domenica 17 novembre 2013

Jean-Marie Le Pen: discorso sul mondialismo

lepenArras, 2009, il più bel discorso di un uomo politico dal dopo-guerra a oggi:
La crisi è figlia naturale del Mondialismo, ideologia idolatrante la Mondializzazione invece di controllarla quand’era possibile. Gli apprendisti stregoni che hanno il progetto di distruggere le Nazioni per costruire il sogno malsano del villaggio globale, l’utopia di un mondo egualitario, ma badate bene un mondo dove ci sarebbero persone più uguali delle altre, senza differenze di razze, ma dove ci sarebbe qualcuno che avrebbe il diritto di mantenere la propria integrità, nel momento in cui invece altri sarebbero vivamente incoraggiati a meticciarsi, senza differenze di sesso, nè di religione, né certamente di opinione, tutto sarebbe compreso e sottoposto alla legge sotto la minaccia di sanzioni penali, di credere alla vulgata anti-razzista e di sottomettersi al pensiero unico.
Questi apprendisti stregoni, hanno condotto il Mondo attuale alla rovina, i popoli alla miseria, e forse un domani alla guerra. L’Unione Europea, per quanto ci riguarda, è stata uno dei vettori della catastrofe, sacrificando all’illusione che unendo le debolezze e collettivizzando i popoli d’Europa, si arriverebbe a creare uno stato oligarchico sul modello americano senza vedere, o alcuni sperando nella distruzione della Nazione, la soppressione delle frontiere, la perdita della nostra sovranità politica, militare e monetaria, rompendo le ricchezze nazionali e monetarie.
La vertigine della decadenza si è impadronita delle loro menti e sopra di loro da chi li governa, élite corrotte e dominate dalla dittatura del pensiero unico. Nello stesso tempo si distruggevano i grandi servizi pubblici, sotto la pressione esterna o la sovversione interna, le forze armate, l’educazione nazionale, la moralità pubblica e privata, si degravadano sotto l’impatto dei mezzi moderni di comunicazione di massa che sono la televisione e internet.
Si vogliono distruggere le nostre tradizioni locali, culturali, culinarie, il nostro modo di vivere, per meglio prepararci al grande meticciamento internazionalista al fine di renderci identici in ogni punto del globo e soddisfarci con degli stardard di consumazione forniti dal nuovo ordine mondiale. La pura e semplice politica di soppressione delle nostre frontiere fisiche,commerciali, migratorie, sanitarie e internazionali, questa politica di soppressione delle nostre frontiere, questa politica di integrazione mondiale della Francia, non è mica caduta dal cielo: è stata l’Europa che l’ha messa in opera, è l’Unione Europea! È per questo motivo che noi la chiamiamo EuroMondialista. Questa politica che ha fatto le prove della propria negatività della propria pericolosità, i Francesi l’hanno rifiutata il 29 marzo del 2005, dicendo massicciamente NO al referendum sulla Costituzione Europea , nel momento in cui la stragrande maggioranza dei politicanti francesi invitavano contro di noi a votare si.
La società dei consumi e dei servizi è esplosa, la ricerca di nuovi mercati ha spinto alla mondializzazione delle economie, che si è accelerata sotto la spinta delle Multinazionali. Si dovevano allora diminuire le frontiere economiche per aumentare la soddisfazione dei bisogni per abbruttire i popoli con la pubblicità e con il livellamento verso il basso dei servizi esclusivi, degli speculatori internazionali. La classe politica ha difeso e promosso questa Europa-Mondo, esposta ai venti del dumping monetario, fiscale, sociale dei paesi a basto costo del lavoro.
La fondazione di questa Europa passa dunque dall’adozione di una Costituzione o della revisione del Trattato di Lisbona. Un progetto che, chiaramente, smantella quel poco che resta alle Nazioni per consegnare i popoli e le loro ricchezze nelle mani del Nuovo Ordine Mondiale. SI, signore e signori noi subiamo la dittatura internazionale dei Consumi, subiamo il governo globale dell’ iper-classe mondiale, questa nuova classe dirigente trans-nazionale.
17 novembre 2013
Tratto da: imolaoggi.it
 
 
 

sabato 16 novembre 2013

Libertà di pensiero e utili idioti


di Maurizio Barozzi

Prefazione -

Ve la ricordate una certa filmografia Hollywoodiana con il bieco generale nazista con berretto a visiera, sfregio sul viso, stivaloni e frustino? E certi fumetti degli anni ’70 che riportavano lo stesso “assassino psicopatico” con l’aggiunta di sesso, sadismo e horror, e ragazze scosciate vestite da naziste?
Il tutto con svastiche ed SS di qua e di là.
Non era altro che la prosecuzione della propaganda di guerra adattata per l’immaginario collettivo della società dei consumi.
Ebbene, questo immaginario, con il tempo ha anche preso corpo, si è incarnato.

Oggi certe forme di ribellismo, che un tempo si ostentavano con i “teddy boys”, sono acqua calda, oggi per essere “cattivi”, infrangere le regole, spargere timore, ci vuol ben altro: magari le sette sataniche, gli adoratori del demonio, e appunto la pratica del gruppo “neonazista”. Più questa ridicola parodia del nazismo, la società la esorcizza e più diviene adatta per recitare la parte dei “duri”, dei “trasgresivi”.

E “chi di dovere” da dietro le quinte si frega le mani, perché se costoro non ci fossero, andrebbero inventati.


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Le perquisizioni, le incriminazioni per “istigazione all’odio razziale”, e gli arresti di questi giorni, passate sotto la denominazione di indagini contro “Stormfront II”, inducono a fare molte  osservazioni e relative considerazioni, le quali a parte alcune ovvietà si riducono sostanzialmente a due:
1. Il forzare una evidente repressione per reati di opinione, e
2. un certo neonazismo demenziale e di comodo. Nel farle non guarderemo in faccia a nessuno, tanto più che per il primo aspetto viviamo in una società degli spettri, mentre per il secondo viviamo in una società occidentale dove, NIENTE non è sotto controllo di Intelligence e lobby di vario tipo, quindi NIENTE è genuino.
 Per il primo aspetto, la repressione di reati di opinione, ci riserviamo un altro articolo da pubblicare in seguito, perché al momento non conosciamo gli esatti termini e i verbali che hanno caratterizzato questi provvedimenti di polizia e polizia postale.
Potremmo quindi essere imprecisi, ma se quanto riportato da organi di stampa, che per esempio ha costituito capo di imputazione l’aver montato certi filmati dove si accusano gli ebrei di essere dietro speculazioni bancarie, a meno che non fossero stati usati termini offensivi, riferibili ad ebrei in quanto razza e quindi rientranti nella legge Mancino sull’odio razziale, non vediamo come un filmato di questo tipo possa costituire reato. Al massimo potrebbe essere una ricostruzione non veritiera, opinabile, ma  come reato ci sembra veramente troppo. Vedremo queste accuse e come andrà a finire, ma non escludiamo che siano stati messi in mezzo dei giovani senza alcuna effettiva colpa. Non vorremmo quindi che, in attesa che passi la legge sul revisionismo – antinegazionismo, si stia inasprendo ed esasperando ogni pretesto per imporre certe volontà repressive, che si configurerebbero, in questo caso, atte a colpire dei reati di opinione, in palese contrasto con la Costituzione e la carta dei diritti dell’Uomo dell’Onu.
Figuriamoci cosa potrebbe accadere una volta varata la legge antinegazionismo!
Ma ripeto, non conosco le esatte imputazioni addotte a coloro che sono stati denunciati e quindi mi fermo qui.
Non posso però non rilevare che tutto questo potrebbe anche, e sottolineo anche,  essere stato reso possibile dall’uso del Web in modo sconsiderato se non provocatorio. Uso il condizionale perché personalmente non ho avuto modo di visitare questo fantomatico sito che, viene asserito, era una specie di “Stormfront II”.
 A suo tempo ebbi però la ventura di vedere il sito “Stormfront” poi chiuso e quello che vidi non mi piacque affatto. Svastiche, White Power, SS e quant’altro, così come erano frammiste ed ostentate, mi davano l’impressione di essere uno specchietto per provocazioni e quando seppi che il server principale di questo Sito era in America ogni dubbio mi si è dissolto.
Seppi poi che in Italia seguivano questi Sito alcuni giovani che ci lavoravano per una loro passione e senza commettere reati, ma che ovviamente poi ci sono andati di mezzo e sono stati fatti passare quasi per criminali.
In questo caso però debbo rilevare la loro santa incoscienza nel non aver percepito cosa si poteva nascondere dietro un sito del genere.
Tempo dopo mi imbattei , da qualche parte, in alcune note dove  si denunciava Stormfront di pubblicare canzoni macabre e denigratorie su Anna Frank. Andai a vedere e trovai che non il Sito, ma il forum ospitato, riportava una canzoncina scritta da un deficiente, con la quale si inneggiava ad Anna Frank portata nelle camere a gas.
A parte la ripugnante espressione che veniva usata, questo imbecille che faceva il neonazista, neppure si rendeva conto che in tal modo, stava facendo un grandissimo favore a quegli ebrei che tanto voleva colpire, perché, di fatto avallava tutta la pubblicistica sull’Olocausto e le camere a gas, che in tal modo, indirettamente, rivendicava
Il tutto quindi non mi suonava affatto, tanto più che ben conoscevo i cosiddetti “neonazisti” americani, quelli che si vestono come a carnevale da SA o SS, che ogni tanto compiono qualche gesto inconsulto e così via. 
Costoro, per quei negri o ebrei che dicono di osteggiare, se non ci fossero, andrebbero inventati.
Proprio in quel periodo mi venne in soccorso un memorabile articolo di Maurizio Blondet, pubblicato su “Effedieffe” il  28 giugno 2009, il cui titolo: “Neonazisti pagati da ebrei, ed altre falsità” era tutto un programma.
 In pratica vi si sosteneva che dietro i gruppi neonazisti americani vi erano ebrei ed intelligence.
Anche “Stormfront” potrebbe rientrare in queste “forme provocatorie”? Non lo so, non conosco i capi di imputazioni e il materiale sequestrato, per cui anche per il primo sito Stormfront non posso pronunciarmi, ma i dubbi rimangono.
Si dà il caso però che queste possibili “strumentalizzazioni” e inquinamenti, non esauriscono il discorso, perché la cosiddetta area “neonazista” comprende anche un certo numero di persone che non possiamo incolpare di essere dei provocatori manovrati dai Servizi.
 A mio avviso queste persone vanno divise in due grandi gruppi: quelli che si sentono vicini alla storia e alle idee del nazionalsocialismo e vorrebbero  riproporle politicamente in qualche modo o almeno rivendicarle storicamente. E’ a mio avviso questa, una loro attitudine che è oramai fuori dalle dinamiche storiche e quindi destinata al sicuro fallimento, ma se non incorresse nei reati previsti dalla legge sull’incitamento all’odio razziale, che non ho fatto io e che comunque non condivido, ma ce li troviamo sotto forma di Legge dello Stato, dovrebbe essere del tutto legittima.
Dico  però che, oramai un certo ciclo storico si è chiuso e quindi non potrà mai riproporsi negli stessi termini del passato, tutto al più si può rivendicare la storia sul piano storiografico e magari certi programmi politici e sociali o evidenziare certi ideali, certi valori, che sono metastorici, ma non è possibile riproporre programmi, simboli, bandire che vennero sconfitte e bandite nel 1945.
E’ una realtà questa che non c’è bisogno di essere uno storico per capirla, basta un poco di buon senso.
Detto questo però dobbiamo anche sottolineare che molti di coloro, singoli o gruppi, che si definiscono “neonazisti”, ne sono in realtà una brutta contraffazione, tipica di questa, altrettanto brutta, società occidentale.
Debbo premettere che nel fare adesso alcune considerazioni (già ebbi ad esprimerle nel libro scritto con altri autori sulla “Storia della FNCRSI”), pur facendo uso di alcune tematiche sociologiche e psicanalitiche, non è che queste tematiche le consideri  vere in assoluto, ma di certo, in alcuni casi come per esempio questo, possono avere un fondamento di verità.
Le mie considerazioni ebbi a farle tantissimi anni addietro quando, eravamo a metà degli anni ’60, un mio coetaneo e camerata, andò in gita scolastica in Germania e tra le altre cose, nei momenti liberi volle andare a visitare alcuni gruppi neonazisti.
A quel tempo, da noi in Italia, ancora non si era prodotta quella “mutazione genetica” causata dalle politiche del destrismo missista e che negli anni ’70 vide il nascere di generazioni di “neofascisti di destra”, oramai ben distanti da quelli che erano i neofascisti precedenti, per cui il mio camerata si accorse subito e mi riferì raccapricciato, di aver visto, accanto ad alcune associazioni di reduci della Germania nazionalsocialista, molto serie e valide, anche gruppi di giovani neonazisti, a dir poco demenziali, che si tatuavano sul petto le svastiche, indossavano i jeans e bevevano Coca Cola, frequentavano gli Stadi di Calcio e più che praticare politica, facevano del teppismo.
Questo nella metà degli anni ’60, figuriamoci oggi dopo oltre 40 anni da allora, di società consumista occidentale, ovvero di società degli spettri. 
Questo fenomeno degenerativo va quindi affrontato anche a livello introspettivo ed oserei dire esistenziale perché riguarda le attitudini da sempre in auge nella gioventù, i suoi slanci ideali, le sue passioni, le sue rivolte che se ben inquadrate e finalizzate, hanno anche aspetti positivi: non si dimentichi che senza la gioventù non si fanno cambiamenti epocali, né tanto meno rivoluzioni.
 Ma in una società priva di valori, dell’etica e del senso dello Stato, tanto più una società moderna, consumista e democratica, la gioventù allo sbando può andare più che altro in cerca di sensazioni forti, per così dire “antiborghesi”,  è attratta da simboli, forme ed atteggiamenti trasgressivi, tanto più attrattivi quanto più sono paventati dalla gente e demonizzati dalla società.
Sono questi più  che altro atteggiamenti esteriori, tanto che gli stessi giovani trasgressivi del momento, se li rivediamo dopo una ventina di anni li ritroviamo perfettamente integrati in quel mondo borghese che tanto osteggiavano.
Insomma certi giovani sono in cerca di simbologie da far proprie: per distinguersi, per aggredire, spaventare i cosiddetti “borghesi”.
Insomma, contare qualcosa, sentirsi qualcuno nel branco e nascosti dietro una simbologia comunemente fuori legge o ritenuta, a torto o a ragione, aberrante.
Negli anni ’50 un timido fenomeno trasgressivo furono i cosiddetti teddy boys, che ostentavano giacconi di pelle, jeans e coltelli a scatto, ma da allora se ne è fatta di strada. Oggi si ostenta e si usa qualcosa di più truce, come per esempio il satanismo o, purtroppo, anche la simbologia spregiativamente definita “neonazista”.
E tutto questo, badate bene, fa parte di un immaginario collettivo post propaganda di guerra, dove sulla scia di Norimberga, tutta una filmografia hollywoodiana, tutta una pubblicistica antifascista, dalla Resistenza all’olocausto, ha descritto il nazionalsocialismo soprattutto, come un aggregato di maniaci, di psicopatici, di criminali, di delinquenti assetati di sangue e così via.
Anche l’industria dei fumetti ha, freudianamente, ritagliato sulla tipologia del nazista un misto di sesso perverso e criminalità.
Non erano altro che i vecchi contenuti della guerra psicologica degli Alleati, divenuti col tempo e il diffondersi della letteratura, del cinema e della televisione, un luogo comune, una immagine indotta e fatta propria dall’inconscio collettivo, quello ovviamente più superficiale.
Orbene, svariati gruppi cosiddetti “neonazisti” europei ed americani (sic!), spesso creati a bella posta dalle centrali occidentali “recitano”, di fronte all’opinione pubblica, questa miserabile parodia del nazismo, facendo addirittura propri slogan, atteggiamenti e modelli che l’antifascismo aveva, a suo tempo, disegnato proprio per denigrare il “nazista”.
Ecco, allora, che oggi ci ritroviamo bandiere e simboli, bagnati dal sangue di centinaia di migliaia di caduti, squalificati e riportati con scritte demenziali sui muri delle strade, mostrati negli stadi di calcio, utilizzati nelle imprese da cronaca nera, ostentati da tanti delinquenti e prezzolati che ne sono attratti, ma probabilmente anche manovrati dai soliti mascalzoni.
Negli anni ’70 non era raro il caso di trovare nelle galere certi ripugnanti criminali, che si definivano di destra, con la svastica al collo. Non era altro che un atteggiamento, laddove quella svastica, nell’immaginario collettivo, era il “male”, il “demonio” e quindi portarla al collo dava ancor più un senso di “duro”, di “cattiveria”.
Si badi bene, non sto condannando i fenomeni di ribellismo, che come ho accennato sono prerogativa dei giovani e hanno aspetti decisamente positivi, quindi non mi scandalizzo, come potrebbe fare un borghese qualunque, per una “testa rasata”.
Ma in certe forme di “ribellismo” purtroppo ci sono anche queste degenerazioni che una volta “dato il via”, riproducono la demenzialità anche per germinazione spontanea. 
Esagero quindi nel dire che bisogna stare molto attenti, perché forme esibizionistiche di questo tipo fanno comodo proprio al Sistema, magari per accelerare le leggi e gli ordinamenti della società multirazziale che tanto sponsorizza o per accelerare il varo di leggi liberticide come quelle sul negazionismo? Ed è proprio quello che sta accadendo.
NOTA DI RINASCITA 
 No, nella sostanza non esageri affatto. Ma permetti un minimo di rettifica. Appoggiarsi ad un server negli Usa non è di per sé niente di sintomatico.
Noi non lo facciamo, ma anche se lo dovessimo fare non comporterebbe alcuna sudditanza perché non saremmo tanto sciocchi da non avere il nostro di server con gli archivi intatti.
Non c'è dunque causa-effetto generale.
Lo stesso vale per il discorso più importante sulla demenzialità di certi gruppi "neo-nazisti": ciò non significa, a prescindere, che non vi sia tra loro, anche tra i fondatori, giovani in buonafede.
Che poi vi sia una causa-effetto "parziale" con l'aggregazione o di dementi o di utili idioti o, addirittura, di idioti consapevoli, questo è un altro paio di maniche.
Ma sempre considerando che per dare credibilità alla "recita" chi tira i fili ha bisogno che in questi gruppi ci sia anche chi è, nelle idee e nelle azioni, anche quando errate, comunque puro.
Altrimenti lo spettacolo non funziona.  
l. m.
 
 
 
 

venerdì 15 novembre 2013

L’ultimo ribelle Giuseppe Solaro


L’ultimo ribelle Giuseppe Solaro

Torino,29 aprile 1945. Giuseppe Solaro, federale del Partito Fascista Repubblicano, fissa la folla, accorsa per vederlo morire, sereno e con la fierezza della sua dignità di autentico Ribelle.

Nel suo articolo I Ribelli siamo noi, apparso su La Stampa il 12 ottobre 1944, Solaro scriverà:
"I veri Ribelli in sostanza siamo noi. Noi globalmente chiamati nazi.fascisti... Ci ribelliaamo all'idea di non aver più nulla da fare contro un cumulo di nemici potentissimi di armi e vettovaglie. Come pensare,dice l'uomo della strada, che tedeschi, giapponesi e fascisti possano resistere a una America, indisturbata nelle sue fonti di produzione bellica alimentate da esuberanti dotazioni di materie prime, a una Inghilterra seminatrice di doviziose armate di ogni colore attinte alle immense colonie, a una Russia formidabile di uomini e ordigni di guerra, a tre potenze di tutto munite, padrone di tre quarti del mondo, credute persino nel programma di "liberazione"? Nondimeno ci ribelliamo ai colpi avversi della sorte, alla mala fortuna,alla incredulità degli altri nella nostra certezza e nella nostra fede. Ci ribelliamo alle prospettive di tremende punizioni che ci attenderebbero a breve scadenza. Ci ribelliamo pure all'antipatia e al vuoto che ci crea attorno nei momenti più duri una turba di vigliacchi timorosi persino di riconoscere almeno il nostro valore con una parola o un sorriso,perchè questo potrebbe pesare all'arrivo degli angloamericani. Noi siamo i veri Ribelli. Per gli altri è facile farsi chiamare ribelli quando si crede di avere gli eserciti amici a pochi giorni di distanza, quando si ritiene la vittoria già scontata, quando si pensa di essere dalla parte del più forte, dell'ormai invincibile. E' piacevole farsi chiamare ribelli quando si è circondati dalle premure di tanti pavidi che intendono crearsi benemerenze verso il "cavallo vincente", quando si hanno incitamenti ed aiuti da tanti plutocrati che puntano sull'affare ritenuto più sicuro, pur senza trascurare la distribuzione dei rischi, quando pare eroico in senso utilitaristico seguire la corrente, farsene paladini.. I veri ribelli siamo noi."

Ribelli contro un mondo vecchio di egoisti, di privilegiati, di conservatori, di capitalisti oppressori, di falliti sistemi , di superate ideologie, di dottrine ingannatrici, di falsi e bugiardi.
Ribelli insomma contro il mondo dell'ingiustizia. Ribelli in nome di una santa causa, di una società giusta ed ordinata, di rispetto del lavoro, di dignità nazionale, di amore alla Patria, al nucleo familiare, alle onorevoli ed egregie intraprese della vita"

domenica 3 novembre 2013

L`estrema destra contro il fascismo

Invitiamo a leggere attentamente questo studio di Marco Pirano – Stefano Fiorito:  “L’estrema destra contro il fascismo”, Lulu Editori 2013, euro 4,76. Scaricabile anche on line a: http://www.archivioguerrapolitica.org/wp-content/uploads/2013/09/Piraino-estrema-destra-contro-il-fascismo.pdf
Titolo alquanto forte, ma azzeccato, anche se noi non condividiamo tutto quello che vi viene riportato.

Lo studio prende in considerazione la specificità del Fascismo di Mussolini a cui, invece nel dopoguerra, si sovrappose quella specie di “destra radicale” definita Tradizionalista, emarginata durante il ventennio, che si rifaceva a Julius Evola.
Ne seguì uno stravolgimento totale del fascismo che era stato un tipico fenomeno del XX secolo che pur anteponendosi al socialismo marxista, alla democrazia e al liberismo, non rappresentava però un mero ritorno ad un passato oramai tramontato, a certe aristocrazie oramai morte, come, di fatto, si rifacevano idealmente i “rivoluzionari conservatori” di destra.

A questo si aggiunsero simbologie nordiche, quali croci celtiche, etc. che non troppo centravano con il fascismo e sua specificità italica. Fu così che la visione di una Stato nazional popolare quale specificità fascista, la sua visione di una società socialista, vennero accantonate, per sostenere demenziali riproposizioni di tematiche fuori tempo.

Se ne avvantaggiarono le forze reazionarie e conservatrici della nazione e i nostri occupanti statunitensi, perché il nuovo “fascismo di destra” era a loro confacente e utile. Fin qui, possiamo dire che l’analisi degli autori non fa una piega.
Non so quale sia la collocazione politica o ideologica degli autori, ma questo testo è molto importante. Anche se, come accennato,  personalmente non lo condividiamo in pieno.

A mio avviso, infatti, a prescindere dagli aspetti propriamente iniziatici e di studi esoterici, Julius Evola ha avuto due grandi meriti: quello di dimostrare e rendere palese che certi riti e simbologie erano preesistenti al Cristianesimo ed alla stessa Massoneria e quello di qualificare il fascismo anche su di un piano “metastorico” integrandone e precisandone meglio i valori eroici e spirituali che lo caratterizzavano, attestandolo in tal modo in una dimensione che trascendeva i soli aspetti politici, reducistici e sociali. 

Qui invece gli autori pongono in risalto gli aspetti divergenti tra la mistica fascista e la visione spirituale di Evola, mentre io invece credo che questi due aspetti, sicuramente divergenti al tempo, si sarebbero potuti  conciliare.
Ritengo comunque che i concetti della “sapienza antica” evidenziati e rielaborati da Evola, ad esempio le attitudini umane innate, nella classica divisione sacerdoti, guerrieri, mercanti e lavoratori, davano alla stessa dottrina del fascismo e agli studi della mistica fascista, dei punti di riferimento importantissimi, decisamente superiori alle fallaci interpretazioni “sociali” e psicanalitiche dell’uomo.

Non entro negli aspetti “iniziatici” ed “esoterici” che ad esempio hanno diviso partigiani di Evola e di Reghini, con la sua Tradizione Italica, nordico germanici contro “italici”, sia perché non è il mio campo e sia perché da quel poco che posso capire queste due visioni tradizionali sono perfettamente compatibili e integrabili.
E neppure entro nelle annose diatribe tra evoliani e gentiliani, perché ritengo che ci siano ragioni e aspetti positivi in entrambi questi indirizzi ideologici.

Di certo, e qui divergiamo dagli autori, possiamo dire che molte critiche avanzate da Evola a un certo fascismo sciatto, borghese, retorico, arrabattato, possono essere condivise. Comprese quelle alla improvvisata legislazione “razziale”.

A mio avviso, però, la visione di Evola, mutuata da una antica conoscenza sapienziale, doveva costituire, più che altro,  una “indicazione di riferimento” a cui, in un certo senso, lo stesso fascismo si era rifatto, potendo dirsi che il fenomeno fascista rientrava in quelle affermazioni storiche della Tradizione.

Questo perchè, il fascismo, era anche una affermazione del XX secolo, il secolo delle masse, e quindi certi prìncipi li aveva meravigliosamente adattati ai nostri tempi attingendo e adeguandosi  anche, seppur superandole, a quelle trasformazioni storiche come la Rivoluzione francese e il Risorgimento, che sono state manifestazioni sovversive rispetto al “mondo della Tradizione”.  Questa negazione di un “ritorno al passato” era stata più volte evidenziata proprio da Mussolini.

I tempi di certe “Aristocrazie” erano oramai finiti: ora i “nobili” sciamavano e sperperavano nei Casinò e nelle stazioni termali e le nuove aristocrazie potevano riconoscersi solo nella rivoluzione e nelle trincee. Non aveva senso attaccarsi alla visione della “discesa” che dalle civiltà solari era finita nelle democrazie e quindi nel kalì yuga, per farsi partigiani di quello che c’era prima, ad esempio la Vandea, rispetto a quello che era venuto dopo. Occorreva andare comunque avanti.

Si dà il fatto, invece, che il pensiero di Evola, sconfinando sul piano politico, non solo era chiaramente reazionario, ma come molti avevano fatto notare era rimasto a  Donoso Cortes e Metternich.  Evola, che oltretutto, mai aveva aderito al Fascismo, ma soprattutto  non aveva aderito alla RSI, ritenendone il suo portato repubblicano e socialista, contrario alla sua visione gerarchica e Monarchica dello Stato in cui, praticamente, aveva come riferimento ideale  i tempi delle caste.

Per fare un esempio, la costituzione dello Stato organico, propugnata anche dal fascismo, applicando in toto la visione di Evola, finiva per vagheggiare delle Gerarchie, condivisibili dal punto di vista teorico, ma non realizzabili nei tempi moderni. Tanto è vero che Mussolini, così come riconobbe in repubblica, che il Corporativismo (tanto caro ad Evola che ne vedeva una specie di “ritorno  alle società feudali”), senza la socializzazione (mal vista invece da Evola) era facilmente piegabile dal padronato per i suoi interessi; così le stesse nomine dall’alto delle Gerarchie avevano palesato molte disfunzioni e malaffare, per cui in RSI si propose un sistema misto tra nomine dall’alta ed eleggibilità che garantisse anche la dovuta e necessaria critica dell’opinione pubblica.

Ma l’aspetto peggiore di questa visione reazionaria lo si riscontra nelle sue conseguenze politiche: nonostante che dottrinalmente Evola avesse ben inquadrato gli aspetti negativi e nefasti sia del bolscevismo che dell’americanismo, politicamente finì per elaborare una specie di graduazione del “male minore” che induceva a parteggiare per il cosiddetto “mondo libero” onde contrastare il  comunismo. E per gli americani, nostri colonizzatori, in primis.

A parte il fatto che questo “mondo libero” tutto era meno che preferibile ad alcunché, si creava anche un alibi per  giustificare connubi e collusioni con l’Occidente che invece era proprio il principale ”nemico dell’uomo” e del fascismo, distruttore della dimensione spirituale dell’esistenza, essendo il comunismo, nella sua attuazione pratica, una utopia irrealizzabile nella condizione umana e quindi una dimensione, una “nomenklatura” per quanto violenta e criminale, del tutto fittizia e transitoria.

Questo impedì ad Evola, a differenza dei fascisti della FNCRSI, di parteggiare per i Vietcong, Guevara i popoli arabi, ecc. da lui, stupidamente visti, come “comunisti”.
Fatto sta che gli  “Orientamenti” di Evola, presi alla lettera e trasposti in politica, furono anche funzionali alla reazione e un alibi per chi operava, sotto dettatura Atlantica, di fatto in senso antinazionale. Non solo questo pensiero, unito al missismo, ebbe una sua parte nella moda del disgustoso fenomeno dei  “fascisti pariolini”, ma produsse anche gli ammiratori dei “mercenari”, mercenari loro stessi in servizio permanente effettivo di “chi di dovere”.

Questo, ovviamente, non toglie, che sul piano personale, interiore, gli studi, le ricerche e i principi evidenziati da Evola, come del resto da Guenon, hanno una loro importanza.

Ma anche qui entriamo in un campo delicato che dovrebbe appunto essere riservato a chi ne ha le qualifiche personali per percorrere certi “pericolosi” cammini iniziatici o “magici”.

Il “cavalcare la tigre” non è per tutti.
Noto è, infatti, che questa Sapienza è sempre stata nascosta dietro linguaggi allegorici e simbolici, perché la sua divulgazione, al di fuori di regolari scuole iniziatiche, era pericolosa dal punto di vista esistenziale. Poteva provocare corto circuiti mentali e invasamenti o infatuazioni pericolose.

Anche una certa tendenza a propagandare il “paganesimo” e certe religioni nordiche, fuori da certi studi, non era molto “salutare”, perché, oltre che essere anche qui un “fatto personale”, le religioni non si riesumano fuori tempo, essendo legate a certi cambiamenti cosmici.

Abbiamo visto quanti “figli del sole”, pagani a tutto tondo, erano in realtà degli atei mascherati che dopo qualche decennio da invasati si sono ben integrati tra famiglia e miserie quotidiane, con buona pace di Wotan ed Odino.

Ma c’è un altro aspetto molto delicato e inquietante, sul quale non vogliamo dare giudizi affrettati, ma di certo lascia a pensare.

E’ oramai accertato, anche in sede giudiziaria, che Ordine Nuovo, forse il gruppo più impregnato di “evolismo”, spesso all’ insaputa di tanti militanti in buona fece, ha avuto esponenti che si sono dedicati allo stragismo.

Tanto per cominciare, come dobbiamo interpretare questo scritto che troviamo in un bollettino interno del Centro Ordine Nuovo, o meglio il Quaderno n°1 (riportato anche in G. De Lutiis, “Il lato oscuro del potere”, Editori Riuniti 1996)?

Il saggio era significativamente titolato: "La guerra rivoluzionaria". In esso è scritto:
«Per la conquista totale delle masse la dottrina della guerra rivoluzionaria prevede, oltre che il ricorso alla azione psicologica, il ricorso a forme di terrorismo spietato ed indiscriminato. Si tratta cioè di condizionare le folle non solo attraverso la propaganda ma anche agendo sul principale riflesso innato presente tanto negli animali quanto nella psiche di una grande massa: la paura, il terrore, l'istinto di conservazione.
Occorre determinare tra le masse un senso di impotenza, un senso di acquiescenza assoluto un rapporto all'ineluttabile destino di vittoria delle fazione rivoluzionaria. Inoltre, il terrorismo su larga scala attuato tra le fila delle forze incaricate della repressione del movimento rivoluzionario genera sempre disagio, stanchezza, insicurezza, determinando così condizioni favorevoli alla propaganda disfattista.
Una attività terroristica di questo genere tende anche ad esasperare l'avversario per costringerlo ad azioni di rappresaglia sempre odiose ed antipopolari, anche se giuste e che pertanto, alienano il favore e la simpatia di larghi strati della popolazione. Abbiamo accennato al terrorismo indiscriminato e questo concetto implica, ovviamente, la possibilità di uccidere, o far uccidere, vecchi, donne e bambini. Queste forme di intimidazione terroristica sono, oggi, non solo ritenute valide, ma, a volte, assolutamente necessarie per il conseguimento di un determinato obiettivo».

Certo che per chi criticava la guerra gappista partigiana, vigliacca, queste tesi non è che fossero tanto edificanti.

Peggio ancora scrive il giudice Guido Salvini, forte di testimonianze e prove:
«Ordine Nuovo ha compiuto molti attentati prima e dopo il 12 dicembre (p.zza Fontana)».

Bisognerebbe ora chiedersi: ma come hanno potuto persone che si definivano fasciste uccidere e mutilare altri italiani?

E’ difficile dare una risposta che vada al di là  del macchiavellico “il mezzo scusa il fine”,  per il quale certi farabutti si sono auto assegnati il compito di “correggere” e “migliorare” il mondo con ogni mezzo».

Ma lo stesso giudice Salvini  da anche una risposta significativa, egli scrive:
«Nei discorsi che si tenevano nella libreria padovana di Freda e nel sentire dei suoi militanti, si parlava dell'uomo "indifferenziato" e quindi dei comuni civili, come semplici bipedi che potevano essere sacrificati per l'instaurazione del nuovo Ordine Europeo, appunto».

Se questo risponde al vero e se gli stessi che facevano questi discorsi, sono gli stessi che facevano anche i bombaroli, dobbiamo allora ritenere che il pensiero di Evola, ma non solo lui, oltre all’anticomunismo viscerale e filo atlantico, ha anche prodotto “mostri”  a dir poco ripugnanti.

Non vogliamo teorizzare nulla, ma abbiamo il sospetto che, in genere, il vigliacco criminale che depone una bomba è un sicario senza scrupoli, ma in politica, conta di più anche il mandante e  questi assume spesso  le vesti di un esaltato e se a questo ci aggiungiamo soggetti che, magari senza averne le dovute qualifiche, si sono dati a pratiche esoteriche, a  studi iniziatici a cui un mal digerito pensiero “tradizionale”, suo malgrado, può portare, e al contempo fanno politica, allora la miscela può diventare  veramente “esplosiva”.

Lungi da noi l’intento di criminalizzare il pensiero Tradizionale, al quale anzi  in molti aspetti ci riconosciamo, ma ci sono tanti aspetti politici e non da considerare con attenzione.

Questo studio di Pirano e Fiorito “L’estrema destra contro il fascismo”, apporta  sicuramente un  certo contributo politico ed ideologico.

Non è indispensabile che lo si condivida in tutto o in parte. Del resto ci manca la controprova di che cosa sarebbe accaduto se il neofascismo, nel dopoguerra, avesse emarginato il MSI e suoi dirigenti, magari riempiendoli di botte, visto ciò che rappresentavano, e si fosse attestato sui principi del fascismo Mussoliniano, su la sua visione sociale, da trasformare in richiami di lotta per la socializzazione e una società socialista, su la sua irrinunciabile e irriducibile premessa di essere il difensore e il realizzatore degli interessi nazionali. Ergo un neofascismo che sarebbe sceso nelle piazze a manifestare contro la Nato, a combattere la società americanista e contro il Vaticano.

Non lo sappiamo, ma siamo certi che, tanti burattinai dei Servizi e delle Caserme avrebbero avuto molta difficoltà a reclutare manovalanza e il gioco infame degli opposti estremismi avrebbe avuto molte difficoltà a perpetuarsi.
Il neofascismo invece, quello della destra radicale, evoliana, se si sono salvati alcuni singoli esponenti, molti di ottimo livello culturale, per il resto, questo è certo, è letteralmente finito nella merda.

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martedì 29 ottobre 2013

Aldo Moro Signoraggio Bancario e le strane coincidenze


Aldo Moro Signoraggio Bancario
Cosa accomuna diversi politici che si sono battuti per la Sovranità Monetaria?
In questo articolo analizzeremo le inquietanti coincidenze relative in particolar modo a tre esponenti politici che, poco dopo aver promosso leggi a favore della sovranità monetariadei rispettivi Paesi, hanno poi fatto un brutta fine. Stiamo parlando di Abraham Lincoln, John Fitzgerald Kennedy e Aldo Moro.
Il problema di fondo è quello dell’emissione sovrana di moneta, ben noto per chi si occupa di Signoraggio Bancario. Abbiamo in parte toccato questo tema i due precedenti articoli:Signoraggio Bancario: perché il debito è inestinguibile? e Auriti, il valore indotto e la proprietà della moneta.
Le banche centrali di moltissimi Paesi, spacciate come istituti pubblici, ma in realtà Società per Azioni private possedute generalmente da famiglie di banchieri senza scrupoli, hanno da sempre utilizzato qualsiasi mezzo per occultare la loro vera natura e nascondere l’inganno agli occhi della popolazione.
Cerchiamo di riassumere brevemente i fatti.
Il presidente Lincoln nel 1862, ebbe un incontro privato con un amico di vecchia data, il colonnello Edmund Dick Taylor che suggerì di stampare biglietti di Stato a corso legale per fronteggiare le spese della Guerra Civile Americana scoppiata l’anno precedente. Questa idea scaturì anche a causa degli interessi usurai (dal 24 al 36 per cento) pretesi dai banchieri internazionali nell’eventualità di un prestito all’Unione. Lincoln ovviamente non accettò le condizioni poiché non voleva trascinare il proprio Paese nel baratro del debito. Così, nonostante forti opposizioni, il 25 febbraio 1862 firmò il First Legal Tender Act che autorizzava l’emissione dei biglietti di Stato, conosciuti in seguito comegreenbacks, nome derivato dall’uso di inchiostri verdi per distinguerli dalle altre banconote.
Il 14 aprile 1865, durante uno spettacolo teatrale al Ford’s Theatre, John Wilkes Booth (attore che aveva più volte recitato proprio in quello stesso teatro) spara un colpo alla testa del presidente Lincoln. I lati oscuri della vicenda resteranno numerosi: l’assenza della guardia del corpo del presidente, impegnata a bersi qualche drink ed il mistero del killer, ufficialmente scovato e ucciso una decina di giorni dopo, anche se nel corso degli anni molti ricercatori hanno sostenuto che Booth fosse riuscito a scappare.
Facciamo un salto di un secolo.
John Fitzgerald Kennedy, il 4 giugno 1963, firma l’Ordine Esecutivo 11110, un decreto presidenziale che di fatto toglieva alla Federal Reserve Bank (la banca centrale presente negli Stati Uniti) il potere di stampare denaro, restituendolo al Dipartimento del Tesoro, come sancito nella Costituzione americana. Il governo USA tornava in possesso della propria sovranità monetaria grazie ad una legge esplicita che lo autorizzava a «emettere certificati d’argento a fronte di ogni lingotto di argento e dollari d’argento della Tesoreria».
Praticamente gli Stati Uniti si riprendevano il diritto di stampare moneta, collegando l’emissione di banconote alle riserve d’argento della Tesoreria, senza la necessità di chiedere prestiti ad interessi alla Federal Reserve: biglietti a corso legale sgravati dal debito all’atto di emissione. L’unica differenza visibile sulle nuove banconote rispetto alle precedenti era la dicitura: quelle successive all’ordine esecutivo di Kennedy riportavano “Biglietto degli Stati Uniti” (United States Note), le altre “Biglietto della Federal Reserve” (Federal Reserve Note).
Guarda caso pochi mesi dopo, il 22 novembre 1963, il presidente Kennedy verrà ucciso a Dallas. Dopo più di quarant’anni i punti oscuri di questo omicidio rimangono senza una plausibile e convincente spiegazione ufficiale. Al contrario, risultano ormai palesi le incongruenze, i depistaggi e le manomissioni relative alla vicenda. Come in altri casi anologhi, i poteri forti hanno manovrato nell’ombra per far passare l’idea che il tutto fosse riconducibile ad un mitomane, un povero pazzo isolato che aveva agito da solo (in questo caso Lee Harvey Oswald). Questo perché, per definizione, un’eventuale azione premeditata da più persone costituirebbe un complotto. Il che starebbe a significare l’esistenza distrategie occulte che meriterebbero un’attenzione profonda da parte del pubblico. Ed è ovvio che i criminali complottisti abbiano tutto l’interesse nel mantenere un basso profilo e non essere scoperti.
Stranamente anche lo squilibrato, l’utile idiota dell’omicidio Kennedy, verrà a sua volta messo a tacere per sempre prima ancora di poter rivelare qualche informazione compromettente, ucciso in pubblico da Jack Leon Ruby (nato Jacob Leon Rubenstein), apparentemente senza un valido movente, appena un paio di giorni dopo l’assassinio del presidente USA. Il bello è che “Sparky” Jack Ruby riuscì ad eliminare lo scomodo testimone davanti alla centrale di polizia di Dallas, proprio mentre Oswald veniva scortato da un gruppo di poliziotti al vicino carcere statale. Inutile dire che pure Ruby morirà poco dopo, ufficialmente per un’embolia polmonare, il 3 gennaio 1967, dopo aver scampato una sentenza di morte dettata dal tribunale il 14 marzo 1964. Sia Oswald che Ruby avevano dichiarato più volte di essere stati incastrati.
Facciamo notare, fra parentesi, che pure la data  della morte di Kennedy presenta una particolare coincidenza: cade esattamente cinquantatré anni dopo l’incontro (all’epoca segreto) tenuto sull’isola di Jekill (Jekill Island) fra un gruppetto di banchieri che stavano sviluppando il progetto che avrebbe portato a costituire proprio la Federal Reserve. Un fatto che potrebbe apparire casuale per chi è a digiuno di esoterismo, rituali e la logica relativa a gruppi massonici e paramassonici. Invitiamo perciò i nostri lettori ad approfondire la questione con studi e ricerche. Prossimamente pubblicheremo una serie di articoli al riguardo.
Veniamo al caso Moro. Negli anni sessanta lo statista della Democrazia Cristiana decise di finanziare la spesa pubblica italiana attraverso l’emissione di cartamoneta di Statosgravata da debiti, in tagli da 500 lire, ossia con un “biglietto di Stato a corso legale”.
Con i DPR 20-06-1966 e 20-10-1967 del presidente Giuseppe Saragat venne regolamentata la prima emissione, la serie “Aretusa” (Legge 31-05-1966), mentre il presidente Giovanni Leone regolarizzò con il DPR 14-02-1974, la serie “Mercurio” (DM 2 aprile 1979), le famose banconote da 500 lire conosciute come “Mercurio alato”.
Già all’epoca la sovranità monetaria dell’Italia era limitata: allo Stato era concesso (chiedetevi, fra l’altro, da chi fosse “elargita” questa concessione) solamente il diritto di conio delle monete attraverso la Zecca, mentre le banconote venivano aquistate dal Fondo Monetario Internazionale. Un po’ come accade oggi, dove ai singoli Paesi europei spetta il diritto di coniare gli euro di metallo ma non le banconote, che vengono emesse dalla Banca Centrale Europea. Per questo quando nel 2002 Giulio Tremonti, all’epoca ministro dell’Economia, propose di sostituire le monete da uno e due euro, Wim Duisenberg, primo governatore della BCE, rispose con un avvertimento: «Spero che Mr. Tremonti si renda conto che se tale banconota dovesse essere introdotta, egli perderebbe il diritto di signoraggio che si accompagna ad essa. Dunque se egli, come ministro dell’Economia, ne sarebbe contento non lo so».  Fra parentesi ci sarebbe anche da indagare sulla strana morte di Duisenberg, avvenuta il 31 luglio 2005, nemmeno due giorni dopo le sentenze di rinvio a giudizio pronunciate a Milano contro le filiali Deutsche Bank, UBS, Morgan Stanley e Citygroup partite dai procuratori che stavano indagando sul crac Parmalat. Ricordiamo che il banchiere olandese era stato eletto primo presidente della Banca Centrale Europea proprio grazie all’appoggio del colosso bancario tedesco. Coincidentemente, nelle stesse ore, precipitava dalla finestra del suo appartamento di New York Arthur Zankel, ex membro del consiglio di Citybank.
Ma forse stiamo divagando troppo, torniamo alle 500 lire cartacee emesse dai governi Moro.
Lo statista, per ovviare ai limiti imposti di cui sopra, utilizzò un brillante stratagemma. Dopo aver autorizzato il conio delle 500 lire di metallo, fece una deroga che permetteva, contemporaneamente, l’emissione della versione cartacea, che poteva in questo modo essere stampata ugualmente dalla Zecca di Stato.
Il 16 marzo 1978 Aldo Moro venne rapito e ucciso il 9 maggio dello stesso anno. Casualmente, in seguito al tragico avvenimento, l’Italia smise di emettere biglietti di Stato.
Come per gli omici di Lincoln e Kennedy, anche in questo caso i punti oscuri sono numerosissimi.
Uno dei fattori comuni è il ruolo dei servizi segreti. La versione ufficiale che additava la responsabilità alle fantomatiche Brigate Rosse non hai mai convinto le persone minimamente informate sui fatti. La strategia della tensione era chiaramente funzionale alla volontà di destabilizzare l’Italia, obiettivo confermato e dichiarato anche nell’Operazione Chaos e nell’Operazione Condor in America latina (fra i tanti misteri dei Servizi, mai sentito parlare dell’ufficio K?).
Più volte è stata avanzata l’ipotesi dei tre livelli delle BR: base ideologizzata utilizzata come manovalanza, alcuni capicolonna eterodiretti come Mario Moretti ed il centro studi Hyperion di Parigi, una scuola di lingue usata come copertura per uno degli avamposti della CIA in Europa, il corrispettivo francese della Gladio italiana, il tutto parte della rete NATO “Stay Behind”.
I dubbi su Moretti (capo effettivo delle Brigate Rosse durante il sequestro Moro) circa il suo ruolo di infiltrato, spia e doppiogiochista dei servizi segreti sono stati sollevati più volte dagli stessi brigatisti, ad esempio Alberto Franceschini, Renato Curcio, Giorgio Semeria e Valerio Morucci o da personaggi come il senatore Sergio Flamigni, che definì il capo brigatista “la sfinge”. Addirittura vennero fatti degli accertamenti da parte di alcuni esponenti delle BR su questo losco individuo, prima del sequestro dello statista, ma non ne venne fuori nulla e così Moretti rimase ai vertici dell’organizzazione.
È ormai risaputa la presenza del colonnello del Sismi Camillo Guglielmi in via Stresa la mattina dell’agguato e del rapimento di Moro avvenuto in via Fani, a soli duecento metri di distanza. Cosa ci facesse da quelle parti non è mai stato chiarito. E nemmeno un’altra delle miriadi di coincidenze: nello stesso palazzo in via Gradoli 96 dove viveva Moretti al tempo del sequestro c’erano almeno 24 appartamenti intestati a società immobiliari fra i quali amministratori figuravano membri dei servizi segreti. Al secondo piano dello stabile viveva un’informatrice della polizia, mentre al n° 98 della solita via abitava un compaesano di Moretti, agente segreto militare ed ex ufficiale dei carabinieri.
Qualche anno fa nel libro Nous avons tué Aldo Moro di Emmanuel Amara pubblicato da Patrick Robin Editions (uscito in Italia con il titolo Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo trent’anni un protagonista esce dall’ombra edito da Cooper e curato da Nicola Biondo), Steve Pieczenik, assistente del sottosegretario Usa nel 1978, psichiatra, specialista in “gestioni di crisi”, esperto di terrorismo, mandato in missione da Washington su “invito” di Francesco Cossiga durante i cinquantacinque giorni del sequestro, ha rivelato: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. I brigatisti avrebbero potuto cercare di condizionarmi dicendo “o soddisfate le nostre richieste e lo uccidiamo”. Ma la mia  strategia era “No, non è così che funziona, sono io a decidere che dovete ucciderlo a vostre spese”. Mi aspettavo che si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro. E questa sarebbe stata una grossa vittoria per loro».
Pieczenik non solo ha ammesso di aver intavolato una falsa trattativa con i brigatisti, ma dice spudoratamente che uno degli obiettivi fu quello di costringere le Brigate Rosse ad uccidere Moro: «La mia ricetta per deviare la decisione delle BR era di gestire un rapporto di forza crescente e di illusione di negoziazione. Per ottenere i nostri risultati avevo preso psicologicamente la gestione di tutti i Comitati (del Viminale n.d.r.) dicendo a tutti che ero l’unico che non aveva tradito Moro per il semplice fatto di non averlo mai conosciuto».
Il colpo di grazia venne inferto quando risultò evidente che Moro fosse ormai disperato e si decise di attuare il piano della Duchessa, un falso comunicato da attribuire alle Brigate Rosse: «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro. Questo il grande dramma di questa storia. Avrebbero potuto sfuggire alla trappola, e speravo che non se ne rendessero conto, liberando Aldo Moro. Se lo avessero liberato avrebbero vinto, Moro si sarebbe salvato, Andreotti sarebbe stato neutralizzato e i comunisti avrebbero potuto concludere un accordo politico con i democristiani. Uno scenario che avrebbe soddisfatto quasi tutti. Era una trappola modestissima, che sarebbe fallita nel momento stesso in cui avessero liberato Moro».
Secondo le parole di Pieczenik Cossiga era d’accordo con praticamente la maggior parte delle scelte proposte: «Moro, in quel momento, era disperato e avrebbe sicuramente fatto delle rivelazioni piuttosto importanti ai suoi carcerieri su uomini politici come Andreotti. È in quell’istante preciso che io e Cossiga ci siamo detti che bisognava cominciare a far scattare la trappola tesa alle BR. Abbandonare Moro e fare in modo che morisse con le sue rivelazioni. Per giunta i carabinieri e i servizi di sicurezza non lo trovavano o non volevano trovarlo».
Gli obiettivi raggiunti con questa strategia furono molteplici: venne eliminato Moro, le BR furono messe a tacere e fu possibile entrare in possesso del vero memoriale e delle registrazioni dell’interrogatorio dello statista italiano. Quello dell’esponente della Democrazia Cristiana è stato un sacrificio umano, come dichiarato apertamente da Pieczenik: «Mai l’espressione “ragion di Stato” ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia». E come ogni rituale, la scena del delitto era carica disimbologia esoterica, evidente soprattutto per gli iniziati. Il discorso merita un articolo a parte, che verrà pubblicato prossimamente. La cosa meno esoterica fu la seduta spiritica alla quale partecipò Romano Prodi, dove venne fuori la parola “Gradoli”, il nome della via in cui era situato il covo dei sequestratori di Moro. Quella stessa via nella quale erano presenti immobili di proprietà dei servizi segreti. Ovviamente la seduta spiritica fu un escamotage per tenere sotto copertura la fonte della soffiata che comunque venne deliberatamente ignorata. Venne sviata l’attenzione su Gradoli in provincia di Viterbo, arrivando addirittura ad affermare che non esistesse nessuna via a Roma con quel nome.
Va anche tenuto presente che all’epoca del sequestro i massimi dirigenti dei Servizi erano appartenenti alla Loggia P2. Senza considerare che alcuni anni prima, durante la visita negli Stati Uniti dello statista italiano nel settembre 1974, Henry Kissinger lo minacciò pesantemente, come riferito dal portavoce di Moro, Corrado Guerzoni, davanti ai giudici. Per non parlare della testimonianza della moglie dell’esponente della DC, che dichiarò alla commissione parlamentare a proposito delle evidenti minacce fatte al marito da parte della delegazione americana: «Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara, veda lei come la vuole intendere».
Un’altra delle numerose coincidenze fu la morte di Pier Paolo Pasolini che, guarda caso, aveva espresso pubblicamente le sue perplessità, avanzando ipotesi e connessioni tra “stragi di Stato”, poteri forti, servizi segreti internazionali, politici, petrolieri e banchieri. Già nel 1975 aveva fatto notare che la “Strategia della Tensione” era cominciata il 12 dicembre 1969 proprio con l’attacco alle sedi di tre banche: la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, la Banca Commerciale Italiana, anch’essa a Milano (dove per fortuna la bomba rimase inesplosa) e la Banca Nazionale del Lavoro in via Veneto a Roma.
La Banca Nazionale dell’Agricoltura, che aveva comiciato ad emettere le 500 lire cartacee poco prima di questi tragici eventi, casualmente interruppe l’emissione dei biglietti di Stato a corso legale dopo gli attentati.
Guardatevi il video della relazione di Marco Saba sul tema di Signoraggio Bancario e stragi di Stato. Sentite cosa dice a proposito dei libri Il bilancio dello Stato – Un istituto in trasformazione – Franco Angeli / La finanza pubblica (1977) di Giuliano Passalacqua e delLibro bianco del Ministero del Tesoro (1969): «A proposito dei buoni ordinari del tesoro, il grado di liquidità dei BOT può essere uguale a quello della base monetaria se la Banca d’Italia li acquista senza limiti ad un prezzo uguale a quello di emissione». In poche parole la Banca d’Italia (quando era un po’ più statale di ora) poteva comprare illimitatamente BOT alla pari, senza dover pagare interessi; praticamente come se lo Stato italiano si fosse stampato la propria moneta. Come riferisce Marco Saba, la cosa importante da notare è che questa era la pratica che effettivamente esisteva in Italia fino al 1969, anno della strage di piazza Fontana e delle bombe nelle banche. Senza considerare il discorso sui residui passivi.
Altro tema interessante è quello sulle guerre, le quali hanno quasi sempre a che vedere con il ricatto ed il potere bancario nei confronti dei Paesi che hanno le banche nazionalizzate ed una gestione della moneta a livello statale. Saba pone l’esempio della rivoluzione iraniana che cominciò quando Khomeini fece due leggi contro l’usura e nazionalizzò le banche.
Chissà perché chi si occupa di denunciare e contrastare le attività criminose di banchieri senza scrupoli generalmente non fa una bella fine. Per esempio Federico Caffè, scomparso alle prime luci dell’alba dalla sua casa a Roma, dove viveva con il fratello Alfonso, il 15 aprile nel 1987 (coincidentemente lo stesso giorno della morte del presidente Abraham Lincoln). Un paio di anni prima, il 27 marzo 1985, il suo allievo Ezio Tarantelli venne ucciso nel parcheggio dell’Università La Sapienza, attentato poi rivendicato dalle fantomatiche Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.
Sia ben inteso, sono tutte coincidenze.

Quei mafiosi sconosciuti

Al Capone

di: Claudio Antonelli

Dona De Sanctis, Ph.D, del consiglio direttivo dell’“Order Sons of Italy in America” (OSIA) consacra una breve ma rigorosa analisi “The truth about organized crime” alla manipolazione mediatica che riduce tutto il crimine organizzato alla mafia e crea l’errata percezione che gli italiani forniscano un contributo massiccio al crimine. Alla base di tutto, ci spiega la studiosa, vi è la teoria criminologica della “cospirazione straniera” (“The alien conspiracy”). Secondo tale teoria,  il crimine organizzato iniziò in Sicilia negli anni 1860’ e si estese all’America con la “Grande Migrazione” che vide, tra il 1880 e il 1923, circa 5 milioni di italiani stabilirsi nel Nuovo Mondo. L’equazione “Crimine organizzato uguale Mafia”, sostiene Dona De Sanctis, acquistò ulteriore credibilità nel 1950 con le udienze del “Kefauver Committee”, che vennero diffuse in TV. “Nonostante la mancanza di prove dirette, il “Kefauver Committee” concluse che una cospirazione internazionale in provenienza dalla Sicilia, chiamata ‘Mafia’, era l’unica responsabile del crimine organizzato negli Stati Uniti.” Da allora si è fatta largo anche la credenza che il territorio degli Stati Uniti sia diviso in feudi posti sotto il controllo delle “famiglie” della Mafia.  In realtà, la criminalità organizzata esisteva ben prima dell’arrivo degli italiani. Inoltre, essa non è appannaggio esclusivo di italo-americani, come dimostrano anche Michael Lyman and Gary Potter in "Organized Crime". Benché le conclusioni del “Kefauver Committee” siano da tempo discreditate,  i mass media e l’industria dell’intrattenimento continuano a sfruttare il filone Mafia, questa organizzazione che affascina enormemente gli americani. Anche l’FBI  trova utile il poter mostrare che combatte un nemico temibile che è sulla bocca di tutti.  Dona De Sanctis non nega l’esistenza della mafia italiana. Condanna però l’esagerazione mediatica che fa sì che l’opinione pubblica americana attribuisca ai  26 milioni di americani di origine italiana  un ruolo soprattutto di delinquenti. Noi sappiamo invece che tutti i gruppi etnici forniscono un contributo al crimine organizzato. Immigrati irlandesi, polacchi, russi ed ebrei, e non solo italiani, sono stati a capo di organizzazioni criminali. Ma i  mass media ribadiscono i loro clichés a danno esclusivo degli italiani. L’industria americana dell’intrattenimento addirittura prospera sulla mafia. “Il risultato di questa semplificazione eccessiva  è che il nome di Al Capone è oggi familiare così come lo era 58 anni fa, quando morì, nel 1947, mentre quasi nessuno ha mai udito parlare dei contemporanei di Capone: Arnold Rothstein, che molti considerano il vero padre del crimine organizzato; Charles ‘King’ Solomon, che regnò a Boston, o Morris Kleinmann, che capitanò la malavita di Cleveland.”  Proprio così, nessuno li conosce. Evidentemente Hollywood non ha creduto opportuno renderli celebri. Dona De Sanctis continua: “Gli adolescenti conoscono i nomi di Lucky Luciano, Carlo Gambino e Vito Genovese, ma chiedete loro chi erano Meyer Lansky, “Legs” Diamond, “Bugsy” Moran or Dutch Schultz, e non avrete risposta. Grazie ad Hollywood e alla televisione, i giovani conoscono tutto sui fittizi rituali della Mafia, ma niente sulla maniera di operare di quel braccio armato del crimine organizzato che fu “Murder, Inc.”, fondato da Lansky e dal suo amico Bugsy Siegel, e costituito di assassini professionisti che si spostavano attraverso il paese e uccidevano dei completi sconosciuti, dietro gli ordini dei boss del crimine, dagli anni 1920’ alla fine degli anni 1940’.” “Con scoraggiante regolarità” invece,  giornali come il  New York Times ci  presentano  in prima pagina  servizi  su come trascorrono la  vecchiaia i mafiosi italo-americani, e  “la televisione presenta retrospettive su  John Gotti o Joe Adonis—specialmente il giorno in cui si festeggia Cristoforo Colombo.” Dona De Sanctis ha cercato d’infrangere un dogma, un tabù – quello dell’angelismo di un gruppo considerato “al di sopra di ogni sospetto” e che è oggetto di continue beatificazioni da parte dei mass media nordamericani – mostrando che anch’esso ha dato un apporto sostanzioso al crimine organizzato. Ma il suo sforzo è destinato all’insuccesso, perché il tabù è troppo forte. - 

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Il lascito di Rudolf Hess


di: Mark Weber

La sera del 10 Maggio 1941, il Vice-Fuehrer del Terzo Reich intraprese una missione segreta che sarebbe stata l’ultima e la più importante. Con la protezione del buio, Rudolf Hess decollò su un caccia-bombardiere Messerschmidt 110 disarmato da un campo di volo di Augsburg e puntò verso il Mare del Nord in direzione della Gran Bretagna. Il suo piano era di negoziare la pace fra la Germania e l’Inghilterra.
Quattro ore più tardi, dopo aver eluso con successo il fuoco antiaereo inglese e uno Spitfire che lo inseguiva, Hess si paracadutò, per la prima volta nella sua vita, slogandosi una caviglia atterrando in un campo scozzese. Un contadino attonito trovò il pilota ferito e lo consegnò alla locale unità di Milizia Territoriale. (1)
Winston Churchill rifiutò prontamente l’offerta di pace di Hess e lo fece rinchiudere come prigioniero di guerra, nonostante egli fosse arrivato disarmato e di sua spontanea volontà. Rudolf Hess, ambasciatore di pace, sarebbe rimasto un prigioniero fino alla sua morte, nell’Agosto del 1987, all’età di 93 anni.
Per molti la morte di quello che fu il Vice-Fuehrer e l’ultimo sopravissuto della cerchia interna di Hitler, rappresentava semplicemente un lieto fine di un’epoca terribile. Ma il suo vero lascito è qualcosa di ben diverso. Trascorse 46 anni, la metà dei suoi anni, dietro le sbarre, una vittima di una crudele giustizia del vincitore. Più di ogni altro uomo, Rudolf Hess simbolizza il carattere vendicativo e l’ipocrisia del Tribunale di Norimberga. 
LA MISSIONE
Hess fu profondamente scosso dalla dichiarazione di guerra britannica contro la Germania nel Settembre 1939. Con l’approvazione di Hitler, iniziò alcuni mesi più tardi ad impegnarsi segretamente per negoziare un accordo di pace fra le due “fraterne nazioni germaniche”, tramite funzionari britannici in Portogallo e in Svizzera, entrambi neutrali. (2) Quando il tentativo fallì, Hess iniziò i preparativi del suo volo in Gran Bretagna, una iniziativa indiscutibilmente sincera, se non forse un po’ naif, di mettere fine alla guerra fra la sua amata patria ed una nazione che ammirava molto.
“ Il modo in cui sono arrivato in Inghilterra, mi rendo conto, è così insolito che nessuno potrà capire facilmente “, così disse Hess a funzionari britannici alcune settimane dopo il volo. “ Ho dovuto prendere una decisione difficile. Non penso che sarei riuscito a prendere la mia decisione finale (cioè volare in Gran Bretagna)  se non avessi avuto continuamente davanti ai miei occhi la visione di una interminabile fila di bare di bambini, sia inglesi che tedeschi, e dietro le loro madri in lacrime ed un’altra fila di bare di madri con dietro i loro figli in lutto “ (3)
Sebbene c’erano poche possibilità che la missione di Hess potesse aver successo, alcuni aspetti all’indomani del suo volo restano oscuri. Il governo inglese ebbe la brillante iniziativa di sigillare dozzine di documenti riguardanti Hess e di renderli pubblici solo nel 2017. Sefton Delmer. Il responsabile dell’epoca delle trasmissioni propagandistiche inglesi verso la Germania affermò che il governo inglese poteva avere delle buoni ragioni su questa segretezza. (4)
All’epoca Churchill non rese pubblico niente al riguardo di Hess, tutto passò sotto silenzio. In Inghilterra c’era un partito importante che era per la pace e Churchill probabilmente temeva che questo partito lo avrebbe deposto dalla sua poltrona ministeriale perché non aveva aderito alle proposte di pace di Hess.
LA GIUSTIZIA DEL VINCITORE
Alla fine della guerra, Hess fu portato a Norimberga per essere processato, assieme ad altri dirigenti tedeschi, dagli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Unione Sovietica e la Francia come uno dei “principali criminali di guerra”.
Sebbene Hess era stato trattato forse più ingiustamente di qualunque altro al processo di Norimberga, il Tribunale stesso era di dubbia reputazione legale e morale. Molti uomini di spicco in America e in Europa evidenziavano che il processo violava due principi cardinali:
Primo: era un processo dei vincitori contro i vinti. I primi erano legislatori, pubblica accusa, giudici, presunte vittime e, in parte, complici (come nel caso dei sovietici nella divisione della Polonia).
Secondo: le accuse furono inventate per l’occasione, come fu chiarito dopo il fatto (“ex post facto”)
Il Giudice Capo della Corte Suprema americana Harlan Fiske Stone definì i processi una truffa e scrisse: “ Il Procuratore Capo americano Jackson è fuori a partecipare alla festa di linciaggio di alto livello a Norimberga”. “ Non mi importa quello che fa ai nazisti, ma odio vederlo a capo di un tribunale e di un’azione giudiziaria secondo la legge non scritta. Questa è una truffa un po’ troppo ipocrita secondo le mie vecchie idee “ (5).
William O. Douglas Ausiliare della Suprema Corte di Giustizia lanciò l’accusa che gli Alleati erano colpevoli di “ sostituire il potere col principio “ a Norimberga. (6)  In seguito scrisse anche: “ Pensavo allora e penso ancora oggi che i processi di Norimberga fossero senza alcun principio. La legge fu creata ex post facto per conformarla agli entusiasmi e ai clamori dell’epoca “. (7)
La partecipazione sovietica al “Tribunale Militare Internazionale” conferì un alone di  processo-farsa politico. Il Giudice I.T. Nikitchenko, che presiedette la solenne sessione di apertura, era stato un giudice nel famigerato processo-farsa di Mosca a Zinoviev e Kamenev nel 1936. Davanti al Tribunale riunito, Nikitchenko spiegò come si vedevano le cose da parte sovietica: (8)
“Qui ci stiamo occupando dei maggiori criminali di guerra che sono già stati condannati e il cui verdetto è già stato annunciato sia dalle dichiarazioni di Mosca e di Yalta da parte dei capi dei governi Alleati. L’idea generale è quella di comminare rapida e giusta punizione per il crimine “.
Oltre alla dubbia reputazione legale del Tribunale,  questi adottò per  Hess e altri leaders tedeschi dei criteri che mai furono adottati per gli Alleati. In aspro contrasto con i suo discorsi pubblici, il procuratore-capo americano a Norimberga, Robert Jackson, ammise privatamente in una lettera al Presidente Truman che gli Alleati: (9)
“ hanno fatto o stanno facendo alcune di quelle cose per le quali stiamo processando i tedeschi. I francesi stanno violando così tanto la Convenzione di Ginevra nel trattamento dei prigionieri di guerra  tedeschi che il nostro comando si sta riprendendo i prigionieri inviati loro (per i lavori forzati in Francia). Stiamo processando dei saccheggi che stanno mettendo in atto i nostri Alleati. Noi diciamo che la guerra di aggressione è un crimine ed uno dei nostri alleati rivendica la sovranità sugli Stati Baltici senza averne titolo se non quello della conquista “.
Niente rappresenta meglio la perfetta ingiustizia al processo di Norimberga del trattamento della Corte riservato a Rudolf Hess.
Egli si trovava sul banco degli imputati per via del suo altisonante titolo di Vice-Fuehrer. I suoi compiti come sostituto di Hitler erano per lo più formali: inviava il suo messaggio annuale di augurio natalizio alla nazione, dava il benvenuto alle delegazioni di tedeschi etnici dall’estero, partecipava a manifestazioni di beneficenza e presentava il Fuehrer al congresso annuale del partito a Norimberga.
E’ l’immagine di questo Hess estasiato e dai grandi occhi che il mondo ricorda meglio, soprattutto in una sua breve scena tratta dal film del Congresso del 1934 di Leni Riefenstahl “ Il Trionfo della Volontà “.
Conosciuto come “la coscienza del partito”, si è spesso avvalso del suo potere e della sua influenza per intervenire al fianco delle vittime di persecuzioni da parte di estremisti nel Partito Nazionalsocialista. Nel suo approfondito studio: Giustizia a Norimberga, in genere molto critico nei confronti degli imputati tedeschi, lo storico Robert E. Conot definì Hess un uomo “rispettabile e onesto” e “un pacifista nel cuore” (10)
Nel loro atto accusatorio di Norimberga al Vice-Fuehrer, le quattro potenze Alleate, come era prevedibile, lo ritrassero nel modo più sinistro possibile. (11)  “ Hess iniziò le sue attività complottistiche immediatamente dopo la fine della Prima Guerra Mondiale andando a  militare in organizzazioni militariste e nazionalistiche “, così fu l’accusa, la quale andò avanti fino all’assurda affermazione che “ Hess fu uno membri della cospirazione Nazista che professava già nel 1933 il raggiungimento del completo dominio del mondo “. La congiunta accusa Alleata concludeva con le quasi ridicole seguenti parole:
“ Per tutto il periodo fra il 1920 e il 1941, Hess rimase il più fedele e inesorabile esecutori degli obiettivi e dei disegni di Hitler. Questa totale devozione al successo della cospirazione raggiunse l’apice col suo volo in Scozia nel tentativo di mettere fine alla guerra con l’Inghilterra (!) e di ricevere l’appoggio inglese per le richieste tedesche contro la Russia che lui stesso aveva fatto preparare. La partecipazione di Hess nella cospirazione Nazista è grande tanto quanto il Partito che dirigeva. I crimini del Partito sono i suoi “.
In effetti la causa Alleata contro Hess era debole. Il Fuehrer aveva tenuto il suo vice all’oscuro della sua politica estera e delle decisioni militari. A Norimberga fu stabilito con chiarezza che Hess non era presente a nessuna delle riunioni nelle quali Hitler discusse i suoi piani militari. (12)  E, ovviamente, non poteva essere ritenuto responsabile delle azioni tedesche che ebbero luogo dopo il suo volo in Gran Bretagna, incluse quelle effettuate durante la campagna contro l’Unione Sovietica.
Tuttavia, il Tribunale dichiarò Hess colpevole di “crimini contro la pace” (pianificazione  e preparazione della guerra aggressiva) e di “cospirazione” con altri leaders tedeschi per commettere i presunti crimini, ma fu però dichiarato innocente da “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”.
Oggi nessun storico accreditato crede all’accusa di Norimberga contro Hess per “crimini contro la pace”. Quasi tutte le critiche su Hess negli ultimi anni si sono focalizzate invece sulla sua firma apposta alle leggi di Norimberga del 1935 che tolsero agli ebrei tedeschi i loro diritti di cittadini e proibivano il matrimonio e i rapporti sessuali fra ebrei e non-ebrei. Si presume che queste leggi “spianarono la strada” allo sterminio degli ebrei diversi anni dopo. (13)  Qualunque sia il merito di questo argomento, Hess non aveva nulla a che vedere con la stesura e la promulgazione di queste leggi e la sua firma non era altro che una proforma; e anche così, le leggi erano statuti interni che avevano avuto omologhi in varie altre nazioni, inclusi gli Stati Uniti.
A differenza dell’accusato Albert Speer, ministro degli armamenti al tempo di guerra che fece molto di più del Vice-Fuehrer per tenere in funzione la macchina da guerra tedesca ma che fu condannato a soli 20 anni, Hess si rifiutò di ingraziarsi il Tribunale. Egli non espresse alcun rimorso per il suo leale sostegno a Hitler e al regime Nazionalsocialista.
Nella sua dichiarazione finale alla corte il 31 Agosto 1946, dichiarò:
“ Ebbi il privilegio di lavorare per molti anni della mia vita agli ordini del più grande figlio che la mia nazione abbia mai dato alla luce nella sua storia millenaria. Anche se potessi, non vorrei mai cancellare questo periodo dalla mia vita. Sono felice di sapere di aver fatto il mio dovere verso il mio popolo, il mio dovere come Tedesco, come Nazionalsocialista, come servitore del mio Fuehrer. Non mi pento di niente. Non mi importa cosa mi faranno e un giorno sarò davanti al giudizio del Dio Eterno. Io risponderò a Lui e so che Lui mi assolverà “.
Quando arrivò il momento di emettere la sua condanna, i giudici non erano inclini a trattare con indulgenza un accusato così impenitente. Il giudice sovietico e il suo sostituto ritenevano che dovesse essere condannato a morte. I giudici britannici e americani e i sostituti francesi e americani votarono per la condanna all’ergastolo, mentre il giudice francese suggerì una condanna a 20 anni. Il sostituto britannico si astenne. Fu così sentenziato l’ergastolo. (14)
L’eminente storico britannico Prof. A.J.P. Taylor riassunse l’ingiustizia nel caso di Hess con la seguente affermazione del 1969: (15)
“ Hess arrivò in questo paese nel 1941 come ambasciatore di pace. Venne con l’intenzione di ristabilire la pace fra la Gran Bretagna e la Germania: Agì in buona fede. Cadde nelle nostre mani e fu trattato ingiustamente come prigioniero di guerra. Dopo la guerra, avremmo potuto rilasciarlo. Non c’è mai stata alcuna prova di crimini commessi da Hess. Come dimostrano i documenti, egli non partecipò a nessuna delle discussioni segrete nelle quali Hitler spiegava i suoi piani bellici. Era certamente un importante membro del Partito Nazista, ma non era più colpevole di un qualsiasi altro nazista o, se volete, di qualsiasi altro tedesco. Tutti i nazisti, tutti i tedeschi portavano avanti la guerra, ma non per questo dovevano essere tutti condannati. Che Rudolf Hess, l’unico a Norimberga che rischiò la sua vita per la pace, fosse ritenuto responsabile di “crimini contro la pace” fu di certo la perversione di giustizia più ironica del Tribunale “.
SPANDAU
Dal 1947 fino alla sua morte, Hess fu tenuto nella prigione di Spandau a Berlino Ovest, che era gestita dalle quattro potenze Alleate. Le norme stabilivano che “la prigionia dovesse essere in forma di segregazione cellulare” vietando persino ai responsabili della prigione di chiamare Hess con il suo nome. Veniva identificato soltanto con “prigioniero N° 7”.
Le condizioni erano così brutte che il cappellano francese Pastor Casalis protestò alla direzione della prigione nel 1950: “ Possiamo tranquillamente dire che Spandau è diventato un luogo di tortura mentale ad un punto tale da non permettere alla coscienza Cristiana di tacere “ (16)
Per 20 anni Hess ebbe almeno la compagnia limitata di alcuni altri accusati di Norimberga, ma dall’Ottobre 1966 fino alla sua morte, 21 anni più tardi, fu l’unico detenuto nella prigione-fortezza, costruita in origine per 600 prigionieri. Per dirla con le parole del direttore americano di Spandau, Ten. Col. Eugene Bird, Hess fu “l’uomo più solo al mondo”.
Il mantenere questo unico uomo a Spandau costò al governo tedesco-occidentale circa 850.000 Marchi all’anno. Inoltre, ognuna delle quattro potenze Alleate, doveva mettere a disposizione un ufficiale e 37 soldati durante i loro rispettivi turni, nonché un direttore ed una squadra di guardiani per tutto l’anno. Il personale permanente per la manutenzione era composto da 22 persone inclusi cuochi, camerieri e addetti alle pulizie.
Negli ultimi anni della sua vita, Hess era un vecchio debole e fragile, cieco da un occhio, che camminava ricurvo con un bastone. Viveva in un isolamento totale secondo una routine giornaliera severamente predisposta. Durante i rari incontri con sua moglie e suo figlio, non gli era permesso di abbracciarli e nemmeno di toccarli. (17)
Ben prima della sua morte, la prigionia di Hess era diventata uno spettacolo grottesco e assurdo.
Persino Winston Churchill espresse rammarico per come era trattato. Nel 1950 scrisse: (18)
“ Riflettendo sull’intera storia, sono lieto di non essere responsabile per il modo nel quale Hess è stato ed è trattato. Qualunque sia la colpa morale di un tedesco che è stato vicino a Hitler, a mio parere Hess aveva espiato con il suo atto totalmente leale  di pazza generosità. Venne da noi di sua spontanea volontà e, sebbene privo di un autorità, aveva qualcosa che lo rivestiva nella qualità di rappresentante. Era un caso clinico e non criminale e come tale andava trattato “.
In una intervista del 1977, Sir Hartley Shawcross, che fu procuratore capo britannico a Norimberga, definì la prigionia di Hess uno “scandalo”. (19)
L’ingiustizia contro Hess non fu un qualcosa che successe una sola volta e poi finì velocemente. Fu piuttosto uno sbaglio che continuò, giorno dopo giorno, per 46 anni. Rudolf Hess era un prigioniero di pace ed una vittima dell’era della vendetta.
NOTE:
1 – Ilse Hess, Rudolf Hess: Prigioniero di Pace (Torrance, Calif.: IHR, 1982), pag. 31-38, 25-27; Wolf R. Hess, Mio Padre Rudolf Hess (Londra: W.H. Allen, 1986), pag. 17-24; Eugene K. Bird, Prigioniero N° 7: Rudolf Hess (New York: Viking Press, 1974), pag. 184, 200, 209-210.
2 -  W.R. Hess, Mio Padre Rudolf Hess, pag. 50, 66-67; Ilse Hess, Rudolf Hess: Prigioniero di Pace, pag. 15, 24
3 – Dichiarazione di Hess a Sir John Simon, 10 Giugno 1941. Citato in: Ilse Hess, Rudolf Hess: Prigioniero di Pace, pag. 14
4 – Citato in: W.R. Hess, Mio Padre Rudolf Hess, pag. 391-392
5 – Alpheus T. Mason, Harlan Fiske Stone: Il Pilastro della Legge (New York: Viking, 1956), pag. 716
6 – William O. Douglas, An Almanac of Liberty (1954), pag. 96. Citato in: William J. Bosch, Giudizio su Norimberga (Chapel Hill, NC: Università del Nord Carolina, 1970) pag. 132-133
7 – Citato in: H.K. Thompson, Jr. e Henry Strutz ediz., Doenitz a Norimberga: una Rivalutazione, (Torrance, Calif.: 1983), pag. 196
8 – Rapporto di Robert Jackson, Rappresentante degli Stati Uniti alla Conferenza Internazionale sui Processi Militari, Londra, 1945 (Washington, DC: Dipartimento di Stato Americano, 1949), pag. 104-106, 303; Whitney R. Harris, Tirannia alla Sbarra: la Prova a Norimberga (Dallas: S.M.U. Press, 1954), pag. 16-17
9 – Lettera di Jackson a Truman, 12 Ottobre 1945. Citato in: Robert E. Conot, Giustizia a Norimberga (New York: Harper & Row, 1983), pag. 68
10 – R. Conot, Giustizia a Norimberga (New York: Harper & Row, 1983) pag. 44
11 – Ufficio dell’Avvocatura Americana per la Denunzia dei Crimini dell’Asse, della Cospirazione e dell’Aggressione Nazista (11 volumi), Washington, DC: Governo Americano, 1946-1948 (La “Serie Rossa”), Volume 2, pag. 466, 469, 477-478
12 – R. Conot, Giustizia a Norimberga, pag. 347-348, 501; W.R. Hess, Mio Padre Rudolf Hess, pag. 229
13 – Vedi, ad esempio: “Rudolf Hess”, Washington Post (editoriale), 19 Agosto 1987; lettera di Marvin Hier e Abraham Cooper, The New York Times, 1° Maggio 1984
14 – R. Conot, Giustizia a Norimberga, pag. 487; W.R. Hess, Mio Padre Rudolf Hess, pag. 235-236
15 – Sunday Express, Londra, 27 Aprile 1969. Citato in: W.R. Hess, Mio Padre Rudolf Hess, pag. 392-393
16 – W.R. Hess, Mio Padre Rudolf Hess, pag. 265-266
17 – Eugene K. Bird, Prigioniero N° 7: Rudolf Hess, pag. 152 e in vari luoghi del testo.
18 – Winston S. Churchill, La Grande Alleanza (Boston: Houghton Mifflin, 1950), pag. 55
19 – Intervista di Bild am Sonntag, 10 Aprile 1977. Citato in: Wolf. R. Hess, Mio Padre Rudolf Hess, pag. 402.
Fonte:  The Journal of Historical Review, Gennaio-Febbraio 1993 (Vol. 13, N° 1), pag. 20-23
Tratto da: Institute for Historical Review (http://www.ihr.org/jhr/v13/v13n1p20_Weber.html)
Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI

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