mercoledì 12 settembre 2012

A 11 anni da quell'11 settembre: era Strategia della Tensione


Premessa di Maurizio Barozzi





Nel presentare qui in Allegato questo importante articolo (esposto da Arianna Editrice) sugli attentati dell’ 11 Settembre 2001, di Ferdinando Imposimato, ex magistrato, deputato e senatore e detentore di svariate cariche di prestigio, credo sia opportuno premettere una mia osservazione.
Intanto ritengo che l’articolo di Imposimato, da persona preparata e intelligente, oltre che informata ed esperta, qual’è, si attesta sulla schiera di coloro che ritengono una false flag quegli attentati che causarono 3000 morti e moltissimi altri ancora ci stanno rimettendo la pelle a seguito di gravi malattie polmonari causate nel tempo dalle polveri sottili che invasero l’area di New York interessata ai crolli.
Da ex magistrato Imposimato si è informato e ha studiato quanto è stato analizzato sul crollo delle Tre Torri ed è giunto alla conclusione che la cosiddetta “versione ufficiale” dei crolli non solo non è, ma non può essere veritiera.

Per i cosiddetti debunkers, o “cacciatori di bufale”, quindi il magistrato dovrebbe essere definito un “complottista”, cioè nella migliore delle ipotesi un visionario, ma ovviamente a questo ex magistrato non può essere facilmente espressa la valutazione, che in questi casi viene dai debunkers affibbiata ai complottisti (termine questo già di per sè stesso errato e provocatorio), quella cioè di essere un ignorante e un facilone che spara tesi e osservazioni senza conoscere la materia. Ecco quindi che, sebbene ci siano in giro altri lavori “tecnici” ancor più incisivi ed esaustivi sulla materia (attenzione però, probabilmente a bella posta, sono anche state messe in giro nel web molte “bufale”, finalizzare a inquinare e svilire la controinformazione in merito), questo articolo di Imposimato assume un valore enorme.
Fatta questa osservazione, devo poi però esprimere alcune perplessità che mi sovvengono dalla conoscenza storica dei trascorsi episodi di strategia della tensione.

A mio parere, la palese risultante che il crollo delle tre Torri non fu causata dall’impatto su due di esse degli aerei e del conseguente incendio che ebbe a svilupparsi, a lungo andare non potrà che essere evidente a tutti. Così come prenderà sicuramente corpo il fatto che la preparazione di quegli attentati, nell’area del complesso delle Torri, avvenne sicuramente grazie alla partecipazione di “personale” straniero in perfetto accordo con le Intelligence americane. Prima o poi si produrrà un terremoto negli stessi States ed usciranno fuori prove e testimonianze che attesteranno la natura criminosa di quegli attentati. E’ solo questione di tempo, o meglio della opportunità, per chi di dovere, di cavalcare e sfruttare queste “rivelazioni” per scopi politici. Non lo sapevate che il Sistema si rigenera e riproduce anche attraverso i suoi stessi misfatti?

Come già accadde con la stategia della tensione in Italia, il Sistema ovverosia le forze e gli interessi che a livello internazionale detengono il potere in Occidente, non rischieranno di essere travolte dallo scandalo, ma metabolizzeranno lo sconquasso che deriverà da queste rivelazioni. Salteranno alcune teste, anche autorevoli, probabilmente verrà persino incriminato un ex Presidente, ma il Sistema sarà salvo.

Il giochetto, gattopardesco, è sempre lo stesso, individuare come responsabili i “Servizi infedeli o deviati”, e nel caso negli Usa, magari alcuni entourage dell’amministrazione americana cosiddetti “guerrafondai”, produttori di armi, ecc. Saranno così fatti tutti felici, contenti e coglionati.
A mio parere questo diversivo, che per il Sistema, salva capra e cavoli, si sarebbe già verificato se non fosse che i cosiddetti Servizi e personaggi “deviati”, sono stati supportati o hanno agito di concordia con altri Servizi di entità straniera, facilmente identificabili, ma non pronunciabili, nè tanto meno incriminabili.
Non vorremmo, quindi, che i lavori di Imposimato, le prese di posizione su questo argomento di Giulietto Chiesa, e altri, tutte benvenute per la ricerca della verità, alla fin fine, siano propedeutici a preparare la strada al “salvataggio” del Sistema unico vero responsabile di quegli attentati.
Insomma l’Amministrazione americana non è solo responsabile per non aver controllato e denunciato il gruppetto, a dir poco ridicolo, di attentatori arabi, ma non può che essere implicata direttamente in quegli attentati e questo fatto non potrebbe salvare il Sistema.
Se non si capisce questo si farà la fine delle bombe stragiste che esplosero in Italia tra il 1967 e il 1980, con strascichi a seguire, le quali non furono opera di Servizi deviati, che poi NON esistono essendo questi Servizi tutti sotto controllo delle forze militari atlantiche, cos� come non esistono Massonerie deviate, ma furono interni ad una strategia di guerra non ortodossa che aveva precisi scopi e obiettivi.
Resta solo da dimostrarlo, ma il tempo sarà galantuomo.




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A 11 anni da quell'11 settembre: era Strategia della Tensione

di Ferdinando Imposimato - 11/09/2012

 
Ferdinando Imposimato è presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione ed ex senatore e deputato. A lungo ha fatto parte della Commissione bicamerale Antimafia.

Da magistrato ha istruito alcuni tra i più importanti processi sul terrorismo (il caso Aldo Moro, l'attentato al papa Giovanni Paolo II, il caso Bachelet). Ha scoperto la “pista bulgara” e altre connessioni terroristiche internazionali. Innumerevoli i processi contro mafia e camorra. Tra gli altri, ha istruito il caso Michele Sindona e il processo alla Banda della Magliana.

È autore o co-autore di sette libri sul terrorismo internazionale, la corruzione statale, e di questioni connesse, nonché Grand'Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana.


Gli attentati dell'11/9 sono stati un'operazione globale di terrorismo di Stato consentita dall'amministrazione degli USA, che sapeva già dell’azione ma è rimasta intenzionalmente non reattiva al fine di fare la guerra contro l'Afghanistan e l'Iraq. Per dirla in breve, gli eventi dell'11/9 erano un caso di Strategia della Tensione messa in atto dai poteri politici ed economici negli Stati Uniti per perseguire vantaggi in capo all'industria petrolifera e delle armi.

Anche l'Italia è stata una vittima della "Strategia della Tensione" della CIA, attuata in Italia dai tempi della strage di Portella della Ginestra, in Sicilia, nel 1947, fino al 1993.

Ci sono molte prove di una tale strategia, sia circostanziali che scientifiche. Le relazioni del National Institute of Standards and Technology (NIST), del 20 novembre 2005, hanno sancito le conclusioni di seguito esposte.

Gli aerei che hanno colpito ciascuna delle torri gemelle hanno causato tanto una breccia quanto un'esplosione evidenziata da una gigantesca palla di fuoco. Il carburante rimanente fluiva verso i piani inferiori, alimentando gli incendi. Il calore degli incendi deformava le strutture degli edifici così che entrambe le torri sono crollate completamente da cima a fondo. Molto poco è rimasto di quanto era di qualsiasi dimensione dopo questi eventi, a parte i frammenti in acciaio e in alluminio e i detriti polverizzati provenienti dai pavimenti in cemento. Anchel’edificio 7 del World Trade Center crollò: lo fece in un modo che risultava in contrasto con l'esperienza comune degli ingegneri.

Il rapporto finale del NIST ha affermato che gli attacchi aerei contro le torri gemelle erano la causa dei crolli per tutti e tre gli edifici: WTC1, WTC2 e WTC7.

Tutti e tre gli edifici sono crollati completamente, ma l'edificio 7 non fu colpito da un aereo. Il crollo totale del WTC7 ha violato l'esperienza comune ed era senza precedenti.

Il rapporto del NIST non analizza la reale natura dei crolli. Secondo gli esperti intervenuti nel corso delle Udienze di Toronto (“Toronto Hearings”, 8-11 settembre 2011), i crolli avevano caratteristiche che indicano esplosioni controllate. Sono d'accordo con l’architetto Richard Gage e l’ingegnere Jon Cole, entrambi professionisti di grande esperienza, che sono arrivati alle loro conclusioni attraverso test affidabili, prove scientifiche, e la testimonianza visiva di persone insospettabili, tra cui i vigili del fuoco e le vittime.

L'autorevole teologo David Ray Griffin ha descritto con grande precisione perché l'ipotesi di demolizione controllata dovrebbe essere presa in considerazione. Vari testimoni hanno sentito raffiche di esplosioni.

Secondo il NIST il crollo dell'edificio 7 è stato causato da incendi provocati dal crollo delle torri gemelle. Il chimico e ricercatore indipendente Kevin Ryan, tuttavia, ha dimostrato che il NIST ha dato versioni contraddittorie del crollo dell'edificio 7. In un rapporto preliminare del NIST dichiarava che il WTC7 fu distrutto a causa di incendi provocati da gasolio conservato nel palazzo, mentre in una seconda relazione questo combustibile non era più considerato come la causa del crollo dell'edificio. Ulteriori commenti sulla versione degli eventi data dal NIST sono stati formulati da David Chandler, un altro testimone esperto intervenuto nel corso delle Udienze di Toronto. Nonostante la presunzione del NIST in merito a tre distinte fasi di crollo, Chandler ha sottolineato che molti video disponibili dimostrano che per circa due secondi e mezzo l'accelerazione dell’edificio non può essere distinta da una caduta libera. Il NIST è stato costretto a concordare con con questo fatto empirico come sottolineato da Chandler, e ora comprensibile per chiunque.

Peter Dale Scott, un altro testimone alle Udienze di Toronto, ha dimostrato l'esistenza di un modello d’azione sistematico della CIA volto a bloccare importanti informazioni nei confronti dell'FBI, anche quando l'FBI avrebbe normalmente diritto di ottenerle. Inoltre, ci sono ulteriori elementi di prova contro George Tenet e Tom Wilshire. Secondo l'ex capo dell’antiterrorismo della Casa Bianca, Richard Clarke(intervista rilasciata alla televisione francese e tedesca come parte di un documentario di Fabrizio Calvi e Christopf Klotz ,31 agosto 2011, nonché l'intervista con Calvi e Leo Sisti, "Il Fatto Quotidiano ", 30 agosto 2011) la CIA era a conoscenza dell’imminente attacco dell’11/9.

Inoltre, dal 1999 la CIA aveva indagato Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hamzi, entrambi sauditi, che sono stati associati con l'aereo della American Airlines che ha colpito il Pentagono. La CIA era stata informata che Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hamzi erano arrivati negli Stati Uniti all'inizio del 2000. È legittimo dedurre che Tenet, capo della CIA, e Wilshire, secondo Peter Dale Scott una "figura chiave" nella Alec Station, bloccarono gli sforzi di due agenti dell'FBI, Doug Miller e Mark Rossini, intesi a notificare al centro FBI che uno dei partecipanti alla riunione di Kuala Lumpur, al-Mihdhar, aveva ottenuto un visto USA attraverso il consolato degli Stati Uniti a Jeddah. Il professor Scott, basandosi sulla ricerca di Kevin Fenton, cita 35 occasioni in cui i dirottatori sono stati protetti in questo modo, a partire dal gennaio del 2000 al 5 settembre 2001. Con riferimento al precedente di questi incidenti, il motivo di questa protezione era evidentemente, secondo Fenton, «per coprire un'operazione della CIA che era già in corso.»

Ulteriore prova indiziaria contro Tenet e Wilshire è la seguente. Il 12 luglio 2001 Osama bin Laden si trovava nell’ospedale americano di Dubai. Fu visitato da un agente della CIA. Questa informazione è stata data a Le Figaro, che ha anche riferito che bin Laden era stato operato in questo ospedale, essendo arrivato da Quetta (Pakistan). Questa informazione è stata confermata da Radio France International, che ha rivelato il nome dell'agente che ha incontrato bin Laden: Larry Mitchell. Tenet e Wilshire, consapevoli della presenza di bin Laden negli Emirati Arabi Uniti, non sono riusciti a farlo arrestare né estradare, anche se i documenti dell'FBI e della CIA lo ritenevano responsabile di massacri in Kenya e Tanzania.

L'insidertrading è una forte ulteriore prova contro la CIA, l’FBI e il governo degli Stati Uniti.

Gli articoli del professor Paul Zarembka, così come da Kevin Ryan e altri, dimostrano che tali casi di insider tradinghanno avuto luogo nei giorni immediatamente precedenti rispetto agli attentati. Eppure questi casi di insider trading sono stati negati dall'FBI e dalla Commissione d’inchiesta sull’11/9.

Ulteriore prova contro la CIA e l'amministrazione degli Stati Uniti è la seguente. Mohammed Atta, almeno a partire dal maggio 2000, era sotto sorveglianza della CIA in Germania, secondo la Commissione sull’11/9, sia perché era accusato sin dal 1986 di attentati contro Israele, sia perché era stato sorpreso mentre acquistava grandi quantità di prodotti chimici per l'uso in esplosivi a Francoforte (The Observer, 30 settembre 2001). È stato indagato dal servizio segreto egiziano e il suo telefono cellulare era sotto controllo. Nel novembre del 1999 Mohammed Atta lasciò Amburgo, andò a Karachi, in Pakistan, e poi a Kandahar. Qui ha incontrato bin Laden e lo sceicco Omar Saeed (secondo la rivista specializzata in questioni di sicurezza interna GlobalSecurity.org, alla voce "Movements of Mohammed Atta"). Dopo giugno 2000 gli USA hanno continuato a monitorare Atta, intercettando le sue conversazioni con Khalid Sheikh Mohammed, considerato il regista del 9/11, che ha vissuto in Pakistan.

Una forte prova del fatto che la CIA era a conoscenza dei movimenti irregolari di Atta dagli Stati Uniti verso l'Europa e all’interno degli Stati Uniti è il documento declassificato della CIA inviato dall'Agenzia a G.W Bush (President’s Daily Brief– Ndt: “relazione breve giornaliera per il presidente”). Questo documento, del 6 agosto 2001, dice: «Bin Laden determinato a colpire in USA.» E continua: "relazioni di provenienza clandestina, di governi stranieri, e dei media indicano che bin Laden sin dal 1997 ha voluto condurre attacchi terroristici negli Stati Uniti. Bin Laden ha inteso in interviste a televisioni statunitensi nel 1997 e nel 1998 che i suoi seguaci avrebbero seguito l'esempio dell’attentatore del World Trade Center Ramzi Yousef, e avrebbero “portato i combattimenti in America”.»

Dopo gli attacchi missilistici degli Stati Uniti sulla sua base in Afghanistannel 1998, bin Laden disse ai seguaci che voleva infliggere una rappresaglia a danno di Washington, secondo un servizio di intelligence straniero. Un membro operativo egiziano della Jihad islamica ha rivelato a un agente di un servizio segreto straniero, nel frattempo, che bin Laden aveva intenzione di sfruttare l'accesso operativo agli Stati Uniti per organizzare un attacco terroristico ...

Una fonte clandestina ha affermato nel 1998, che una cellula di bin Laden a New York stava reclutando giovani musulmani americani per gli attentati.

Questo documento dimostra che la CIA, l’FBI, così come il presidente Bush, conoscevano già dal 6 agosto 2001 chi aveva un accesso operativo: Atta. Nessuno ha goduto di un tale accesso negli Stati Uniti quanto Atta. Ma la CIA, l’FBI e Bush non hanno fatto nulla per fermarlo.

In Italia ho raccolto prove che la guerra in Iraq è stata decisa dal governo degli Stati Uniti prima degli attacchi dell'11/9 con l'aiuto dei servizi segreti italiani. Secondo Michel Chossudovsky, gli attacchi dell'11/9 sono stati usati come pretesto per la guerra, avendo avuto come sfondo i molti anni in cui si è avuta la creazione e il sostegno da parte della CIA della rete terroristica ora conosciuta come al-Qa’ida. Oggi c'è il pericolo di una nuova "guerra preventiva" contro l'Iran da parte degli Stati Uniti. Questo potrebbe essere terribile per la gente di tutto il mondo e potrebbe anche distruggere una gran parte dell'umanità.

L'unica possibilità per avere giustizia è quello di presentare le migliori proverelative al coinvolgimento di singoli individui nei fatti dell’11/9 al Procuratore della Corte penale internazionalechiedendogli di indagare in base agli articoli 12, 13, 15 e 17, lettere a e b, dello Statuto della Corte penale internazionale, ricordando anche il preambolo della Statuto:

 

·         Riconoscere che tali gravi reati minacciano la pace, la sicurezza e il benessere del mondo,

·         Affermare che i reati più gravi che sono motivo di allarme per la comunità internazionale nel suo insieme non debbano rimanere impuniti e che la loro repressione debba essere efficacemente garantita mediante provvedimenti adottati a livello nazionale ed attraverso il rafforzamento della cooperazione internazionale,

·         Essere determinati a porre fine all'impunità degli autori di tali crimini e quindi di contribuire al perseguimento di tali reati,

·         Ricordare il dovere di ogni Stato di esercitare la propria giurisdizione nei confronti dei responsabili di reati internazionali ...

 

Ferdinando Imposimato, settembre 2012.


Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

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video aggiunto da Sociale   


http://video.google.com/videoplay?docid=-4707106427582061756
 

lunedì 10 settembre 2012

Come perdemmo la guerra: Una guerra preventiva



Mussolini ha fatto molte cose buone… ma non doveva fare la guerra. Con questo giudizio lapidario, ripetuto decine di migliaia di volte da articoli di riviste e documentari televisivi, viene chiusa una vicenda che merita ben altrimenti approfondite considerazioni.

Dico subito che la mia tesi è opposta: intendo sostenere in questa sede gli argomenti che mi hanno convinto che l'Italia, come il Giappone nel 1941, sia stata obbligata ad entrare in guerra nel momento in cui la guerra avrebbe favorito gli interessi degli anglo-americani.

LA STRATEGIA DELLA GRANDE POTENZA.


Immaginate una grande potenza, che domina il mondo con la sua forza, e mantiene le altre Nazioni sotto il suo predominio militare ed economico. La grande potenza controlla tutti i giacimenti petroliferi e minerali del mondo, e tutte le vie di comunicazione navale: essa può limitare o strangolare l'economia di qualsiasi altra nazione a suo piacimento per non lasciarne crescere la forza economica e militare, oltre il punto in cui quella nazione possa metterne in pericolo il predominio.

Immaginate ora che una o più nazioni minori vogliano liberarsi dal giogo della grande potenza: esclusa la via economica, perché la grande potenza strangolerebbe subito ogni sviluppo che possa mettere in pericolo la propria economia, non resta che la via militare. La guerra, che Clausewitz aveva definito come la diplomazia fatta con i cannoni.

La grande potenza userà ovviamente la sua forza militare, e la userà nel momento preciso nel quale la nazione ribelle sta per raggiungere un livello d'armamento per lei pericoloso. In quel momento la nazione ribelle non ha interesse ad iniziare la guerra, perché non è ancora pronta, la guerra deve quindi essere provocata dalla grande potenza e possibilmente con una provocazione tale da farsi dichiarare guerra e recitare il ruolo della vittima innocente.

Nonostante il tenore di vita dei suoi cittadini sia molto più alto di quello dei cittadini delle nazioni minori, non sarebbe facile mandarli a farsi ammazzare per difendere la politica imperialista, le banche e la grande finanza.

Molto meglio mandarli al fronte affermando che devono difendere la libertà e l'indipendenza della Patria… e se poi si riesce a dipingere il nemico come l'essenza della malvagità tanto meglio, i soldati combatteranno con maggiore determinazione e probabilmente nessuno farà domande imbarazzanti.

Questi erano i rapporti esistenti alla fine degli anni 30 tra Italia, Germania ed Inghilterra. Quest'ultima controllava i giacimenti di petrolio mediorientali, le miniere dei principali metalli industriali ed i principali mercati di negoziazione per tutti i materiali.

Fissando il prezzo delle materie prime e del petrolio, l'Inghilterra poteva decidere se e quanto la nostra industria potesse fare concorrenza alla sua. Controllando assieme agli americani i principali mercati mondiali, l'Inghilterra poteva decidere se e quanto la nostra industria potesse esportare e quindi crescere.

In altre parole gli elegantissimi ed educatissimi banchieri inglesi potevano decidere, dalle comode poltrone del loro club, del tenore di vita e del futuro del popolo italiano.

Sono sicuro che queste considerazioni vi fanno pensare ad avvenimenti recenti, e come vedremo nel seguito la cosa non è affatto casuale: un filo rosso si snoda lungo la storia dei secoli passati per giungere sino ai nostri giorni… e lega avvenimenti che sono sì distanti l'uno dall'altro decine d'anni, ma sono anche straordinariamente simili.

IL MONDO SI RIARMA.

Preparare una nazione alla guerra è un processo che dura anni, e sessanta anni fa con una tecnologia meno progredita di quella odierna, possiamo stimare questo periodo in modo realistico in circa cinque anni.

Intendiamoci, nessuno è mai veramente pronto alla guerra, manca sempre qualcosa, però ad un certo momento non si può più rimandare e si parte. Numerosi indizi fanno ritenere che gli anglo-americani si preparassero per il 1941, italiani e tedeschi per il 1943.

Per i primi era importante la data del 1941, perché in quell'anno si doveva rieleggere Roosevelt, il quale poteva vincere solo assicurando agli americani che non avrebbe fatto la guerra, come fece in varie dichiarazioni in incontri pubblici e discorsi alla radio.

Una volta eletto… cambio completo di registro, con l'ordine alle navi da guerra americane di proteggere i convogli inglesi, anche attaccando i sommergibili tedeschi. I comandanti tedeschi avevano l'ordine di non rispondere anche ad attacchi intenzionali da parte americana, proprio per non dare motivo agli americani di entrare un guerra.

Non riuscendo in questo modo, gli americani provvederono con un ultimatum al governo giapponese, perché rinunciasse all'invasione della Cina, ed al relativo embargo sul petrolio.

Vale la pena di osservare che se il Giappone conduceva una guerra imperialista in Cina, nessuno dava agli americani il diritto di immischiarsi nella politica altrui.

In aggiunta l'embargo sul petrolio coinvolgeva anche le compagnie petrolifere anglo-olandesi, e ciò conferma la concertazione tra Washington e Londra.

Senza petrolio l'economia del Giappone si sarebbe fermata. Alla data dell'ultimatum i giapponesi avevano riserve di petrolio per sei mesi: l'attacco di Pearl Harbour arrivò dopo quattro mesi.

La dichiarazione di guerra americana al Giappone ebbe come conseguenza automatica le dichiarazioni di guerra italiana e tedesca agli Stati Uniti: Roosevelt aveva ottenuto il suo scopo, proprio nel 1941.

Di Pearl Harbour ci occuperemo in uno dei prossimi capitoli, qui ci basta dire che lunghe ricerche storiche e diversi processi hanno stabilito che Washington era al corrente sia delle intenzioni giapponesi che della data d'attacco: tutto fu tenuto nascosto per poter entrare in guerra con qualche migliaio di morti al motto di difendiamo la libertà.

Per quanto riguarda l'Italia è noto che Mussolini preparasse l'Esposizione Universale di Roma per il 1942, quindi non sarebbe potuto entrare in guerra che nel 1943 al più presto. Ed a riprova di ciò nel 1943 il nostro Esercito ebbe finalmente le prime armi moderne, ma quando ormai la guerra era persa.

Per parte tedesca è più difficile riportare informazioni, l'unica che posso citare proviene dal resoconto di un incontro fra Hitler e Raeder, il comandante in capo della Marina tedesca, dove Hitler afferma che la guerra si sarebbe dovuta concludere entro il 1946, perché per allora il vantaggio delle nuove armi tedesche si sarebbe presumibilmente azzerato.

Come sopra esposto, tutte le nazioni si preparavano alla guerra almeno dal 1936 e casomai, se il termine dei cinque anni vale per tutti, gli anglo-americani avevano cominciato con almeno un anno d'anticipo.

Per quanto sopra, atteggiarsi a vittime incolpevoli, sorprese dalla improvvisa follia guerrafondaia di Mussolini, sembra proprio una rappresentazione teatrale ad uso e consumo degli ingenui.

L'ENTRATA IN GUERRA DELL'ITALIA.

Nell'estate del 1939 le speranze di pace che avevano seguito l'accordo di Monaco, erano solo un ricordo; la richiesta della Germania di avere un collegamento terrestre con la regione portuale di Danzica, raggiungibile solo dal mare dopo la cessione forzata di territorio tedesco alla Polonia in seguito alla pace di Versailles, aveva riacceso polemiche ed ostilità.

I tedeschi, con l'annessione dell'Austria e l'occupazione dei Sudeti, cercavano di ricostruire uno spazio economico smembrato dai trattati di pace del 1918, che diversi storici hanno giudicato inutilmente severi e tali da originare un'altra guerra.

Gli inglesi ovviamente cercavano di impedire che l'industria e l'economia tedesche avessero modo di crescere e tornare ad essere un pericolo per la loro supremazia.

Tuttavia, come già detto, nel 1939 nessuno si sentiva veramente pronto e gli inglesi avevano due lunghi anni da aspettare, prima che Roosevelt rieletto potesse entrare in guerra.

In una prima fase cercarono di evitare la guerra, scomodarono persino Roosevelt, perché scrivesse a Mussolini una lettera mielosa esortandolo alla pace e lo invitasse ad un incontro alle Azzorre. Poi, improvvisamente, cambiarono idea, e fu la dichiarazione di guerra alla Germania. Per quali motivi?

Non certamente la difesa della libertà polacca che fu solo un pretesto, visto che nel 1945 abbandonarono tranquillamente i poveri polacchi al loro misero destino di Repubblica Popolare e a 60 anni di miseria fisica e spirituale sotto il regime comunista.

I motivi che voglio elencare come probabili sono i seguenti:

ENIGMA.

Gli inglesi erano venuti in possesso dei mezzi per decifrare i messaggi Enigma, un sistema che i tedeschi ritenevano impenetrabile e che avrebbero usato lungo tutta la guerra per trasmettere ordini ai comandi delle unità combattenti.

Un vantaggio di enorme importanza militare, che fece pendere la bilancia da parte inglese. Parleremo di Enigma, per l'importanza dell'argomento, in un capitolo a parte.

LA LEGGEREZZA DI CIANO.

Come ammette lui stesso nella sue memorie, Ciano ebbe la leggerezza imperdonabile di far capire, anzi di dichiarare all'ambasciatore inglese Percy Lorraine il 30 Agosto, che l'Italia non sarebbe entrata in guerra.

In data 7 Novembre scrive sul suo diario '...Ribbentrop continua a dire che l'Inghilterra è entrata in guerra perché ha saputo per tempo che l'Italia sarebbe rimasta neutrale...'.

Sapere di dover affrontare solo la minaccia tedesca, e non anche una guerra navale nel Mediterraneo contro la temibile Marina italiana fu un vantaggio enorme per gli inglesi.

I tedeschi non lo perdonarono mai a Ciano, e pretesero la sua fucilazione a Verona.

I MILIONI DI BADOGLIO.

Vale anche la pena di riportare qui la voce di provenienza dal capo della Polizia Senise, che asseriva essere a sua conoscenza il fatto che Badoglio avesse ricevuto dai francesi la somma di 50 milioni di lire per assicurare la neutralità italiana.

Di questa voce non esiste a mia conoscenza alcun riscontro positivo, non posso tuttavia fare a meno di dire che, nella mia opinione, il comandante militare che ha maggiormente danneggiato la nostra condotta di guerra è il generale Badoglio. Vedremo in seguito alcune delle sue brillanti decisioni.

LA DISINFORMAZIONE ORGANIZZATA.

Una serie di eventi mi spinge a credere che gli inglesi ingannarono deliberatamente Hitler, facendogli credere che una parte consistente della classe dominante inglese fosse contraria alla guerra e l'avrebbe impedita o quantomeno resa una commedia se fosse scoppiata, allo scopo di guadagnare qualche mese di tempo verso il traguardo del 1941:

http://www.controstoria.it/images/punto.gif La visita in pompa magna di Edoardo VII e Wally Simpson in Germania, con grandi dichiarazioni di ammirazione per il Nazismo e ricevimenti ufficiali presso tutte le più alte cariche del Reich.

http://www.controstoria.it/images/punto.gif I contatti frenetici a mezzo corriere tra Londra e Berlino in tutta la settimana precedente la dichiarazione di guerra, e la meravigliata costernazione dei tedeschi nel ricevere la dichiarazione di guerra inglese.

http://www.controstoria.it/images/punto.gif La totale assenza di ogni seria operazione militare sul fronte franco-tedesco per il periodo straordinario di sei mesi dopo la dichiarazione di guerra, mentre sarebbe stato normale approfittare del fatto che metà della Wehrmacht fosse impegnata in Polonia.

http://www.controstoria.it/images/punto.gif L'altrimenti inspiegabile decisione di Hitler di fermare le sue forze corazzate e la Luftwaffe a Dunquerque, lasciando che le divisioni inglesi, ormai sconfitte e disarmate, tornassero in Inghilterra su una variopinta flotta di pescherecci, barche a vela e natanti di ogni tipo, tutti rigorosamente senza difesa.

Fin qui per quanto riguarda l'inizio della Guerra Mondiale, all'inizio di Settembre del 1939. Poi otto mesi di non belligeranza italiana, e la nostra dichiarazione di guerra a Francia ed Inghilterra il 10 Giugno del 1940.

L'opinione diffusa sul perché siamo entrati in guerra: perché quel furbone di Mussolini pensava che la Germania avesse già vinto e voleva la sua fetta del bottino, lo hanno letto tutti gli italiani cento volte, su tutti i giornali.

Chi non crede ai giornali può invece riflettere sui fatti seguenti:

I FRANCESI ERANO DISPERATI.

Il generale Gamelin aveva dichiarato il 23 Agosto 1939 la totale impreparazione delle forze armate francesi… un'offensiva non sarebbe stata possibile che nel 1942, sempre che si potesse contare sulle divisioni inglesi e su grandi quantità di materiali americani (interessante che queste dichiarazioni concordino con le mie deduzioni di sopra circa i piani anglo-americani).

Così gli inglesi si trovarono nella situazione di avere scatenato una guerra, dove quelli che avevano sempre mandato a morire al loro posto, i francesi, non erano pronti.

Cosa fare non era un problema, mica per niente l'Inghilterra era una grande potenza marittima: se non si poteva battere sul terreno e su di un fronte limitato un nemico più forte, la soluzione era allargare il conflitto, costringere il nemico ad impiegare parte delle sue forze su di un fronte lontano sottraendo uomini, munizioni e carburanti al fronte principale.

Da qui il tentativo inglese di occupare nella primavera del 1940 la Norvegia, per tagliare le linee di trasporto che rifornivano le acciaierie tedesche con minerali di ferro svedesi. La cosa finì male, i tedeschi li presero prima a legnate e poi occuparono la Norvegia, mentre gli inglesi strillavano alla violazione della neutralità norvegese.

Dopo di che… l'unico altro luogo dove si potesse allargare il fronte era il Mediterraneo.

L'EMBARGO SUL CARBONE.

Con scorte di carbone per circa un mese di consumi, la nostra industria dipendeva totalmente dalle importazioni di carbone tedesco via mare dal porto di Rotterdam.

L'Italia era in quel momento un paese neutrale e nessuno avrebbe potuto bloccare secondo le norme internazionali le nostre importazioni, ma il governo inglese, dopo una lunga serie di vessazioni speciose iniziate nel Novembre del 1939, annunciò ai primi di Marzo del 1940 un blocco totale di tutte le navi italiane.

L'annuncio era stato preceduto da una dichiarazione dell'ambasciatore inglese che il suo paese sarebbe stato lieto di fornire il nostro intero fabbisogno di carbone contro pagamento in macchine utensili, armi ed aerei militari.

Qui occorre dire che un paese ha bisogno di essere armato anche quando vuole difendere la sua neutralità: consegnare armi ed aerei agli inglesi ci avrebbe costretto a chiedere la loro protezione e perdere completamente la nostra libertà di azione.

Come ben notato nelle memorie del generale Faldella '…se il governo inglese avesse voluto affrettare l'intervento dell'Italia in guerra, non avrebbe potuto fare meglio…'.

E' appena il caso di menzionare che lo stesso schema, sostituendo il carbone con il petrolio, fu usato l'anno seguente dagli Stati Uniti con il Giappone. Anche ai giapponesi fu offerto, se avessero rinunciato alle loro sciocche mire espansionistiche sulle zone riservate alle grandi potenze, un bel pacchetto di vantaggiosi accordi commerciali.

L'ambasciatore americano che presentò l'offerta non aveva sicuramente dubbi sul tipo di risposta che avrebbe ricevuto.

IL FATTORE NAVALE.

La maggior parte di noi quando parla di guerra pensa principalmente ai combattimenti terrestri, talvolta magari a qualche scontro aereo; le regole e la strategia di impiego della potenza militare navale non ci sono familiari.

Non può essere così per chi intenda parlare di storia, e per convincersene basta pensare che l'Inghilterra ha retto per tre secoli il più grande impero del mondo senza quasi combattere grandi battaglie terrestri. Persino la vittoria di Waterloo, che gli storici attribuiscono al genio di Wellington, fu vinta alla fine grazie ai prussiani del generale Blucher.

Ancora, quando la Russia sovietica decise di sfidare la potenza militare americana il suo maggiore sforzo fu la costruzione di una possente flotta oceanica.

La potenza navale inglese si è sempre basata sulla capacità di poter mettere contemporaneamente in linea nel Mediterraneo, nell'Atlantico e nel Pacifico una flotta comunque più potente di qualunque altra (come oggi fanno gli Stati Uniti).

Nel Settembre 1939 l'Ammiragliato inglese si rese conto che, se avesse voluto proteggere i convogli in Atlantico che erano vitali per l'industria inglese, non aveva navi moderne sufficienti per presidiare il Mediterraneo ed il Pacifico.

L'Ammiraglio Cunningham aveva preteso che non ci fossero ostilità nel Mediterraneo nel 1939 perché '…la perdita di qualche nave avrebbe avuto un effetto deleterio in Giappone…'.

Tuttavia nell'estate del 1940 la situazione per gli inglesi sarebbe ancora peggiorata: a fronte delle due navi da battaglia tipo King George che sarebbero entrate in linea, gli italiani avrebbero potuto schierare le due corazzate tipo Littorio, ed i tedeschi le due tipo Bismarck.

Per evitare di trovarsi nei guai a breve, l'unica strada degli inglesi era quella di una guerra preventiva contro l'Italia, che spazzasse via la flotta italiana dal Mediterraneo, prima che le due Littorio entrassero in servizio, e lasciasse loro il pieno controllo di questa preziosa via di comunicazione che permette di trasferire una flotta intera dall'Atlantico al Pacifico in sole due settimane.

La Warspite, la Ramilles, la Royal Sovereign e la Malaya… un'impressionante forza navale di quattro navi da battaglia fu riunita ad Alessandria il 10 Maggio senza alcun motivo apparente e, soprattutto, quando la loro presenza era vitale per proteggere il traffico marittimo inglese dalle scorrerie delle corazzate tascabili tedesche.

Assieme alle navi francesi avrebbero potuto fare a fette le due sole corazzate italiane. Nulla poi successe, perché nella stessa data del 10 Maggio i tedeschi diedero l'avvio alla loro campagna di Francia, che in sole due settimane polverizzò l'esercito francese ed obbligò ad un generale cambio di strategie.

Ma la gigantesca concentrazione di navi da battaglia ed il suo sinistro significato non sfuggirono sicuramente allo Stato Maggiore della nostra Marina, che dovette riferire le sue conseguenze a Mussolini. Mancavano meno di 30 giorni alla nostra dichiarazione di guerra.

LA MISSIONE DI HESS.

Il volo di Hess in Inghilterra, da tutti liquidato come l'impresa di un folle: Hess era nientemeno che il numero due del Nazismo ed il successore dichiarato di Hitler.

Che sia volato in Inghilterra, sia pure per iniziativa personale, a chiedere se fossero diventati matti e volessero veramente la guerra, mi pare provato dal fatto che per tutta la durata della sua lunghissima prigionia gli sia stato letteralmente impedito di parlare con chiunque; non poteva parlare di niente con nessuno.

Hess era detenuto nel carcere tedesco di Spandau come unico prigioniero, con una guardia composta da reparti delle quattro potenze vincitrici.

E quando alla caduta del Comunismo i russi hanno dichiarato di non poter più mantenere la loro guardia alla prigione di Spandau, il che avrebbe significato smettere il teatrino e lasciarlo in libertà.

Hess secondo la versione ufficiale si è suicidato. I dati dell'autopsia richiesta dai familiari rivelano che è stato strangolato: sul serio, non doveva parlare con nessuno per nessun motivo.

Bibliografia.

http://www.controstoria.it/images/punto.gif Bandini F., 'Tecnica della sconfitta', Longanesi Editore 1969
http://www.controstoria.it/images/punto.gif Scarfoglio C., 'Dio stramaledica gli Inglesi', Editrice Barbarossa 1999



sabato 8 settembre 2012

E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia

 
Scritto da: Gianni Petrosillo (05/09/2012)
Che cosa c’è di più ingannevole, menzognero, simulatorio, illusorio di un regime democratico? Soltanto i portatori insani di democrazia i quali, credendo a quel che loro stessi hanno somatizzato, divorano la verità, gli eventi, gli altri individui e le cose con una mano sul cuore  e  l’altra sulla fondina.  La democrazia è un superpotere che rende invulnerabili dalle critiche, basta essere democratici per diventare politicamente corretti, moralmente superiori, umanitariamente migliori, legalitariamente incensurabili, abili e arruolati al governo delle anime belle con l’umanitarismo in bocca e gli uomini sotto i piedi. Essa è l’arma segreta dei buoni che vincono sempre perché sono immancabilmente dalla parte giusta avendo tracciato, secondo le loro variabili esigenze, la riga, o, meglio, la curva (per far rientrare nel club, all’occorrenza, anche quei paesi non perfettamente libertari ma che ti danno volentieri una mano e il metano, oppure il petrolio e il mercenario), che separa il bene dal male. Se non fossero democratici, quindi necessariamente buoni, verrebbe da pensare che potrebbero essere persino loro i veri cattivi. Ma La democrazia non è un’aspirazione sociale, non è un ideale egualitario, non è una tensione collettiva verso il buon governo, la democrazia non è una utopia, la democrazia è viva e la puoi toccare restandone incenerito, è la libertà che ti arriva in faccia fischiettando come un proiettile all’uranio impoverito, è la bomba intelligente che ti fa la rampogna punendoti sul posto, è il verbo della prepotenza incarnito nella post-modernità, è il dente avvelenato della globalizzazione capitalistica di matrice americanista, è la tavola sacra che ti rompe la testa se non accetti la regola del suo gioco, è la missione umanitaria che ti sfonda la casa e ti ammazza bonariamente la famiglia per un principio superiore ed un danno collaterale minore (si fa per dire), è la giustizia integrata dalla menzogna che non ti dà il tempo di spiegare la tua ragione. La democrazia è un drone di Dio, o, piuttosto, di un Signore con la pelle scura e la Casa Bianca o con la pelle bianca e la coscienza nera, dipende insomma dalle annate; è un sogno americano che ti s’infila nell’ano, è una religione con rito elettorale che stabilisce il livello di rincoglionimento generale. Anche Lenin si sbagliava, la democrazia non è, come egli sosteneva,  il miglior involucro della dittatura, la democrazia è l’involucro di sé stessa essendo peggio di qualsiasi dittatura, sia fuori che dentro. Ad ogni modo, la quintessenza della democrazia sta nella fabbricazione di prove false su massacri mai avvenuti, su persecuzioni inesistenti, su genocidi mai verificatisi come incipit per il conflitto al fine di togliersi dai piedi Presidenti scomodi e governi irriducibili.  La tribù dei democratici si esalta e danza intorno all’immaginaria fossa comune, al massacro etnico inventato, ai maltrattamenti provocati dai suoi medesimi scherani, prima d’iniziare il bombardamento a tappeto e realizzare il regime change agognato. E’ successo troppe volte ma il trucco funziona sempre e, così, con le solite lacrime di coccodrillo sul volto e lanciando l’urlo di battaglia dello scimpanzé ammaestrato, il vero democratico parte alla guerra liberatoria contro il despota assatanato, depravato, pazzo, sanguinario, hitleriano. Da Timisoara a Belgrado, da Tripoli a Damasco la storia si ripete due, tre quattro volte come tragedia, come farsa, come buffonata e come abitudine inveterata. Poi ogni tanto, quando ormai il danno è fatto e la memoria della gente cancellata, viene fuori che era tutto fabbricato per le ragioni di qualche Stato. Ieri Il Giornale titolava: “Il massacro di Timisoara mai avvenuto che provocò la caduta di Ceausescu (http://www.ilgiornale.it/news/interni/massacro-timisoara-mai-avvenuto-che-provoc-caduta-ceausescu-834433.html)” ma ne avevamo già parlato noi qualche anno fa (http://www.eurasia-rivista.org/1989-il-falso-carnaio-di-timisoara/5022/). Uguale smentita sulla pulizia etnica perpetrata da Milosevic contro i Kosovari, casus belli della guerra alla Serbia nel 1999, arrivò addirittura dall’OCSE, appena qualche settimana dopo i “bombardamenti umanitari” di D’Alema (l’uomo divenuto Premier grazie ad un intrigo degli Usa, complice l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ed i soliti ambasciatori americani a Roma, sempre molti attivi. Cossiga dichiarò, senza mai essere smentito o citato in tribunale dal leader del PDS-DS-PD, che lui ebbe un ruolo determinante nel portare D’Alema a Palazzo Chigi: “….eravamo nel pieno della guerra nel Kosovo e io, in un incontro riservato a casa del senatore valentino Martelli, avevo incontrato una qualificata e preoccupata delegazione diplomatica. C’erano l’ambasciatore britannico Jonh Weston, il suo collega americano all’ONU Bill Richardson e il ministro consigliere e vicecapomissione dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma James Cunnigham. Mi chiesero dell’Italia, di come si sarebbe comportata sul fronte di guerra. La questione era assai delicata, perché si sarebbe reso necessario bombardare le postazioni serbe di Slobodan Milosevic e gli italiani difficilmente potevano tirarsi indietro. Chi, se non un comunista, avrebbe potuto portare un Paese in guerra tacitando la prevedibile opposizione dei pacifisti e delle organizzazioni sindacali? Chi, seppure con difficoltà, avrebbe potuto vincere le resistenze più che prevedibili di un’opinione pubblica profondamente contraria all’uso delle armi? Pensai: solo D’Alema può farlo, è l’uomo politico che la storia chiedeva all’Italia in quel momento così difficile. Per raggiungere l’obiettivo fondai addirittura un partito, l’UDR, con Clemente Mastella. E il 28 ottobre del 1998 nacque il governo D’Alema). Capito come si diventa dirittocivilisti ad oltranza e falsificatori ad abundantiam? E dire che ancora oggi il mitico baffetto nazionale, nonostante Cossiga abbia svelato la macchinazione internazionale dietro alla sua nomina a Premier, continua a ripetere di aver contribuito alla distruzione della sovranità serba per amore del prossimo e per evitare massacri più efferati. E le fosse comuni in Libia a causa delle quali si accelerò  l’intervento della “Comunità di recupero democratico internazionale” contro Gheddafi? Un vecchio cimitero sulla spiaggia. Ed in Siria? Credete che stia accadendo qualcosa di diverso? “E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia! (E. L. Masters, Nuova antologia di Spoon River)”

http://www.conflittiestrategie.it/e-questo-e-un-gioco-da-banditi-amici-miei-che-si-chiama-democrazia

giovedì 6 settembre 2012

DELIRANTE ENTRATA NELLA CAPITALE


Il grande Giacinto de' Sivo così magistralmente sintetizza l'avanzata di Garibaldi tra Reggio e Salerno:

"Il Nizzardo, sendo tutte le scene preparate, fè la sua miracolosa parte: egli innanzi, altri pochi di lato, a drappelli, chi a piè, chi cavalcione a un mulo, chi su carri, chi in barca con arme varie, sbevazzando per osterie, dormendo disseminati qua e là, tutti inadatti a qualsiasi pugna. Arrivano Calabresi prezzolati, men valenti di loro, buoni a correre, a farsi veder da lontano su creste di monti, a simular fuochi di campi, a tagliar telegrafi, a trarre moschettate all'aria. Egli poi appare sur un monticello, i soldati gli fan fuoco, ei retrocede, e manda il parlamentario, il duce regio chiama consiglio, si dice circondato, licenzia la truppa e sparisce. I soldati gridano tradimento, si sbandano, e si raggranellano dietro ad altri battaglioni, ch'han stessa sorte. Con tal reiterata commedia l'eroe s'appressò a Salerno, dove sarebbe finita, se la reggia non l'aiutava."

Come per entrare in Sicilia c’era stato l’accordo con le larve della mafia, per accedere in Napoli è indispensabile patteggiare con quelle della camorra.
Ormai la revisione storica in atto sta dimostrando sempre più nitidamente l’irrisorio peso della criminalità nel Regno delle Due Sicilie. Essa era organizzata saltuariamente dai baroni avidi e disubbidienti (specie in Sicilia) e dai rivoluzionari a corto di uomini (come nel Cilento degli anni ’20). Lo scellerato afflato tra baroni e rivoluzionari conduce ai patti di Marsala prima e di Salerno dopo. Così agli inizi di settembre 1860 il sindaco di Napoli d’Alessandria si reca a Salerno per presentare al bandito Garibaldi colui che gli spalancherà le porte della capitale borbonica. Si tratta di Tore ‘e Criscienzo (Salvatore De Crescenzo) in persona, capo della camorra mortificata e ristretta dai Borbone. Che cosa abbiano chiesto mafiosi e camorristi al nizzardo è facilmente intuibile guardando al loro floridissimo sviluppo e al ruolo loro assegnato dai vari uomini di potere succedutisi in 150 anni di nazione italiana.
E’ tanto suadente la protezione camorristica che il cosiddetto eroe si avvia praticamente da solo in treno per Napoli. Ivi è pronto lo spettacolo orchestrato dalla faccia meno torva della camorra, quel Liborio Romano assurto a furor di delinquenti a capo della polizia. Vi è la “folla” in delirio costituita dai rivoluzionari di tutte le province appositamente radunati, i militari sabaudi ormai già padroni della città, altri rivoluzionari trasferiti velocemente per il lauto banchetto partenopeo che stava per cominciare, i criminali locali con famiglie al completo che avevano costretto con la forza qualche sventurato passante a imitarli. Vi è lo scenario che incita al delirio perché i palazzi sono pavesati dal tricolore, previa imposizione ai proprietari delle finestre e dei balconi di esporre quello consegnato per evitare problemi con il nuovo padrone. Vi è anche chi il delirio deve sognarlo e immortalarlo per una manciata di ducati (pubblici) e tira giù acquarelli e disegni da utilizzare per la stampa internazionale ignara e per i gonzi che ancor oggi prendono per oro colato quelle immagini false e tendenziose. E’ un turbinio di deliri che fa perdere ai Napoletani la tramontana. Purtroppo ciò prosegue rovinosamente anche oggi, 7 settembre 2010…

V.G.

Sempre da libro dello scrivente “Il saccheggio del Sud” riportiamo le pagine dedicate alla nefasta entrata del condottiero in Napoli.

Il lurido trio di efferati traditori a Napoli funziona a pieno ritmo: Spinelli, Pianelli e Romano convincono il Re ad abbandonare la capitale. La storia è purtroppo costellata di tradimenti ma raramente si sono visti ministri costituzionali usare il potere loro elargito dal sovrano per liberarsi di lui, distruggendo con mille menzogne il suo esercito fidato, comprimendo con ogni mezzo la spontanea reazione popolare e regalare l'opulenta patria intatta a banditi stranieri.
La Corte lascia la capitale per i citati intrighi ma non si riesce a comprendere ancora il perchè della precipitazione che provoca pesantissime conseguenze, soprattutto finanziarie. Il Re s'imbarca come se un terremoto lo costringesse a staccare i suoi piedi il più presto possibile da Napoli. Nella capitale giacciono derelitti oltre 33 milioni di Ducati in contanti nei banchi, musei ricchissimi ed unici al mondo, regge sontuose e intatte, fortezze inespugnabili per la potenza del nemico, arsenali stracarichi di armi e munizioni. Senza ordini di difendere tali ricchezze, a chi esse potevano andare se non agli invasori? E con quali soldi si sarebbe proseguita la dura lotta che si prospettava a nord della capitale? Quanto sarebbero stati più deboli i Regi senza quella sussistenza, e quanto invece più forti i garibaldeschi con quella manna piovuta dal cielo? Queste domande inquietanti a tutt'oggi non trovano adeguata risposta. Occorre solo registrare il fatto assurdo e veramente unico nelle fughe di regnanti che lasciano, senza essere molestati da vicino, i mezzi del potere ai loro avversari! Forse un altro atto di buona volontà per ingraziarsi le nazioni europee? Forse una fiducia nella Provvidenza, difficilmente accettabile per un re che ha la responsabilità di quasi 10 milioni di sudditi? Forse l'ultimo tranello della quinta colonna promettente mari e monti al monarca che finalmente sparisce? Comunque quasi come chi si reca nelle sue riserve di caccia, il Re parte da Napoli; un osservatore neutrale ed ignaro non avrebbe rilevato un solo sintomo capace di far concepire un arretramento strategico verso nord per evitare alla capitale gli orrori della guerra e per preparare adeguatamente la grande battaglia per la vittoria conclusiva.
La piccola nave a disposizione dei reali, la "Saetta", salpando dà ordini alla flotta in rada con bandiera gigliata di dirigersi a Gaeta. Il tradimento della Marina si consuma completamente quando da ogni unità si accampa una scusa per disobbedire, oppure, nel partire, si prendono direzioni del tutto diverse.
Una volta a Gaeta, il Re riflette finalmente sulla necessità di avere fondi sufficienti per pagare almeno il soldo alla truppa. Gli evidenti accordi conclusi a Napoli prima della partenza dimostrano tutta la immotivabile fiducia nutrita sino alla fine dal Capo dello Stato nei suoi inqualificabili ministri. Quando reiterati dispacci chiedono trasferimenti di denaro dalla capitale, la risposta, che qualunque persona con un minimo di senso pratico si può attendere, arriva precisa col silenzio-rifiuto che chiude un altro atto della tragicommedia del crollo del Regno di Napoli. Naturalmente la mancanza della solita mesata, insieme a tutte le considerazioni già fatte sui militari, porta all'assottigliamento delle fila napoletane perchè alcuni preferiscono tornare a casa propria uscendo dal caos totale che governa sovrano.
Villamarina coglie l'occasione di Napoli acefala per offrire i servizi dei battaglioni sardi da tempo in attesa del lieto evento dell'abbandono del Re per tenere l'ordine pubblico; il che vuol dire sostituire i Regi nella repressione della reazione. Un rantolo di dignità viene dal Municipio ove sdegnosamente si rifiuta. Tuttavia il problema di vigilare sulla reazione popolare sussiste e il sindaco D'Alessandria vien mandato a Salerno da Garibaldi per sincerarsi sull'imminenza del suo arrivo a Napoli in modo che il controllo sia fatto direttamente dai rossi. Il primo cittadino di Napoli ha il coraggio di dichiarare al filibustiere la sua indisponibilità ad accoglierlo festosamente e la sua persistente fedeltà al Re Francesco. La fabbrica settaria delle falsità dipinge invece l'incontro come "l'invito solenne del sindaco all'eroe per l'ingresso in Napoli in trepida attesa per lui liberatore". Ovviamente nessuna smentita circola come questo subisso di menzogne e per tutto il mondo quella è la verità. Il 7 settembre Garibaldi con pochi seguaci sale sulla ferrovia, vanto dei Borbone, e si dirige verso la città di Partenope. A Vietri i mercenari bavaresi, che presidiano la stazione, notano il loro fantomatico nemico e ringraziano il Cielo di essere tedeschi, non capacitandosi affatto che non si attui un minuscolo sforzo per salvare il Regno bloccando quei quattro temerari (ben edotti del rischio infinitesimale corso) coi tanti soldati armati di tutto punto che fanno ala all'esiziale convoglio. Il repentino arrivo del nizzardo, che segue la partenza della Corte di poco più di mezza giornata, è dovuto sia al desiderio di tener d'occhio la possibile reazione (che comunque i camorristi e la Guardia Nazionale ben potevano sostenere), sia, soprattutto, al dispetto da fare al Cavour surrogando l'utilizzo dei respinti militari piemontesi. In questa occasione Garibaldi mostra un certo coraggio perchè pur di fare il più presto possibile, non aspetta i suoi battaglioni e si avvia molto vulnerabilmente verso la capitale. E' chiaro che la piega presa dagli avvenimenti che l'avevano proiettato sempre più agevolmente verso Napoli lo avevano più che convinto della sicurezza della strada appianata per lui da tanti e da tanto lontano. La coreografia tramandata descrive il "trionfo" di Garibaldi quando a mezzodì entra nelle mura di Napoli con un "tripudio generale di popolo e festeggiamenti d'ogni sorta intorno a lui". In effetti, come usi a fare per le altre manifestazioni "di massa" della setta, vengono coagulati presso la Stazione vicino al Mercato tutti i rivoluzionari reperiti anche nelle province, sono presenti le migliaia di sardi schierati apposta, la regia dei prezzolati camorristi è quasi perfetta nel distribuire gli amuleti della libertà (come i ritratti di Garibaldi e Vittorio Emanuele, le coccarde e le bandiere tricolori) a chiunque ha la curiosità ma anche la sventura di trovarsi sul tragitto del corteo sia in strada che ai balconi. A costoro la violenza camorristica lascia la scelta tra il sembrare inneggianti al filibustiere o l'essere accusati di reazione e tosto perseguiti. Ecco come Garibaldi, dopo aver letto negli occhi dei soldati nazionali o delle innumerevoli genti incontrate nel lungo viaggio l'odio per lo straniero, sicuramente capta il medesimo sentimento tra i cittadini di Napoli, ben distinguendo l'entusiasmo forzato, perchè senza fede unitaria, della maggioranza che lo circonda. Preso possesso del Palazzo il nizzardo inizia a recitare una delle parti più ostiche, perchè niente affatto congeniali, del copione recandosi al Duomo. L'infamia dei rivoluzionari si sciorina in tutta la sua intensità proprio nei forzati atteggiamenti religiosi di un peccatore ed ateo come Giseppe Garibaldi e degli altri suoi degni compari. La setta gli aveva parlato del grande attaccamento dei Napoletani alla Chiesa e il filibustiere, durante i giorni della celebrazione del Santo Patrono Gennaro, vuole dimostrare nel Duomo di essere un loro degno capo. la dignità del card.Riario Sforza si rivela sin dalla prima opportunità: in pieno giorno la Cattedrale è chiusa e i garibaldeschi devono abbattere le porte per accedervi. Per intonare ritualmente il Te Deum di ringraziamento per l'inizio ufficiale della schiavitù del Regno occorre però un prete: nessuno è disponibile per la blasfema farsa. Uno spretato assassino suo fiero seguace, Pantaleo, sembra il più prossimo ad una celebrazione con parvenza di serietà e la "funzione" ha luogo. Nel pio "dopo Messa" Garibaldi riceve l'omaggio di parecchi malfattori della quinta colonna; tra i primi quel gen.Lanza con cui probabilmente ancora ha qualche conticino in sospeso..........
A spese dell'erario pubblico sino a notte inoltrata si festeggia e si gozzoviglia, anche profanando il Duomo.
 Segue un link con intervista a V. Gulì sulle controcelebrazioni a Napoli del 7-9-10

Tratto da: http://www.neoborbonici.it/portal/index.php?option=com_content&task=view&id=3791&Itemid=69