sabato 10 novembre 2012

Il comunismo gerarchico

Il libro di Sonia Michelacci Il comunismo gerarchico è l’opera più esaustiva pubblicata in Italia sulla concezione della proprietà privata nel fascismo italiano e nel nazionalsocialismo tedesco.

Il prof. Luigi Lombardi Vallauri rileva nella prefazione che questo libro «consente al profano colto di evocare dibattiti e contesti non obsoleti, scivolati giù nei flutti dell’oblio un po’ per motivi ideologici, un po’ per la tendenza degli storici a lasciare ultimi i temi giuridici».

In effetti Sonia Michelacci ha svolto un lavoro davvero prezioso per quanti vogliono approfondire l’argomento. Partendo dalla Carta del Lavoro del 1927, l’autrice esamina il dibattito che si svolse attorno al tema della proprietà privata negli anni del regime fascista.

Il principio di totalità sociale che stava alla base del fascismo implicava un ridimensionamento del diritto alla proprietà privata che sfociava nel vincolo della funzione sociale della proprietà, per cui il proprietario non doveva limitarsi a godere del bene che possedeva, ma doveva utilizzarlo per sviluppare la ricchezza e le possibilità di lavoro.

Questa concezione della proprietà aveva antecedenti nel pensiero cattolico, la cui notevole influenza nella cultura italiana non mancò di pesare sul dibattito in corso.
Già Tommaso d’Aquino aveva individuato nella proprietà una natura personale per quanto riguarda l’acquisto, e una natura comune per quanto riguarda l’uso.
Ancora alla fine del XIX° secolo, Leone XIII°, sebbene con mentalità più «borghese» considerasse la proprietà privata come un diritto di natura, scrisse nella Rerum novarum: «l’uomo non deve avere i beni esterni come propri, bensì come comuni, in modo che facilmente li comunichi nelle altrui necessità».

In seguito, nel convegno di Ferrara del 1932, Ugo Spirito formulò la tesi della «corporazione proprietaria», ovvero un superamento dell’economia individualista che doveva trasformare il diritto di proprietà in senso pubblicistico, nell’affermazione del superiore valore etico della rivoluzione fascista. La tesi di Spirito, bollata come «eretica», e sospetta di simpatie «bolsceviche», venne accantonata, e nel codice civile del 1942 si affermò una concezione borghese e individualista della proprietà privata, anche se lo stesso Mussolini nei suoi scritti espresse una certa insoddisfazione in merito.

La seconda parte del libro è dedicata agli sviluppi che il tema ha avuto nel periodo della Repubblica di Salò.
Nella RSI il fascismo attuò la sua originaria vocazione anticapitalista, e nei punti del Manifesto repubblicano di Verona si legge: «la proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro»; inoltre si sanciva il diritto alla casa per tutte le famiglie.

In quest’ultima fase del fascismo, quindi, ci fu spazio per una rivincita delle idee di Ugo Spirito.
In particolare fu attuata la socializzazione delle imprese, che prevedeva la ripartizione degli utili da parte dei lavoratori, e il loro coinvolgimento nei consigli di fabbrica, sempre in un contesto di valorizzazione della personalità umana che segna una distanza incommensurabile dal collettivismo marxista.
A testimonianza di quanto fossero pericolose queste riforme per le ideologie di sinistra, l’autrice ricorda che, quando furono indette le votazioni per eleggere i rappresentanti degli operai alla F.I.A.T., il Partito Comunista Italiano minacciò di morte i lavoratori che avessero aderito all’iniziativa, ottenendo il risultato di far disertare le urne e guadagnandosi i ringraziamenti della famiglia Agnelli.

Inoltre, non appena la guerra finì, il C.L.N.A.I., pur essendo egemonizzato da elementi di formazione socialista e comunista, decretò immediatamente l’abolizione della legge sulla socializzazione delle imprese.
Così le ideologie liberali e quelle marxiste, partorite entrambe dall’illuminismo, si incontrarono in un fraterno abbraccio, per poi far finta di scontrarsi in modo da dar luogo a quella farsa che si chiama «democrazia».

La terza parte del libro è dedicata alla concezione della proprietà privata nel Nazionalsocialismo tedesco.
La NSDAP si caratterizzò fin dall’inizio come un fenomeno di etno-nazionalismo radicale, senza le ambiguità borghesi che avevano caratterizzato il fascismo.
Pertanto in Germania si fece strada una concezione della proprietà in cui il diritto soggettivo del singolo veniva ridotto a mera posizione giuridica: la posizione di possibilità del singolo colto nella sua funzione di membro della comunità.
Il proprietario viene quindi valutato non come soggetto di diritto, ma come membro della Volksgemeinschaft.
Werner Sombart definì efficacemente il nuovo concetto di proprietà privata con queste parole: «il diritto di proprietà non determina più le direttive dell’economia; ma sono queste a determinare l’ampiezza e la specie del diritto di proprietà».

Nel Nazionalsocialismo lavoratori e datori di lavoro facevano parte di un’unica organizzazione nella quale formavano una comunione di popolo-nazione-razza volta al superamento della lotta di classe.
Ai lavoratori dipendenti si riconosceva il diritto alle ferie per la prima volta sancite per contratto, e il divieto di licenziamento senza giusta causa.

L’attacco nazionalsocialista era diretto alla proprietà creditizia, che non è frutto del lavoro, bensì dell’usura: in questo modo si mirava a liberare il popolo dalla schiavitù dell’interesse in cui lo aveva gettato l’alta finanza ebraica.

Si vede anche in questo caso quanto lontane fossero queste concezioni da quell’ideale marxista dell’invidia, che in teoria dovrebbe dare a tutti in uguale quantità, ma che in realtà non dà niente a nessuno, perché soffoca il valore della personalità a pregiudizio di tutti.

Infine, di particolare interesse, nella legislazione nazionalsocialista era l’istituto dell’Erbhof, ossia il bene agricolo ereditario per i contadini di pura razza germanica, bene indivisibile, inalienabile e impignorabile, volto al mantenimento della comunità di Terra e Sangue radicata sul territorio; l’Erbhof, integrato da norme di evidente ispirazione feudale, era un fondamentale strumento giuridico per affermare un’idea organica di totalità sociale.
L’ottimo lavoro di Sonia Michelacci è una lettura particolarmente utile nell’epoca di turbocapitalismo devastante che caratterizza la globalizzazione.
Sebbene siano mutate molte delle condizioni sociali in cui si svilupparono le idee esposte nel libro, il dibattito attorno al senso della proprietà privata può trarre molti spunti utili da questo brillante studio.
* * *
Sonia Michelacci, Il comunismo gerarchico, Edizioni di Ar, Padova, 2004, pp.196, euro 20,00.


Appendice aggiunta da SOCIALE
Video:

le conquiste sociali del terzo reich 1933-39
http://www.youtube.com/watch?v=wUA8g_-cYIM&feature=youtube_gdata



L'ipocrisia democratica e il processo alle idee


«... abbiamo il dovere etico-politico di continuare indomiti la nostra battaglia, consapevoli che l’enorme attenzione posta nei nostri confronti risulta essere direttamente proporzionale alla pericolosità antisistemica da noi espressa»

Manuel Negri
 
La libertà di parola e di pensiero, tanta decantata dagli epigoni del regime democratico, risulta essere, in uno Stato di polizia come l'attuale, un diritto a senso unico; ovvero, riservato solo ed esclusivamente a chi ingoia verità precotte e distribuite dall'alto, senza porre obiezione alcuna, ma soprattutto a chi evita di professare idee «non confor­mi» al pensiero dominante.
 
Gli «uomini liberi» nello spirito e nella mente, che si battono per la sopravvivenza e l'affermazione delle proprie idee, non allineate e politicamente definite «scorrette», vedono alzarsi contro di loro le più feroci e melliflue accuse e repressioni degne di un Tribunale della santa Inquisizione.
Blaterano di un nuovo millennio, ma siamo regrediti al più oscuro e becero Medioevo.
 
Lo scorso 3 marzo abbiamo potuto personalmente assistere in Verona ad un incontro organizzato dall'Associazione Giustizia Giusta, incentrato sull'uso politico della giustizia. Nel corso del dibattito si è fatto esplicito riferimento alla famigerata "Legge Mancino"; normativa liberticida ed anticostituzionale.
I relatori presenti non hanno però evidenziato la paternità di questa legge.
 
II discorso è sempre quello: in molti parlano di gruppi di pressione, di lobbies, ma pochi hanno il coraggio di dare un volto e un'identità a queste lobbies.
 
Era l'occasione giusta, in una sede come Verona, che da tempo vede susseguirsi un significativo uso politico della giustizia con importanti processi alle idee, a partire dal procedimento tenuto contro il Fronte Nazionale di Franco Freda, per giungere all'attuale attacco contro il Veneto Fronte Skinheads, obiettivo degli isterismi del dottor Papalia, aizzato e sostenuto sicuramente da influenti esponenti della comunità ebraica. Ecco a chi giova la legge Mancino!
 
Tali procedimenti giudiziari sono mirati nei confronti degli oppositori politici e contro chiunque non si allinea ai dettami massificanti ed omologanti del pensiero unico dominante imposto dal Sistema giudaico-mondialista.
 
La legge Mancino risulta essere pericolosissima in quanto può venire interpretata a descrizione e a piacimento da chi la adotta; è una normativa cui nessuno può sottrarsi, e il potere politico ha la consapevolezza dell'utilissimo strumento adottabile in qualsiasi occasione, per l'eliminazione degli avversari politici.
Questa normativa non è nata da una precisa volontà proveniente da partiti e movimenti politici nazionali, ma dalle irruenti e pressanti sollecitazioni di esponenti delle comunità ebraiche.
Non dimentichiamo le continue e assidue visite di Tullia Zevi e del rabbino Toaff che, nelle settimane precedenti alla promulgazione del decreto‑legge numero 122, hanno ripetutamente salito le scale dei ministeri sollecitando «urgenti provvedimenti».
 
Antecedentemente, facendo mente locale, tra la fine dell'anno 1992 e l'inizio del 1993 abbiamo potuto assistere, in tutta Europa, ad una massiccia campagna di stampa e propaganda ben orchestrata atta a sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti di tematiche quali il razzismo e l'«antisemitismo».  
 
Numerosi episodi di intolleranza e presunte profanazioni di cimiteri ebraici, in Germania così come in Francia sono risultati essere delle «bufale» o addirittura orchestrati proprio dagli ebrei stessi, al fine di giustificare una più vasta manovra a raggio mondiale che in Italia è sfociata con la legge Mancino, ma che ha visto in tutta Europa la nascita di simili leggi liberticide atte ad eliminare i nemici politici.
 
Qualche anno prima in Francia fu introdotta la legge Gayssot voluta esplicitamente dalla LICRA e dal B'nai B'ríth.
 
Anche in Italia il B'nai B'ríth ha ricoperto un ruolo determinante organizzando verso la fine di marzo del 1993 incontri con esponenti politici e rappresentanti del ministero della Giustizia, tramite l'appoggio del deputato ebreo Enrico Modigliani.
 
Come per magia, dopo pochissimo tempo, viene partorito il decreto­legge numero 122.
L'iter parlamentare, a dispetto della consuetudine, è stato straordinariamente breve: 26 aprile approvazione, 27 aprile pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, 28 aprile entrata in vigore. Complimenti!
 
Se i politicanti della colonia italiota fossero sempre così solerti, probabilmente in Italia qualche cambiamento potrebbe essere realizzato.
É in questo modo che ha visto la luce una legge liberticida che cozza contro i diritti naturali dell'uomo e che «non è esagerato dire che, negando, in nome della tolleranza, la libertà di religione, espressamente sancita dagli articoli 3 e 8 della Costituzione e quella di manifestazione e propaganda del proprio pensiero, punti fondamentali e qualificanti di ogni ordinamento democratico moderno, si risolve in una surrettizia abrogazione della Costituzione stessa, e cioè della legge che si asserisce essere il fondamento del nostro sistema giuridico». (cfr. “Legge Mancino n° 122”, C. A. Agnoli, Ed. Civiltà, Brescia 1995 p. 25).
 
Ora, come Comunità Politica di Avanguardia, nonostante l'inquietante presenza di questa normativa che potrebbe colpire chiunque in qualsiasi momento, abbiamo il dovere etico‑politico di continuare indomiti la nostra battaglia, consapevoli che l'enorme attenzione posta nei nostri confronti risulta essere direttamente proporzionale alla pericolosità antisistemica da noi espressa.
 

giovedì 8 novembre 2012

NUOVISSIMO ANNUNCIO DI MUSSOLINI


Il libro, “Nuovissimo annuncio di Mussolini” (1961) dovrebbe contribuire alla comprensione di un periodo, quello fra il 1914 e il 1945, che è stato fra i più vivaci nella vita del popolo italiano.

di Giorgio Vitali

PRESENTAZIONE

Premessa indispensabile: qualsiasi presentazione di un testo, specialmente se di carattere politico o culturale, non dovrebbe mai rappresentare un esercizio di calligrafia o di belle lettere, ma garantire alcune informazioni di base per i lettori, al fine di facilitarne la comprensione e soprattutto l’acquisizione di tutte le informazioni collaterali riscontrabili nella letteratura facilmente accessibile. Per fortuna oggi possiamo avvalerci del prezioso contributo di Internet, per cui è sufficiente una documentazione essenziale.

E’ necessario tuttavia chiarire alcuni aspetti fondamentali inerenti al periodo in esame, per fare chiarezza sulla realtà vissuta e sulle menzogne sparse a piene mani nel dopoguerra. Queste menzogne hanno contribuito alla creazione di una cristallizzazione mentale sulla natura del Fascismo e soprattutto degli uomini del Fascismo che ben poco hanno a che vedere con la realtà vissuta all’epoca.

La prima persona a non corrispondere agli schemi mentali divulgati dalla propaganda occidentale durante la guerra e nel dopoguerra è proprio Mussolini. E questo libro ne è la dimostrazione.

Di recente ha conseguito un notevole successo, un libro pubblicato nel 2011. Si tratta di “ Sangue romagnolo". I compagni del Duce: Arpinati, Bombacci, Nanni” di Giancarlo Mazzuca e Luciano Foglietta (decano dei giornalisti romagnoli). Prefazione di Sergio Zavoli (il socialista di Dio).

In questo libro si documenta la persistenza di un’amicizia nata durante le battaglie sociali e sindacali ante primo conflitto mondiale che mai fu scalfita dall’asprezza delle divergenze politiche apparse nel dopoguerra e fino al 1945. Si trattava di persone che agivano nel tentativo di trasformazione della società italiana e le loro opinioni divergevano nelle modalità d’azione, non nella sostanza della soluzione politica.

D’altronde le rivoluzioni, almeno quelle più efficaci, a cominciare dal Primo Triunvirato romano, finiscono sempre con lo scontro armato fra i vecchi associati. D’altronde, come narra un testimone, anche Pietro Nenni, ancorché provato da vicissitudini famigliari, alla notizia dell’assassinio di Mussolini pianse.

Mussolini in questo si può contraddistinguere fra i rivoluzionari storici. Per aver conservato l’amicizia di tanti ex compagni di lotta da lui separatisi, anche con asprezza, durante il lungo periodo che va dal 1922 al 1945.

Da notare che in questa storia c’è anche, immancabile, la presenza della morte.

Arpinati e Nanni sono assassinati il 22 aprile 1945 da “partigiani”. Non se ne conoscono le ragioni, ma possiamo immaginarle. Bombacci è assassinato da “partigiani” dell’Oltrepò pavese a Dongo. A costoro va aggiunto un altro nome molto importante: Bruno Buozzi, assassinato alla Storta, località a Nord di Roma, sulla Cassia, la notte prima dell’ingresso degli Atlantici a Roma. Anche della sua morte, del tutto inattesa per gli amici e i parenti, non si hanno giustificazioni, ma se ne possono intuire le ragioni.

Buozzi era sicuramente uomo capace di contribuire alla creazione di una nuova Costituzione “repubblicana e sociale”, come auspicata da Mario Bergamo.

Possiamo così immaginare che anche a Bergamo sarebbe stata riservata la stessa fine qualora avesse risposto positivamente all’invito che Mussolini gli fece alla fine del 1943. Nella storia d’Italia,soprattutto perché sistematicamente rimosse, devono essere principalmente considerate tutte le morti “non accidentali” che hanno colpito molti di coloro che volevano agire con onestà d’intenti nell’interesse del popolo e per la sostanziale indipendenza della Nazione.

La biografia di Mario Bergamo è lineare.

Egli nasce a Montebelluna ( Treviso) l’8 febbraio 1892. Fratello di Guido.

Si laurea in Legge a Bologna nel 1914 e subito dopo s’iscrive a lettere nella stessa Università. Fonda, con N. Mazzola, l’. Interventista e rivoluzionario, (scrive: Guerra alla guerra), è volontario e più volte citato nei Bollettini di guerra. Nel dopoguerra si schiera su posizioni di ”Repubblica Sociale”, presto definita “Corrente bergamiana”. Con Leandro Arpinati, Pietro Nenni e il fratello Guido è fondatore il 9 aprile 1919 del Fascio di Combattimento di Bologna, da cui si dimette il 4 marzo 1920 di fronte alla progressiva svolta a destra del movimento fascista (peraltro determinata da contingenze sociali che conosciamo, e dalla nefasta opera di personaggi come Dino Grandi). Nello scontro inevitabile che ne seguì, egli fu capo dei repubblicani bolognesi e subì le violenze degli squadristi. Nello stesso periodo si trovò molto vicino ai Gruppi dannunziani deambrisiani. In particolare alla < Riscossa dei Legionari Fiumani> che sostenne in polemica con < L’Assalto>, organo dei fascisti bolognesi. Nel 1924 fu eletto deputato per il PRI. Nel Partito combatté le correnti ottocentesche ancora molto presenti fra i cosiddetti “repubblicani storici”, in nome del suo fondamentale progetto di Repubblica Sociale. Nel congresso di Milano del PRI fu eletto segretario politico. (Vedi anche: “Socialismo mazziniano”, raccolta di scritti economico-sociali di Giulio Andrea Belloni, a cura di Vittorio Parmentola, presentazione di Giovanni Spadolini, ed. Archivio Trimestrale, 1982).

Dalle colonne della “Voce Repubblicana” fu un tenace oppositore del Fascismo, ma in polemica con gli “Aventiniani” egli negò l’esistenza di un’isolata “questione morale”, e contemporaneamente tentò la costituzione di un movimento repubblicano-socialista.

Dalla nostra posizione di studiosi di quell’interessante periodo politico, oggi riteniamo che lui avesse ragione. Non solo per l’inanità di quella posizione del liberalismo borghese, (combattuta anche da Antonio Gramsci), che facilitò, nella sostanza, il rafforzamento della tendenza autoritaria del Fascismo, ma anche perché tutta la questione, compresa la strana morte di Matteotti, nel momento in cui Mussolini stava portando a compimento il patto di pacificazione coi socialisti, ci appare con sempre maggiore chiarezza una congiura ben congegnata, con diramazioni nemmeno tanto nascoste da far risalire alla finanza della City.

Dopo l’attentato a Mussolini del 31 ottobre 1926 a Bologna, egli fu accusato da “ certi” fascisti di esserne il mandante ed il 12 novembre successivo fuggì con Pietro Nenni in Svizzera da dove si trasferì definitivamente a Parigi.

Qui ricostituì la direzione del PRI, che rappresentò in seno alla Concentrazione Antifascista. In questo periodo redasse “ L’Italia del Popolo”, organo ufficiale del PRI. (Testata ripresa, negli anni 70-80, dal movimento pacciardiano, direttore Giano Accame).

Nel 1928, per contrasti con i seguaci ormai integrati nella politica della Concentrazione, si dimise da segretario politico. Nello stesso periodo tenta la grande iniziativa di una “Internazionale Repubblicana” a spiccato carattere sociale. (Vedi: M.B. L’Internazionale Repubblicana in: La Difesa, S. Paolo del Brasile, 16, 23, 30 dic. 1928).

In questo tentativo egli vi difese una sua idea di Nazional-Comunismo. (Nulla da spartire, ovviamente, col comunismo bolscevico, del quale conosceva molto bene la natura.)

Da qui il suo quasi totale isolamento dall’emigrazione antifascista, isolamento contro il quale reagì con molti scritti che furono discussi anche in Italia sul Popolo d’Italia, Regime Fascista e Bibliografia Fascista.

Nel 1931 sostenne l’esigenza di una Repubblica franco-italiana, federale, nell’ambito del progetto mazziniano della Confederazione di Stati sovrani europei.

Nel 1932 scrisse < Saturnia o l’elogio della discordia> pubblicato a Parigi, anche su suggerimento di R Rossetti in polemica con le posizioni della Concentrazione.

Nel 1933-34 pubblicò ventotto numeri di una rivistina quindicinale: I novissimi annunci, che inviava regolarmente anche a Mussolini. Una delle pochissime pubblicazioni vive e stimolanti del cosiddetto “Antifascismo”.

Nel 1938-39 aderì alla Lega internazionale dei Combattenti per la Pace.

A fine 1943 Mussolini lo invitò tramite un suo agente (Farinacci) a collaborare per la stesura della Costituzione della R.S.I.

Riconoscendogli il merito di antesignano (“…l’espressione repubblica sociale è vostra…”), ma Bergamo non accettò la proposta, rispondendo: < Troppo tardi! Però verrò con Voi a sant’Elena>. Non immaginava invece quello che sarebbe successo (non conosceva bene gli anglosassoni e il loro potere finanziario). Fu allora che Buffarini Guidi si rivolse al fratello Guido, il quale respinse l’offerta, legandosi, in seguito, ai partigiani.

Fu pertanto al solo Nicola Bombacci (anche Bruno Buozzi era stato assassinato), che toccò il peso della partecipazione degli ex antifascisti alla compilazione della Costituzione (vedi: Franco Franchi, Caro nemico, Settimo Sigillo, 1990; Franco Franchi, Le Costituzioni della RSI, Sugarco, 1987).

Vanno aggiunte altre considerazioni, in riferimento al tentativo di coniugare socialismo e repubblicanesimo. La questione fu trattata da Santi Fedele nella sua “Storia della Concentrazione antifascista”, Feltrinelli, 1976,e il più recente ”I repubblicani di fronte al Fascismo”, 1990. Importanti gli articoli di Enrico Landolfi pubblicati su “L’Italia del Popolo” degli anni 80-90, dedicati alle radici del pensiero nazional-popolare, con riflessioni sul pensiero di Mario Bergamo, Giovanni Amendola, Salvatore Barzilai. Mario Bergamo non rientrò neppure dopo la fine della guerra, rifiutandosi di riconoscere validità morale e politica alla restaurazione liberale attuata dalle forze del Capitalismo occidentale.

Egli fu pertanto definito, come Mazzini, esule per antonomasia.

Gli ultimi anni della sua vita furono tranquilli. Fu assunto come consigliere legale dal noto editore Cino Del Duca, che in Italia, tra l’altro, pubblicava il settimanale TEMPO, che ospitava grandi firme del giornalismo e della letteratura nazionale. Memorabili sono le pagine affidate a Malaparte e a P.P.Pasolini. E si diede anche alla poesia. Scrisse ancora opere politiche come: L’Italia che resta (1960), Novissimo Annuncio di Mussolini (1962), il libro che presentiamo. Il bilancio morale e politico della sua esperienza di vita e del suo nazionalcomunismo, da non confondere con il bolscevismo, [ Vedi: Nazionalcomunismo, a cura di Giorgio Bergamo, 1965, raccolta di scritti scelti.]

Mario Bergamo morì a Parigi il 24 maggio (data molto significativa per lui, che fu accanito interventista), 1963.

Giorgio Mario Bergamo.


Se Mario Bergamo fu, come già detto, l’esule per antonomasia, il figlio Giorgio rientrò al più presto in Italia, ove scelse la Repubblica Sociale “ per un mio bisogno intimo di pulizia e, più in generale, di coerenza nazionale” come scrive lui stesso in un elzeviro del 19 gennaio 1984, intitolato Fratelli d’Italia, ed ove esercitò la professione di medico cardiologo. Fu anche il curatore delle ultime opere del padre: L’Italia che resta (1961), Novissimo Annuncio di Mussolini (1962), Nazionalcomunismo (1965), Laicismo integrale (1968).

Per lungo tempo egli collaborò alla terza pagina del Gazzettino, quotidiano del Veneto, sotto la direzione di Gianni Crovato e di Gustavo Selva, con una serie di elzeviri intitolati “Fuorisacco”. Questo fu anche il titolo di un libro pubblicato nel 1990 da Mursia, raccolta di buona parte degli elzeviri. Libro da leggere per la passione e l’onestà morale che ne traspare, tanto che l’autore fu definito, da Riccardo Bacchelli, carattere di rigore morale e di probità intellettuale, ma anche per comprendere come siano andate realmente le cose durante quegli anni (1920-1945).

Terribile, nel libro, la pagina dedicata al massacro di Oderzo, dove furono assassinati, dopo orribili torture , 138 fascisti, per lo più giovanissimi.

Considerazioni conclusive.


La pubblicazione di questo libro dovrebbe contribuire alla comprensione di un periodo, quello fra il 1914 e il 1945, che è stato fra i più vivaci della vita del popolo italiano.

Il fatto che in questo dopoguerra l’informazione “ufficiale” sia stata schiacciata in conformità a un’idea ossessiva basata su slogan privi di logicità, tra l’altro in contrasto con il progresso a livello internazionale degli studi sociologici e antropologici, deve spingere gli studiosi seri, quei pochi che rimangono, alla “intelligenza” degli eventi.

Nell’attuale immaginario popolare, l’ascesa al potere del Movimento Fascista è vissuto come un’oppressione di minoranze su un intero popolo. Per di più, è stata accettata per vera la propaganda degli anni 20 dei socialisti, secondo cui il Fascismo sarebbe una forma di reazione borghese alle istanze popolari. Nulla di più falso.

Infatti, il Fascismo fu, nella sostanza, e lo dice anche il nome, un tentativo di elaborare e interpretare in termini di sintesi totale (da qui l’utilizzazione del termine “totalitario” da parte di Mussolini) tutte le istanze politiche e sociali emerse con l’esplosione della tecnica (presa d’atto da parte di tutti i popoli dell’importanza della tecnica dopo il primo conflitto mondiale). Questo fu l’immane sforzo del Fascismo, tanto che ne restano ancora vivissime le tracce non solo in Europa.

Nel suo fondamentale testo “ Tramonto di una civiltà”, Casini, 1969, lo storico William H.McNeill dimostra che tutti i paesi occidentalizzati reagirono alla presa di coscienza scaturita dal trauma del primo conflitto mondiale aumentando il controllo sociale. Pertanto, il regime autoritario (fatto passare per dittatura) instaurato in Italia dagli anni 20, fu una conseguenza diretta di esigenze concrete, dovute anche alla necessità di introdurre una programmazione della produzione agricola e industriale, fin’allora del tutto assente nel nostro paese. Che va paragonato a quanto di feroce fu fatto in URSS nello stesso periodo e per lo stesso scopo. Va anche aggiunto che nei paesi anglosassoni questo cambiamento fu meno avvertito semplicemente perché, è bene ripeterlo, in quei paesi la “democrazia” è del tutto formale. Non esistendo un reale ricambio sociale ed essendo la classe politica egemone quella stessa emersa nel XVII secolo, come conseguenza delle rapine piratesche e delle conquiste dell’Impero commerciale per antonomasia.

D’altronde l’attuale spettacolo della falsa lotta per la presidenza degli USA è facilmente decifrabile per chiunque abbia capacità di raziocinio.

Durante il “ventennio”, se si esclude l’infima minoranza dei fuorusciti, (ma la maggioranza di costoro era espatriata poiché massoni mentre molti la pensavano coma Bergamo), tutti gli antifascisti o liberali prefascisti ebbero vita facile e poterono manifestare la loro attività professionale senza interferenze. Non solo. Molti di costoro continuarono a fregiarsi del titolo di Senatori del Regno. Mentre proseguiva quel tenace tentativo di sintesi sociale che, è giusto si capisca, non è di facile attuazione. E oggi ancor meno di ieri.

Si è a lungo scritto dell’attenzione che Mussolini riservava ai suoi ex compagni socialisti e repubblicani, favorendo il loro mantenimento quando erano in difficoltà. (Caso esemplare: Errico Malatesta). Atteggiamento interpretato come una forma della bontà d’animo del Duce. In realtà Mussolini cercava di tenere vivo il retaggio della molteplicità del pensiero rivoluzionario e popolare presente nel nostro paese. Retaggio che, dopo oltre settanta anni di DOMINIO culturale liberal-occidentale impostato con grande spreco di mezzi, sembra del tutto scomparso. (Vedi: Alessandro Luparini, Anarchici di Mussolini, Dalla Sinistra al Fascismo, tra rivoluzione e revisionismo, M.I.R. 2001.)

Il fatto che moltissimi anarchici abbiano confluito nel Fascismo tanto negli anni 20 quanto durante il breve periodo della R.S.I. dovrebbe far riflettere. Il libro di Luparini documenta attraverso la biografia di Mario Gioda, Edoardo Malusardi e Massimo Rocca, uno dei periodi più intensi della storia d’Italia. Paragonabile, a mio avviso, a quel meraviglioso Cinquecento italiano che vide il fiorire della forza creatrice del nostro popolo in tutte le scienze e le arti, su uno sfondo di conflitti europei di grandi dimensioni. Va inteso, peraltro, che la figura morale ed esistenziale dell’Anarchico va studiata partendo da quello che fu detto circa l’Anarca di Junger: [ Marcello Veneziani].

Per la precisione ricordiamo alcune fasi dell’instaurarsi di quella che sarebbe diventata, ma solo all’approssimarsi del secondo conflitto mondiale, la molto opinabile dittatura personale di Mussolini.

La nomina di Mussolini a Presidente del Consiglio ebbe luogo dopo le consuete, seppure affrettate, consultazioni, per opera del Capo dello Stato, col R.D. 31 ottobre 1922, e le Camere, nelle quali i fascisti erano una minoranza, poco dopo votarono la fiducia al nuovo governo, delegandogli anzi i pieni poteri per la riforma della Pubblica Amministrazione.

Così, parimenti, il R.D. 14 gennaio 1923 n. 31 che creò alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Il R.D.L. 15 luglio 1923, n.3288, assai limitativo della libertà di stampa, e la nuova legge elettorale politica 18 novembre 1923, n.2444 (c.d.Acerbo) fu approvata con buona maggioranza dalle Camere.

Solo dal 1925 al 1929, e, ora lo sappiamo, sotto la pressione delle contingenze internazionali, la trasformazione in senso autoritario delle strutture di governo: abolizione del sistema parlamentare, netto predominio assunto dal Potere Esecutivo, il preannuncio della nuova rivoluzionaria organizzazione corporativa e l’inserimento del Gran Consiglio del Fascismo fra gli organi costituzionali dello Stato.

In sintesi: un governo legittimo ma rivoluzionario allo stesso tempo, perché per la prima volta nella storia italiana, ma anche e soprattutto nella storia del Regno d’Italia, si trattò della presa del potere, sia pure in modo semi pacifico, da parte del popolo delle trincee.

Fermo restando quanto emerso il 25 luglio 1943 a proposito di un “intimamente fascista” Gran Consiglio, dobbiamo paragonare questa sequenza di avvenimenti a quanto sta accadendo al presente in Italy. Abbiamo un governo di persone non elette in precedenti elezioni (Colpo di Stato Napolitano-Monti). Si tratta d’individui rappresentativi d’interessi non italiani, anzi, palesemente anti-italiani, selezionati in conformità a appartenenze a gruppi bancari, economici, massonici chiaramente globalizzati.

Chiamano governo tecnico un governo composto di persone che occupano posti ministeriali che nulla hanno a che fare con la loro reale attività professionale. E, per concludere, tale colpo di stato è avvenuto con la giustificazione di un’emergenza, il debito pubblico, che è palesemente un falso. Infatti, il debito pubblico italiano è costituito non già dal debito reale, ma dal debito contratto dallo Stato per l’acquisto dalla B.C.E. che è privata, di cartamoneta, gravata da un interesse che non trova alcuna logica giustificazione.

Giorgio Vitali.

Piroscafo FEDINANDO I 1818 PRIMA NAVE a VAPORE del MEDITERRANEO


La prima nave a vapore fu la Ferdinando I, costruita nei cantieri partenopei di Vigliena e salpata da Napoli il 27 settembre 1818.
...

Già esistevano dei prototipi precedentemente costruiti per navigazioni fluviali ma mai messi in funzione; solo il Ferdinando I fu in grado di affrontare il mare per la rima volta senza la propulsione a vela.

Essa permetteva per la prima volta di navigare anche in assenza di vento, moltiplicando quindi i viaggi ed intensificando i mercati.

Questo poneva la marineria del Regno delle Due Sicilie all'avanguardia nell'intero bacino del Mediterraneo, inaugurando una stagione, che se lasciata prosperare, avrebbe permesso al Regno di rimanere saldamente padrone assoluto nell'intero Mediterraneo e quindi nel mondo di allora; senza considerare gli inevitabili risvolti anche nei mari d'oltre oceano che di li a poco si sarebbero maturati.

Ma la storia , come sappiamo, è andata diversamente e a quella Marina sia militare che mercantile prime in tutto, non fu permesso di esprimersi e di beneficiare dei frutti che già iniziavano a fiorire.


lunedì 5 novembre 2012

Mussolini salva la DC Un episodio poco conosciuto


Quando il Duce graziò lo stato maggiore della Dc partigiana

di Roberto Beretta
Avvenire 20 giugno 2008
 
E il Duce salvò la Dc, facendo liberare i vertici del partito che sarà al governo nel dopoguerra.
Incredibile? Eppure è documentato dalla più recente ricerca di Lodovico Galli, bresciano che da oltre un trentennio ormai ara i sentieri alternativi della storiografia della Repubblica sociale.
Non per nulla il volume – come sempre stampato in proprio – si intitola Verità i­gnorate (pagine 176, euro 15, 00). E uno dei capitoli più corposi e curiosi è dedicato appunto al «salvataggio» dello stato maggiore della futura Democrazia cristiana lombarda, catturato dai repubblichini e quasi certamente destinato all’esecuzione capitale.
Mario Bendiscioli, intellettuale e storico bresciano che era stato tra i fondatori dell’editrice Morcelliana; Enrico Mattei, futuro presidente dell’Eni, rappresentante della Dc nel Cln Alta Italia; Giorgio Balladore Pallieri, professore di Diritto della Cattolica – sarà in seguito anche preside della facoltà di Giurisprudenza e presidente della Corte internazionale dei Diritti dell’uomo a Strasburgo; il segretario Dc di Brescia Pietro Mentasti, futuro Alto commissario per l’alimentazione nel primo governo De Gasperi; il sindacalista Giuseppe Rapelli, già collega di Gronchi e Achille Grandi nel triumvirato che resse l’ultimo periodo della cattolica Confederazione Italiana dei Lavoratori prima del Ventennio fascista e nel dopoguerra membro della Costituente e più volte parlamentare: insomma, un gruppo di prim’ordine per quando riguardava la Dc del Nord.
E un bel colpo per la polizia politica della Rsi, quando il 24 (o 26) ottobre 1944 riuscì ad arrestarli tutti in un appartamento milanese. I prigionieri vennero portati nelle carceri di Como, perché il loro arresto era avvenuto per opera del famigerato Domenico Saletta, commissario alla Questura della località lariana.
A carico dei fermati pendeva un addebito gravissimo: aver segnalato agli inglesi la posizione precisa delle residenze gardesane di Mussolini, in modo che l’aviazione alleata potesse bombardarle; cosa che fece effettivamente all’inizio di dicembre, colpendo però solo una dependance tedesca. Subito – anche su impulso dei familiari – si organizzò una serie di contatti, anche ad alto livello, per salvare i partigiani.
Tra gli altri vennero coinvolti monsignor Giuseppe Bicchierai, longa manus del cardinal Ildefonso Schuster per questo genere di «contatti umanitari» con i nazisti, ed Edmondo Cione: un socialista, già discepolo di Benedetto Croce, che si era avvicinato alla Rsi fondando una sorta di partito socialista «autorizzato» dal regime.
Esisteva in­fatti anche tra i repubblichini un’ala «moderata» che spingeva per mantenere un atteggiamento di «conciliazione nazionale», probabilmente in previsione della fine della guerra; ne facevano parte ad esempio il ministro dell’Educazione Carlo Alberto Biggini, il generale Renzo Montagna, capo della Polizia, e il giornalista Carlo Silvestri, fondatore di una sorta di «croce rossa» che si adoperò molto per salvare antifascisti.
Proprio Cione, in una testi­monianza scritta mandata alla corte che processava nel 1947 il generale Montagna, parla di un suo incontro con Mussolini per ottenere la grazia agli arrestati e quindi di una riunione «lunga e drammatica» all’Hotel Plaza di Milano, intorno alla fine di gennaio 1945, presenti – da una parte – Bicchierai e Montagna e – dall’altra – i due più alti funzionari della Questura comasca e il Prefetto.
Alla fine, nonostante l’opposizione di Saletta che voleva allestire un tribunale militare speciale seguito da una fucilazione di massa, Montagna decide di far edulcorare il rapporto di polizia e liberare i democristiani alla spicciolata (Mattei e Mentasti erano già riusciti a evadere in tempi diversi, quest’ultimo pare con l’aiuto di Edgardo Sogno).
Dietro alla scelta, però, ci sarebbe stato un orientamento personale del Duce, che aveva trattenuto presso di sé alcuni dei compromettenti documenti sequestrati da Saletta e a Silvestri aveva detto: «Bisogna che i tedeschi non mettano le mani in questa faccenda, altrimenti la parola è al mitra»
(da Quando il Duce graziò lo stato maggiore della DC partigiana)

http://ricordare.wordpress.com/perche-ricordare/081-un-episodio-poco-conosciuto-mussolini-salva-la-dc/

sabato 3 novembre 2012

Lavorare meno per lavorare tutti : Ezra Pound e le sue teorie economiche


La rivoluzione culturale ed artistica alla quale portò Ezra Loomis Pound va rivalutata e contestualizzata ai giorni d’oggi, in questo periodo di crisi più che mai.
Quando si parla di crisi non bisogna focalizzare puramente i problemi economici ma c’è bisogno di analizzare anche le problematiche sociali e politiche che mettono in ginocchio il nostro paese, l’Europa ed il mondo in generale.
Pound ebbe la forza e la caparbia di padroneggiare una materia, come l’economia, che poco ebbe a che fare con la poesia e la letteratura; la sua rivoluzione fu tanto ardita e convincente da mettere in crisi l’establishment americano e le potenze plutocratiche ed usurocratiche che vinsero l’ultimo conflitto mondiale. La grande usura ebbe tanta paura di questa innovazione e delle informazioni dettagliate portate avanti dal poeta che decise di tarpare le ali ; rinchiudendolo in gabbie e manicomi, bollandolo come pazzo e, quando anche questo non fosse bastato, come fascista.
Cos’è che fece di questo letterato, nonché economista eterodosso, quindi difficilmente riconosciuto dall’economia convenzionale ed accademica, il nemico numero uno dell’usurocrazia?
Ciò che fece paura fu la documentazione e le idee che con forza venivano fuori dai suoi capolavori, come i Cantos ed i Cantos Pisani; idee economiche e politiche in pieno contrasto con l’establishment americano. Pound parlò di teorie definite “eretiche” solo perché non in linea con le idee liberal-capitalistiche e dell’interesse composto che erano tanto affermate negli U.S.A. ed in Inghilterra.
Estremamente interessante fu l’avvicinamento di Pound alla teoria socialcreditizia del maggiore C.H. Douglas o a quella della moneta-lavoro, in contrapposizione alla moneta-oro, portata avanti dal Gesell.
Due teorie queste non prive di spunti sui quali stava per fondarsi la politica economica e sociale della Repubblica Sociale Italiana, nonché due teorie dalle quali si può prendere spunto anche oggi e che quindi non sono ad appannaggio esclusivo dello scorso secolo; Una teoria ,quella socialcreditizia, che esclude qualsivoglia tipo di prestito ad interesse da parte di privati e presuppone inoltre che sia lo stato stesso ad aiutare ed incentivare il popolo con prestiti sociali, ciò sarebbe stato possibile abbandonando la moneta-oro ,e cioè mercificata, per la moneta-lavoro ,cioè una moneta basata sul lavoro della popolazione e che quindi non è soggetta ad esigenze di mercato ed a sovrapproduzioni che non fanno altro oltre ad affamare i cittadini gettandoli nella miseria.
Altro punto fondamentale sul quale Pound scrisse fu il lavoro, e probabilmente furono proprio queste considerazioni a renderlo pericoloso agli occhi degli stati plutocratici, egli difatti affermò “lavorare meno per lavorare tutti” schierandosi così inevitabilmente contro il capitalismo e l’usura che tentano di schiavizzare e fossilizzare la vitalità del cittadino in un circolo vizioso di prestiti, facili utopie e lavoro massacrante, ponendosi quindi come difensore estremo della felicità umana, da lui inquadrata nel tempo libero a disposizione se tutti lavorassero meno, senza però sfociare in velleità comuno-socialiste che siano ,in quanto fortemente convinto della necessità di una volontà che si imponga affinchè lo stato funzioni al meglio e tutti siano felici.
Espressione delle sue teorie fu la sua adesione al Fascismo e la forte mano data soprattutto nel suo ultimo periodo.
Un uomo che fece delle sue idee azioni gestendo ,durante il conflitto, un programma radio proprio sulle sue teorie economiche cercando di sensibilizzare così la popolazione mondiale alla lotta contro l’usura ed alla ricerca costante della felicità.
Un personaggio utile ed illuminante come pochi al quale bisogna guardare e dal quale imparare perché come egli stesso scrisse:
”Con usura nessuno ha una solida casa di pietra squadrata e liscia”

A cura della Redazione del Blocco Studentesco Napoli

SOCIALE invita alla lettura di Erza Pound - ORO E LAVORO
http://www.fiammacanicatti.it/libri/Ezra%20Pound%20oro%20e%20lavoro.pdf

SOCIALE invita a scaricare libri gratis.
http://studimonetari.org/testi.htm
/www.ilbolerodiravel.org/catalogo.htm
http://www.marcosaba.be/
http://www.ilportaledelsud.org/download.htm
http://www.eleaml.org/ebook.html
http://www.socialismonazionale.net/Biblioteca.html
http://www.vho.org/aaargh/ital/ital.html
http://web.archive.org/web/20040404072853
http://vho.org/search/d/search.php?db=default&uid=default&ID&Language=ITA&Type=Book&mh=20&sb=1&so=ascend&view_records=View+Records

giovedì 1 novembre 2012

LA SCATOLA DELL'IDIOZIA: COME LA TELEVISIONE CI STA TRASFORMANDO IN ZOMBIE


 
 
imagesCAIHKCK3DI STEVE WATSON
Propagandamatrix - TV turns you into a zombie

Mentre da un lato queste parole suonano come la solita metafora utilizzata per evidenziare quanta immondizia ci viene oggi propinata attraverso la televisione, sono anche una terribile affermazione che descrive in modo letterale la nostra realtà.

Solo in quest’ultimo mese due studi separati hanno rivelato che un eccessivo uso della televisione, anche se lasciata in sottofondo, può avere effetti deleteri sullo sviluppo cerebrale nei bambini, al punto che, quando crescono, mostrano difficoltà nelle relazioni sociali.

Se a questo aggiungiamo l’impatto ampiamente documentato che la TV ha su ognuno di noi, il potere che ha di alterare letteralmente la nostra coscienza e deprimere il pensiero critico, si può comprendere perché già da tempo è stata definita la “scatola dell’idiozia”.

Come ha riportato in quest’ultimo mese la Reuters, ricercatori dell’Università della North Carolina Wilmington (UNCW), hanno scoperto che i rumori di sottofondo emessi dalla televisione distraggono e confondono a tal punto i bambini da pregiudicare, nel lungo termine, la loro capacità di interagire con altri esseri umani, rallentarne il pensiero cognitivo e lo sviluppo del linguaggio.

Lo studio, pubblicato nella rivista Pediatrics, ha rivelato che i bambini statunitensi sono attualmente esposti a una media di cinque ore di televisione al giorno. Matthew Lapierre, che ha coordinato lo studio, ha spiegato che quei bambini che sono più esposti alla televisione passano meno tempo a interagire con i genitori e i coetanei.

Lapierre ha anche osservato che sono i bambini più piccoli quelli maggiormente esposti alla televisione di sottofondo.

“Questo è un chiaro avvertimento per i genitori: quando non stanno guardando la televisione, la devono spegnere.” Ha detto il Dr. Victor Strasburger, un pediatra dell’ Università del New Mexico di Albuquerque che in precedenza aveva studiato l’esposizione dei bambini ai mezzi di comunicazione. E ha aggiunto “E’ anche un consiglio ai genitori di evitare totalmente la televisione per i bambini sotto i due anni.”

“Avere voci indistinte di sottofondo genera confusione nei bambini in fase di comprensione ed elaborazione del linguaggio” ha sottolineato Strasburger, e ha aggiunto agli intervistatori che quando i genitori gli portano i loro bambini, riesce facilmente a individuare quali sono più esposti alla televisione e quali meno.

“I bambini ai quali viene spesso letto, chiacchierano in modo disinvolto, mentre quelli che stanno davanti alla televisione per lungo tempo, sono più silenziosi”. Ha detto. “Questo significa che viene messo in pericolo lo sviluppo del loro linguaggio – possono recuperare, sì, ma è comunque un problema.”

In un altro studio, alcuni medici del Royal College of Paediatrics and Child Health (College Reale di Pediatria e di salute infantile) di Londra, hanno scoperto che i bambini che nascono oggi, all’età di sette anni avranno visto un intero anno di televisione. Lo studio ha anche rivelato che in media i bambini oggi passano più tempo davanti alla televisione di quanto ne passino a scuola.

Il Dr Aric Sigman ha pubblicato lo studio negli Archives Of Disease In Childhood (Archivi di malattie infantili), una rivista medica associata al gruppo del British Medical Journal.

Sigman ha evidenziato che una tale esposizione elevate alla televisione può provocare delle lacune nei rapporti sociali, problemi di deficit d’attenzione e provocare gravi danni psicologici. Sigman ha aggiunto che la sovraesposizione a nuove tecnologie come la televisione in 3D e la console di gioco possono causare nei bambini gravi difetti nello sviluppo della percezione della profondità spaziale.

Lo studio consiglia di evitare che bambini sotto i tre anni guardino la televisione tutti insieme, e aggiunge che il tempo dedicato alla televisione è bene che sia limitato a un massimo di due ore al giorno.

“Avendo appurato che i problemi arrivano quando si supera il limite massimo delle due ore di schermo al giorno, e benché i nostri bambini siano attualmente esposti in media tre volte questo tetto, una decisa iniziativa mirata a ridurre il tempo giornaliero dedicato alla televisione porterà certamente dei miglioramenti nella salute e nello sviluppo infantile”. Ha detto Sigman.

In un rapporto pubblicato un anno fa, l’American Academy of Pediatrics ha evidenziato che numerosi studi precedenti sono arrivati alle stesse conclusioni; ovvero che esiste un collegamento diretto tra l’aumento dei tempi televisivi e i ritardi cognitivi dei bambini.

Nel 2010, un altro studio pubblicato in Pediatrics, riportò che dall’analisi di più di 1,000 bambini di età compresa tra I 10 e gli 11 anni, si scoprì che quelli che passavano almeno due ore al giorno davanti alla TV avevano il 60% in più di probabilità di sviluppare problemi psicologici di quegli altri bambini che ne passavano meno o per niente.

Lo studio rivelò anche che quei bambini impegnati in attività fisiche, e che comunque guardavano molta televisione, avevano il 50% di probabilità in più di soffrire di problemi d’iperattività, difficoltà a relazionarsi con i coetanei e gli amici, cattivo carattere e comportamenti antisociali.

Altri studi pubblicati in Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine (Archivi di Medicina Pediatrica e Adolescenziale), mostrarono che i bambini maggiormente esposti allo schermo televisivo hanno più probabilità di sviluppare comportamenti aggressivi e avere uno scarso rendimento scolastico. Inoltre, i dati mostravano che i bambini che guardano più televisione tendono a mangiare più cibi non sani e a diventare vittime di atti di bullismo da parte dei compagni di scuola – conseguenze che causano dei “corto-circuiti” a livello cerebrale.

Altri studi recenti hanno rivelato che molti programmi televisivi creati apposta per i bambini possono addirittura avere effetti dannosi sul loro sviluppo, perché contengono immagini e animazioni troppo veloci, sovraccaricando quindi il cervello e provocando una ridotta capacità di attenzione.

A causa di questi effetti della televisione e dei videogiochi, la mente dei bambini è obnubilata prima ancora di potersi sviluppare. Quando diventeranno adulti, agiranno sulla base di scelte e comportamenti presi per lo più a livello inconscio. In pratica, degli zombie; umani che agiscono secondo un processo mentale impulsivo e reattivo, penalizzando la logica e il pensiero critico.

E non sono solo i bambini a essere esposti al rischio di creare un esercito di morti viventi. E’ noto che le fluttuazioni luminose dello schermo televisivo inducono onde cerebrali Alpha, cullando il cervello in uno stato di subconscio simile al sonno, causando una sorta d’ipnosi che rende più suscettibili alle suggestioni.

Questo è noto fin dagli anni ’60 e fu dimostrato chiaramente in un esperimento del 1969 da Herbert Krugman. La ricerca intrapresa da Krugman nel quadro di un più ampio progetto relativo alla pubblicità, rivelò che l’emisfero cerebrale sinistro, che elabora le informazioni in maniera logica e analitica, viene completamente disattivato quando un individuo guarda la televisione.

La luce radiante e le oscillazioni luminose degli schermi televisivi riducono l’attività cerebrale a uno stato “Theta”(onde Theta). Si riduce il pensiero critico, lasciando attive le parti del cervello che conservano i ricordi, le sensazioni e le emozioni.

Tutto ciò che arriva dalla TV in qualche maniera “bypassa” la mente logica e va a inserirsi direttamente nel subconscio. In altre parole, la TV fa presa più sulle emozioni che sulla logica. Numerosi studi hanno anche mostrato che le oscillazioni luminose nei videogiochi causano stati di alterazione della coscienza. In alcuni casi l’attività cerebrale si riduce al di sotto della frequenza Delta. Altri studi hanno anche evidenziato un collegamento tra l’eccessiva esposizione alla televisione e la malattia di Alzheimer. Lo stato semi-conscio indotto dalla TV pare che influenzi direttamente i meccanismi della memoria, del linguaggio e delle percezioni.

Krugman ha anche scoperto che leggere e ascoltare aumentano la cognizione e costruiscono nuovi percorsi neuronali, poiché quando si ascolta si è costretti a pensare in modo critico e a visualizzare il “teatro della mente”.

Inoltre, il passaggio dal cervello sinistro al destro indotto dalla visione degli schermi televisivi, causa un rilascio degli oppiacei naturali del corpo, simile al rilascio delle endorfine durante l’attività fisica. Questo provoca nello spettatore un effetto di piacere. Di conseguenza, quando si spegne lo schermo si scatenano dei sintomi di dipendenza. E come in ogni situazione di astinenza da oppiacei, tali sintomi comprendono ansia, frustrazione e depressione.

Degli esperimenti eseguiti negli anni ’70 dimostrarono che le persone che tenevano la televisione spenta per lunghi periodi, dopo visioni prolungate, tendevano a soffrire di depressione; alcuni si sentivano come se avessero “perso un amico”.

Una combinazione di quattro studi, pubblicati nel Journal of Experimental Social Psychology (Rivista di psicologia sociale sperimentale), concludevano che la televisione può indurre un senso di dipendenza in spettatori con poca autostima e con scarse relazioni sociali. Riferendosi all’ipotesi di surrogato sociale, degli psicologi dell’Università di Buffalo e Miami, Ohio, dimostrarono che per riempire il vuoto emotivo della privazione sociale, alcune persone instauravano dei rapporti con i personaggi dei programmi televisivi.
v La TV è davvero l’oppio dei popoli.

Ovviamente quello di cui parlo qui è solo un flash. Oggi siamo bombardati da ogni parte da distrazioni, sostanze e condizioni create per trasformare il modo in cui interpretiamo la nostra realtà. Siamo condizionati fin dalla nascita ad agire sempre più senza coscienza, proprio la cosa che ci distingue da ogni altro organismo vivente dell’universo conosciuto.

Siamo letteralmente programmati a uno stato di sonno vigile, un’esistenza da zombie. Abbiamo il dovere di agire in modo cosciente e educare gli altri allo stesso modo, se vogliamo spezzare questa dannosa “programmazione” e preservare l’umanità.

Steve Watson, da Londra, scrittore e redattore per Alex Jones in Infowars.com e Prisonplanet.com. Ha un Master in Relazioni Internazionali conseguito alla Scuola Superiore di Politica all’Università di Nottingham in Gran Bretagna.

Fonte: www.infowars.com
Link: http://www.infowars.com/the-idiot-box-how-tv-is-turning-us-all-into-zombies/
Scelto e tradotto per www.comedonchiscootte.org da SKONCERTATA63
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&;file=article&sid=10988

http://www.mentereale.com/articoli/la-scatola-dell-idiozia-come-la-televisione-ci-sta-trasformando-in-zombie