martedì 7 maggio 2013

Il piano Kalergi: il genocidio dei popoli europei



L’immigrazione di massa è un fenomeno le cui cause sono tutt’oggi abilmente celate dal Sistema e che la propaganda  multietnica si sforza falsamente di rappresentare come inevitabile. Con questo articolo intendiamo dimostrare una volta per tutte che non si tratta di un fenomeno spontaneo. Ciò che si vorrebbe far apparire come un frutto ineluttabile della storia è in realtà un piano studiato a tavolino e preparato da decenni per distruggere completamente il volto del Vecchio continente.
LA PANEUROPA
Pochi sanno che uno dei principali ideatori del processo d’integrazione europea fu anche colui che pianificò il genocidio programmato dei popoli europei. Si tratta di un oscuro personaggio di cui la massa ignora l’esistenza, ma che i potenti considerano come il padre fondatore dell’Unione Europea. Il suo nome è Richard Coudenhove Kalergi. Egli muovendosi dietro le quinte, lontano dai riflettori, riuscì ad attrarre nelle sue trame i più importanti capi di stato, che si fecero sostenitori e promotori del suo progetto di unificazione europea. [nbnote]Tra i suoi seguaci della prima ora si incontrano i politici cechi Masarik e Benes, così come il banchiere Max Warburg che ha messo a sua disposizione i primi 60.000 marchi. Il cancelliere austriaco Monsignor Ignaz Seipel e il successivo presidente austriaco Karl Renner si incaricarono successivamente di guidare il movimento Paneuropa. Kalergi stesso indicava che alti politici francesi approvavano il suo movimento per reprimere la ripresa della Germania. Così il primo ministro francese Edouard Herriot e il suo governo, come i leaders britannici di tutti gli ambiti politici e, tra loro, il redattore capo del Times, Noel Baker, caddero nelle macchinazioni di questo cospiratore. Infine riuscì ad attrarre Winston Churchill. Nello stesso anno, quello che più tardi si trasformerà nel genocida ceco di 300.000 tedeschi dei Sudeti, Edvard Benes, fu nominato presidente onorario. Egli ha finora quasi disconosciuto Kalergi, ma negoziava anche con Mussolini per restringere il diritto di autodeterminazione degli austriaci e favorire ancora di più le nazioni vittoriose, ma fallì. Nell’interminabile lista degli alti politici del XX secolo, c’è da menzionare particolarmente Konrad Adenauer, l’ex ministro della giustizia spagnolo, Rios, e John Foster Dulles (EEUU). Senza rispettare i fondamenti della democrazia e con l’aiuto del New York Times e del New York Herald Tribune, Kalergi presentò al Congresso Americano il suo piano. Il suo disprezzo per il governo popolare lo manifestò in una frase del 1966, nella quale ricorda la sua attività del dopoguerra: << I successivi cinque anni del movimento Paneuropeo furono dedicati principalmente a questa meta: con la mobilitazione dei parlamenti si trattava di forzare i governi a costruire la Paneuropa >>. Aiutato da Robert Schuman, ministro degli esteri francese, Kalergi riesce a togliere al popolo tedesco la gestione della sua produzione dell’acciaio, ferro e carbone e la trasferisce a sovranità sovranazionale, ossia antidemocratica. Appaiono altri nomi: De Gasperi, il traditore dell’autodeterminazione dei tirolesi del sud, e Spaak, il leader socialista belga. Finge di voler stabilire la pace tra il popolo tedesco e quello francese, attraverso gli eredi di Clemenceau, quelli che idearono il piano genocida di Versailles. E negli anni venti sceglie il colore azzurro per la bandiera dell’Unione Europea. Il ruolo guida di Kalergi nella creazione dell’Europa multiculturale e nella restrizione del potere esecutivo dei parlamenti e dei governi, è evidente ai giorni nostri, e si palesa col conferimento del premio “Coudenhove Kalergi” dal cancelliere Helmut Kohl come ringraziamento per seguire questo piano, così come l’elogio e l’adulazione del potente personaggio da parte del massone e polito europeo il primo ministro del Lussemburgo, Junker. Nel 1928 si aggiunsero celebri politici e massoni francesi: Leon Blum (più tardi primo ministro), Aristide Briand, E. M. Herriot, Loucheur. Tra i suoi associati si incontrava gente molto diversa come lo scrittore Thomas Mann e il figlio del Kaiser, Otto d’Asburgo.  Tra i suoi promotori, a parte i già menzionati Benes, Masarik e la banca Warburg, si incontrava anche il massone Churchill, la CIA, la loggia massonica B’nai B’rith, il “New York Times” e tutta la stampa americana. Kalergi fu il primo a cui fu assegnato il premio Carlomagno nella località di Aachen; e quando lo ricevette Adenauer, Kalergi era presente. Nel 1966 mantiene i contatti con i suoi collaboratori più importanti. Tutti coloro che sono stati insigniti di questo premio fanno parte del circolo di Kalergi e della massoneria, o si sforzarono di rappresentare gli interessi degli USA in Germania. Nell’anno 1948 Kalergi riesce a convertire il “Congresso degli europarlamentari” di Interlaken in uno strumento per obbligare i governi a tornare a occuparsi della “questione europea”, vale a dire, a realizzare il suo piano. Proprio allora si fonda il Consiglio europeo e in cima alla delegazione tedesca troviamo Konrad Adenauer appoggiato dalla CIA.
(Gerd Honsik, “Il Piano Kalergi”)[/nbnote]
Nel 1922 fonda a Vienna il movimento “Paneuropa” che mira all’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale basato su una Federazione di Nazioni guidata dagli Stati Uniti. L’unificazione europea avrebbe costituito il primo passo verso un unico Governo Mondiale.
Con l’ascesa dei fascismi in Europa, il Piano subisce una battuta d’arresto, e l’unione Paneuropea è costretta a sciogliersi, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale Kalergi, grazie ad una frenetica e instancabile attività, nonché all’appoggio di Winston Churchill, della loggia massonica B’nai B’rith e di importanti quotidiani come il New York Times, riesce a far accettare il suo progetto al Governo degli Stati Uniti.

L’ESSENZA DEL PIANO KALERGI
Nel suo libro «Praktischer Idealismus», Kalergi dichiara che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale. Egli afferma senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere.
«L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura  eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità». [nbnote] Kalergi, Praktischer Idealismus [/nbnote]
Ecco come Gerd Honsik descrive l’essenza del Piano Kalergi
Kalergi proclama l’abolizione del diritto di autodeterminazione dei popoli e, successivamente,l’eliminazione delle nazioni per mezzo dei movimenti etnici separatisti o l’immigrazione allogena di massa. Affinchè l’Europa sia dominabile dall‘elite, pretende di trasformare i popoli omogenei in una razza mescolata di bianchi, negri e asiatici. A questi meticci egli attribuisce crudeltà, infedeltà e altre caratteristiche che, secondo lui, devono essere create coscientemente perché sono indispensabili per conseguire la superiorità dell‘elite.
Eliminando per prima la democrazia, ossia il governo del popolo, e poi il popolo medesimoattraverso la mescolanza razziale, la razza bianca deve essere sostituita da una razza meticcia facilmente dominabile. Abolendo il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge e evitando qualunque critica alle minoranze con leggi straordinarie che le proteggano, si riuscirà a reprimere la massa.
I politici del suo tempo diedero ascolto a Kalergi, le potenze occidentali si basarono sul suo piano e le banche, la stampa e i servizi segreti americani finanziarono i suoi progetti. I capi della politica europea sanno bene che è lui l’autore di questa Europa che si dirige a Bruxelles e a Maastricht. Kalergi, sconosciuto all’opinione pubblica, nelle classi di storia e tra i deputati è considerato come il padre di Maastricht e del multiculturalismo.
La novità del suo piano non è che accetta il genocidio come mezzo per raggiungere il potere, ma che pretende creare dei subumani, i quali grazie alle loro caratteristiche negative come l’incapacità e l’instabilità, garantiscano la tolleranza e l’accettazione di quella “razza nobile”. [nbnote]Honsik, op.cit.[/nbnote]
DA KALERGI AI NOSTRI GIORNI
Benché nessun libro di scuola parli di Kalergi, le sue idee sono rimaste i principi ispiratori dell’odierna Unione Europea. La convinzione che i popoli d’Europa debbano essere mescolati con negri e asiatici per distruggerne l’identità e creare un’unica razza meticcia, sta alla base di tutte le politiche comunitarie volte all’integrazione e alla tutela delle minoranze. Non si tratta di principi umanitari, ma di direttive emanate con spietata determinazione per realizzare il più grande genocidio della storia.
In suo onore è stato istituito il premio europeo Coudenhove-Kalergi che ogni due anni premia gli europeisti che si sono maggiormente distinti nel perseguire il suo piano criminale. Tra di loro troviamo nomi del calibro di Angela Merkel o Herman Van Rompuy.

La Società Europea Coudenhove-Kalergi ha assegnato alla Cancelliera Federale Angela Merkel il Premio europeo nel 2010

Il 16 novembre 2012 è stato conferito al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy il premio europeo Coudenhove-Kalergi 2012 durante un convegno speciale svoltosi a Vienna per celebrare i novant’anni del movimento paneuropeo. Alla sue spalle compare il simbolo dell’unione paneuropea: una croce rossa che sovrasta il sole dorato, simbolo che era stato l’insegna dei Rosacroce.
L’incitamento al genocidio è anche alla base dei costanti inviti dell’ONU ad accogliere milioni di immigrati per compensare la bassa natalità europea. Secondo un rapporto diffuso all’inizio del nuovo millennio, gennaio 2000, nel rapporto della “Population division” (Divisione per la popolazione) delle Nazioni Unite a New York, intitolato: “Migrazioni di ricambio: una soluzione per le popolazioni in declino e invecchiamento, l’Europa avrebbe bisogno entro il 2025 di 159 milioni di immigrati. Ci si chiede come sarebbe possibile fare stime così precise se l’immigrazione non fosse un piano studiato a tavolino. È certo infatti che la bassa natalità di per sé potrebbe essere facilmente invertita con idonei provvedimenti di sostegno alle famiglie. È altrettanto evidente che non è attraverso l’apporto di un patrimonio genetico diverso che si protegge il patrimonio genetico europeo, ma che così facendo se ne accelera la scomparsa. L’unico scopo di queste misure è dunque quello di snaturare completamente un popolo, trasformarlo in un insieme di individui senza più alcuna coesione  etnica, storica e culturale. In breve, le tesi del Piano Kalergi hanno costituito e costituiscono tutt’oggi il fondamento delle politiche ufficiali dei governi volte al genocidio dei popoli europei attraverso l‘immigrazione di massa. G. Brock Chisholm, ex direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità  (OMS), dimosta di avere imparato bene la lezione di Kalergi quando afferma:
 «Ciò che in tutti i luoghi la gente deve fare è praticare la limitazione delle  nascite e i matrimoni misti (tra razze differenti), e ciò in vista di creare una sola razza in un mondo unico dipendente da un’autorità centrale»[nbnote] «USA Magazine», 12/08/1955 [/nbnote]
CONCLUSIONE
Se ci guardiamo attorno il piano Kalergi sembra essersi pienamente realizzato. Siamo di fronte ad una vera terzomondializzazione dell’Europa. L’assioma portante della “Nuova civiltà” sostenuta dagli evangelizzatori del Verbo multiculturale, è l’adesione all’incrocio etnico forzato. Gli europei sono naufragati nel meticciato, sommersi da orde di immigrati afro-asiatici. La piaga dei matrimoni misti produce ogni anno migliaia di nuovi individui di razza mista: i “figli di Kalergi”. Sotto la duplice spinta della disinformazione e del rimbecillimento umanitario operato dai mezzi di comunicazione di massa si è insegnato agli europei a rinnegare le proprie origini, a disconoscere la propria identità etnica.
I sostenitori della Globalizzazione si sforzano di convincerci che rinunciare alla nostra identità è un atto progressista e umanitario, che il “razzismo” è sbagliato, ma solo perché vorrebbero farci diventare tutti come ciechi consumatori. È più che mai necessario in questi tempi reagire alle menzogne del Sistema, ridestare lo spirito di ribellione negli europei. Occorre mettere sotto gli occhi di tutti il fatto che l’integrazione equivale a un genocidio. Non abbiamo altra scelta, l’alternativa è il suicidio etnico: il piano Kalergi.

http://xn--identit-fwa.com/blog/2012/12/11/il-piano-kalergi-il-genocidio-dei-popoli-europei/

venerdì 3 maggio 2013

Nacque così l’Italia: uno Stato militarista, poco democratico e fondato sulle tangenti Debito pubblico, tasse ed espropri, antichi vizi italici


A seguito di un’occupazione sanguinosa e sanguinaria, con spoliazione e colonizzazione dell’ex Regno delle Due Sicilie, il 17 marzo 1861, veniva proclamato il Regno d’Italia. Nella seduta del Senato subalpino riunito a Torino, nel rigoroso solco della tradizione franco-sabauda, molto patriotticamente, lo straniero franco-piemontese Camillo Benso, conte di Cavour, solennemente annunciava: «Je salue Victor-Emmanuel deuxième, Roi d’Italie».

Dal canto suo, il neo «roi d’Italie», Vittorio Emanuele II di Savoia, era stato molto esplicito allorquando, rivolgendosi al plenipotenziario inglese Augustus Paget, aveva affermato: «Ci sono due modi per governare gli italiani: con le baionette o con la corruzione». Egli, in particolare, fece usare le une e l’altra con spregiudicata brutalità.

Nacque così l’Italia: uno Stato militarista, poco democratico e fondato sulle tangenti!

Successivamente, in piena età umbertina, ovvero in quel periodo storico che va dal 1878 al 1900, durante il quale capo dello Stato fu il re Umberto I di Savoia, e capi del Governo, in ordine di tempo, furono Cairoli, Depretis, Cairoli, Depretis, Crispi, Di Rudinì, Giolitti, Crispi, Di Rudinì, Pelloux e Saracco, in un’alternanza emblematica e veloce dei medesimi uomini politici, l’Italia fu tormentata dalla corruzione politica e dagli scandali.([1])


Umberto I di Savoia



Correva l’anno 1893, allorquando la cronaca italiota si occupò del famoso crackdella Banca Romana, uno dei più autentici fatti emblematici di corruzione e disonestà, qualità queste che il neo Regno d’Italia possedeva nel proprio DNA sin dalla sua nascita.

Rammento a tale proposito che, con l’unificazione, tutte le strutture statali pre-unitarie erano state assorbite dal Regno di Sardegna, il quale aveva azzerato le preesistenti istituzioni pubbliche ed aveva esteso a tutta la Penisola l’organizzazione politica, amministrativa, militare, finanziaria, fiscale e legislativa piemontese.

Lo scandalo della Banca Romana scoppiò a seguito del tracollo finanziario delle banche italiche, provocato da un’eccessiva espansione dell’industria edilizia, alla quale esse avevano concesso crediti esagerati; cosa che Denis Mack Smith, nella sua «Storia d’Italia» definisce «follia edilizia».([2]) In questo settore, gli speculatori dell’epoca avevano infatti individuato una strada molto facile, conveniente e soprattutto veloce per arricchirsi; e ce n’era per tutti: dal proprietario del terreno edificabile, alle imprese costruttrici, ai funzionari pubblici. Tuttavia, il capitale di avvio non usciva dalle tasche degli investitori, ma veniva preso in prestito dagli Istituti di credito (Banche private di emissione, autorizzate dallo Stato a battere moneta),([3]) che, per farvi fronte, aumentarono a dismisura la circolazione di moneta cartacea, senza che vi fosse la necessaria copertura aurea. La più spregiudicata fra tutte fu la Banca Romana che, con estrema disinvoltura, consentì la stampa di banconote per ben 128 milioni di lire, a fronte di una copertura finanziaria assicurata solamente per 58 milioni.([4])

In realtà, si trattò di una «truffa nella truffa». Infatti, analogamente a quanto era avvenuto nell’Europa continentale in occasione della Rivoluzione francese, anche con l’unità d’Italia la sovranità monetaria fu illecitamente ceduta dallo Stato alle Banche private di Emissione, con la conseguente truffaldina creazione di quel fenomeno, a noi tutti tristemente noto, chiamato «debito pubblico».([5])Nel diabolico sistema della c.d. «moneta-debito» andò, quindi, ad inserirsi anche l’imbroglio che portò al crack della Banca Romana.

Francesco Crispi

Di gravissime responsabilità si macchiarono anche potenti personaggi come Francesco Crispi, Giovanni Giolitti e molti altri eminenti uomini politici dell’Italietta umbertina (fra i quali alcuni di quelli che avevano «fatto l’Italia»), con la determinante complicità dell’allora governatore della Banca Romana, Bernardo Tanlongo. Non mancò nemmeno la compiacenza di Casa Savoia.([6])

Alla fine – espediente questo che si consoliderà poi nella più disonesta tradizione italica – nessuno pagò!

Bruno Buratti e Gerardo Severino, nella pubblicazione «Il vero e il falso», riferiscono che: «Un importante ruolo fu svolto dalla Guardia di Finanza nelle indagini relative allo scandalo della Banca Romana... In particolare il Corpo fu attivato in tutto il territorio nazionale per rintracciare le banconote emesse dalla Banca Romana in eccedenza ai quantitativi autorizzati, inclusi i biglietti falsi, emessi con duplicazione dei numeri di serie. L’attività dei finanzieri portò al sequestro di grossi quantitativi di carta moneta».([7])


Banconota da 100 lire emessa dalla Banca Romana



A questo punto appaiono senz’altro doverose alcune considerazioni, anche per tracciare un breve, ma significativo ed onesto raffronto fra il Regno sabaudo e quello (tanto vituperato dai pennivendoli risorgimentalisti!) borbonico.

Tutti devono sapere che, prima dell’unità d’Italia, mentre il Piemonte era sull’orlo della bancarotta,([8]) perché fortemente indebitato a causa delle gravosissime spese sostenute per la dissennata politica militarista e guerrafondaia del megalomane Cavour, il Regno delle Due Sicilie era lo Stato più ricco, prospero ed evoluto d’Italia: le sue riserve auree erano in quantità doppia rispetto a quelle di tutti gli altri Stati italiani messi assieme([9])e la sua moneta circolante, quasi tutta in metallo pregiato (oro, argento, rame), aveva un valore intrinseco. Nel sistema napoletano, inoltre, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali fossero ottusamente sacrificati (come nel Regno di Sardegna prima e nel Regno d’Italia poi), ma era una classe al servizio dell’economia nazionale.([10])

Per l’insieme di queste ragioni, il crack della Banca Romana non poteva che verificarsi unicamente nell’Italietta sabauda, anche alla luce di quell’ulteriore truffa finanziaria, che solo la disonesta classe politica del neonato Regno d’Italia poteva inventare: la famigerata legge sul «corso forzoso» del 1866 e le relative infami modalità di attuazione.

A quest’ultimo riguardo, bisogna inoltre sapere che, nel Regno di Piemonte prima e nel Regno d’Italia poi, le riserve auree garantivano solamente un terzo della carta-moneta circolante, mentre, nelle Due Sicilie, esse coprivano interamente quel poco di moneta cartacea ivi esistente. Pertanto, con la conquista del Sud, il Piemonte, non solo mise le mani sull’ingente ricchezza dell’antico Regno, ma moltiplicò subito per tre il capitale circolante, due terzi del quale erano pura «evenienza attiva».([11]) Fu così realizzato un prodigio ben superiore a quello della famosissima «moltiplicazione dei pani e dei pesci» di evangelica memoria; un miracolo unicamente italico!

Ma non è finita. Attraverso la legge sul corso forzoso, non solo fu eliminata la convertibilità della carta-moneta in oro (che, già originariamente, era nel rapporto secondo cui 3 lire di carta erano convertibili in 1 lira d’oro), ma si raggiunsero livelli di iniquità ed immoralità, a dir poco osceni, nel riconoscere il «principio della inconvertibilità» esclusivamente per la moneta della Banca Nazionale italiana e non anche per quella del Banco di Napoli (suo vero competitore!), che rimase così obbligato a dare «oro» in cambio di «carta-straccia».

Attraverso questi strumenti scorretti e disonesti, la già prospera economia dell’ex Regno delle Due Sicilie, in poco tempo, fu portata al tracollo.

E questo fu solo un esempio emblematico di come il nuovo Stato unitario agisse (ed avrebbe in seguito sempre agito) nei confronti del Sud.

Da allora ad oggi è accaduto di tutto: guerre, rivoluzioni, terremoti, crisi economiche, lotte politiche; tuttavia, lo strapotere delle banche è rimasto immutato ed i suoi effetti negativi si stanno manifestando, con tutta la loro virulenza, a livello globale con l’attuale crisi. Inoltre, la storia della disonestà politico-economica si ripete, né dobbiamo meravigliarci se la vita dell’Italia unitaria, tanto monarchica quanto repubblicana, in questi 152 anni, sia stata così tanto difficile e travagliata.

Ed a giusta ragione il compianto Indro Montanelli affermava che «...legittima o bastarda, l’Italia di oggi è pur sempre figlia dell’Italia di ieri!».

Telese Terme, marzo 2013.




[1] Enzo Climinti, generale della Guardia di Finanza a riposo, “La storia insegna: lo scandalo della Banca Romana - 1893”, Rivista bimensile “Leonessa e il suo Santo”, nr. 3, maggio-giugno 2012, pag. 12.
[2] Enzo Climinti, op. citata.
[3] All’epoca dei fatti, le banche autorizzate all’emissione di cartamoneta erano sei: la Banca Nazionale, la Banca Romana, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Più volte il loro operato era stato oggetto di critiche a causa di gestioni piuttosto dubbie, laddove sempre più evidenti apparivano le commistioni tra politica, banche ed affari. Le inchieste parlamentari, tuttavia, erano state puntualmente insabbiate dai vari Governi e dal Parlamento fino al 1892, quando, divenute note le vicende della Banca Romana, scoppiò lo scandalo.
[4] Lorenzo Del Boca, “Maledetti Savoia”, Piemme, Casale Monferraro (AL), 1998, pag. 223.
[5] Per saperne di più, Cfr. Ubaldo Sterlicchio, “L’unico antidoto è la sovranità monetaria”, Rivista mensile “L’Altra Voce”, febbraio 2012, pagg. 13 e seguenti.
[6] Lorenzo Del Boca, op. cit., pag. 219.
[7] Enzo Climinti, op. citata.
[8] Pier Carlo Boggio, deputato piemontese, Pamphlet“Fra un mese”, pubblicato nel 1859; in Angela Pellicciari, “I panni sporchi dei Mille”, Liberal, Roma, 2003, pag. 146.
[9]Francesco Saverio Nitti (uomo politico ed economista, nonché Presidente del Consiglio del Regno d'Italia dal 23 giugno1919 al 15 giugno 1920), “Scienza delle Finanze”, Pierro, 1903, pag. 292.
[10] Nicola Zitara, nato a Siderno (RC) nel 1927, scrittore e giornalista, studioso meridionalista, autore di vari saggi sul ruolo dell’unificazione nel declino del Sud; in Elena Bianchini Braglia, “Risorgimento: le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia”, Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari - Terra e Identità, Modena, 2009, pag. 177.
[11] Autori vari, “La storia proibita”, Controcorrente, Napoli, 2001, pagg. 103 e seguenti.

giovedì 2 maggio 2013

Il vero volto del soldato Ivan. L'Armata Rossa



Emanuela SCARPELLINI

tratto da: Il Giornale, 1.11.2005.

La fine del ventesimo secolo ha spazzato via molti miti riguardanti la seconda guerra mondiale. Non solo ha confermato la violenza dei regimi totalitari, ma ha anche sfrondato la retorica intorno al comportamento degli eserciti alleati, sottolineando le ambiguità e le incertezze dei leader democratici, i loro silenzi (ad esempio verso le persecuzioni razziali e i genocidi di massa), gli errori tattici e strategici. Solo un mito resiste ancora, almeno in Russia: quello del valore e dell'abnegazione dell'Armata rossa, che seppe combattere e vincere in condizioni difficilissime e a prezzo di immani sacrifici la «Grande Guerra Patriottica», come è tuttora chiamata la seconda guerra mondiale. La propaganda ha costruito un'immagine eroica del «soldato Ivan»: è un uomo semplice, ma allo stesso tempo forte e coraggioso, capace di guardare in faccia la morte senza paura e di sacrificarsi senza esitazioni per gli ideali della patria. E ancora oggi, nella Russia di Putin, i combattenti della seconda guerra mondiale sono un'indiscussa icona di grandezza.

Le ricerche di una storica inglese mettono per la prima volta in discussione quest'immagine. Catherine Merridale, docente di Storia contemporanea al Queen Mary college dell'Università di Londra, studia da anni i risvolti sociali e culturali della violenza. E in "Ivan's War: The Red Army 1941-1945" (ed. Faber and Faber, in uscita negli Stati Uniti presso Metropolitan Books) ha deciso di mettere sotto osservazione l'Armata rossa da un'insolita angolazione: non la storia di Stalin e dei suoi generali, ma quella dei soldati più umili. Ha perciò svolto ricerche in vari archivi russi per documentare la vita quotidiana al fronte (attraverso lettere di soldati, bollettini medici, rapporti segreti di polizia), e ha raccolto diari personali e testimonianze dei sopravvissuti, girando in lungo e in largo i luoghi dove si sono svolte le principali battaglie. E il quadro che ne esce è ben diverso.

Per cominciare, non esiste una caratterizzazione unica del combattente medio: l'esercito raccoglieva tutte le numerose nazionalità dell'Unione Sovietica (russi, ceceni, ucraini, uzbechi, georgiani, ecc.); soldati del tutto diversi tra loro, e spesso neppure in grado di parlare la lingua russa. Molti di questi coscritti provenivano da zone impervie e remote del Paese e giungevano al fronte del tutto impreparati, senza neppure conoscere le cause della guerra. E il libro registra molti episodi di discriminazione e di violenza a danno delle minoranze etniche.

Poi il soldato Ivan era a volte... il soldato Irina. L'Unione Sovietica fu infatti il primo Paese a utilizzare sistematicamente donne con compiti operativi. Dopo le disastrose campagne del 1941, che causarono migliaia di vittime, il governo sovietico reclutò moltissime donne (all'unica condizione che non avessero figli) con vari compiti, ad esempio come tiratrici scelte e piloti. Si formarono equipaggi di bombardieri tutti femminili (in particolare per azioni notturne) e non mancarono assi dell'aviazione come Lydia Litvyak, che abbatté 12 aerei tedeschi prima di essere abbattuta a sua volta nel 1943, a soli 22 anni. Furono ben 800mila le donne che combatterono durante il conflitto.

La vita di questi soldati al fronte era difficilissima e non sorprende che molti si dimostrassero tutt'altro che eroici. Le testimonianze raccolte parlano del terrore di fronte ai primi attacchi della formidabile macchina bellica tedesca, delle diserzioni di massa (soprattutto negli anni 1941-1942), della cronica mancanza di equipaggiamento, armi, e persino cibo (a cui sopperiva in parte un fiorente mercato nero), del perenne stato di ubriachezza. Ma ciò che colpisce nel libro è la paura degli spietati superiori, che consideravano i sottoposti solo carne da macello e punivano con estrema ferocia i disertori e persino le loro famiglie (il libro cita vari episodi di esecuzioni sommarie a scopo dimostrativo). Più di tutto, quasi al pari del nemico, era temuta la NKVD, l'onnipresente polizia politica di Beria, pronta a spiare e colpire con violenza ogni deviazione per obbligare i soldati a obbedire: quasi che lo Stato, scrive Merridale, combattesse una guerra contro il suo stesso popolo.

Gli anni della guerra furono lunghi e i caduti tra le file dell'Armata rossa milioni (in genere sepolti anonimamente in grandi fosse comuni). Eppure l'esercito tenne, i veterani rimasero ai loro posti e infine riguadagnarono le posizioni perdute. A cosa si dovette questo risultato? Forse alla fine la martellante propaganda aveva raggiunto il suo scopo? Assolutamente no. La storica britannica ritiene che ciò sia dovuto al fiorire di illusioni su un futuro migliore dopo la guerra; e, ancora di più, alla capacità di sopportazione del popolo russo, alla sua abitudine alla sofferenza e alla morte. Nel giro di due decenni la Russia aveva conosciuto rivoluzioni, guerre, carestie, persecuzioni politiche e deportazioni di massa; tutto questo aveva accentuato un tipico atteggiamento di fatalismo e rassegnazione di fronte a qualunque dramma: in ciò risiedeva il vero segreto della sopravvivenza.

Con queste armi, l'esercito sovietico giunse fino al cuore della Germania. E qui consumò la sua terribile vendetta. E' sorprendente, osserva ancora Merridale, come arrivati a questo punto i ricordi dei veterani si facciano evanescenti e confusi: la loro memoria sembra non serbare traccia delle violenze commesse su civili e militari, delle distruzioni e dei saccheggi, quasi fosse stata «filtrata» attraverso il mito ufficiale della guerra eroica (e pulita). Ma questa violenza ci fu ed ebbe più di una motivazione. C'era il desiderio di vendicarsi contro i nemici, ovviamente, ma anche la voglia di sfogare i sentimenti di rabbia e umiliazione patiti in anni di vessazioni da parte dei superiori e dei commissari politici; e persino la cieca soddisfazione di distruggere le ricchezze degli occidentali, constatato come questi -contrariamente alle immagini della propaganda- vivessero molto meglio dei sovietici.

Chi più pagò questa rabbia furono le donne tedesche, sottoposte a violenze di ogni tipo e stupri di massa, che appagavano, oltre una lunga astinenza sessuale, il desiderio di punire e umiliare il nemico sconfitto. Tristemente, coniarono per se stesse il termine di Freiwild, prede libere; non furono risparmiate neppure le donne polacche, ungheresi, ed addirittura russe, deportate in Germania come lavoratrici coatte.

Alla fine, al rientro in patria, ma in realtà già dai primi mesi del 1945, i veterani dell'Armata rossa trovarono un destino ben diverso da quello atteso. Stalin ordinò una purga nell'esercito che portò all'imprigionamento e alla morte di almeno 130mila fra soldati e ufficiali. Terminava così, in un ultimo bagno di sangue, l'esperienza reale di milioni di soldati; al suo posto, nasceva l'immagine eroica e positiva del «soldato Ivan».

http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/II_guerra_mondiale/germania_nelle_mani_dell_armata_rossa/articolo.php?id=601&titolo=Il vero volto del soldato Ivan. L'Armata Rossa

La caduta di Berlino con documenti del Kgb e testimonianze inedite.


tratto da: Tempi, anno VIII, 15.8.2002, n. 33/34, p. 45s.

 
Richard NEWBURY

Miti antifascisti. Un grande storico inglese della seconda guerra mondiale ha ricostruito la caduta di Berlino con documenti del Kgb e testimonianze inedite.

Con lo spirito intraprendente di un ardimentoso comandante carrista, Anthony Beevor ha sfruttato l'occasione messagli a disposizione dalla temporanea breve apertura degli archivi del Kgb e per tre anni e mezzo si è dedicato alla ricerca, onde poi raccontare la storia dell'invasione russa della Germania, cominciando dal 1° gennaio 1945.

Le cinque fasi della II Grande Guerra

La seconda guerra mondiale si suddivide in 5 fasi.
Dall'invasione della Polonia all'invasione dell'Europa occidentale, nell'aprile 1940, c'è una "guerra dichiarata ma non combattuta" quando la Germania, alleata con la Russia, assoggettava la Polonia e si riforniva di materiale bellico, mentre gli anglo-francesi non mostravano alcuna intenzione aggressiva.
Poi c'è il blitzkrieg (guerra lampo) con cui la Germania s'impadronì di un'Europa occidentale sviluppata ma non riuscì a convincere la Gran Bretagna insieme al suo Impero, né con la forza né con le trattative diplomatiche, a stringere un'alleanza o a mantenere una benevola neutralità. Ciò che Hitler, nella sua Mein Kampf, in effetti voleva era la poco sviluppata Europa dell'Est e nel mantenerla poco sviluppata perse la sua guerra. Il 1941 vide non solo l'Operazione Barbarossa e l'invasione giapponese delle colonie europee dell'estremo oriente, ma anche il sorpasso britannico della produzione industriale bellica dell'Impero tedesco. Sia i tedeschi che i giapponesi furono salutati come liberatori ma, politicamente, sembra abbiano fatto tutto il possibile per perdere i cuori e le menti dei loro nuovi imperi. Nel frattempo l'India britannica aveva più uomini arruolati nell'esercito da Po a Singapore che nemmeno gli Stati Uniti d'America.
Il punto di svolta della guerra furono le tre grandi vittorie degli Alleati nel 1942.
Nella Battaglia delle Midway una modesta flotta di portaerei americane si scontrò e ottenne una clamorosa vittoria con la più grande flotta giapponese, ribaltando così le sorti della guerra nel Pacifico a proprio favore. La testardaggine di Hitler nel non cedere a Stalingrado portò alla disfatta della VI Armata di Von Paulus e mostrò che alla Germania non mancava un lebensraum (salotto) ma il potenziale umano per affrontare la mobilitazione dell'Urss.
Ad El Alamein Montgomery costrinse Rommel a una totale ritirata che infine costò più vite umane della battaglia di Stalingrado e aprì la via all'invasione dell'Italia.
Per Churchill questa prima vittoria dopo due anni di sconfitte continue e amare non segnò l'inizio della fine, ma la fine dell'inizio della fine.
Data la forza potenziale di Germania e Giappone se avessero creato imponenti sistemi industriali bellici e reclutato forze militari nei propri "imperi", alla maniera di Gran Bretagna e Usa, la "fine" arrivò molto più velocemente di quanto le Nazioni Unite, come adesso venivano chiamati gli Alleati, si aspettassero.

E alla stessa maniera l'impero sovietico era destinato a cadere dal suo fallimento nel mercato, nello sviluppo e nella flessibilità.

Sangue e uranio

Gotterdammerung, "il crepuscolo degli dei", è stata la caratteristica della metà del XX secolo. Churchill comprese che quei paesi che "crollano nel sangue", come rischiò di fare la Gran Bretagna nel 1940, si rialzano. Stalin con le sue purghe, la collettivizzazione e i piani quinquennali creò una classe operaia-dirigente al prezzo di 10 milioni di vite umane come dopo il 1949 fece Mao in Cina. L'impiego della bomba atomica in Giappone salvò la perdita di 2 milioni di americani, 1 milione di inglesi e 4 milioni di giapponesi calcolata per la prevista invasione del Giappone, ma creò anche il mondo della Guerra Fredda del Mad - Distruzione reciprocamente garantita.

Certamente lo scoop del libro di Beevor è che Stalin abbia sciupato 30mila vite umane di soldati russi nella fretta di giungere per primo a Berlino, perché aveva bisogno di fonti di uranio per la ricerca nucleare e sperava di rifornirsene all'Istituto di Fisica Kaiser Wilhelm di Berlino Ovest, dunque nei confini del Settore Alleato stabilito a Yalta. Nel novembre 1941 una delle superspie (i "Cinque di Cambridge") John Cairncross (oggi abitante a Roma nel quartiere Parioli) aveva informato Stalin del Programma nucleare britannico mentre Donald Maclean e l'americano Kalus Fuchs tenevano aggiornato Stalin che aveva ordinato a Beria di accelerare l'Operazione Boromino (il programma nucleare sovietico) sotto totale controllo dell'Nkvd. Werner Heisenberg e la sua squadra stavano lavorando alla bomba tedesca, ma, evacuati nella Foresta Nera, caddero in mano britannica. Il 17 aprile gli americani attaccarono quello che sarebbe stato il futuro settore sovietico a Magdeburgo, dove sequestrarono 1.100 tonnellate di uranio grezzo utilizzando un treno (sarebbe poi stato impiegato contro il Giappone), oltre a distruggere il principale impianto di lavorazione tedesca a Oranienburg, 15 miglia a nord di Berlino, con 616 bombardieri che scaricarono 1.506 tonnellate di tritolo e 178 di materiale incendiario. Ciononostante, rimase abbastanza uranio sia lì, sia all'Istituto, dove, a causa di un pasticcio burocratico, erano stati inviati «250 chilogrammi di uranio metallico, tre di ossido di uranio e 20 litri di acqua pesante» destinati invece alla Foresta Nera. Ce n'era abbastanza per avviare un programma nucleare sovietico proprio mentre gli americani dovevano occuparsi di spostare il generale George Patton, non disponibile ai compromessi, dalle miniere di uranio della Cecoslovacchia e della Sassonia.

Perché Stalin ordinò di prendere Berlino

L'Unione Sovietica staliniana contava su una schiacciante superiorità quanto a personale e attrezzature militari, e in quel momento possedeva pure una zona cuscinetto, costituita dagli Stati satelliti. Tuttavia, se gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avessero posseduto armi nucleari e controllato le riserve mondiali di uranio, Stalin si sarebbe ritrovato in uno stato di vulnerabilità simile a quello del 1941, quando dovette fronteggiare l'Operazione Barbarossa, e questo 20 milioni di morti dopo. Per questo, temendone l'avanzata su Berlino il 16 aprile, Stalin informò gli Alleati di una «vasta ricognizione del settore centrale del fronte allo scopo di conoscere i dettagli della forza bellica tedesca». Si trattava nientemeno che dell'ordine, impartito ai generali supremi Zukhov e Konev, di attaccare Berlino a ogni costo e a gran velocità con la minaccia di essere altrimenti "ridislocati". Zukhov sfondò attraverso le alture di Seelow circondando Berlino da est e da nord, e raggiunse Oranienburg il 22 aprile. Konev attaccò da nord-ovest con due divisioni corazzate, onde circondare la città da sud e da ovest (la direttiva che certamente avrebbe seguito gli Alleati), e raggiunse l'Istituto il 24 aprile. L'"incoraggiamento" di Stalin era stato così convincente che le due armate finirono anche per spararsi vicendevolmente addosso. Peraltro, volendo disimpegnarsi dallo scenario europeo per concentrarsi sul Giappone e a corto d'immaginazione sia strategica che geopolitica, Eisenhower ebbe ragione a impedire a Montgomery di prendere Berlino e a Patton di prendere Vienna e Praga, ma per i motivi sbagliati. Le truppe britanniche e statunitensi avrebbero avuto enormi difficoltà a eseguire l'ordine di sparare sugli alleati sovietici che avevano sopportato il peso maggiore della guerra, mentre invece i sovietici avrebbero bombardato le armate alleate e abbattuto gli aerei (come del resto fattualmente accadde) accusando di questi "errori" i comandi supremi alleati per non aver informato l'Alto Comando sovietico. Un'esercitazione di pianificazione delle eventualità, chiamata "Imprevedibile" dallo staff di Churchill, arrivò alle stesse conclusioni. Berlino avrebbe dovuto attendere fino al 1989.

La stampa, la televisione e gli ambasciatori russi hanno vigorosamente condannato le scene del libro dove si racconta di come le truppe russe abbiano commesso un gran numero di stupri non solo di donne tedesche, ma pure di quelle lavoratrici che, rese schiave dai sovietici, erano state temporaneamente liberate dall'avanzata germanica. Ciò che però costoro non sapevano era che la fonte di questi stessi racconti è un Rapporto dell'Armata Rossa, dapprima sconosciuto e poi giunto direttamente nelle mani di Malenkov, il compare di Stalin. Atri archivi segreti rivelano, poi, i motivi che spinsero Stalin a ordinare alle unità Smersh di occultare il corpo di Hitler onde poi umiliare il maresciallo Zukhov, l'uomo che aveva preso Berlino. Beevor ha del resto usato gli archivi, i diari e le interviste anche per raccontare la storia dell'invasione della Germania.

"Ricordate Stalingrado", dicevano i cartelli che i soldati sovietici incontravano marciando. Anche i tedeschi ricordavano però quella Stalingrado e proprio per questo combattevano implacabilmente, senz'attendersi alcuna pietà. Nel frattempo, Hitler, seduto sotto un ritratto di Federico il Grande nel bunker della Cancelleria, muoveva eserciti fantasma che ora contavano solo poche centinaia di uomini che erano stati tagliati fuori sulla "balconata" baltica, o aggirati dai sovietici. [...]

Gli antifascistici stupratori di massa
Hitler respinse la richiesta, avanzata da Guderian, di trasferire le truppe dal fronte occidentale a quello orientale. Per molti ufficiali, l'unica colpa della Wehrmacht era stato il fallimento del 1941. Era stato uno svevo, Von Stauffenberg, e non un prussiano a tentare di eliminare Hitler e la vergogna di cui questi aveva ricoperto la Germania. Prussiani come i generali Guderian, Manstein e Rundstedt restarono fedeli fino alla fine a quel genio malvagio, criticandone solo alcune decisioni tattiche. Per ciò che ne sappiamo, fu solo Goebbels ad abbandonare quel mefistofelico padrone.

Intanto Stalin ordinava ai suoi ufficiali di non interferire con i "diritti di conquista". Agli occhi dei russi, infatti, che avanzavano con i tank seguiti da carri trainati da pony e da cammelli, le linde fattorie prussiane sembravano case di aristocratici, e questo li caricò di un'ulteriore dose di odio ideologico. Nella stessa Berlino vennero violentate 100mila donne e il 10% di queste si suicidò. Beevor ritiene che questo aspetto della caduta di Berlino non possa essere ignorato -come invece fanno sistematicamente i russi- e quindi lascia che siano i protagonisti a parlare.

Questo lavoro di brillante rievocazione degli orrori della storia è felicemente attraversato da un ritmo narrativo incalzante e da dettagli certo da brivido, eppure assolutamente umani. Berlino venne infine divisa e qui ebbe origine, letteralmente, la Guerra fredda. Oggi, con una Germania -quasi- riunita il cui governo risiede a Berlino e con la Russia alleata della Nato, un libro come questo di Beevor ha pure il pregio della tempestività. È trascorso solo il lasso di tempo di un'esistenza come la mia dall'epoca in cui l'Europa cadde preda di questi orrori.


http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/II_guerra_mondiale/germania_nelle_mani_dell_armata_rossa/articolo.php?id=607&titolo=Le donne di Berlino. Anthony Beevor

mercoledì 1 maggio 2013

LA GIORNATA DEI DISOCCUPATI DEGLI EMIGRANTI E DEI MARTIRI DIMENTICATI

Tratto il giorno 1 maggio 2013 da:
 
 
di Gennaro De Crescenzo

Ripubblichiamo un articolo di Gennaro De Crescenzo frutto di ricerche archivistiche di circa 20 anni fa e ripreso da diversi gruppi, siti e testate (ottimo l'articolo di Di Fiore su Il Mattino dell'1/5/13) a dimostrazione dell'importanza e della necessità della divulgazione "Neoborbonica" e della drammatica attualità del tema.

Cap. Alessandro Romano

"In queste ore si celebra in Italia la "festa dei lavoratori". Per rispetto nei confronti di chi, in grandissima parte al Sud, il lavoro non lo ha e nel rispetto di chi il lavoro, anche in questo caso in grandissima parte al Sud, il lavoro ha dovuto cercarlo nel resto del mondo, bisognerebbe celebrare disoccupati ed emigranti. Senza ipocrisie, senza retorica, senza concerti in piazza e senza quelle parole che da oltre 150 anni ci propongono dimenticando, di fatto, i Popoli dell'ex Regno delle Due Sicilie. Le ultime statistiche dello Svimez e dell'Istat sono chiare e oggettive: esistono due Italie e nessuno (classe dirigente locale o nazionale che sia) ha fatto e fa nulla. Ecco perché in queste giornate, da circa 20 anni e quando nessuno, purtroppo, neanche li conosceva, il Movimento Neoborbonico preferisce ricordare, con ricerche e preghiere, i "primi martiri della storia operaia non solo italiana": quelli delle grandiose officine di Pietrarsa, massacrati nell'agosto del 1863 solo perché volevano difendere un lavoro che fino a quando c'erano i Borbone conservavano e che avevano perduto o stavano perdendo in una storia tragica che è più che mai attuale in questi giorni.
(SEGUE IL RACCONTO DELLA STRAGE DAI DOCUMENTI DELL'ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI) PIETRARSA 1863: LE PRIME VITTIME DELLA STORIA OPERAIA
DALLE OFFICINE BORBONICHE AL MASSACRO.
All'estate del 1863 è legato un episodio storico poco conosciuto e poco raccontato ma che risulta ancora importante, significativo e per certi aspetti addirittura attuale.
Tra le carte del "Fondo Questura" dell'Archivio di Stato di Napoli (fascio 16, inventario 78,1) possiamo ricostruire i fatti di Pietrarsa ed analizzarli al di là della cronaca poliziesca, pure interessante, con documenti oggettivamente validi ed in gran parte inediti.
Dopo l'unità d'Italia l'imprenditore Jacopo Bozza comprò la fabbrica di Pietrarsa.
Il suo acquisto era stato favorito dalla svendita dello Stato che intendeva così continuare l'opera di ridimensionamento della struttura produttiva iniziata con le relazioni già citate di Sebastiano Grandis che avevano messo in evidenza solo i suoi aspetti negativi. L'affare fatto da Bozza fu contraddistinto dall'ambiguità e dalla scorrettezza: una lettera anonima dell'autunno del 1863 (fogli 94-96 bis, fascicolo 4) ci rivela che il Bozza, uomo di fiducia dello Stato, "era abituato a vessare i boscaioli" costringendoli a vendere gli alberi per fare i pali delle linee telegrafiche.
Successivamente fu accusato anche di affitti e concessioni irregolari relativi ad una "società nazionale di industrie meccaniche", insieme ai nobili Luciano Serra duca di Cardinale ed al barone Maurizio Barracco (cfr. "Il Roma" 9 agosto 1863; "La Campana" 23 agosto 1863 ed i fogli 31-37 del fascio citato).
"Era questo l'uomo della scienza e della fede al quale si concedeva lo stabilimento di Pietrarsa? - si chiede l'anonimo autore della lettera - A lui si concedeva il primo stabilimento del suo genere che esisteva in Italia, il più grande e, per le sue specialità, il migliore! Stabilimento ch'esiste in Napoli e non altrove e che sostentava 700 famiglie di operai napolitani e non d'altrove [sottolineato nel testo] e Pietrarsa si cedeva e dava a Jacopo Bozza? L'eccidio di Pietrarsa fu forse in cambio al lavoro promesso a questo nostro popolo? Poveri operai! E' questo il lavoro delle opere pubbliche che per sostentarle si elevava [...]. Ci dessero e cedessero i loro stabilimenti, invece di mandare nei nostri paesi cotesti vampiri ad ammorbarcene fino alla nausea!!"- conclude amaramente l'anonimo estensore di questa lettera che sintetizza efficacemente quello che si stava verificando.
Il Bozza il 23 giugno 1863 promette di impiegare 800 operai (dei 1050 del 1860) ma già agli inizi di luglio lo scambio di lettere "urgentissime e riservate" tra stabilimento e questura si era fatto più frequente perché iniziava a salire la tensione ("muovetevi artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria": sono le prime scritte apparse sui muri dello stabilimento).
Bozza dichiara che il lunedì successivo non può fare scendere a lavorare tutti gli operai i quali "avrebbero continuato a percepire la metà della loro paga come da qualche tempo son trattati pel conto del governo" (fogli 4-5-6).
E andrebbero sottolineate queste parole perché rappresentano l'inizio della fine di Pietrarsa e dell'economia meridionale: questa metà della paga concessa dal governo è la prima forma di cassa-integrazione statale, la prima forma un assistenzialismo passivamente dannoso e diffuso che avrebbe spesso accompagnato l'economia meridionale anche negli anni successivi.
Il 31 luglio del 1863 gli operai erano appena 458.
La tensione cresce ancora, alimentata ad arte dal Bozza e dai suoi. Si promettono pagamenti che non avvengono e si continuano a minacciare licenziamenti (fogli 22-23-27).
E arriviamo così al 6 agosto.
Da un rapporto del delegato di pubblica sicurezza di Portici: "6 agosto 1863; a circa le due pomeridiane di questa giornata mi è pervenuto rapporto dal capo contabile dell'opificio di Pietrarsa, sig. Zimmermann che chiede cinque sei uomini subito perché gli operai volevano un aumento di stipendio ma ne vengono licenziati 60. Ma dopo poco accorre atterrito per dire che non bastavano ed occorreva un battaglione di truppa regolare perché, suonando una campana, come ad un segno convenuto, anche gli operai delle altre officine si erano portati nello spiazzo dell'opificio in atteggiamento minaccioso".
Il delegato, allora, chiama l'arma dei bersaglieri ed il signor Maggiore Blancardi "disponeva che una mezza compagnia comandata dal Capitano Martinelli e dal Sottotenente Cornazzoni, circondasse il locale e questa, pervenuta al primo cancello d'entrata, si è trovata di fronte alla massa degli operai la quale, per quanto mi si asserisce, ha diretto delle voci insultanti ai bersaglieri e si atteggiava a minacce nello intendimento di impedire il passaggio alla truppa così che la forza ha dovuto calare le baionette per farsi strada,deplorandosi la morte de' due artefici oltre altri dodici feriti dei quali tutti si osservano i nomi al margine del presente rapporto" [in nota su margine destro si dichiara che “di colpo di baionetta hanno morti due artefici et undici feriti”].
Lo stesso delegato continua affermando che a quei fatti non erano state estranee "suggestioni avverse allo attuale governo poiché sulle pareti prossime alla cloaca degli operai veggonsi segnate con carbone le seguenti parole [sottolineate, foglio 26]: “Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre” (accanto, un'altra scritta recitava: “Viva il governo de' preti e duri sempre in Italia il governo Papale”).
La relazione si conclude riportando che dalla "voce pubblica si erano dati per estinti i capi ed autori dei disordini Fabbricini e Marino, feriti D'Amato Vincenzo di Resina, Giorgio Martucci di San Giorgio a Cremano, Giuseppe Farino, Pietro Canini, Ferdinando Russo di San Giovanni a Teduccio e Giacomo Marino. I feriti sono stati immediatamente spediti all'Ospedale dei Pellegrini ed i due estinti giacciono nello stabilimento, in attesa del giudice di Barra".
Questa la fredda (e ovviamente poco obiettiva) relazione ufficiale nella versione "governativa".
Sul foglio 24 è trascritto invece l'elenco completo dei morti (che secondo alcune fonti arrivarono addirittura a 9) e dei feriti coinvolti negli incidenti: “Luigi Fabbricini-morto- Aniello Marino-morto-, Domenico Del Grosso-morto ai Pellegrini- Aniello Olivieri-morto successivamente, Aniello De Luca, Giuseppe Caliberti, Domenico Citara, Leopoldo Alti, Alfonso Miranda, Salvatore Calamazzo, Mariano Castiglione, Antonio Coppola, Ferdinando Lotti, Vincenzo Simonetti-feriti”. Sono questi i nomi dei primi martiri della storia operaia italiana.
Altre fonti e altre testimonianze, comunque, vengono fuori nonostante il regime poliziesco piemontese.
I giornali ufficiali, come tutti i giornali "ufficiali" ignorano colpevolmente il fatto o minimizzano.

Uniche versioni contrastanti quelle di due giornali minori: "Il Pensiero" e "La Campana".
Questo il racconto dei fatti del Pensiero di domenica 7 agosto: "Giovedì Napoli era gettata nello squallore: un suo quartiere era bagnato di sangue cittadino, 11 innocenti venivano trapassati dal ferro italiano; la città si scuote, si commuove, maledice ai carnefici della patria e i giornali di Napoli, tranne pochissime onorevoli eccezioni, tacciono vergognosamente o se parlano lo fanno con lo scopo infernale di travisare i fatti, di metterli sotto un punto di vista più benigno [...] onde diminuire le colpe di un governo svergognato. I giornali del governo avevano scritto che si tirò sugli operai in conseguenza di grida sediziose e ciò è un mendacio".
Il “Pensiero” riporta allora la relazione di un uomo dello stesso governo e successivamente identificato come lo scrivano contabile Antonino Campanile: "Verso le tre e mezzo una Compagnia di bersaglieri, senza intimazione veruna e come per ispirazione satanica, obbedienti ad un segnale di trombe col fuoco e con le baionette li hanno caricati...al massacro pose fine il coraggioso intervento del vicedirettore di Pietrarsa, il capitano Federico Ferrero che, indossato il berretto di ufficiale, si mise tra bersaglieri e operai... ma restò un mucchio di nove corpi stesi a terra e due esanimi del tutto...".
Il piccolo giornale "La Campana del Popolo" pubblica addirittura, l'8 agosto, la "relazione cerusica", avendo una redazione vicina agli Ospedali dei Pellegrini (i cronisti erano accorsi al suono della campana dell'ospedale che segnalava a quei tempi l'arrivo dei feriti).
Si parla inequivocabilmente di palle di fucile e di una strage "inumana": tra i feriti (7 in pericolo di vita) c'era anche un ragazzo di 14 anni colpito come molti altri alle spalle (perché evidentemente in fuga); Domenico Citale riportava "ferite di punta e taglio passanti dalla regione superiore e dall'esterno della coscia all'interno, la ferita lunga un pollice larga un mezzo; Olivieri era invece già morto "per palle di fucile al petto"; Del Grosso aveva riportato ben sette ferite in parti vitali del corpo a dimostrazione di un accanimento assassino (Relazione dell'Arciconfraternita ed Ospedale della Santissima Trinità dei Pellegrini e dei Convalescenti, Napoli 9 agosto 1863).
Altro che bersaglieri provocati dagli operai e operai (disarmati) che si spingono sulle baionette...
Da sottolineare la presenza in queste carte di un personaggio ancora oggi celebrato con piazze e strade a lui intitolate: il famoso sindaco Nicola Amore, questore durante i fatti di Pietrarsa.
"Colpa di Bozza e dei filoborbonici", "fatali e irresistibili circostanze": definisce così il massacro il questore Nicola Amore in una relazione al prefetto cercando nello stesso tempo di corrompere e di minacciare inutilmente il funzionario Antonino Campanile, testimone loquace e scomodo, sottoposto a procedimento disciplinare e poi destituito dopo le sue dichiarazioni ai giornali (fogli 31-37).
Qualche giorno dopo il massacro il capo contabile Zimmermann scrive per conto di Bozza al questore per ottenere la riapertura dello stabilimento: "un bisogno molto sentito di ordine pubblico"; gli chiede pertanto di mantenere le promesse e di provvedere al pagamento delle giornate di sciopero, con un tipico "intervento riparatore". Segue poi una fase in cui si cercò di marginalizzare e minimizzare l'episodio, dialettizzando e criminalizzando quelli che venivano definiti pochi "provocatori" e "mestatori borbonici", "elementi di disordine da eliminare" per consentire il ritorno alla normalità (fogli 41 r.v., 48 r.v.).
Gli operai, sempre più isolati, organizzano una efficace forma di propaganda facendo diverse copie di un quadro con l'illustrazione dei fatti "portandolo in giro sotto pretesto di raccogliere denaro per le vedove, per i feriti e per i funerali delle vittime" (la Polizia cercherà di sequestrarne tutte le copie per diversi giorni) (foglio 48 r.v.).
Il 13 ottobre i proprietari licenziano 262 operai perché "il governo col nuovo contratto per nulla ha considerato la sorte degli operai che rimarranno senza lavoro" (foglio 66).
Dopo inutili interventi e finti interessamenti il governo ridurrà le commesse di Pietrarsa decretandone praticamente la fine. Da pochi anni quella che era stata la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, simbolo di attività e di produttività fino al 1860, è diventata un museo ferroviario.
Un piccolo e dimenticato monumento ricorda Domenico Del Grosso, Aniello Marino, Luigi Fabbricini e Aniello Olivieri, napoletani, morti per difendere il proprio lavoro.


Gennaro De Crescenzo




Lo Stabilimento di Pietrarsa









Operai di Pietrarsa



Nicola Amore




Bersagliere piemontese






Bersagliere piemontese in servizio a Napoli nel 1861


Contraddizioni del capitalismo


di ALESSANDRO MEZZANO

Il consumismo, su cui si fonda il liberalcapitalismo, per riuscire a vendere vincendo la concorrenza deve aumentare la produttività e lo può fare solamente con il progresso tecnologico e con la compressione dei salari, ma in questo modo crea disoccupazione e fa diminuire la disponibilità di denaro da spendere e quindi diminuisce anche la platea dei potenziali consumatori ai quali ha diminuito il potere d’acquisto e così si ritrova con beni prodotti ed invenduti e quindi con l’ulteriore necessità di abbassare i prezzi innescando una spirale senza fine che lo porterà al collasso del sistema.
E’ questo il seme della rovina che è insito nel sistema liberalcapitalista che per la sua natura e la sua struttura innesca un processo che strangolerà se stesso e dal quale d'altronde non può uscire se non negando i principi su cui egli si fonda.
Oggi, secondo gli standard del consumismo, il 20% - 25% della popolazione mondiale vive in una situazione di relativa agiatezza mentre l’75% - 80% vive ancora in miseria, ma anche quella parte che vive in miseria, in un mondo che è diventato un “Villaggio globale”, è cosciente del proprio stato e tende a raggiungere il tenore di vita della minoranza più fortunata.
Questa minoranza per altro, allo stato attuale ed al netto del prevedibile futuro incremento della crescita, sta già esaurendo le scorte di materie prime e sta inquinando in modo massiccio il pianeta.
Immaginate cosa avverrà quando quell’80% di diseredati raggiungerà il nostro livello moltiplicando per 4 o 5 volte la necessità di materie prime ed il processo dell’inquinamento planetario ..
Il risultato sarà senza alcun dubbio il collasso del pianeta e la scomparsa di ogni forma di vita sulla terra.
Dunque il liberalcapitalismo, a parte le ingiustizie sociali che provoca impoverendo di fatto le masse per arricchire i pochi noti, è anche la condanna del genere umano per quanto riguarda le aspettative di vita futura ed il grande paradosso sta nel fatto che, a guai avvenuti, anche i pochi ricchi dovranno soggiacere al destino comune perché il pianeta Terra è uno solo e darà da vivere o farà morire tutti insieme i suoi abitanti!
Si dovrebbe ripensare ad un sistema di vita e di coordinamento sociale che corregga il percorso fatale verso il quale l’umanità sta correndo.
Dovremmo produrre in base alle necessità vere e non in base alla ricerca del profitto.
Dovremmo sviluppare la ricerca nella direzione del risparmio energetico, di materie prime e di inquinamento.
Otterremmo così un mondo più giusto in una società più equa e salveremmo il futuro della Terra.
Siamo ad un bivio fondamentale e se non sapremo prendere coscienza della situazione e correre ai ripari dalla pazzia del liberalcapitalismo e del consumismo, tra alcune generazioni avremo raggiunto il punto di non ritorno.
Se guardiamo alla storia dietro alle nostre spalle, siamo abbastanza pessimisti e temiamo che l’ingordigia prevarrà sull’intelligenza e sul buon senso!

http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-contraddizioni-del-capitalismo-di-alessandro-mezzano-98146186.html