mercoledì 17 luglio 2013

Hitler e l’opportunismo italiano


di: Alfio Faro 

Riflessioni su un saggio pubblicato da “l’Uomo libero” sulle varie versioni del Mein Kampf.

“Caro dr. Sella,
 
Il Suo lungo articolo dedicato alle numerose edizioni di “Mein Kampf” mi trova convinto sostenitore delle Sue tesi. Anch’io posseggo due copie di “Mein Kampf”, entrambe falsificate e zeppe di errori. E’ evidente che vi sono numerosi tentativi di contrabbandare l’opera di Adolf Hitler da parte interessata a confondere le idee del lettore, specialmente in presenza di persone totalmente digiune di nozioni storiche contemporanee. Vorrei chiederle se “L’Uomo Libero” è in possesso di qualche copia autentica in vendita.
Concordo pienamente su quanto Lei afferma circa lo scarso, addirittura nessun interesse da parte del Duce sul fenomeno Adolf Hitler e la Sua prodigiosa scalata al potere, sostenuto dall’entusiastico consenso del Suo popolo.
Il “sussiego”, chiamiamolo così, del Fascismo e del Suo capo, rispetto a quanto stava avvenendo nel cuore dell’Europa durante gli anni del primo dopoguerra sono noti. Tragico errore. Ci voleva l’invito di A.H. a Mussolini a visitare il Reich perché il Duce si rendesse conto, sbalordito, di trovarsi davanti a un popolo determinato a cancellare l’infame Trattato di Versailles e del tutto pronto a dimostrarlo con i fatti.
Ma c’è di peggio. Nel 1939 l’orizzonte europeo era fosco di nubi tempestose. Mussolini era soddisfatto dell’esito della campagna etiopica e del successo conseguito con il nostro intervento in Spagna e prestava scarso interesse verso l’ evidente intenzione delle “democrazie” di regolare i conti con la Germania, di cui temevano il riarmo, e per raggiugere lo scopo di distruggerla istigavano la Polonia, che occupava una larga fetta di territorio germanico ed opprimeva i tedeschi residenti in Germania orientale con una autentica caccia all’uomo e decine di migliaia di vittime.
Per conseguire questo fine Inghilterra e Francia rilasciarono a Polonia, Cecoslovacchia e Romania la “cambiale in bianco” della garanzia di intervento se attaccate dalla Germania”, quindi escludendo tacitamente un eventuale attacco da parte dell’Unione sovietica. Finalmente il Duce si rese conto che era ora di scegliere da che parte stare dopo avere osteggiato la Germania per anni nella sua corsa all’Anschluss, unica soluzione per risolvere la crisi dell’Austria, accolta con un delirio di entusiasmo dal suo popolo.
Il riarmo italiano fu lento, insufficiente e portato avanti con scarso impegno, dopo l’inutile sforzo degli apprestamenti difensivi al Brennero (il confine al Brennero era stato l’ingiusto premio per l’intervento italiano nel 1915 – l’Italia era legata con gli Imperi centrali con un Trattato trentennale di alleanza!). Puntualmente come previsto, Inghilterra (oh perfida Albione!) e Francia dichiararono guerra alla Germania, che peraltro disperatamente desiderava la pace.
Hitler offriva garanzie generosissime per avere la pace in Occidente, dopo avere porto ad Albione il graziosissimo regalo del Patto navale germano- britannico. (Tragico errore, pace ad ogni costo con chi voleva la rovina della Germania e si apprestava a scatenare l’inferno della Seconda guerra mondiale)...
Innamorato dell’Inghilterra, caparbiamente offriva la pace, invece di realizzare il sogno di Napoleone invadendo l’Inghilterra. Ma può darsi che dopo tutto Hitler avesse ragione di temere l’attacco improvviso di Stalin alle spalle una volta che la Wehrmacht fosse stata impegnata in Occidente…
Ed ecco l’intervento italiano al fianco della Germania. Fin dall’inizio del conflitto la nostra discesa in campo nove mesi dopo l’inizio del conflitto (non rispettando l’impegno assunto con il Patto d’Acciaio di simultaneo intervento) si dimostrò fiacca, priva di aggressività e di reazione alle offese del nemico.
Il bombardamento aeronavale di Tripoli e di Genova, senza che l’aviazione inseguisse le navi nemiche, l’attacco aereo alla nostra flotta ancorata a Taranto, l’agguato di Capo Matapan in cui perdemmo molte navi da guerra e migliaia di marinai, la nostra pavida iniziativa al confine libico-egiziano in cui avevamo una forte superiorità numerica nonostante l’inferiorità di equipaggiamento (forse, se Balbo non fosse caduto a Tobruch, il nostro impegno in Libia sarebbe stato molto più aggressivo e forse decisivo) furono tutti la prova della nostra scarsissima preparazione e voglia di combattere, a cominciare dai livelli di comando..
Ma la mancata conquista di Malta, una piccola isola a 90 km dalla Sicilia, formidabile porto militare, fu quella che determinò la perdita della Libia e l’abbandono del sogno di Rommel della conquista del Canale di Suez e probabilmente di una svolta positiva della guerra: il fondo del Mediterraneo è tappezzato di navi italiane che trasportavano i rifornimenti preziosi che aspettava angosciosamente Rommel: uomini, carburante, carri armati, munizioni, cannoni, aerei, preziosa acqua per dissetare i soldati italiani e
tedeschi nel deserto… Sommergibili ed aerei nemici ubicati a Malta avevano vita facile nell’affondare le navi italiane che navigavano senza scorta dopo il disastro di Capo Matapan e strangolavano l’eroica lotta dell’Afrika Korps e delle nostre divisioni sotto il Suo comando.
D’accordo, nel 1943 gli inglesi avevano decrittato Enigma, ma gli affondamenti delle nostre navi datavano fin dall’inizio della guerra!
Nel 1940, 1941, 1942, 1943, mentre i tedeschi facevano strage di naviglio nemico.
E mi chiedo, avevamo servizi segreti? Peraltro, anche nella Wehrmacht si annidavano fior di traditori, come il capo dei servizi segreti tedeschi ammiraglio Canaris e come l’attentato a Hitler il 20 luglio 1944 ampiamente hanno dimostrato.
Nonostante i tradimenti del Comando supremo, la Wehrmacht’ poteva contare sulla professionalità, la fedeltà e l’eroismo dei suoi soldati.
Noi non avevamo, a quanto pare, un programma, un obbiettivo da raggiungere ad ogni costo, un piano lucidamente concepito.
Il comandante supremo delle nostre forze armate italiane era Mussolini.
Uno fra i più grandi uomini della Storia, se esaminiamo i risultati conseguiti nelle opere di pace; che tuttavia ebbe il torto di sottostimare il pericolo mortale rappresentato dalla esistenza di Malta, spina avvelenata nel fianco dell’Italia.
E Hitler fece il secondo grave errore: accettò l’alleanza con l’Italia, che pretendeva di fare la “sua” guerra, senza peraltro considerare il proprio stato di impreparazione, senza un programma di operazioni comuni.
E forte della sua debolezza, attaccò la Grecia, contando di sottometterla in pochi giorni. L’impreparazione, la mancata o carente collaborazione fra Marina ed Aviazione italiane, entrambe responsabili del disastro di Capo Matapan, e l’inaspettata resistenza dell’esercito greco che fece i indietreggiare le nostre forze, costrinse l’alleato tedesco a correre in soccorso delle nostre truppe in difficoltà, così rinviando l’attacco alla Russia, cosa che ebbe l’effetto di provocare un fatale ritardo nelle operazioni tedesche contro l’Armata Rossa.
Detto per inciso, la Grecia chiese la resa alla Germania, non all’Italia!
Mussolini si guardò bene dal seguire l’esempio di Churchill, che, cosciente della forza e delle risorse degli Stati Uniti, non ebbe scrupoli nel consegnare il Comando supremo “alleato” ad “Ike”, l’intrepido guerriero, specialista nel condannare a morte un milione di prigionieri tedeschi.
Se Mussolini avesse seguito l‘esempio del suo nemico ed avesse nominato Comandante supremo un generale tedesco (per esempio, guarda caso, Ervin Rommel!) la nostra condotta bellica avrebbe probabilmente conseguito la vittoria; se avessimo aggredito la Gran Bretagna in Medio Oriente, prima che Roosevelt si inventasse (allo scopo di scendere in guerra) l’aggressione giapponese a Pearl Harbour.
Forse che generali ed ammiragli inglesi erano meno orgogliosi dei nostri?
L’Europa che sarebbe sorta, senza guerra, è quella di “Mein Kampf”, terra di civiltà, di benessere, di concordia, di popoli affini.
Quella che è nata dalla tragedia della sconfitta è il dominio dei banchieri senza patria, del profitto egoista, della morte della cavalleria: Das Ende der Ritterlichkeit
Grazie per aver sollevato e dibattuto l’argomento.
Cordiali saluti”

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=22020

sabato 13 luglio 2013

L’oro delle Due Sicilie le prove di una spoliazione


Subito dopo la presa di Roma, con l’introduzione della cartamoneta, lo Stato italiano obbligò tutti i cittadini a riconsegnare la moneta metallica.  Dal Meridione arrivarono oltre 440 milioni di Lire in oro, che, al cambio imposto dai Savoia, equivalevano nominalmente al 4,25 Ducati partenopei.
Le somme raccolte nelle Due Sicilie equivalsero a circa 10 volte quelle versate nel resto d’Italia, ma, come vedremo l’entità effettiva di quell’oro ed i suo valore di mercato erano enormemente superiori.
Dicevamo dei Ducati partenopei che erano circolanti ed avevano un tenore in oro molto più elevato: una moneta da un Ducato ‘conteneva’ 19,9 grammi di oro fino, mentre una Lira sabaudo-italiana ne conteneva solo 4,5. Il cambio ufficiale fu imposto con Regio Decreto Sabaudo del 17 luglio 1861, n. 452, poi assorbito dalla legislazione italiana.
Una enorme massa d’oro, cui si aggiunsero altrettanto enormi quantità di argento e rame, derivanti dai Mezzi Ducati e le Mezze Piastre d’argento, oltre che dai Tarì, i Carlini, i Tornesi.
Una ricchezza spropositatamente enorme, come vedremo, che prese le vie di Roma, Torino e Venezia, ma anche quelle di Inghilterra, Francia e Stati Uniti, dove risiedevano i creditori dei tanti debiti contratti dalla corrotta corte sabauda. Le poche opere realizzate con quelle somme furono l’edificazione ex novo di Roma Capitale, la bonifica delle risaie piemontesi, il ripristino della Via Salaria (indispensabile per azzerare il commercio meridionale).
Un’altra prova, dunque, del saccheggio e della spoliazione del Meridione e dei meridionali, attuata con l‘introduzione della cartamoneta, visto che dal Sud arrivarono i 9/10 del patrimonio mobiliare italiano originario, purtroppo, utilizzati in larga parte non per far nascere una Nazione, ma per saldare debiti pesantissimi e sanare le diffuse malegestioni degli avidi funzionari.
Preso atto dello scempio di un popolo e di una ricchezza, dobbiamo chiederci a quanto oro equivalevano quelle Lire e quanto varrebbero oggi, rivalutandole.
 E qui viene il bello. O meglio l’orrido.
Infatti, 440 milioni di Lire in oro dovrebbero equivalere ad un peso di 1980 milioni di grammi d’oro, cioè 1.980 tonnellate d’oro. Purtroppo, se consideriamo che erano, in realtà, Ducati computati come Lire in oro, di tonnellate ce ne ritroviamo quasi venti volte di più, cioè 37.213.
Un calcolo che tutti possono fare.
Nel primo caso, moltiplichiamo le lire per quanti grammi d’oro contenevano. Nel secondo, convertiamo le lire in ducati e solo dopo moltiplichiamo per i grammi di oro fino contenuto. L’esito dovrebbe essere identico, ma non lo è. Incredibile, vero?
Cifre eclatanti, sia nel primo caso  - 2.000 tonnellate pari a 70,5 milioni di once d’oro – che nel secondo, per 37.000 tonnellate pari a 1.305 milioni di once.
Ma c’è dell’altro: se convertiamo le once in euro odierni e poi li rivalutiamo, ne viene fuori una scoperta sorpendente.
Infatti, 70 milioni di once equivalgono a circa 100 miliardi di euro, mentre 1300 milioni di once si convertono in circa 10 miliardi di valuta europea.
Ebbene, utilizzando il servizio ISTAT per la rivalutaizone finanziaria, scopriamo che – considerando solo il periodo 1947-2012 – nel primo caso (2000 tons di oro) il valore sarebbe stato nel 1947 di ben oltre 4.800 miliardi di euro, mentre nel secondo (37000 tons d’oro) parleremmo di 8.500 miliardi.
Figuriamoci a che somme si possa arrivare nel rivalutarli fino al 1872. Decine e decine di migliaia di miliardi odierni, forse centinaia di migliaia di miliardi. Il valore dell’intera Europa, forse.
Un’iperbole che diventa dubbio legittimo, se consideriamo che le attuali zone ricche d’Europa non erano affatto così benestanti, operose e frequentate fino a 150 anni fa, mentre, da quanto raccontano le documentazioni che emergono via via dall’oblio, gran parte della ricchezza d’Europa era prodotta e concentrata in Campania e Sicilia, nelle Fiandre e nel Galles, in Ungheria ed in Boemia.
Tutto un caso oppure fu spoliazione ed annientamento etnici? Durante il XIX Secolo avvenne un secondo saccheggio dell’Impero Romano d’Oriente (Ottomani e Due Sicilie), dopo quello del 1200, ad opera degli stessi popoli?
Anzi, verrebbe da credere – ricodando i crediti vantati dal ramo Savoia Aimone migrato in USA e quello che accadde nell’arco di 20 anni nel Mediterraneo turco e negli Stati Confederati USA – che l’intero industrialesimo e la nascita stessa del Capitalismo moderno siano stati ‘finanziati’ con l’oro delle Due Sicile e della Sacra Porta.
Fantasie? Forse. Fatto sta che le prove iniziano ad essere evidenti e, probabilmente, ebbero ragione gli oppositori di Karl Marx, come il napoletano Arturo Labriola, nel sostenere che i grandi capitali non hanno origine dallo sfruttamento quanto dalle spoliazioni.
Cosa, quanto e come intendono l’Italia e l’Europa restituire al Meridione d’Italia oppure, nonostante le denunce pendenti a L’Aia per i crimini di guerra sabaudi, anche per il prossimo secolo ci verranno imposti i ‘tarallucci e vino’?
originale postato su demata

mercoledì 10 luglio 2013

CHI DECISE LA MORTE DI MUSSOLINI


Gian Paolo Pucciareli
       
 Quando Benito Mussolini scrisse I complici, il fondo pubblicato su Il Popolo d’ Italia del 4 luglio 1919, non poteva immaginare che meno di ventisei anni dopo sarebbe stato assassinato da sicarî militanti nelle file di quei complici. La coltre di menzogne stesa sulla sua morte perpetua l’infamia dei mandanti, dei "complici" e degli esecutori.
Giornalisti e scrittori coraggiosi come Giorgio Pisanò e Franco Bandini, e ricercatori appas-sionati come Alberto Bertotto e Maurizio Barsotti hanno da tempo rilevate e poste in evi-denza le discordanze e le forzature nelle numerose versioni date in pasto al pubblico nel corso degli anni, sessantaquattro per essere precisi. Ora è possibile affermare con certezza che l’assassinio di Benito Mussolini non è avvenuto come, dove, quando e perché ci hanno voluto raccontare. Che Mussolini dovesse morire era stato deciso a Washington e a Londra nel luglio 1943. Doveva morire come era morto Giorgio, duca di Kent, il 25 agosto 1942, quando l'idrovolante Sunderland su cui viaggiava si schiantò contro il fianco di una collina vicino a Dunbeath, nella contea di Caithness, in Scozia.(1) Mussolini doveva morire per lo stesso motivo che avrebbe portato all’assassinio del Vice-Führer Rudolf Heß, suicidato da due agenti britannici nel carcere di Spandau il 17 agosto 1987, a pochi giorni dalla sua liberazione, dopo quarantasei anni di carcere.(2) I morti, si sa, non parlano. Mussolini, Giorgio di Kent ed Heß avrebbero fatto crollare il castello di bugie preparato per mascherare la verità sulla seconda guerra mondiale.
Gian Giacomo Cabella, direttore de "Il Popolo di Alessandria", intervistò Benito Musso-lini il 22 aprile 1945 a Milano. Tranquillo, il Duce parlò a lungo, ripercorrendo le tappe degli anni della guerra. Parlò come fosse certo che sarebbe dovuto comparire davanti a un tribunale internazionale.
"Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia". Nel dire "ho qui delle tali prove", indicò una grande borsa di cuoio. Mi sembra, delle tre, fosse quella di pelle gialla. Poi toccò una cassetta di legno. "Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno" riprende Mussolini "ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere. Se le vicende di questa guerra fossero state favorevoli all’Asse, io avrei proposto al Führer, a vittoria ottenuta, la so-cializzazione mondiale. Lavorerò anche in Valtellina. Cercherò che il mondo sappia la verità assoluta e non smentibile di come si sono svolti gli avvenimenti di questi cinque anni. La verità è una".



Povero Mussolini, la verità è davvero una, ma è quella dei vincitori.
Alessandro De Felice, giovane e valente ricercatore romano, ha recentemente tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia l’intercettazione di una conversazione telefonica transoceanica tra Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill.(3) Avvenne il 29 luglio 1943 e fu registrata dagli specialisti dello Amt IV del RSHA, ( Reichssicherheitshauptamt, l’Ufficio Principale per la Sicurezza del Reich), uno degli otto Hauptämter (uffici principali) in cui si suddivideva l’organizzazione degli SS. Fu Einrich Müller, nel 1945 capo della Gestapo, a rivelare l’esistenza delle intercettazioni. Gli storiografi dell’italica repubblica nata dalla resistenza le hanno ignorate, forse temendo d’essere accusati di revisionismo.
La conversazione tra Roosevelt e Churchill, trascritta integralmente in inglese dagli agenti tedeschi, fu tradotta in lingua tedesca, con alcuni errori di ortografia. Negli Stati Uniti fu pubblicata nel 1995, da Gregory Douglas nel libro Gestapo Chief. The 1948 Interrogation of Heinrich Müller. From Secret U.S. Intelligence Files.(4)
Nella trascrizione originale, Roosevelt è indicato con R., Churchill con C.
R. "Ho alcuni pensieri supplementari sulla situazione italiana che ho voluto discutere con te. Ho pensato alle nostre azioni concernenti Mussolini ed il suo destino finale, dopo che egli si sia arreso a noi."
C. "Tu devi catturare il pesce prima di cucinarlo. Non ho alcun dubbio che finirà nostro prigioniero a meno che, naturalmente, essi (gli italiani N.d.R.) lo uccidano o egli si sottragga alla sua esatta ricompensa suicidandosi."
R. "C’è anche la possibilità che i Nazisti possano giungere a lui? Dov’è adesso?"
C. "Gli italiani ci hanno avvertito che lui è attualmente al quartier generale della polizia a Roma. Essi lo vogliono trasferire direttamente perché sembra che i tedeschi potrebbero improvvisamente decidere di rafforzare i loro effettivi in Italia e Roma diventerebbe il loro bersaglio logico. Essi (gli italiani N.d.R.) lo sposteranno."
R. "Ma essi non lo vorranno mollare, e mi riferisco ai tedeschi? Per quale genere di quid pro quo?"
C. "Io penso di no. Gli italiani odiano i tedeschi ed il circolo reale è molto saldamente nella nostra tasca. Noi possiamo essere ragionevolmente certi che Mussolini finirà nostro prigioniero."
R. "Sarebbe una mossa saggia, Winston? Saremmo costretti ad istruire una specie di megaprocesso che si potrebbe trascinare per mesi e, anche se lo controllassimo, ci arrecherebbe problemi con il popolo. E io devo osservare che molti italiani qui sono almeno suoi segreti ammiratori (lett.<>). Il che porterebbe problemi qui se noi lo processassimo. Naturalmente l’esito del processo non sarebbe mai in dubbio ed egli morirebbe appeso ad una corda. Ma nel frattempo, questi processi, e sto presumendo che noi avremmo un sacco di penosi amiconi anche disponibili per il processo e l’esecuzione, potrebbero trascinarsi all’infinito. Io posso prevedere vari aspetti negativi per questo affare."
C. "Naturalmente ci sono aspetti negativi in ogni affare, Franklin. Allora ritieni che egli (Mussolini N.d.R.) non si debba processare? Cosa penserebbero i nostri amici in Italia della nostra malposta generosità? Io ho ottime relazioni con certi elementi in Italia e quanto all’uomo, essi vogliono l’umiliazione pubblica e la morte di Mussolini. Sicuramente noi non siamo in un momento in cui qualche generosità è possibile. La sua morte avrebbe un salutare effetto sui nazisti."
R. "Io non dissento da questa tesi, ma, dal mio proprio punto di vista, un processo pubblico potrebbe avere connotazioni negative sulla situazione in questo Paese. Come ti ho detto c’è qualche solidarietà con la creatura (Mussolini N.d.R.) all’interno della (locale) comunità italiana (negli Usa) e la domanda sarebbe che tipo di reazione avrebbe un tale processo su di essi (italiani N.d.R.)? Io sto pensando essenzialmente alle prossime elezioni qui. Il processo certamente non finirebbe in una settimana e la chiusura coinciderebbe col periodo della presentazione delle candidature e, alla fine con le elezioni, ed il maggior pericolo sarebbe l’alienazione (delle simpatie N.d.R.) degli italiani che hanno, io sento, un certo significativo peso nella bilancia (dei voti N.d.R.)."
C. "Non posso accettare che liberare Mussolini potrebbe favorire qualcuno dei nostri comuni scopi. A questo punto della storia, io credo che sia stato oltrepassato lo spartiacque ed è giunto per noi il momento adesso. Non ritengo che la guerra finirà subito, ma la percezione è che noi siamo sulla via Triumphalis ora, non sulla via Dolorosa come siamo stati per così tanto tempo."
R. "Io non volevo dire che dovremmo rilasciare il diavolo. Niente affatto. Mi riferivo al processo pubblico. Se Mussolini morisse prima che un processo potesse aver luogo, penso che noi staremmo meglio in tutti i sensi."
C. "Tu suggerisci che noi semplicemente dobbiamo fucilarlo (5) quando gli italiani lo consegneranno a noi? Quale tipo di Corte Marziale per quest’affare? Celebrato a porte chiuse naturalmente. Potrebbe avere un salutare effetto sui fascisti duri a morire ancora attivi e forse perfino un effetto più grande sugli hitleriani."



R. "No. Ho pensato in proposito e credo che se Mussolini morisse mentre è ancora agli arresti in Italia (<>), ciò potrebbe servirci assai più che se noi avviassimo un processo."
C. "Non credo che anche se io chiedessi un simile favore agli italiani essi lo asseconderebbero. È mia convinzione che essi vogliano avere la loro vendetta su lui in un modo prolungato e pubblico per quanto è possibile. Tu sai quanto gli italiani amino urlare e gorgheggiare (6) intorno alla vendetta nelle loro opere. Puoi immaginarti loro rinunciare all’opportunità di gesticolare e parlare in pubblico?"
R. "Io avevo in mente che, dopo che noi stessi avessimo trovato un accordo qui, potremmo eliminarlo mentre è ancora nella loro custodia (italiana N.d.R.). Allo stesso tempo potremmo fare pubbliche richieste per la sua consegna per un processo. Ciò sarebbe (una soluzione N.d.R.) un po’ più dolce rispetto all’affare Darlan".(7)
C. "Non posso, ma faccio un’obiezione a quell’allusione, Franklin. Quello è un capitolo chiuso e non ha niente a che vedere con il presente (<>) e la nostra gente non è per nulla interessata al destino ben giustificato di un noto leccapiedi dei nazisti(8)."
Un’attenta lettura delle frasi che i due eminenti personaggi si scambiarono durante la conversazione transoceanica non lascia dubbi sui loro propositi circa il destino del collega italiano. Mussolini doveva morire. Condannato a morte senza processo. "Sarebbe una mossa saggia, Winston? Saremmo costretti ad istruire una specie di megaprocesso che si potrebbe trascinare per mesi e, anche se lo controllassimo, ci arrecherebbe problemi con il popolo." Anche se lo controllassimo, ci arrecherebbe problemi con il popolo. Già, il popolo! Guai se fosse venuto fuori che la seconda guerra mondiale sarebbe potuta finire nella primavera del 1941! Guai se si fosse rivelato che senza l’istigazione dei grandi finanzieri e banchieri ebrei la guerra si sarebbe potuta evitare! Il 29 settembre 1938, Mussolini partì da Monaco certo di avere salvato la pace. Ne erano sicuri anche i popoli europei, che, particolarmente in Gran Bretagna, in Italia e in Germania, tributarono a Chamberlain, Mussolini e Hitler manife-stazioni di affetto e di riconoscenza. In Italia si stava lavorando per l’E 42, l’Esposizione Universale che si sarebbe dovuta tenere nella Capitale per celebrare il ventesimo anniversario della Marcia su Roma nel 1942. Oggi, a settant’anni di distanza, Roma può vantare un quartiere moderno, celebre per la sua architettura razionalista, realizzato con investimenti cospicui che un dittatore guerrafondaio avrebbe destinato al potenziamento delle Forze Armate.
La Seconda Guerra Mondiale, iniziata il 2 settembre 1939 con la Dichiarazione di Gran Bretagna e Francia alla Germania, dopo l’invasione della Polonia parve cadere in letargo. Per mesi, fino all’aprile 1940, non accadde nulla di rilevante. Sette mesi nei quali nessuno dei belligeranti fece una mossa. Lungo la Maginot i poilus francesi facevano la guardia, lavavano la biancheria e giocavano a pallone. Lungo la Sigfrido, i soldati tedeschi, forse in modo più marziale, facevano lo stesso. L’occupazione della Dani-marca e della Norvegia non mutarono la condizione di stasi.
Il Palazzo dei Ricevimenti e Congressi
In realtà, si trattò di una fase interlocutoria, che conferma l’ipotesi dell’esistenza di manovra-tori occulti, nell’attesa della riconferma di F. D. Roosevelt per il terzo mandato presiden-ziale. La nomina a Primo Ministro del Regno Unito di Winston Churchill, succeduto il 10 maggio 1940 al dimissionario Neville Chamberlain, non bastava. Non mancano le testimonianze sulle manovre della diplomazia franco-britannica-statunitense, impegnata a sostenere le provocazioni polacche alla Germania, allo scopo di provocare un conflitto regionale, preparatorio al conflitto mondiale. E' interessante notare il tenore dei messaggi di Roosevelt rinvenuti dai tedeschi nel 1939 a Varsavia, per esempio le dichiarazioni ai polacchi di William Bullit, ambasciatore americano a Parigi: "… il Presidente desidera che Germania e Russia vengano in conflitto… dopodiché le nazioni democratiche attaccheranno la Germania… costringendola alla resa…"; "… il Presidente è deciso a non partecipare alla guerra dall'inizio, ma ad esservi dentro alla fine…". A questo punto si aspettavano che gli eserciti polacco e francese tenessero occupati i tedeschi fino al 1941, quando sarebbero arrivati gli americani. Le inattese e fulminee vittorie militari dei tedeschi ebbero sugli inglesi un effetto terrificante.
Il 12 agosto 1939 nell'incontro di Salisburgo Hitler dichiarò a Galeazzo Ciano che la guerra con la Polonia sarebbe rimasta localizzata e che avrebbe fatto la pace con gli inglesi.
Il 27 Agosto 1939 il governo di Londra comunicò a Roma il testo delle proposte tedesche per una cooperazione su scala mondiale, dopo che fossero state risolte le questioni in Europa.
Mussolini era convinto che la guerra in Polonia sarebbe stata una guerra limitata, locale.
È evidente che la Germania non voleva scatenare un conflitto mondiale ma risolvere, sia pure con le armi, la questione (territoriale) del corridoio di Danzica, rispondendo alle assurde provocazioni del governo polacco. I sostenitori della pace britannici fecero credere a Hitler che la Gran Bretagna avrebbe mobilitato solo per onore della parola data ai Polacchi, ma che non si sarebbe giunti alla guerra su scala europea. Il 19 luglio 1940 Hitler, con un discorso al Reichstag offrì agli Inglesi una pace onorevole e una cooperazione su scala mondiale, riprendendo i temi delle offerte del 1939. Nel giorno che vide Churchill salire al potere, 8 maggio 1940, i Tedeschi lanciarono l'attacco all'Olanda, al Belgio e al Lussemburgo. Il Corpo di Spedizione Britannico assieme all'Esercito francese in due settimane fu battuto e respinto indietro fino a Dunkerque. Il 22 maggio 1940 circa 250 Panzer germanici stavano avanzando su Dunkerque quando Hitler personalmente ordinò a tutte le forze tedesche di arrestarsi e di sostare per tre giorni sulle posizioni raggiunte. I Britannici si imbarcarono pressoché indisturbati e la loro fuga fu salutata come un miracolo. Hitler con la sua decisione aveva salvato l'esercito britannico. Senza l'ordine di arresto, si sarebbe avuto un massacro o una resa di massa. Fino a quel momento vi erano stati non meno di quattordici tentativi segreti per giungere ad un accordo di pace con la Gran Bretagna. Intanto, Mussolini, che aveva fatto entrare in guerra l’Italia il 10 giugno, si preoccupò che non fossero inflitti danni gravi agli avversari franco-britannici. Voleva una pace senza odî né rancori, nel quadro di futuri equilibri internazionali. Mirava a ricreare il clima di collaborazione e di speranza della Conferenza di Stresa del 1935 e della Conferenza di Monaco del 1938. Di concreto, vi erano state consultazioni sia fra Mussolini e l'ambasciatore francese a Roma, François Poncet, sia fra Badoglio e l'addetto militare Parisot, perché il fronte italo-francese rimanesse tranquillo anche dopo l'entrata in guerra dell'Italia. Non solo: ambienti diplomatici francesi vicini a Casa Savoia avevano letteralmente scongiurato che l'esercito italiano prendesse l'offensiva dopo la metà di giugno 1940, perché la valle del Rodano non fosse occupata dai Tedeschi e perché il governo di Bordeaux non si trovasse a dover sedere da solo davanti ai plenipotenziari tedeschi, al momento della firma dell'armistizio. Era stato perfino concordato che né l'aviazione italiana, né quella francese avrebbero bombardato le città avversarie; tanto è vero che, quando una squadriglia britannica si alzò in volo da Lione per bombardare Torino, i Francesi tentarono, purtroppo senza successo, di impedirne il decollo. L'aviazione italiana rispose bombardando località di secondaria importanza, e la flotta francese bombardando Genova. Poi, il 21 giugno, per il precipitare della situazione militare nella Francia settentrionale (Parigi era stata occupata il 14 giugno), l'esercito italiano venne lanciato all'assalto frontale della frontiera alpina più munita d'Europa e, nel giro di due giorni, ebbe 600 morti, 2.600 feriti, 600 dispersi. Furono conquistate le fortificazioni delle Traversette e la città di Mentone. Nelle trattative per l'armistizio del 24 giugno, l'Italia non chiese e non ottenne niente di niente: né Gibuti, né la Corsica, né la Savoia, né Nizza: solo la smilitarizzazione di un tratto di 50 km. lungo il confine alpino e lungo quello della Tunisia, e l'uso del porto di Gibuti. L'Italia non chiese neppure la restituzione dei propri concittadini che erano emigrati in Francia per motivi politici (a differenza di quanto fece la Germania): così gli antifascisti italiani poterono rimanere indisturbati ad adoperarsi per la sconfitta della madrepatria. Altro che pugnalata alla schiena! Tutto si può dire di quella breve campagna militare, tranne che fu una pugnalata alla schiena della Francia. Ben diversamente si comportò verso la Francia l'alleata Inghilterra, che attaccò e distrusse la flotta francese a Dakar e a Mers el Kebir, provocando la morte di 1.300 marinai francesi (mentre i caduti francesi sul fronte italiano, in quei pochi giorni di guerra, erano stati appena qualche decina). Tuttavia, bastò che il presidente Roosevelt parlasse alla radio della «pugnalata alle spalle del proprio vicino», perché l'Italia rimanesse bollata d'infamia per più generazioni.
La notte del 10 maggio 1941 Rudolf Heß volò in Scozia per incontrare il duca Giorgio di Kent. I termini di pace di Hitler che recava con sé erano i seguenti: (1) L'Impero Britannico rimane com'è, con tutte le colonie e i mandati. (2) La supremazia continentale della Germania non viene posta in discussione. (3) Ogni questione concernente le colonie della Francia, del Belgio e dell'Olanda è aperta alla discussione. (4) La Polonia sarà uno stato polacco. (5) La Cecoslovacchia deve appartenere alla Germania. Era un'offerta onorevole, in quelle circostanze!! Sappiamo come andò a finire. Sappiamo anche dell’impreparazione dei belligeranti nel settembre 1939. Tutte le potenze avevano piani industriali per l’armamento e la logistica tali da garantire un sufficiente livello di efficienza militare non prima del 1942-43. La storia dei vincitori sostiene che i tedeschi, volendo scatenare una guerra d'aggressione e conquista in Europa, avevano approntato un esercito potentemente armato. Non è vero. Come i Francesi erano terrorizzati dall'inadeguatezza dei loro armamenti, così erano gli Italiani e i Britannici, dotati di armi leggere e pesanti già impiegate nella Prima Guerra Mondiale.
I Tedeschi nel 1939 non erano messi molto meglio. Le loro divisioni corazzate impiegavano Pzkw II, carri del tipo II, da 11 tonnellate, dotati di una mitragliera da 20 mm, esattamente come le autoblindo del R.E.I. Solo due divisioni, la 4. e la 7. Panzer erano armate con carri che montavano un pezzo da 37 mm, superiore alla mitragliera da 20 mm, ma pur sempre insufficiente. Non erano stati prodotti in Germania. Erano carri Skoda cecoslovacchi requisiti al momento dell'annessione del 1938, come testimoniano le foto dell'epoca.
Allo scoppio della guerra il generale della Luftwaffe Erhardt Milch nei rapporti al Führer lamentava l’insufficienza di bombe per gli stormi da bombardamento. È molto difficile che in quelle condizioni il Governo Nazionalsocialista stesse preparando una guerra d'aggres-sione. Gli appassionati e gli studiosi di Militaria conoscono l’esistenza di pistole con il marchio della Wehrmacht (Heer, Luftwaffe e Kriegsmarine): sono Walther e Lüger tede- sche, Browning FN belghe, SCM francesi, Beretta italiane, Radom polacche, Astra spagnole e diverse altre di fabbriche minori. Il Reichsministerium für Rüstung und Kriegsproduktion (Ministero per l’Armamento e la Produzione Bellica) dové affannarsi a fare incetta di pistole per gli ufficiali e i sottufficiali in tutta Europa. Una grave dimenticanza per un esercito aggressore!
È abbastanza evidente l’inconsistenza delle tesi dei vincitori che attribuiscono a Hitler e a Mussolini la volontà di aggredire. Analizzando gli avvenimenti della guerra in Europa nel periodo 1939 - 1941 si percepiscono i segni delle dinamiche già avviate per trasformare un conflitto di scala regionale nel conflitto più sanguinoso della storia.

Forse diverrebbe più facile comprendere i fatti della Storia di quel periodo ricordando avvenimenti poco conosciuti, come la Dichiarazione di Guerra degli Ebrei alla Germania, avvenuta il 23 marzo 1933 quando 20.000 ebrei protestarono al New York's City Hall (Municipio) e furono organizzati assembramenti all'esterno del North-American German Lloyd e delle Linee di Navigazione Hamburg-American. Picchetti di boicottaggio furono organizzati contro i prodotti della Germania nei negozi, nei magazzini e nelle attività commerciali di New York City. Secondo il quotidiano britannico The Daily Express di Londra il 24 marzo 1933 gli ebrei avevano già proclamato il loro boicottaggio contro la Germania e il suo governo, eletto dal popolo. Il giornale titolò "Judea Declares War on Germany - Jews of All the World Unite - Boycott of German Goods - Mass Demonstrations" (La Giudea dichiara guerra alla Germania - Ebrei di tutto il mondo unitevi - Boicottaggio dei prodotti tedeschi - Dimostrazioni di massa). L'articolo di fondo descrisse un'imminente "guerra santa" e proseguì implorando gli ebrei di ogni luogo a boicottare i prodotti tedeschi e a partecipare in massa a dimostrazioni contro gli interessi economici della Germania. Secondo lo Express:
"L'insieme di Israele nel mondo è unito nel dichiarare una guerra economica e finanziaria alla Germania. L'apparizione della Svastica come simbolo della nuova Germania ha riportato a nuova vita i vecchi simboli di guerra di Giuda. Quattordici milioni di Ebrei sparsi in tutto il mondo [nel 1933 N.d.R.](9) sono uniti l'uno all'altro come un solo uomo, per dichiarare guerra ai persecutori tedeschi dei loro compagni credenti. I negozianti ebrei chiuderanno le loro botteghe, i banchieri bloccheranno lo scambio dei titoli, i commercianti i loro affari e il povero che chiede l'elemosina riporrà l'umile cappello, per andare alla guerra santa contro il popolo di Hitler."
Lo Express scrisse che la Germania "si trova ora di fronte ad un boicottaggio internazionale del suo commercio, delle sue finanze e della sua industria ... A Londra, New York, Parigi e Varsavia, uomini d'affari ebrei sono uniti per intraprendere una crociata economica."
Come non ricordare, a questo punto, la presenza, a fianco di Franklin D. Roosevelt, di Felix Frankfurter, Bernard Mannes Baruch e Henry Jr. Morgenthau, tutti fervidi sionisti? Come non ricordare le confidenze di Neville Chamberlaine che si lamentò con James V. Forrestal di essere stato pressato dagli Ebrei a dichiarare guerra. Egli dovette anche in seguito tribolare con il "partito della guerra", costituito da poco, che raggruppava Winston Churchill, Duff Cooper e Anthony Eden, una consorteria che si era formata durante gli incontri segreti al Savoy Hotel con il finanziere Israel Moses Sieff nel maggio 1940. E come non ricordare la testimonianza dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Gran Bretagna Joseph P. Kennedy, resa a James V. Forrestal (10) e riportata da questi nei suoi "Diaries", in data 27 dicembre 1945: "Né la Francia, né la Gran Bretagna avrebbero fatto del caso Polonia un motivo per entrare in guerra, non fosse stato per le continue sollecitazioni di Washington."
L'intero piano di gioco di Churchill era fondato sul totale coinvolgimento degli Stati Uniti alla causa della Gran Bretagna.
Fin dall'inizio, la Gran Bretagna era dipesa dalla fornitura di apparecchiature militari ed altri beni essenziali del periodo bellico dagli Stati Uniti. Così, nel momento in cui la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania, le forniture di armamenti americani cessarono. Il sentimento dell'opinione pubblica negli Stati Uniti era profondamente isolazionista e il Congresso aveva passato una serie di misure restrittive in nome della neutralità, che proibivano ogni forma di commercio con qualsiasi nazione impegnata in una guerra. Nel 1937, però, su iniziativa di Roosevelt, (discendente da una famiglia di Ebrei olandesi) quelle misure furono emendate con un divieto che riguardava solo la fornitura di munizioni.
Fortunatamente per lo sforzo bellico della Gran Bretagna, Roosevelt prese nuovamente delle iniziative che, con poche modifiche legislative, portarono alla ripresa della fornitura di munizioni dagli Stati Uniti. I problemi erano venuti a capo nell'ottobre 1940, quando il Tesoro riferì a Churchill che entro tre mesi la nazione non avrebbe più avuto denaro per pagare le forniture dall'America.
In risposta Roosevelt spinse allora il Lend-Lease Bill (Progetto di legge per gli Affitti e i Prestiti), che fu approvato, divenendo legge, l'11 marzo 1941. Era così assicurato l'impegno che gli Stati Uniti avrebbero provveduto alla fornitura di munizioni e altri materiali a credito, per gli importi dovuti. La Gran Bretagna doveva far quadrare i conti trattando più di cinquanta milioni di dollari di oro dalle miniere del Sud Africa e vendendo una delle più redditizie società operanti negli Stati Uniti, la American Viscose, sussidiaria della Courtaulds, a un consorzio di banchieri, che non persero tempo a rivenderla, realizzando un considerevole profitto.
Nel maggio 1941 la Gran Bretagna era giunta ad un punto molto critico, con le scorte pericolosamente basse. Churchill inviò un cablo di disperata invocazione d'aiuto a Roosevelt il 3 maggio 1941, una settimana prima dell'arrivo di Heß.
La reazione degli ambienti industriali e finanziari degli Stati Uniti alla notizia dell'arrivo di Heß fu di grande costernazione.
Roosevelt capì che Heß offriva l'opportunità di scegliere tra la conclusione della guerra e la sua continuazione, con la facile ipotesi che il conflitto sarebbe potuto durare ancora parecchi anni. Naturalmente, la seconda sarebbe stata l'opzione preferita dall'industria e dalla finanza degli Stati Uniti. Dall’ 8 agosto 1941 (quattro mesi prima di Pearl Harbor) al 14 agosto 1941 Franklin D. Roosevelt fu a bordo della USS Augusta, incrociatore ancorato allo Ships Harbor di Placentice Island, nel Newfoundland (Terranova).
Winston Churchill lo raggiunse navigando sullo HMS Prince of Wales, nave da battaglia che diede fondo poco distante. Conversando a giorni alterni sull’una e sull’altra nave, il 12 agosto firmarono l’ Atlantic Charter, meglio conosciuta come Carta Atlantica.
Nel novembre 1940 Roosevelt aveva vinto le elezioni per il suo secondo mandato. Da quel momento iniziò la fase di mondializzazione del conflitto sulla base degli otto principî della Carta Atlantica, autentici capolavori di ipocrisia, usati come specchietti per allodole.
1) Gli Stati Uniti e il Regno Unito non cercano guadagni territoriali.
2) Le modifiche di territorio devono avvenire in accordo con i desideri dei popoli coinvolti.
3) Tutti i popoli hanno diritto all’autodeterminazione.
4) Le barriere doganali devono essere abbassate.
5) Attuazione della cooperazione economica globale con il progresso del benessere sociale.
6) Libertà dal bisogno e dalla paura.
7) Libertà di navigazione sui mari.
8) Disarmo degli aggressori e disarmo generale dopo la guerra.
Tralasciando per brevità ogni riferimento ai lavori di W. Cleon Skousen, Gary Allen, Jim Marrs, Phyllis Schlafly e G. Edward Griffin, non possiamo qui dimenticare la citazione di Carroll Quigley, estrema epitome dei suoi studi sulla civiltà occidentale:
"I poteri del capitalismo finanziario avevano un piano a lungo termine, nientemeno che di costituire un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private, capace di dominare il sistema politico di ogni nazione e l’economia del mondo intero."
Per attuare il loro piano, che aveva già portato al conseguimento di due grandi successi, il 23 dicembre 1913 con la firma da parte di Thomas Woodrow Wilson del Federal Reserve Act e il 29 ottobre 1929 con il crollo dei titoli allo Stock Exchange di Wall Street (enormi quantità di denaro incamerate per finanziare il consolidamento dei monopolî di materie prime e di risorse alimentari) i poteri del capitalismo finanziario non potevano ignorare la minaccia della Germania Nazionalsocialista, alleata nell’Asse dell’Italia Fascista. La nazionalizzazione della
Reichsbank, che sottrasse il signoraggio ai banchieri privati, la sostituzione dell’oro con la forza lavoro come riserva monetaria, le transazioni internazionali in clearing, compensate per ovviare i movimenti di valuta, il modello dell’efficienza conseguente offerto alle altre nazioni, (sei milioni di disoccupati assorbiti in meno di due anni), ecc. ecc. (11) costituivano un insieme di cattivi esempi da sradicare, distruggere e far dimenticare. L’eliminazione della sfida germanica al Potere Monetario andava condotta con ogni mezzo, bombardamenti terroristici compresi. Churchill, agente del Potere Monetario, nel 1944 disse ai suoi Capi di Stato Maggiore: "Potranno passare parecchie settimane, anche mesi, prima che vi chieda di saturare la Germania con gas velenosi. Se lo faremo, facciamolo al cento per cento." La minaccia dei gas non fu mai attuata, ma dietro l'ordine dei bombardamenti terroristici vi fu sempre lui, Churchill, benché in seguito abbia tentato di scrollarsene di dosso la colpa, addossandola al Field Marshall Arthur Harris, soprannominato " the butcher" .
Per concludere in gloria, riportiamo un significativo aneddoto contenuto nel CD-ROM di Alessandro De Felice "Il Gioco delle Ombre", menzionato in apertura. Il personaggio chiave è Leo Weiczen , in arte Leo Valiani, senatore a vita "motu proprio" del Sandro Pertini.

"Lo scrivente Alessandro De Felice intende riferire adesso un episodio che ha sempre omesso da 18 anni a questa parte e che ha riferito alcuni giorni addietro ad Alberto Bertotto ed Elena Curti. Mi riferisco ad un breve colloquio 'casuale' che ebbi a Milano alla Fondazione Feltrinelli nel 1989-1990, non ricordo bene la datazione esatta, con l’allora ottuagenario Leo Valiani. Io ho frequentato la Fondazione in oggetto, per quasi un anno, (forse 1 anno e mezzo), per analizzare testi introvabili sul socialismo in relazione alla mia tesi di laurea sulla politica internazionale e la scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini. Devo dire che venivo guardato a vista dal personale, abbastanza rigido, e venivo dissuaso spesso dal chiedere determinati volumi e documenti, presumibilmente insospettito dal mio cognome. Ma dopo varie insistenze, riuscivo ad ottenere in parte il materiale richiesto. Ciò nonostante, ebbi modo di poter avvicinare il Valiani, già vegliardo ma ancora molto sveglio all’epoca. Egli si trovava lì nella sala consultazione della biblioteca della fondazione per compulsare dei volumi. Lo vidi per una decina di volte. Pur essendo già Senatore a vita, nominato da Sandro Pertini nel 1980, il Valiani arrivava in Fondazione Feltrinelli senza scorta. Non sarebbe difficile, se la fondazione avesse conservato dei registri di presenze, risalire al periodo esatto. Si firmava sempre per poter entrare e consultare o richiedere fotocopie. Era un tipo schivo, come lo scrivente. Dopo aver rotto il ghiaccio ed essendoci scrutati a distanza per varie volte, un giorno, dopo essermi presentato scientificamente, Gli parlai, in un momento in cui rimanemmo noi due soli nella sala stessa, chiedendo possibili ulteriori lumi, del ruolo estero nell’assassinio del Duce e degli altri gerarchi e la Petacci. Il Valiani, sibillinamente, mi rispose testualmente come riporto: <>. Circa un’ora dopo, quando stavo per andare via dalla sala, mentre gli passavo accanto per uscire, mi fermò con un segnale invitandomi ad accostarmi sbrigativamente alla sedia e mi disse quasi all'orecchio: <>. Da allora, accennai ad una sola persona di questa conversazione col Valiani: Renzo De Felice. Ne parlai con lui, cugino di mio padre, nel 1991. E questa è la prima volta che ne parlo pubblicamente."
Note:
(1) Giorgio duca di Kent morì il 25 agosto 1942, quindici mesi dopo il volo di Rudolf Heß, sceso col paracadute a Bonnington Moore, nei pressi di Dungavel House, a sud di Glasgow, per incontrarlo. Ufficialmente, l’incidente in cui perì il duca di Kent è rimasto avvolto nel mistero. Ancora oggi, dopo sessantasette anni, è convinzione diffusa che egli sia stato assassinato dai servizi segreti britannici. Charles Higham nella seconda edizione rivisitata del suo libro The Duchess of Windsor: The Secret Life, cercò di dare una ragione per l'avvenimento e la trovò nelle serie preoccupazioni circa la mancanza di discrezione del Principe e dei suoi contatti politici con i capi della Germania nazionalsocialista, per negoziare una pace separata. Higham scrisse che lo Special Operations Executive era preoccupato per il fatto che il Duca potesse parlare di questi argomenti una volta lasciata la Gran Bretagna. Per quel motivo fu sabotato l'idrovolante prima che decollasse facendo sì che si schiantasse poco dopo provocando la morte di tutti i passeggeri, ad eccezione di uno soltanto.
Il principe Giorgio in uniforme di lieutenant (sottotenente di vascello).
Il sopravvissuto riportò solo alcune ferite superficiali, ma non parlò mai dell'accaduto e portò con sé nella tomba ciò che sapeva, alimentando così le teorie dell’attentato.
Lynn Pickett, Clive Prince e Stephen Prior nei loro libri Double Standards: The Rudolf Hess cover-up e War of the Windsors ipotizzarono che l'aereo del Duca di Kent si fosse fermato per prendere a bordo Rudol Heß, e che il tutto era parte di un progetto di pace che avrebbe estromesso Winston Churchill dal potere, lasciando così non dichiarata l'implicazione che se Giorgio fu assassinato dai servizi segreti britannici, la decisione dovesse essere stata concordata al livello di Churchill. L'ambasciatore tedesco in Portogallo, barone von Hoyningen-Hüne, disse a von Ribbentrop che secondo la comunità britannica a Lisbona,
l'idrovolante venne sabotato per togliere di mezzo Kent, convinto sostenitore della pace con la Germania.
(2) In aggiunta alla testimonianza del sanitario tunisino, accorso per primo nella stanza di Heß, vi è un ulteriore affidavit (deposizione giurata) riguardante l'evento di Spandau del 17 agosto 1987. Fu raccolto in Sud Africa dalla nuora di Heß, che era riuscita a convincere un avvocato a fornire la sua testimonianza sotto forma di dichiarazione giurata preparata appositamente per un tribunale, con la data del 22 febbraio 1988. Il testo è il seguente:
"Il Ministro del Reich Rudolf Heß fu assassinato per ordine del British Home Office (Ministero degli Affari Interni Britannico). L'assassinio fu commesso da due membri del SAS (Special Air Service), per la precisione del 22° Reggimento SAS, Bradbury Lines, Hereford, England). Detta unità militare del SAS è alle dipendenze del Ministero degli Affari Interni Britannico, non del Ministero della Difesa. La pianificazione dell'assassinio come la sua direzione sono stati curati dal MI5 (Servizio di Sicurezza). L'operazione del servizio segreto, il cui obiettivo era l'assassinio del Ministro del Reich Rudolph Heß, fu progettata così frettolosamente che non le fu dato neanche un nome in codice."
Altri servizi segreti a conoscenza del piano furono quelli degli Stati Uniti, della Francia e di Israele.
(3) Alessandro De Felice ha riportato questa intercettazione integralmente in un cd-rom inti-tolato Il gioco delle ombre (reperibile sul web all’indirizzo www.alessandrodefelice.it ).
(4) Heinrich Müller, SS Obergruppenführer , (nato a Monaco di Baviera il 28 aprile 1900 e scomparso da Berlino il 29 aprile 1945) fu al servizio della CIA dal 1948 al 1952. Non se ne conosce la data di morte, che alcuni elementi fanno supporre avvenuta dopo il 1960. Gregory Douglas, dopo l’abrogazione delle restrizioni all’accesso di molte documentazioni relative alla Seconda Guerra Mondiale, pubblicò il testo integrale della conversazione del 29 luglio 1943 nel libro Gestapo Chief. The 1948 Interrogation of Heinrich Müller. From Secret U.S. Intelligence Files, vol. 1, R. James Bender Publishing, San Jose, California, 1995, pp. 56-62. (5) L’espressione usata testualmente è
"shoot", verbo to shoot, che significa sparare, fucila-re (ibid., p. 58).
(6) Letteralmente "to wail and warble".
(7) Ibid., pp. 56-58. Jean François Darlan, Ammiraglio e uomo politico francese, nacque a Nérac, Lot e Garonna, nel 1881. Partecipò al primo conflitto mondiale e nel 1929 fu nominato Contrammiraglio. Capo di gabinetto del Ministro della Marina Georges Leygues negli anni 1926-1928 e 1929-1934, Darlan collaborò alla riorganizzazione della flotta navale francese. Comandante della squadra dell’Atlantico dal 1934 al ’36, quindi Capo di S.M.G. della Marina nel 1939-1940, fu nominato Comandante in capo della Marina Mercantile e Militare nel governo Pétain, e, dopo il licenziamento di Laval (dicembre 1940), assunse anche la carica di Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e di Ministro degli Esteri (febbraio 1941). Assertore di una politica di collaborazione con la Germania, successore designato di Pétain, Darlan incontrò Hitler due volte, il 25 dicembre 1940 a Beauvais ed il 10 maggio 1941 a Berchtesgaden; dopo quest’ultimo firmò a Parigi, il 28 maggio 1941, il
protocollo Darlan-Warlimont, poi respinto dal governo di Vichy, che avrebbe messo a disposizione dei tedeschi alcuni porti francesi in Africa. Il 10 dicembre 1941 incontrò Galeazzo Ciano a Torino.
Al ritorno di Laval al governo nell’aprile 1942, Darlan si dimise da tutti gli incarichi ministeriali, ma rimase Comandante in capo delle Forze Armate Francesi. Al momento dello sbarco alleato dell’8 novembre 1942 si trovava ad Algeri e, con repentino voltafaccia, il 10 novembre successivo, concluse un armistizio col comando statunitense; addirittura il 13 novembre seguente ordinò alle truppe francesi di battersi contro le forze dell’Asse. Quindi Darlan si autoproclamò il giorno successivo (14 novembre 1942) Alto Commissario Francese dell’Africa del Nord in nome di Pétain, il quale ultimo però lo sconfessò. Darlan regolò col Generale Clark i rapporti fra autorità francesi e statunitensi in Africa (22 novembre 1942). Il 24 dicembre 1942 Darlan venne assassinato ad Algeri da un agente di De Gaulle. Va ricordato che Roosevelt sosteneva pragmaticamente l’utilizzazione degli amministratori di Vichy per i territori da poco occupati dagli Alleati, in contrasto con Churchill che appoggiava De Gaulle, decisamente contrario all’uso della classe dirigente di Vichy. La lotta tra Roosevelt e Churchill culminò nell’assassinio di Darlan da parte di un giovane francese, Ferdinand Bonnier de La Chapelle, addestrato allo scopo dal SOE (Special Operations Executive) britannico. L’arma dell’assassinio, una pistola Welrod con silenziatore di fabbricazione inglese, finì nelle mani di agenti dello OSS degli Stati Uniti che ne accertarono il collaudo negli Aberdeen Proving Grounds (Maryland).
(8) Ibid., p. 58.
(9) Ebrei nel mondo, stime e conteggi [da www.nntp.it/.../345661-ebrei-nel-mondo-stime-e-conteggi.html ]
Quando noi sentiamo i giornali e le televisioni parlare di 6.000.000 di Ebrei uccisi nei campi di sterminio non ci viene mai indicata la fonte di questa cifra. Ebbene la fonte é solo una ed é l'Enciclopedia Ebraica dove il totale e di 5.820.960. Adesso, io sicuramente non sono uno storico, ma mi hanno sempre insegnato che bisogna diffidare delle cifre che vengono fornite da una delle due parti coinvolte, e che per lo meno più di una fonte deve essere citata. La cifra di 6.000.000 dopo essere stata ripetuta per milioni di volte nei giornali, televisioni e film di Hollywood é diventata ufficiale. Questo nonostante, già alla fine della guerra, si fosse in possesso di statistiche accurate sul numero degli Ebrei prima e dopo la guerra, e dei loro movimenti migratori fuori dall'Europa, verso l'America la Palestina e la Russia. Secondo l'Appendice N°VII, "Statistiche sull'Affiliazione Religiosa", del libro del Senato Americano "A Report of the Committee on the Judiciary of the United States Senate" del 1950, il numero di Ebrei nel mondo in quell'anno era di 15.713.638. La stessa fonte nel 1940 riporta il numero di Ebrei nel mondo a 15.319.359. Se lo studio statistico del governo Americano é corretto la popolazione Ebraica non diminuì durante la guerra, ma subì un piccolo incremento. Se in 3/4 anni i tedeschi avessero fatto sparire 6 milioni di ebrei, si potrebbe concludere che c'è stato un olocausto. Ma da dove proviene la cifra di 6 milioni? Questa cifra ci viene presentata come derivante da studi scientifici. In realtà è stata introdotta per la prima volta al Tribunale di Norimberga, da Höttl, che non aveva veste di testimone, presentata in una sua deposizione scritta, ma non davanti ai giudici. Höttl racconta che Eichmann avrebbe detto d'essere saltato di gioia apprendendo che 6 milioni di ebrei erano stati liquidati. Attenzione: il Tribunale ha rifiutato la deposizione di Höttl! Nel 1983 il ricercatore americano Walter Sanning ha prodotto uno studio statistico - "The dissolution of Eastern European Jewry" (La dissoluzione dell'ebraismo est europeo) - sui trasferimenti delle
popolazioni ebraiche dell'Europa Orientale, ove precisa che una parte cospicua è emigrata, durante la guerra e dopo, in Palestina, altri negli USA, in Cina, in Sud America. Ad altri ebrei, fra quelli trasferiti all'est dai tedeschi, i sovietici non consentirono di ritornare all'ovest. In conclusione, afferma Sanning, gli ebrei che avrebbero potuto essere sterminati dai nazionalsocialisti erano 3/400.000. Tutti gli altri ebrei si sa che non sono morti, ma sopravvissuti alla guerra. Di fronte alla serietà dello studio di Sanning, gli storici ebrei sono costretti ad ammettere che non c'è stato sterminio, ma che vi sono comunque stati massacri qua e là. Gli storici ebrei sanno che 6 milioni di morti è una cifra, in quel contesto, impossibile (ciò è quanto sono costretti ad ammettere nelle loro pubblicazioni che hanno diffusione ristretta, mentre al grande pubblico le lobbies giornalistiche e televisive seguitano a propinare la leggenda dei 6 milioni). Non mancano oltretutto testimonianze di fonte ebraica che contraddicono la tesi ufficiale sull'argomento. Per esempio, 1938: L'Annuario Mondiale ("World Almanac") censisce 15.688.259 ebrei, in tutto il mondo. Questo dato è fornito al "World Almanac" dall' "American Jewish Committee" (Comitato Ebreo Americano) e, altresì, dal "Jewish Statistical Bureau of the Synagogues of America 1948: Secondo un articolo apparso nel "New York Times" del 22 febbraio 1948, firmato dal Mr. Hanson W. Baldwin, esperto di questioni demografiche del giornale, gli ebrei esistenti in tutto il mondo sono valutati tra i 15.600.000 e i 18.700.000. Va detto che oltretutto il direttore e proprietario del giornale è l'ebreo Arthur Sulzberger, noto come sostenitore incondizionato del Sionismo. Accogliendo dunque la valutazione superiore di Mr. Baldwin, cioè di 18.700.000 ebrei, risulterebbe che, nei dieci anni intercorsi dal 1938 al 1948 - periodo che include gli anni del conflitto 1939-1945 e durante i quali si pretende che Hitler abbia fatto ammazzare sei milioni di ebrei, la popolazione mondiale ebraica sarebbe nondimeno aumentata di oltre tre milioni di unità. Ma se, agli effetti della comparazione, ammettiamo per vero l'ipotetico sterminio hitleriano di sei milioni di ebrei, ci troviamo a concludere che l'incremento demografico reale dovrebbe essere di oltre nove milioni di unità. Giacché l'incremento di tre milioni è solo apparente: occorrono altri sei milioni di sterminati, ergo l'incremento reale è (sarebbe ...) di nove milioni... E questo incremento ad opera dei nove milioni di superstiti, dato che sei milioni, dei 15 milioni da cui abbiamo preso le mosse, sono mancanti all'appello... Allora è giocoforza ammettere che in quei dieci anni la popolazione ebraica sia semplicemente... raddoppiata! Affermazione un po’ forte perché in tale popolazione vanno comprese classi d’età differenti con solo una frazione atta alla procreazione. Senza contare il fatto che il periodo di guerra e persecuzione avrebbe limitato la natalità. Nulla di sorprendente allora che lo stesso ebreo Allen Lesser si trovasse costretto a concedere, in un articolo dal titolo "Isteria antidiffamatoria", apparso nell'edizione primaverile del 1946 della rivista "Menorah Journal", che "secondo quanto divulgato, durante gli anni dell'immediato dopoguerra, dalle agenzie di stampa giudaiche, il numero di ebrei morti in Europa supera di svariati milioni quello di cui i nazisti non sospettarono mai l'esistenza".
(10) "The Forrestal Diaries" (edited by Walter Millis), New York, Viking, 1951. I Diarî furono pubblicati postumi, essendo stato il Segretario di Stato alla Difesa James V. Forrestal suicidato da due agenti del Mossad il 22 maggio 1949 per la posizione assunta durante la guerra del 1948 tra Israele e Egitto, Siria, Libano, Irak e Giordania.
(11) René Dubail, "Une expérience d’économie dirigée: l’Allemagne Nationale Socialiste" (L’Ordinamento Economico Nazionalsocialista), Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 1991.  

Tratto da: http://edoardolongo.blogspot.it/2013/06/chi-decise-la-morte-di-mussolini.html

martedì 9 luglio 2013

MUSSOLINI NELL'ITALIA DEI MIRACOLI


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Filippo Giannini presenta MUSSOLINI NELL'ITALIA DEI MIRACOLI (1)
http://www.youtube.com/watch?v=8Qcv3YtP5Qo

parte 2
http://www.youtube.com/watch?v=vLG4fm5BNac



Mussolini ha subito un'atroce fine (...). Per vari aspetti Mussolini era affascinante. Per anni tutti gli stranieri di rilevo che vennero a Roma non avevano altro interesse che avvicinare l'uomo che, in condizioni estremamente difficili, dopo parecchi anni di anarchia e di caos, era riuscito a rimettere ordine e ritmo all'intera vita dell'Italia moderna (...). Certamente egli recava su di sé il segno della sua forza e della sua grandezza. L'uomo di Stato, il condottiero impediva di vedere il vero Mussolini. Perché nel fondo l'animava un vero impulso di umanità (...). Sdegnoso di ogni ricchezza è sempre vissuto modestamente (...). Durante la vita conservò una viva simpatia per gli umili, per i contadini e per i lavoratori. Non appena si trovava in mezzo agli operai parlava volentieri con loro. Noi l'abbiamo visto nelle Paludi Pontine intrattenersi faccia a faccia con un vecchio agricoltore, sulla spalla del quale egli posava familiarmente la mano.
Coloro i quali vogliono in ogni costo raffigurarlo come un essere intrattabile, rude, duro come il granito si ingannano completamente (...). Il potere non lo logorò per niente. Per tutta la vita egli conservò intatta la sua spontaneità emotiva.
Non si possono enumerare i suoi atti di bontà (...). Il bilancio del Fascismo? Ha nome: strade, autostrade, ferrovie, canali di irrigazione, centrali elettriche, scuole, stadi, sports, aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali, sanatori, bonifiche, industrie, commercio, espansione economica, lotta contro la malaria, battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia, Guidonia, Carta del Lavoro, collaborazione di classe, Corporazioni, Dopolavoro, Opera Maternità e Infanzia, Carta della Scuola, Enciclopedia, Accademia, Codici mussoliniani, Patti Lateranensi, Conciliazione, pacificazione della Libia, marina mercantile, marina da guerra, aeronautica, conquista dell'Abissinia.
Tutto ciò che ha fatto il Fascismo è consegnato alla storia. Ma se c'è un nome che, in tutto questo dramma, resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini (...).

Paul Gentizon in "Les Mois Suisse", maggio 1945


Filippo Giannini
BENITO MUSSOLINI
NELL'ITALIA DEI MIRACOLI
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-87-4]
Pagg. 264 - € 22,00

http://www.edizionisolfanelli.it/muss...



Benito Mussolini nell’Italia dei miracoli


Mussolini ha subito un’atroce fine (…). Per vari aspetti Mussolini era affascinante. Per anni tutti gli stranieri di rilevo che vennero a Roma non avevano altro interesse che avvicinare l’uomo che, in condizioni estremamente difficili, dopo parecchi anni di anarchia e di caos, era riuscito a rimettere ordine e ritmo all’intera vita dell’Italia moderna (…). Certamente egli recava su di sé il segno della sua forza e della sua grandezza. L’uomo di Stato, il condottiero impediva di vedere il vero Mussolini. Perché nel fondo l’animava un vero impulso di umanità (…). Sdegnoso di ogni ricchezza è sempre vissuto modestamente (…). Durante la vita conservò una viva simpatia per gli umili, per i contadini e per i lavoratori. Non appena si trovava in mezzo agli operai parlava volentieri con loro. Noi l’abbiamo visto nelle Paludi Pontine intrattenersi faccia a faccia con un vecchio agricoltore, sulla spalla del quale egli posava familiarmente la mano.
Coloro i quali vogliono in ogni costo raffigurarlo come un essere intrattabile, rude, duro come il granito si ingannano completamente (…). Il potere non lo logorò per niente. Per tutta la vita egli conservò intatta la sua spontaneità emotiva.
Non si possono enumerare i suoi atti di bontà (…). Il bilancio del Fascismo? Ha nome: strade, autostrade, ferrovie, canali di irrigazione, centrali elettriche, scuole, stadi, sports, aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali, sanatori, bonifiche, industrie, commercio, espansione economica, lotta contro la malaria, battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia, Guidonia, Carta del Lavoro, collaborazione di classe, Corporazioni, Dopolavoro, Opera Maternità e Infanzia, Carta della Scuola, Enciclopedia, Accademia, Codici mussoliniani, Patti Lateranensi, Conciliazione, pacificazione della Libia, marina mercantile, marina da guerra, aeronautica, conquista dell’Abissinia.
Tutto ciò che ha fatto il Fascismo è consegnato alla storia. Ma se c’è un nome che, in tutto questo dramma, resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini (…).

Paul Gentizon in "Les Mois Suisse", maggio 1945



Leggere senza pregiudizi la storia del ventennio fascista

Un saggio di Filippo Giannini:

“BENITO MUSSOLINI NELL’ITALIA DEI MIRACOLI”


di Piero Vassallo


In ossequio al pregiudizio settario, la storiografia progressista ha calpestato perfino l'ammonimento di Benedetto Croce, il più rigido e implacabile fra gli avversari di Mussolini: «noi non possiamo staccarci dal bene e dal male della nostra Patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte. (Discorso del 24 luglio 1947 all'Assemblea costituente).
Dal 1945 ad oggi i banditori dell'anti-Italia, gli storici al potere nelle accademie, non han fatto altro che predicare e promuovere la separazione degli italiani (specialmente dei giovani italiani) dal loro passato.
Gli studenti, i lettori dei giornali, gli spettatoti dei cinema e della televisione di stato, prima che alla critica delle numerose dottrine del fascismo, sono stati educati alla condanna di un intero ventennio di vita italiana. La censura storiografica si è accodata all'epurazione dei tribunali speciali. Una nube oscura e avvelenata si è appiattita sulla memoria di italiani illustri, colpevoli soltanto di essere vissuti al tempo del bieco tiranno.
Il furore vandalico non si è fatto mancare niente. Compiuto l'ingente massacro dei fascisti (e dei presunti tali) si è dedicato alla demonizzazione indiscriminata dei protagonisti del Novecento italiano. Gli autodistruttori hanno calunniato le grandi e meritorie opere compiute dagli italiani negli anni del regime fascista. Sotto la bandiera dell'antifascismo, la faziosità e la demenza sono avanzate fino al punto di minacciare il reimpianto della palude malarica. 
Fedele all'insegnamento della pedagogia settaria, l'ecologo Fulco Pratesi, generosamente sovvenzionato da un governo progressista, avviò addirittura costosi lavori finalizzati al restauro delle paludi pontine, rovinate dalla bonifica voluta dal bieco tiranno.
Strisciante come una lebbra nel pensiero, l'antifascismo non si arrestò neppure davanti alle conquiste dell'intelligenza italiana. Furono banditi o vilipesi grandi poeti (ad esempio D'Annunzio, Marinetti e Cardarelli) celebri musicisti (ad esempio Pietro Mascagni) commediografi illustri (ad esempio Ugo Betti). L'autolesionismo ha sminuito l'ispirazione sociale della cinematografia italiana intitolandola ai telefoni bianchi. Ha espulso dalle università con motivazioni infamanti, insigni maestri del pensiero quali Giorgio Del Vecchio, Nicola Petruzzellis, Carmelo Ottaviano, Armando Carlini, Carlo Costamagna.
In compenso ha glorificato gli assassini di Giovanni Gentile.
Ha calunniato e infangato la memoria del grande pontefice Pio XII. Giornalisti miserabili hanno messo sotto accusa perfino San Pio da Pietrelcina, colpevole di aver scritto un'amichevole lettera a Mussolini.  
L'attività degli studiosi intesi alla revisione storiografica costituisce pertanto l'argine al fiume di menzogne che inquina e avvilisce la memoria storica degli italiani.
Ora un prezioso contributo alla restaurazione è offerto dal saggio di Filippo Giannini, "Benito Mussolini nell'Italia dei miracoli", edito da Solfanelli in Chieti.
Confortato da un'ingente documentazione, l'autore ridisegna la figura di Mussolini smentendo la leggenda che descrive un tiranno collerico e guerrafondaio. A sostegno della tesi sull'umanità di Mussolini è rammentata la vicenda di Gramsci che, nel 1937, fu messo in libertà per volere del capo del governo ed ottenne (anche per l'intervento di Mario, il fratello fascista di Antonio) il ricovero a spese dello stato nella clinica Quisisana.
Un denso capitolo è dedicato alla politica fascista in difesa della famiglia, in cui Mussolini riconosceva la cellula primaria della società.
Per dimostrare che la volontà di Mussolini era intesa ad evitare la seconda guerra mondiale e che l'Italia fascista non aveva mire aggressive contro chicchessia, è citato il discorso tenuto a Tripoli nel 1937: «Noi desideriamo vivere in pace con tutti e offriamo la nostra collaborazione a coloro che manifestino un'identica volontà ... il popolo italiano esige di essere lasciato tranquillo perché è intento ad una lunga e dura fatica.   
L'Italia fascista, infatti, era impegnata alla costruzione di una terza via, ossia all'attuazione di un piano di riforme finalizzato al superamento dell'ideologia liberale e del comunismo rimedio peggiore del male capitalista, secondo Pio XI.
Grazie alla riforma fascista l'economia italiana diventò un modello invidiato e imitato perfino dall'America, il paese guida del capitalismo.
Gli archivi degli stati occidentali nascondono gelosamente la storia delle cause che scatenarono la seconda guerra mondiale.
E' ad ogni modo certo che il pericolo per i capitalisti non proveniva dal bolscevismo ma dal fascismo. La politica di Roosevelt peraltro confermò che il nemico del capitalismo non era Stalin ma Mussolini.
L'odio nutrito dai signori finanza iniziatica contro la riforma fascista e l'invidia nei confronti della crescente popolarità di Mussolini è da includere fra le cause del conflitto. Tale sospetto è alimentato dal ricordo delle parole di Mussolini: «Nei paesi della cosiddetta democrazia, il continuo allarmismo nevrotico, la seminagione di panico e di sospetto non serve certamente alla causa della pace, perché turba profondamente l'atmosfera fra i popoli.
L'opera di Giannini, in ultima analisi, conferma le ragioni del revisionismo e incrementa il desiderio che siano resi pubblici gli archivi che conservano la verità sulle origini della II guerra mondiale.  
Piero Vassallo
Agenzia ABRUZZOpress – 22 gennaio 2011.



PARLIAMOCI CHIARO

di Franco Monaco

“Miracoli” di un’altra Italia

Un libro di Filippo Giannini, solido come un punto fermo

Possibile - ci si chiede - che l'astro Mussolini non sia ancora tramontato? Possibile che esistano autori ed editori interessati a trattare ancora il tema Mussolini? Lo ha fatto, di recente.Solfanelli mandando in libreria un robusto volume di Filippo Giannini col titolo "Benito Mussolini nell'Italia dei miracoli". "Dei miracoli", addirittura. Ma chi ha incoraggiato Giannini eSolfanelli? Evidentemente l'opinione pubblica: una massa sempre più enorme di Italiani che non ne possono più di questa pseudo-democrazia del cavolo, di questa Italia che una volta era stata tutt’altra: cioè. addirittura miracolata. Non è uno scherzo. Di fronte ad uno sfascio che invano si cerca di arginare, di fronte a una discordia che le fazioni spingono ormai nel cannibalismo, più che mai fondate risuonano anche le parole di Giuseppe Prezzolini, che non era un intellettuale come i tanti odierni da quattro soldi il mazzo: "Mussolini riuscì ad operare un miracolo: quello di unire gli Italiani come non erano mai stati dalla caduta dell'impero Romano". Miracolo esaltato dallo straordinario cantico di Giovanni Spadolini: "Al popolo italiano era stata restituita quella dignità, della coscienza di sé, del proprio passato, delle proprie possibilità, quel prestigio, quella fierezza e quella alterezza, quello stile, quel senso, diciamolo pure, di superiorità, quel lievito, quello stimolo di grandezza, quello slancio verso l'espansione, che gli erano sempre mancati nei primi anni della sua unità”. Costoro non erano certo pa-gati per dare fiato alle tombe laudatorie. E del resto, Giannini conferma tutto nelle 262 pagine del libro, chiamando a testimoniare decine e decine di personaggi, soprattutto stranieri, in particolare, britannici.
Filippo Giannini non è un politologo: è un architetto, un professionista del costruire che ad un certo punto della sua vita si scopre anche un'altra passione, quella per la storia d'Italia degli anni Trenta e la trasferisce, questa passione, in una attività intensa di ricercatore e di assemblatore di quella che è stata certamente la più straordinaria vicenda storica italiana. Scrivendo, l'architetto rimane tale nel solido impianto delle rievocazioni, nelle calibrate descrizioni degli eventi, nel millimetrato equilibrio dei particolari. II risultato è un testo (uno dei parecchi elaborati da Giannini) che può senz'altro aspirare alla qualifica di classico. Del resto, chi, come il sottoscritto, ha avuto il privilegio di vivere negli anni di Giovanni Gentile, di studiare Diritto costituzionale con Santi Romano, di vedere nel dicastero della Giustizia un Alfredo Rocco e alla presidenza dell'Accademia d'Italia un Guglielmo Marconi e poi di seguire l'insegnamento di Paolo Orano che esortava alla "responsabilità di stampa" (questa “responsabilità" che adesso si avvia a scalzare finalmente il tristo piedistallo della indiscriminata "libertà"), può testimoniare quanto compiuti e veritieri siano i capitoli nei quali Giannini tratta dei "miracoli", scandagliandoli uno per uno con una non comune ricchezza di dati.
“Miracoli” del lavoro, in sostanza, e di una coscienza nazionale pulita, “miracoli” facilitati, cioè, dalla radicale ramazzata con la quale erano state eliminate le scorie della malsana Italiettagiolittiana, soprattutto logge massoniche e cosche mafiose, sgangherati partiti e insaziabili appetiti. “Miracoli”, incontestabili, furono, fra i tanti e nel brevissimo arco di venti anni, il “consenso” plebiscitario del 1928, le grandi bonifiche, la creazione di venti città, la “Quota 90”, la creazione dell’Arma Azzurra, la “cura italiana” durante la crisi mondiale del ’29, l’Iri, l’assetto del territorio, la conquista dell’Impero, l’eliminazione del latifondo, la “Carta del Lavoro”. Ci manca lo spazio per evidenziare tutte le pregevolezze dell’interessante libro che mostra nella copertina una immagine di Dudovich (La Battaglia del grano), purtroppo privata qui degli accesi colori che contribuirono a renderla famosa.

Agenzia ABRUZZOpress – 1 febbraio 2011 - Dal quotidiano LINEA di Martedì 1 febbraio.