "infezione" simile NON poteva attecchire in tutta l'Europa!

In Germania, per la prima volta da quando, nel 1695 si era imposto il signoraggio, un governo aveva avuto il coraggio e la forza di nazionalizzare la banca di emissione, riacquistando, così, la proprietà della moneta.
Gli avvenimenti successivi – ci riferiamo ovviamente al secondo conflitto mondiale – hanno messo in ombra questo evento di portata storica.
Le “democrazie occidentali”, che pure poco o nulla avevano fatto per salvare quell’abborracciata anomalia statale battezzata a Versailles Cecoslovacchia e da loro vezzeggiata e armata in funzione antitedesca, scoprirono all’improvviso l’irrefrenabile desiderio, l’imprescindibile necessità di “morire per Danzica”.
Nessuno storico, almeno a nostra conoscenza, ha mai correlato i due fatti, il che indurrebbe a ritenere che, secondo gli ufficiali sacerdoti di Clio, i due avvenimenti, lo scoppio delle ostilità e la nazionalizzazione della banca di emissione, corrano su binari diversi, mai destinati ad incontrarsi.

E questo è, quantomeno per quegli storici così attenti alla componente economica, decisamente strano.
Tutti hanno accettato di buon grado e come incontrovertibili le motivazioni ufficiali di Francia e Gran Bretagna.
Eppure è ingenuo pensare che i governi inglese e francese nel dichiarare guerra alla Germania palesassero le reali motivazioni in forza delle quali decidevano di entrare in conflitto. Del resto, se “morire per Danzica” destava già non poche perplessità fra il popolo e l’esercito francese, come avrebbero mai reagito questi ad una parola d’ordine che suggerisse di morire per il signoraggio?
A guerra finita, le potenze occupanti hanno provveduto a eliminare quest’anomalia bancaria tedesca, da loro vista come un pericoloso focolaio di infezione.
  • Gli americani hanno provveduto con la Legge n. 60 del 1° marzo 1948 (Militärregierung Deutschland, Amerikanisches Kontrollgebiet, Gesetz Nr. 60 vom 1. Marz 1948)
  • Gli inglesi con l’Ordinanza n. 129, del 1° marzo 1948 (Militärregierung Deutschland, Britisches Kontrollgebiet, Verordnung Nr. 129 vom 1. März 1948)
  • I francesi con l’Ordinanza 203 del 26 marzo 1949 (Militärregierung Deutschland, Französisches KontroUgebiet, Verordnung Nr. 203 vom 26. März 1949).

1939-_02Non siamo in grado di fornire al lettore gli estremi della norma promulgata nel settore sovietico, del resto se si pensa che la Gosbank – la banca di emissione sovietica – era anch’essa privata e contava fra i suoi soci il miliardario “americano” Armand Hammer, è diffìcile pensare che abbiano tardato ad emettere una norma del genere.
C’erano voluti poco meno di dieci sanguinosi anni e qualche milione di morti, ma, finalmente, l’ordine era stato ripristinato e gli affari potevano riprendere il loro corso usuale.
Per garantirsi, però, un lungo sonno indisturbato ed evitare il ripetersi di analoghi “crimini” era necessario demonizzare l’avversario ed esporlo al ludibrio dell’universo mondo. E anche questo è puntualmente avvenuto.

Il governo del Reich ha approvato la seguente legge, che viene così emanata :

La Banca Tedesca del Reich è, in quanto banca d’emissione, alle dirette dipendenze della totale sovranità del Reich. 
È al servizio della realizzazione degli scopi fissati dal governo nazionalsocialista nei limiti della sfera di competenza affidatale, soprattutto per la garanzia del valore della valuta tedesca. Per regolamentare i rapporti giuridici della Banca del Reich, costituita con la legge del 14 Marzo 1875 (RGBI. S. 177), il governo del Reich ha approvato la seguente legge, che viene qui proclamata:

I. Forma giuridica e Incombenze 
§1
(1) La Banca Tedesca del Reich fa capo direttamente al Führer e Cancelliere del Reich.
(2) È persona giuridica di diritto pubblico con sede a Berlino. Può istituire delle filiali.

§2 
I compiti della Banca Tedesca del Reich derivano dalla sua posizione di banca d’emissione del Reich. Essa sola ha il diritto di emettere banconote. Deve inoltre regolamentare le transazioni e le operazioni finanziarie in Germania e all’estero. Deve anche provvedere alla utilizzazione dei mezzi economici disponibili dell’economia tedesca nel modo più appropriato per l’interesse collettivo e politico-economico. 

II. Direzione e Amministrazione 
§3
(1) La Banca Tedesca del Reich è diretta e amministrata dal presidente e dagli altri componenti del comitato direttivo, secondo le disposizioni e con la supervisione del Führer e Cancelliere del Reich.
(2) Nel comitato direttivo della Banca del Reich, è il presidente che prende le decisioni.
§4
Il Führer e Cancelliere nomina il presidente della banca e gli altri componenti del comitato direttivo. Egli decide la durata del loro incarico.
Gli stipendi, gli assegni di aspettativa, le pensioni e le pensioni di guerra del presidente della banca e degli altri componenti del comitato direttivo, vengono definiti da un contratto con la Banca Tedesca del Reich. II contratto necessita dell’approvazione del Führer e Cancelliere del Reich.
Il Führer e Cancelliere del Reich può rimuovere il presidente della banca e gli altri componenti del comitato direttivo in qualsiasi momento, nel rispetto della salvaguardia dei diritti contrattuali.

Questo fu l'unico motivo per il quale TUTTO il democratico mondo, soggiogato dall'USURA bancaria internazionale, dichiarò la GUERRA di AGGRESSIONE al per nulla politically correct Adolf Hitler! 

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Modellino della Berlino ideale, progettata da Albert Speer.

Fonte:
La legge sulla Reichsbank (15 giugno 1939) Il III Reich nazionalizza la banca di emissione,
€ 10,00.

Per richiedere il volume contattare:

Effepi Edizioni, Via Balbi Piovera 7 - 16149 Genova
Telefono: 010 6423334 - 338 9195220
Posta elettronica: effepiedizioni@hotmail.com


Da:
http://olo-truffa.myblog.it/archive/2011/04/02/temp-5430cdef001f754842b30a42ec9fe9c5.html






Read more: 15 Giugno 1939: Adolf Hitler stampa moneta propria, senza signoraggio bancario! http://www.metamorfosi-aliene.it/argomenti/ai-confini-della-storia/seconda-guerra-mondiale/105-15-giugno-1939-adolf-hitler-stampa-moneta-propria-senza-signoraggio-bancario.html#ixzz2SlQr3NCa

La verità sulla rivolta d'Ungheria del 1956 e PALMIRO TOGLIATTI



di Giancarlo Lehner

(articolo pubblicato su IL GIORNALE del 27 ottobre 2006, pag. 14)

Dal 23 ottobre sino all’8 novembre, bisognerebbe divulgare tutto ciò che gli archivi ci hanno disvelato sull’invasione sovietica dell’Ungheria.
Ebbene, gli archivi parlano italiano, ponendo il Pci ed il suo leader, Togliatti, tra i massimi responsabili dell’intervento militare e della conseguente repressione: arresti in massa e  strage di circa centomila patrioti magiari.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla luce del documento che citerò, non potrà più limitarsi a dire “Nenni ebbe ragione”, dovendo, invece, aggiungere: “Togliatti si comportò, come altre volte, da criminale stalinista”.
Nella risoluzione della presidenza del Cc del Pcus (31 ottobre 1956, verbale “assolutamente segreto”, N. P49/69), quella che dà il via all’attacco armato contro l’Ungheria, si discute di un telegramma di Togliatti al Politbjurò. Il testo del telegramma, a Mosca non è stato possibile rinvenirlo – magari i depositari degli archivi italiani del Pci potrebbero finalmente farcelo conoscere -, tuttavia, la risposta dei sovietici fa capire perfettamente quale fosse il tenore del messaggio del segretario del Pci: intervenite subito con le armi, altrimenti per noi comunisti è la fine.
Togliatti, insomma, appoggiando la linea dura degli stalinisti ed isolando i trattativisti Mikojan e Krusciov, nonché Gomulka e Tito, ostili alla soluzione militare, chiese l’azione di forza.
Secondo Togliatti e gli altri stalinisti, le rivelazioni di Krusciov sui crimini di Stalin al XX congresso (14-25 febbraio 1956) avevano innescato le rivolte popolari, prima in Polonia (Poznan, 25-28 giugno 1956, dove gli operai in sciopero furono repressi a fucilate, con oltre 50 morti); quindi, quella magiara del 23 ottobre 1956.
Il telegramma fu scritto in concomitanza con la notizia (30 ottobre), che il premier ungherese, Imre Nagy, intendeva tornare alla democrazia pluralista.
Ecco il testo della risposta dei vertici del Pcus a Togliatti:
«Siamo con Lei nell’analisi della situazione ungherese e nel giudizio, secondo cui il governo magiaro sta imboccando una direzione reazionaria. Secondo le nostre informazioni, Nagy fa il doppio gioco e si trova sempre più sotto l’influsso delle forze reazionarie. Sono infondate le Sue amichevoli preoccupazioni riguardo l’eventualità che nel nostro partito possa indebolirsi l’unità della direzione collettiva. Con assoluta consapevolezza possiamo assicurarLe che, anche tra le complesse e difficili congiunture internazionali, la nostra direzione collettiva interpreta unitariamente la situazione e prende all’unanimità  le decisioni necessarie».
Del resto, quale fosse la posizione di Togliatti, lo si evince facilmente sia dal commento dopo l’invasione del 4 novembre («Noi avremmo dovuto criticare i sovietici, se non fossero intervenuti»), sia dal suo appoggio incondizionato alla condanna esemplare di Nagy, che, infatti,  per la soddisfazione di Togliatti, fu impiccato (16 giugno 1958).
Il leader del Pci fu accontentato anche sui tempi, avendo chiesto di non far coincidere le esecuzioni con le elezioni politiche italiane (25 maggio 1956).
L’anno dopo, Togliatti si macchierà di un altro delitto: nel novembre 1957, il filosofo György Lukàcs, uno dei mostri sacri dell’intelligencija comunista, chiede aiuto ad amici italiani, perchè spingano il Pci ad un intervento umanitario a favore di scrittori magiari condannati a pesanti pene detentive.
Togliatti, subito informato, corre da Jànos Kàdàr, nuovo dittatore ungherese, non per aiutare gli intellettuali in galera, ma per denunciare Lukacs come delatore controrivoluzionario.
Siccome tutto si paga, Krusciov, che era stato fortemente delegittimato dai veleni di Togliatti, forse, si vendicò in quel di Yalta, dove nell’agosto del 1964, Togliatti perse la vita per cause mai veramente chiarite.
Comunque sia, l’indimenticabile 1956 insegna, anche al presidente Napolitano, che è ora di affrancarsi dalla trista etichetta di togliattiano.