giovedì 6 settembre 2012

Negazione di Dio ?


  Nuovo intervento-verità di Ubaldo Sterlicchio

Scriveva Honoré de Balzac che: «Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzogniera, che ci viene insegnata [tanto per capirci, quella scritta dai vincitori e che ci hanno fatto studiare a scuola, n.d.r.], la storia ad usum delphini, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa». In particolare, sul conto di Ferdinando II di Borbone, per oltre un secolo e mezzo, la storiografia dei vincitori
si è accanita e non ha fatto altro che denigrarlo fino all’inverosimile, inventando calunnie su calunnie; e la sistematica demonizzazione della dinastia dei Borbone di Napoli si è intrecciata – non proprio per caso – con la denigrazione dell’intero popolo meridionale (dei poveri “terroni!”), attraverso le tantissime menzogne confezionate ad arte negli ambienti massonici, italiani ed europei. È necessario, a questo punto, capire con chiarezza che cosa esattamente accadde più di un secolo e mezzo fa. Cominciamo col dire che la Vera Storia del Risorgimento non è quella che ci hanno fatto studiare a scuola. Infatti, a seguito dell’unificazione politico-territoriale della Penisola nel 1860-61, la storia di quegli avvenimenti fu scritta ed adeguata in funzione dei nuovi padroni, i Savoia, i quali dovevano giustificare, ai contemporanei e ai posteri, l’illecita invasione del Regno delle Due Sicilie (un legittimo Stato sovrano, che non costituiva pericolo per nessuno e che, per sua secolare vocazione, era in pace con tutti gli altri Stati, italiani ed europei – compreso il Regno di Sardegna – con i quali intratteneva regolari relazioni diplomatiche; mai aggressore, ma sempre aggredito!), avvenuta senza casus belli, cioè senza motivazioni politico-giuridiche e, cosa gravissima, senza dichiarazione di guerra. Si toccarono, in tal maniera, gli stessi infimi ed incivili livelli della pirateria (attraverso la spedizione dei Mille) e delle invasioni barbariche (attraverso l’aggressione piemontese), in violazione alle più elementari norme dello jus gentium, prima fra tutte quella che sancisce il «diritto all’autodeterminazione dei popoli».
Infatti, come sagacemente osserva la storica Elena Bianchini Braglia, «nella storia, anche in quella più remota, anche in quella dei secoli che gli stessi liberal-massoni dell’Ottocento definivano oscuri e barbari, mai nessuna guerra fu reputata legittima senza essere sorretta dall’atto formale della sua dichiarazione. Prima che un esercito invadesse uno Stato, occorreva che un previo documento denunciasse motivazioni, eventuali colpe commesse, eventuali atti di riparazione chiesti, e annunciasse un intervento armato solo qualora questi non venissero concordati. Questa era la “barbarie dei secoli oscuri”. La civiltà dei secoli illuminati, invece, ammette che un esercito attacchi e vada ad occupare terre altrui senza alcuna motivazione o preavviso... Bene, dopo un secolo e mezzo, mi pare non sia troppo presto, ma mi auguro non sia nemmeno troppo tardi, per cominciare a chiamare le cose con il loro nome».([1])
Occorre però capire che, in realtà, quello dell’unità d’Italia fu solo un vergognoso pretesto, utilizzato dall’usurpatore Vittorio Emanuele II di Savoia, per cacciare i legittimi sovrani e saccheggiare le ricchezze degli altri Stati della Penisola (in primis, quelle del florido Regno delle Due Sicilie), onde evitare la bancarotta del misero e fallimentare Piemonte che, all’epoca, era indebitato fino al collo, a causa delle gravosissime spese sostenute per la dissennata politica militarista e guerrafondaia del megalomane Cavour. Questa è la pura e semplice verità, rivelataci da un’attendibilissima fonte: il deputato piemontese Pier Carlo Boggio, nel suo Pamphlet dal titolo «Fra un mese», pubblicato nel 1859;([2]) ma questa verità, purtroppo, non la si trova scritta in alcun manuale scolastico. Per sola spedizione in Crimea (che comportò l’invio di 18 mila uomini, dei quali 14 morirono in combattimento alla Cernaia e 1.300 per il colera), fu necessario ottenere in prestito dalle banche inglesi 1 milione di sterline; contratto nel 1855 dal Piemonte, il debito (comprensivo dei relativi interessi) verrà estinto solamente nel 1902, e da parte di tutti i contribuenti italiani.([3])
Pino Aprile, in «Terroni», afferma che: «Il Piemonte era pieno di debiti; il Regno delle Due Sicilie pieno di soldi. Quante volte abbiamo letto che i titoli di Stato del primo, alla Borsa di Parigi, quotavano il 30 per cento in meno del valore nominale; quelli del secondo, il 20 per cento in più; e che al Sud, con un terzo della popolazione totale, c’era in giro il doppio dei quattrini che nel resto d’Italia messo insieme? L’impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell’Unità d’Italia».([4]) Infatti, fra il 1859 ed il 1861, il debito pubblico piemontese aveva raggiunto i 2 mila milioni di lire, una cifra astronomica per quei tempi, specialmente per un piccolo Stato come il Piemonte.([5])
Per questi motivi e non per altro, Vittorio Emanuele II e Cavour decisero di occupare le ricche Due Sicilie; nella drammatica situazione socio-economica in cui versiamo oggi, non l’avrebbero mai fatto: si sarebbero legati un’ingombrante palla al piede!
Ma, per poter realizzare i loro squallidi progetti di rapina ai danni del Regno delle Due Sicilie, i Savoia ed i loro sodali (prima fra i quali la massonica Inghilterra) utilizzarono, innanzitutto, la potente arma della propaganda, denigratoria e calunniosa, contro i Borbone, che raggiunse risultati incredibili ed, addirittura, insperati per gli stessi che la promossero. La lezione, valida ancora oggi, insegna che «la propaganda politica è la migliore arma per distruggere il nemico».
Tutto ebbe inizio nel lontano 1850, allorquando il deputato inglese William Gladstone fu inviato dal suo governo per seguire il processo che si sarebbe dovuto svolgere nelle Due Sicilie a carico degli aderenti alla società segreta «Unità d’Italia», le cui attività sovversive andavano dalla diffusione di proclami antimonarchici, che invitavano alla disobbedienza civile, all’organizzazione di attentati come quello del settembre 1849, quando un ordigno fu fatto esplodere davanti al palazzo reale di Napoli, mentre si svolgeva una festa in onore del Papa Pio IX il quale, fuggito a suo tempo da Roma ove era stata proclamata la Repubblica romana, si apprestava a benedire una folla di ben centomila persone.
Qualsiasi governo al mondo avrebbe perseguito penalmente una setta segreta che, con la violenza, minacciava la sua stessa esistenza e propugnava l’assassinio politico.([6])
Il processo iniziò il 1 giugno 1850 e si concluse il 1 febbraio del 1851. Dei 42 imputati, tre furono condannati alla pena capitale: Filippo Agresti, Salvatore Faucitano e Luigi Settembrini, subito graziati il 2 febbraio 1851 da Ferdinando II di Borbone; altri due furono condannati all’ergastolo; i rimanenti ebbero condanne fra i trent'anni ed i quindici giorni; otto furono assolti.
Tuttavia, tornato a Londra, d’intesa con il primo ministro britannico lord Henry Palmerston (mandante), sir Gladstone (materiale esecutore) fece diffondere alcune lettere che lo stesso avrebbe inviato al ministro degli esteri, lord George Aberdeen, nelle quali, con una frase ad effetto coniata a tavolino, si etichettava il Regno del Sud come la «negazione di Dio, eretta a sistema di governo». Nella prima (datata 7 aprile, ma pubblicata l’11 luglio 1851) il Gladstone riferiva di una visita – in realtà mai avvenuta – presso le carceri napoletane e così concludeva: «II governo borbonico rappresenta l’incessante, deliberata violazione di ogni diritto; l’assoluta persecuzione delle virtù congiunta all’intelligenza, fatta in guisa da colpire intere classi di cittadini, la perfetta prostituzione della magistratura, come udii spessissime volte ripetere; la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo».([7])
L’Inghilterra gridò, così, al mondo intero il proprio sdegno per le disumane condizioni in cui, asseritamente, venivano tenuti i prigionieri politici napoletani e queste notizie rimbalzarono da una cancelleria all’altra, trovando ampie casse di risonanza sui giornali di Torino e nella stessa Napoli, negli esterofili ambienti degli oppositori.
Non dimentichiamo però che, in quegli stessi anni, il sistema carcerario della “civilissima“ Inghilterra faceva fremere di orrore la penna dello scrittore Charles Dickens (l’autore di «Oliver Twist» e «David Copperfield»); mentre, in Francia, la penna di Victor Hugo ci svelava gli squallori della Parigi de «I Miserabili».
E lo stesso Cavour, che aveva visitato una prigione inglese, commentò nel suo Diario: «La prigione è orribile… nella quale sono rinchiusi, come bestie feroci, 360 individui. Niente può dare idea del misero stato in cui si trovano. Stanno rinchiusi in 60 dentro una sola camera, respirano aria mefitica e si coricano su delle miserabili stuoie di giunco. Fanno pena a vederli. Sono ammucchiati uno sugli altri senza nessuno ordine né distinzione… la disciplina è severa. I detenuti sono sottoposti alla legge del silenzio assoluto. Non possono parlare in nessun momento e per nessuna circostanza. Le punizioni sono il pane e acqua, i ferri e la cella oscura. Siamo discesi in uno di questi buchi. In verità non ho visto niente di più tetro in vita mia».([8])
Ovviamente a nulla valsero le smentite del governo borbonico che richiese l’invio senza preavvisi di commissioni, anche di giornalisti, per verificare de visu la realtà. Poi, a "giochi fatti", cioè dopo l'annessione piemontese, sarà lo stesso deputato inglese ad ammettere candidamente la menzogna; ed, a supporto di ciò, riportiamo quanto Domenico Razzano, nel 1914, scrisse in proposito: «Come è noto a chi vuole sapere la verità ed ignoto a chi non vuole saperla, Gladstone, venuto a Napoli nell’inverno 1888-1889, fu ossequiato e festeggiato dai maggiorenti del così detto partito liberale; i quali non mancarono di glorificarlo per le sue famose lettere con la Negazione di Dio, che tanto aiutarono la loro rivoluzione; ma a questo punto il Gladstone versò una vera secchia d’acqua gelata sui suoi glorificatori; confessò che aveva scritto per incarico di lord Palmerston con la buona occasione che egli tornava da Napoli, che egli non era stato in nessun carcere e in nessun ergastolo, che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevan detto i nostri rivoluzionari».([9])
Le famigerate lettere, quindi, erano stare scritte solamente per creare un clima ostile, in tutta l’Europa, nei confronti della monarchia borbonica di Napoli, colpevole di aver provocato, nel lontano 1836, la famosa «questione degli zolfi siciliani» e di aver realizzato una forte concorrenza, alla stessa perfida Albione, con la marina mercantile del Regno delle Due Sicilie (prima in Italia e seconda in Europa dopo quella, appunto, del Regno Unito), soprattutto in vista dell’imminente apertura del canale di Suez; il tutto in danno degli interessi economici e commerciali inglesi.
Per lo storico Raleigh Trevelyan, furono importanti anche alcune motivazioni ideologico-religiose e di politica internazionale, oltre che economico-commerciali. In Inghilterra, infatti, la religione di Stato era quella anglicana e gli abitanti del Regno Unito di tale fede non sopportavano gli eccessi cattolici dei sovrani di Napoli così fedeli al Papa. Costoro, poi, non avevano dimenticato la repressione, al limite della persecuzione, che – fra il 1825 e il 1832 – era stata ordinata in Sicilia contro le logge massoniche dell’isola. Ma oltre a questo, ragioni più profonde per intervenire stavano nella dimensione politica che l’Europa dell’800, lentamente e con qualche contraddizione, andava assumendo. La Gran Bretagna voleva giocare un ruolo di primo piano nelle questioni internazionali e vedeva con sospetto l’amicizia troppo forte che legava Francia e Piemonte. Contemporaneamente, i diplomatici inglesi segnalavano con preoccupata apprensione l’avvicinamento del Regno delle Due Sicilie all’Impero russo, che cercava uno sbocco marittimo sul Mediterraneo. Aiutare il Piemonte a prendersi il Sud dell’Italia avrebbe avuto, per Londra, due risultati positivi. Innanzi tutto si sarebbe accreditata a Torino come alleata affidabile almeno quanto i francesi, togliendo loro un’egemonia psicologica e politica su quello staterello governato dai Savoia. Poi avrebbero levato di mezzo un Regno che poteva offrire i suoi porti ai concorrenti dell’Europa dell’Est. Le coste meridionali d’Italia, in vista dell’apertura del canale di Suez, sarebbero diventate un punto di riferimento importante delle rotte via mare e, quindi, un attracco strategico per i commerci. Infine, gli inglesi sentivano la necessità di garantire le immense proprietà immobiliari e finanziarie che avevano acquistato e investito in Sicilia. Per parecchi anni i possidenti britannici erano stati al sicuro e avevano addirittura acquisito un ruolo egemonico ma, da qualche tempo, i re di Napoli non sembravano così attenti agli interessi dei loro ospiti. Non era conveniente spostare i finanziamenti altrove: meglio cambiare i governanti.([10])
Tuttavia, nemmeno la ritrattazione dello stesso Gladstone ebbe alcun effetto di recupero. La lettera e la frase in essa contenuta continuano ad essere il leit motiv che descrive lo Stato e la giustizia borbonici fino ai giorni nostri; tanto è vero che, sui libri di storia in uso nelle scuole italiane, si persevera, cocciutamente ed ottusamente, nel riportare tuttora come verità la calunnia gladstoniana della «negazione di Dio».
Non si dimentichi che, nel medesimo periodo storico, la Francia inviava oltre 10 mila prigionieri politici in Algeria e alla Cayenna; che negli Stati Uniti c’era ancora lo schiavismo.
Nello stesso 1851 lord George John Vernon stilò un terrificante rapporto sulle prigioni piemontesi, che venne però tenuto nascosto.([11]) Nel 1854 vennero rese note le cifre spaventose sul tasso di mortalità nel carcere di Alessandria. Per affollamento e sporcizia, il sistema carcerario piemontese era fra i peggiori e più antiquati della Penisola.([12])
Perché tutto questo non scandalizzò mister Gladstone?!?!?
In realtà, la situazione nelle carceri napoletane non era peggiore di quella del resto d’Europa e, sotto alcuni aspetti, era senza dubbio più umana.
L’8 aprile 1857, dal carcere di Montesarchio, Carlo Poerio così scrive ad un suo zio: «Ho ricevuto la vostra lettera del 1 di questo mese, che mi è giunta non so dire quanto gradita. Sono lietissimo di sentire che la vostra preziosa salute vada sempre di bene in meglio e posso assicurarvi che è lo stesso di me. Oggi abbiamo avuto una magnifica giornata di primavera e ho avuto la consolazione di passeggiare a mio piacere… Vi ho scritto per la posta d’inviarmi, col corriere di Pasqua, de’ frutti, de’ piselli, de’ carciofi e del burro, come di costume. Vostro affezionatissimo nipote».([13]) Il tono gioioso della lettera, l’accenno a passeggiate, a biglietti spediti e ricevuti, a frutta fresca, non offre certo l’impressione di una detenzione tanto spietata da essere la «negazione di Dio»; ciò a differenza delle testimonianze inerenti, invece, le prigionie nelle carceri piemontesi ed inglesi.
Luigi Settembrini, nel periodo in cui fu detenuto nel penitenziario borbonico di Santo Stefano, «traduceva le opere di Luciano, riceveva chicche e confetti che andava dividendo con i figli e la consorte del direttore del carcere, per tenerselo buono, in salottieri inviti pomeridiani».([14]) Molti inglesi, peraltro, si stupivano nel vedere le floride condizioni fisiche degli esuli delle Due Sicilie che arrivavano in Gran Bretagna, alcuni dei quali erano addirittura “sovrappeso”. Altro che negazione di Dio!!!
Infatti, qualche anno dopo il ministro degli Esteri inglese, James Howard Harris (lord Malmesbury), si fermò a riflettere nelle sue memorie sul «caso Poerio» e sulle sue conseguenze. Palmerston e Gladstone, a suo avviso, avevano «commesso l'errore di mettere in discussione i diritti sovrani di uno Stato dispotico senza considerare che anche un regime assoluto possedeva le identiche prerogative di una repubblica, o della stessa Inghilterra, di difendersi contro gli avversari che lo volevano rovesciare con la violenza». Certo il regime borbonico era afflitto dalla «lentezza della giustizia». «Ma le torture alle quali Poerio si dice sia stato sottoposto», prosegue Malmesbury, «furono, a mio parere, inventate di sana pianta... Nessun individuo, trattato in maniera tanto disumana, avrebbe potuto ristabilirsi così rapidamente in soli tre mesi e apparirmi in così florida salute come Poerio che, quando mi fu presentato, nel 1859, alla Camera dei Lords dal conte di Shaftesbury, venne da me scambiato per un giovane pari reduce da una salubre villeggiatura». «Giusto o sbagliato che fosse», concludeva Malmesbury, «Ferdinando II, soprannominato "re bomba", aveva una tale cattiva reputazione che tutto era lecito contro di lui, però, se si esclude questo sentimento largamente diffuso nell'opinione pubblica britannica, una spedizione armata diretta contro il suo regno costituiva una misura assolutamente illegittima».([15])
E, per concludere, riteniamo illuminante ascoltare ancora il già citato professor Domenico Razzano (uno dei tanti storici onesti, ma puntualmente ignorati dalla storiografia ufficiale) il quale ebbe ad affermare che «tutta la rivoluzione italiana [leggasi: risorgimento, n.d.r.] fu orientata così: travisare in male quanto era possibile del molto buono esistente nel Mezzogiorno, e ciò che non era possibile assoggettare a denigrazione tacerlo come non esistente; ingigantire il poco cattivo che vi era, presentandolo elevato alla massima potenza: trattare con metodo nettamente inverso il poco buono e il molto cattivo del Piemonte; e quello che non era possibile occultare del molto cattivo del Piemonte tradurlo in libera traduzione a carico del Mezzogiorno...».([16]) Ubaldo Sterlicchio



[1] Elena Bianchini Braglia, “Risorgimento: le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia”, Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari - Terra e Identità, Modena, 2009, pag. 210.
[2] Angela Pellicciari, “I panni sporchi dei Mille”, Ed. Liberal, Roma, 2003, pag. 146.
[3] Gigi Di Fiore, Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del risorgimento”, Ed. Rizzoli, Milano, 2007, pagg. 58-59.
[4] Pino Aprile, “Terroni”, Ed. Piemme, Milano, 2010, pag. 94.
[5] Dalla lectio dedicata a Marco Minghetti, tenuta dall’economista liberale Vito Tanzi (ex direttore del Dipartimento di Finanza pubblica del Fondo Monetario Internazionale dal 1981 al 2000; consulente della Banca Mondiale, nonché sottosegretario all’Economia dal 2001 al 2003) il 25 ottobre 2011 presso la Fondazione CRT di Torino su “150 anni di finanza pubblica in Italia”; cfr. Il Giornale del 26 ottobre 2011.
[6] Giuseppe Ressa, “La calunnia come arma politica”, in http://www.ilportaledelsud.org/, aprile 2009.
[7] Carlo Alianello, “La conquista del Sud”, Ed. Rusconi, Milano, 1982, pag. 8.
[8] Cesare Bertoletti, ”Il Risorgimento visto dall’altra sponda”, Ed. Berisio, Napoli, 1967, pag. 303.
[9] Domenico Razzano, “La biografia che Luigi Settembrini scrisse di Ferdinando II”, Tipografia dell’Italia Marinara (via Roma 289, Napoli, 1914), riedito da Ed. Ripostes, Battipaglia - SA - 2010, pag. 26.
[10] Lorenzo Del Boca, “Maledetti Savoia”, Ed. Piemme, Casale Monferrato (AL), 1998, pagg. 62-63.
[11] Denis Mack Smith, “Cavour. Il grande tessitore dell’Unità d’Italia”, Ed. Bompiani, Milano, 2001, pag. 144; in Gilberto Oneto, “La strana unità”, Ed. Il Cerchio, Rimini, 2010, pag. 158.
[12] Romano Bracalini, “L’Italia prima dell’unità 1815-1860”, Ed. Rizzoli, Milano, 2001, pag. 55; in Gilberto Oneto, op.cit., pag. 158.
[13] Patrick Keyes O’ Clery, “La rivoluzione italiana. Così fu fatta l’unità della nazione”, traduzione italiana Ed. Ares, Milano, 2000, pag. 374.
[14] Carlo Alianello, “La conquista del Sud”, op.cit., pag. 26.
[15] Paolo Mieli, “L’errore dei Borbone fu inimicarsi Londra. L’ostilità inglese destabilizzò il Regno di Napoli”, Corriere della Sera, martedì 10 gennaio 2012.

martedì 4 settembre 2012

DOVE C’E’ “CASTA” C’E’ ITALIA…


N° 1 - IL COSTO DELLA REPUBBLICA

Quanto costano i “Palazzi” del Potere?
Quanto costa agli Italiani mantenere un tanto pletorico quanto ipertrofico apparato politico-istituzionale?
Che la (Casta) politica italiana sia la più costosa d’Europa (probabilmente tra le più dispendiose al mondo!) è un fatto notorio...

L’ITALIA, rispetto agli altri paesi europei, SPENDE in media IL 30% IN PIU’ PER I COSTI DELLA POLITICA.
Per l’esattezza (dati Uil):
-                      OGNI CONTRIBUENTE DESTINA AL MANTENIMENTO DELLA macchina della REPUBBLICA circa “646 EURO” L’ANNO;
-                      e I COSTI DELLA POLITICA ITALIANA (diretti e indiretti) AMMONTANO A circa “24,7 MILIARDI” DI EURO (cifra, per intendersi, pari al 2% del Pil nazionale e ad oltre il 12% dell’intero gettito Irpef!).

Più in dettaglio (secondo quanto emerge dai rapporti sui costi della politica presentati da Uil e Confindustria):
-                      GLI ORGANI DELLO STATO centrale (Presidenza della Repubblica, Camera, Senato, Corte Costituzionale, Presidenza del Consiglio e Ministeri) COSTANO ai cittadini “3,2 MILIARDI” DI EURO l’anno (in media, 82 euro per ogni contribuente!);
-                      le quattro più alte Istituzioni dello Stato (QUIRINALE, SENATO, CAMERA E CONSULTA) pesano sulle tasche degli Italiani per “2,2 MILIARDI” DI EURO;
-                      il solo funzionamento della PRESIDENZA DEL CONSIGLIO (dati 2011) comporta spese per “477 MILIONI”;
-                      i costi per il funzionamento dei MINISTERI (dati 2011) ammontano a “226 MILIONI”;
-                      per gli Organi di REGIONI, PROVINCE E COMUNI (Giunte e Consigli) si spendono “3,3 MILIARDI” (ossia 85 euro per contribuente!);
-                      ed Organi quali la Corte dei Conti, il Consiglio di Stato, il CNEL, il CSM ed il Consiglio Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia pesano sul bilancio dello Stato per “529 milioni” di euro.
Spulciando i conti delle due Camere, poi, si scopre che:
-                      dal 2001 al 2011, il bilancio della CAMERA DEI DEPUTATI è salito da 749 milioni di euro ad oltre “1 MILIARDO e 70 MILIONI”;
-                      mentre il bilancio del SENATO DELLA REPUBBLICA è passato da 349 milioni nel 2001 a “603 MILIONI” nel 2011.
Secondo la Banca d’Italia, in barba a ogni crisi, DAL 2001 AL 2010 LA SPESA PER LA PUBBLICA AMINISTRAZIONE E’ PASSATA (in rapporto al Pil) dal 48,1% AL 51,2%.

“Questo è il normale costo di ogni democrazia”, si sostiene…

Ma quanto è “normale” il fatto che IN FRANCIA L’ELISEO E IL PARLAMENTO COSTANO “900 milioni” di euro l’anno (MENO CHE LA META’ DELLE PARI ISTITUZIONI ITALIANE) e in Spagna soli “700 milioni”???
Come spiegare il fatto che IN SPAGNA IL CONGRESSO DEI DEPUTATI COSTA soltanto “100 milioni” (MENO DI UN DECIMO DI MONTECITORIO)?!
Come dar conto del dato “impressionante” per il quale (fonte la Stampa, 30/01/2012) IL PARLAMENTO ITALIANO COSTA PIU’ DELLA SOMMA DEGLI ALTRI QUATTRO GRANDI PARLAMENTI NAZIONALI D’EUROPA (la Bundestaq, la Assemblée Nationale, la House of Commons e il Congreso de Los Deputados), i cui costi di funzionamento solo complessivamente ammontano a 3,18 miliardi di euro l’anno?!
Come giustificare il fatto che (sempre secondo la Stampa) OGNI CITTADINO ITALIANO SPENDE “27,15 EURO” l’anno SOLO PER mantenere LA CAMERA DEI DEPUTATI, mentre:
-                      uno francese 8,11 euro per la Assemblée Nationale (tre volte meno che in Italia);
-                      uno inglese 4,18 euro per la House of Commons (quasi sette volte meno);
-                      ed uno spagnolo 2,14 euro per il Congreso de Los Deputados (dieci volte meno)???

Cosa giustifica simili “sproporzioni”?
Delle due l’una:
a-                  o l’Italia vanta la classe dirigente “migliore” al mondo, che conseguentemente merita anche un trattamento “unico” al mondo (il che, non fosse per altro, si contraddice con la constatazione d’avere l’unica classe politica, al pari di quella greca, al contempo “commissariata” da un tecnico, “sfiduciata” dall’Europa e “screditata” da ogni agenzia di rating!);
b-                  oppure siamo di fronte alla più grande “truffa” orchestrata ai danni di un’intera Nazione da una vera e propria “Associazione politica a delinquere”!

Per quanto altro tempo tale odioso “spread” (tra il costo della politica italiana e d’oltralpe) sarà tollerabile???

LA DEMOCRAZIA HA certamente UN COSTO, tanto fisiologico quanto irrinunciabile…
MA LA POLITICA ITALIANA HA RAGGIUNTO COSTI che definire “PATOLOGICI” è dir poco!

Il debito pubblico italiano ormai si attesta sui “2.000 miliardi” di euro, i conti dello Stato hanno più buchi di una gruviera (il pareggio di bilancio nel 2013 è solo un’ipotesi…), la finanza pubblica rischia il collasso (il debito pubblico ha superato quota 123% sul Pil, mentre molti enti locali rischiano il dissesto finanziario), la “stagflazione” è dietro l’angolo (una fase di pesante recessione coniugata ad una perdurante inflazione…).
In questo scenario l’aumento delle tasse per “far cassa” non è più una strada percorribile (la pressione fiscale italiana “effettiva” o legale, secondo gli ultimi dati della Confcommercio del luglio 2012, si attesta al 55%, facendo registrare un record mondiale!).
Prima di trovarsi costretti a metter mano al welfare ed alla spesa sociale, ovvero a tagli sulla “viva carne” delle persone (dai licenziamenti nel pubblico impiego alla cancellazione delle tredicesime…), è dunque un “dovere morale” per la classe politica mostrare un “sussulto di dignità”: provvedere da subito ad un taglio netto della spesa pubblica “parassitaria”!
In Italia è proprio la politica il principale terreno fertile per “sprechi e privilegi”.
Per tutto questo TAGLIARE I COSTI DELLA POLITICA E LA SPESA PUBBLICA IMPRODUTTIVA NON E’ PIU’ UN’OPPORTUNITA’ BENSI’ UNA NECESSITA’ per il Paese!

LA CRISI economica e finanziaria NON HA CAUSE ESCLUSIVAMENTE ENDOGENE, essendo legata a filo stretto alla capacità di autoriformarsi dell’Europa ed alle strategie occulte della speculazione internazionale.
MA SULL’ITALIA PESA, diversamente o più che in altri paesi, anche L’INSOPPORTABILE FARDELLO di una classe dirigente inadeguata, DI UNA POLITICA “GATTOPARDESCA” sempre più obesa ed ingorda (praticamente un’“oligarchia insaziabile”!).

OGNI singolo CITTADINO PUO’ BEN POCO CONTRO LO STRAPOTERE DI CASTE consolidate, DI LOBBY coalizzate, DI POTERI FORTI ben radicati…
MA UN POPOLO CHE NON SENTE IL BISOGNO DI “INDIGNARSI” di fronte a insostenibili “sprechi” e insopportabili “privilegi”, che non mostra alcun moto di ribellione dinanzi all’autoreferenzialità, all’affarismo ed al professionismo politico di un’intera classe dirigente, E’ semplicemente UN POPOLO SENZA DIGNITA’!

http://gaspareserra.blogspot.it/2012/07/dove-ce-casta-ce-italia.html

domenica 2 settembre 2012

La rivoluzione Francese - Gli immortali principi dell'89


Riporto i passi di un articolo relativo alla rivoluzione francese, che vi invito a leggere completamente, è davvero molto interessante e aiuta a capire anche il mondo di oggi.


(...)
La Rivoluzione francese è indubbiamente l’avvenimento storico che più di ogni altro si presta a esemplificare le dinamiche della sovversione. Col 1789 finisce un mondo fondato sulla gerarchia e comincia un mondo ispirato ai disvalori egualitari che hanno portato l’Occidente a sprofondare nel baratro della società multicriminale.
(...)
I testi sulla figura di Luigi XVI sono tra i più interessanti. L’ultimo sole di Versailles venne dipinto dai rivoluzionari come un mostro autoritario e dispotico, ma in realtà il re aveva un carattere estremamente mite e quasi arrendevole (un tratto, questo, che lo accomuna a Nicola II, l’ultimo zar). L’operato di Luigi XVI non è diverso da quello di altri monarchi illuminati del tempo: impulso agli studi scientifici, concessione della libertà religiosa a ebrei e protestanti, sviluppo della marina militare e mercantile…
Ma per i rivoluzionari era importante colpire l’istituzione monarchica e dare l’esempio a future rivoluzioni. Nel processo-farsa celebrato contro il monarca l’accusa si scatenava in insulti che sfioravano il grottesco: tigre, coccodrillo, rinoceronte…
Alcuni giacobini enunciavano il concetto che uccidere un re non è reato: slogan simili hanno avuto grande fortuna anche in circostanze più vicine a noi!
Robespierre definì Luigi XVI un “criminale contro l’umanità” aprendo la strada a concetti che troveranno applicazione in procedure giuridiche inverosimili: dal processo di Norimberga a quello contro Saddam Hussein.
(...)
La cultura illuminista, che si era affermata in nome della tolleranza, non appena giunta al potere getta la maschera cominciando la persecuzione antireligiosa. Comincia quindi l’epoca delle battaglie laiciste che pretendono di cancellare il sentimento religioso non solo dalla vita pubblica ma anche da quella privata, al grido di “nessuna tolleranza con gli intolleranti”, altro slogan che gode di grande fortuna ancora oggi. Nel periodo del Terrore circa 8000 religiosi vennero giustiziati.
(...)
Nel campo legislativo i rivoluzionari volevano attuare le utopie illuministe: si pensava di poter arrivare alla massima semplificazione del diritto in modo da permettere a tutti di fare a meno degli avvocati! In realtà fin dall’inizio il governo rivoluzionario si caratterizza per una assurda proliferazione di leggi: le democrazie moderne sotto quest’aspetto sono davvero le degne eredi della Rivoluzione…
(...)
Un campo in cui i rivoluzionari si impegnarono particolarmente era quello del diritto di famiglia. Nelle legislazioni dell’Ancien Régime la figura del padre di famiglia corrispondeva a quella del sovrano nella nazione, per cui preoccupazione eminente dei rivoluzionari era l’abbattimento dell’autorità patriarcale, l’introduzione del divorzio, l’allentamento dei vincoli famigliari. Si cominciava a parlare di femminismo e di “educazione collettiva”: la società contemporanea ha portato a termine quest’opera di dissoluzione della famiglia naturale in un modo che non poteva essere più completo!
(...)
Stéphane Courtois, lo storico che ha coordinato il lavoro per la pubblicazione de Il libro nero del comunismo, evidenzia le similitudini fra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa. Il parallelismo dei due fenomeni è evidente, e gli stessi rivoluzionari russi prendono a modello Robespierre: in effetti il comunismo non ha fatto altro che amplificare ed elevare all’ennesima potenza la prassi operativa del Terrore.
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Michaël Bar Zvi tratta del rapporto fra ebrei e Rivoluzione francese. Questo breve saggio è decisamente spiazzante, poiché Bar Zvi ritiene che l’emancipazione ebraica abbia…esposto gli ebrei a ulteriori discriminazioni! In realtà l’effetto forse più gravido di conseguenze del 1789 è proprio l’abolizione delle interdizioni giudaiche che ha permesso agli ebrei un’irresistibile ascesa ai vertici della scala sociale, anche se è verosimile pensare che all’epoca i piani sionisti fossero confinati a una ristretta cerchia di rabbini. Nell’Assemblea Nazionale del 1789 si enunciò il principio per cui occorreva riconoscere tutto agli ebrei in quanto individui e nulla in quanto comunità religiosa. Il principio sul piano giuridico non fa una grinza, ma gli ebrei continuarono ad avere un atteggiamento settario, al punto che lo stesso Napoleone dovrà tornare sui passi rivoluzionari rimettendo in vigore alcune restrizioni nei confronti della comunità ebraica. Le tesi di Bar Zvi sono mutuate da quelle della filosofessa ebrea Hanna Arendt, che riteneva inaccettabile che gli ebrei rinunciassero allo statuto di “popolo eletto” sottoponendosi all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Alla luce di quanto è avvenuto negli ultimi due secoli, si deve constatare che la lobby ebraica deve tutto ai principi egualitari dell’89. Più interessante sarebbe piuttosto approfondire la storia della famiglia ebraica Rothschild, che proprio nel periodo delle guerre napoleoniche incrementa immensamente le sue fortune economiche finanziando gli opposti schieramenti e mantenendo uno stato di perenne conflittualità fra le nazioni d’Europa.
(...)
Una figura da tener presente è quella dello storico Augustin Cochin (1875-1916) che ha dedicato la sua attività di ricerca al ruolo della Massoneria nella Rivoluzione francese. Questo originale studioso ha messo in luce le assurde imposture della cultura “democratica”, che elabora nel segreto delle logge le parole d’ordine che vengono poi divulgate come espressione della “volontà generale”. Il XXI secolo ha portato alle estreme conseguenze queste strategie di comunicazione col risultato di una totale alienazione degli individui dalla sfera della politica.
(...)
Queste pagine che testimoniano della inaudita violenza rivoluzionaria dovrebbero sempre essere richiamate alla memoria quando la classe dirigente democratica esibisce la sconcia retorica delle “pari opportunità”. Il mondo moderno, nato dalla Rivoluzione dell’89, è ancora oggi in larga parte influenzato dalla prassi rivoluzionaria. La lunga ombra del Terrore arriva fino a noi, con i diktat paranoici della correttezza politica, che si ispirano ai “certificati di civismo” istituiti dal governo rivoluzionario, con la “legge dei sospetti” di Robespierre che si prolunga nei moderni reati d’opinione: razzismo, antisemitismo, revisionismo, sessismo, omofobia

L’appiattimento della personalità prefigurato dall’illuminismo è stato pienamente attuato dalla società di massa contemporanea, e la distruzione delle caste naturali ha lasciato il campo a caste artificiali i cui privilegi non sono giustificati da alcuna funzione sociale.

L’Europa è avviata a un processo di putrefazione multietnica forse irreversibile. Verosimilmente fra qualche decennio i musulmani saranno una larga maggioranza in Europa, quindi i “valori laici” della Rivoluzione andranno letteralmente…a farsi benedire!
Se poi l’Europa dovesse vivere un sussulto di orgoglio identitario che risvegli le coscienze assopite dei suoi popoli, allora le istanze egualitarie del 1789 saranno il nemico pubblico numero uno in sistemi politici basati sulla gerarchia. Pare insomma che non ci sia alcun futuro per i sacri principi dell’89, che alla prova della storia mostrano di essere stati la condanna a morte della civiltà europea.
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Il libro nero della Rivoluzione francese


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La Rivoluzione francese è indubbiamente l’avvenimento storico che più di ogni altro si presta a esemplificare le dinamiche della sovversione. Col 1789 finisce un mondo fondato sulla gerarchia e comincia un mondo ispirato ai disvalori egualitari che hanno portato l’Occidente a sprofondare nel baratro della società multicriminale.
A cavallo dei secoli XX e XXI alcuni coraggiosi intellettuali hanno intrapreso la via del revisionismo storico per cercare di correggere i troppi errori di prospettiva che hanno inficiato molta storiografia contemporanea. In Francia, dopo la pubblicazione de Il libro nero del comunismo, è stato pubblicato anche Le livre noir de la Revolution française, che si propone di analizzare con taglio fortemente critico gli avvenimenti che sono stati assunti come una vera e propria Genesi della modernità. Il lavoro è stato coordinato dal Padre domenicano Renaud Escande; il libro, infatti, è pubblicato dalla casa editrice Cerf, che è l’editore dell’Ordine Domenicano di Francia, un piccolo editore quindi, specializzato in testi di storia e di teologia e con scarsa capacità di diffusione. Tuttavia l’importanza dell’argomento trattato ha fatto di questo libro un eccezionale successo di vendite in Francia, nonostante le recensioni negative della grande stampa, tutta asservita a una classe dirigente che seppure a vario titolo si richiama all’evento fondante della Repubblica Francese.
Il libro è una raccolta di saggi scritti da diversi specialisti della materia: professori universitari di storia, di diritto, di letteratura, giornalisti, saggisti. Il volume è diviso in tre parti: la prima ricostruisce alcuni avvenimenti chiave riportandoli alla loro effettiva portata, la seconda parte è dedicata agli intellettuali che hanno riflettuto e scritto sugli avvenimenti rivoluzionari, la terza parte è un’antologia di testimonianze dell’epoca rivoluzionaria.
Naturalmente l’avvenimento che è stato preso a simbolo della Rivoluzione è la presa della Bastiglia, che viene presentata nei manuali di storia come un fatto di portata apocalittica. In realtà il 14 luglio 1789 si svolse un’azione essenzialmente dimostrativa: una folla di esaltati, sobillati dagli affiliati alle logge massoniche, assalta la fortezza-prigione e al termine della giornata restano sul terreno un centinaio di morti. Un’inezia rispetto a quello che accadrà negli anni successivi. A partire da quel momento l’autorità del re comincia a vacillare: l’Assemblea Nazionale sembra prendere la strada di una monarchia costituzionale, ma gli avvenimenti precipitano e la tensione si accumula minacciosamente nella vita politica francese.
Il gran ballo rivoluzionario comincia con l’assalto al reggimento della Guardia Reale. Il re di Francia aveva, come il papa, un reggimento di guardie svizzere che vegliava sulla sicurezza della famiglia reale. Gli Svizzeri del re erano reclutati sia nei Cantoni cattolici che in quelli protestanti: si trattava di un corpo d’élite in cui le divisioni religiose erano superate in nome della comune fedeltà al sovrano. Il 10 agosto 1792 una canaglia di ubriachi attaccò il palazzo delle Tuileries travolgendo le guardie svizzere che vennero massacrate in breve tempo dagli aggressori che erano in numero soverchiante. I rivoluzionari si accanirono sui cadaveri mutilandoli e agitandoli come burattini, alcune donne tagliarono il sesso ai morti portandolo in giro come un trofeo…
Questo episodio diede una pessima impressione all’estero della Francia rivoluzionaria, e la Svizzera dovrà patire ancora le violenze francesi quando gli eserciti repubblicani occuperanno il territorio elvetico seminando il terrore: al canto degli inni rivoluzionari i Francesi incendiavano le chiese parrocchiali dopo avervi chiuso dentro gli abitanti dei villaggi!
terroreI testi sulla figura di Luigi XVI sono tra i più interessanti. L’ultimo sole di Versailles venne dipinto dai rivoluzionari come un mostro autoritario e dispotico, ma in realtà il re aveva un carattere estremamente mite e quasi arrendevole (un tratto, questo, che lo accomuna a Nicola II, l’ultimo zar). L’operato di Luigi XVI non è diverso da quello di altri monarchi illuminati del tempo: impulso agli studi scientifici, concessione della libertà religiosa a ebrei e protestanti, sviluppo della marina militare e mercantile…
Ma per i rivoluzionari era importante colpire l’istituzione monarchica e dare l’esempio a future rivoluzioni. Nel processo-farsa celebrato contro il monarca l’accusa si scatenava in insulti che sfioravano il grottesco: tigre, coccodrillo, rinoceronte…
Alcuni giacobini enunciavano il concetto che uccidere un re non è reato: slogan simili hanno avuto grande fortuna anche in circostanze più vicine a noi!
Robespierre definì Luigi XVI un “criminale contro l’umanità” aprendo la strada a concetti che troveranno applicazione in procedure giuridiche inverosimili: dal processo di Norimberga a quello contro Saddam Hussein.
Luigi XVI col suo atteggiamento fatalistico non tentò nemmeno una difesa efficace e salì alla ghigliottina recitando il Salmo 3:
«Signore, quanto sono numerosi i miei nemici».
Analoga sorte toccherà a Maria Antonietta. La moglie di Luigi XVI era famosa per il suo stile di vita lussuoso e superficiale, ma della regina di Francia tutto si poteva dire tranne che fosse cattiva o che avesse un brutto carattere. Eppure nemmeno a lei furono risparmiati gli sberleffi e le crudeltà. Rinchiusa in carcere con i figli, fu poi separata dall’erede al trono, il piccolo Luigi XVII. Quando i carcerieri vennero a prendere il bambino Maria Antonietta per oltre un’ora oppose resistenza, finché le guardie dovettero minacciare di uccidere il fanciullo. Il Delfino di Francia venne chiuso in una cella vicina da dove la madre poteva sentirlo piangere quando i carcerieri infierivano contro di lui con ogni genere di maltrattamenti. Il capitolo dedicato al martirio dell’erede al trono è il più toccante di tutto il libro: è difficile credere che ci si possa essere accaniti a quel modo su un bambino di otto anni che non poteva avere alcuna responsabilità politica. Dopo averlo separato dalla madre i carcerieri lo tennero da solo in un’altra cella, poi lo chiusero in una cella d’isolamento completamente buia dove gli veniva passata la scodella del rancio da una fessura. Dopo sei mesi dei medici entrarono nella cella per visitare il detenuto: il bambino era in stato di semicoscienza, coperto di escrementi, di pulci e di vermi, con le membra rattrappite doloranti ad ogni movimento. Morì dopo qualche settimana di agonia. I testimoni che lo hanno visto in carcere affermano che mai sentirono parole di odio da lui: il piccolo Luigi non fece altro che invocare il perdono di Dio sui suoi carnefici (e quando gli aguzzini lo vedevano pregare gli gettavano addosso un secchio di acqua gelata).
Il libro propone anche riflessioni su personaggi che si prestano a interpretazioni originali, uno di questi è Saint-Just che per certi versi si può considerare come un precursore del fascismo. I presupposti egualitari della Rivoluzione francese sono certamente inconciliabili coi valori gerarchici dei regimi fascisti, ma una certa concezione centralizzata e monolitica dello stato elaborata dai rivoluzionari è stata assunta anche dal nazifascismo. Saint-Just fu un convinto sostenitore di queste idee, inoltre la passione per gli esercizi fisici e per le imprese militari lo rende simile a certi stereotipi cari a Mussolini e Hitler; tanto più che Saint-Just era assillato da un’ansia di purificazione radicale della società che ispirerà anche i regimi di estrema destra. Saint-Just mostrò una dedizione totale alla causa rivoluzionaria guadagnandosi il soprannome di “Arcangelo del Terrore”, e nel 1794 seguirà sulla ghigliottina il suo capo carismatico, Robespierre. Dunque un accostamento un po’ ardito quello tra Saint-Just e il fascismo, ma non del tutto peregrino e meritevole di ulteriori approfondimenti.
rivoluzionefrancesesLa cultura illuminista, che si era affermata in nome della tolleranza, non appena giunta al potere getta la maschera cominciando la persecuzione antireligiosa. Comincia quindi l’epoca delle battaglie laiciste che pretendono di cancellare il sentimento religioso non solo dalla vita pubblica ma anche da quella privata, al grido di “nessuna tolleranza con gli intolleranti”, altro slogan che gode di grande fortuna ancora oggi. Nel periodo del Terrore circa 8000 religiosi vennero giustiziati. Inoltre frati e suore vennero sciolti dai voti e invitati a lasciare i monasteri, ma in realtà furono una minoranza coloro che scelsero di tornare alla vita laica, quindi non erano poi tanti i reclusi forzati di cui parlavano i philosophes illuministi.
Lo specialista Reynald Secher affronta il delicato tema della guerra di Vandea, scheletro nell’armadio della Rivoluzione. Il conflitto della Vandea è la prima guerra di sterminio dell’epoca moderna e per molto tempo è stato oggetto di una manipolazione della memoria che si è tradotta in un vero e proprio “memoricidio” che ha segnato a lungo la coscienza civile francese.
Il libro si sofferma anche sulle devastazioni al patrimonio culturale causate dalla furia rivoluzionaria: nella fase più accesa del movimento sovversivo furono devastate le chiese, distrutti emblemi araldici e statue di nobili e di sovrani. Nel caos rivoluzionario si verificarono gravi danni anche alle biblioteche soprattutto monastiche: molti preziosi codici medievali vennero dati alle fiamme o furono utilizzati per fabbricare cartucce.
Ci sono episodi che mostrano a quale livello di delirio e di deformazione della realtà possa arrivare l’atteggiamento ideologico della mentalità rivoluzionaria. Emblematico è il caso della marina militare. Luigi XVI, appassionato di viaggi navali, aveva dedicato molte energie alla ristrutturazione della marina militare, e raccolse i frutti del suo impegno: nel corso della Rivoluzione americana la marina francese ottenne brillanti successi contro gli Inglesi, mettendo a rischio la consolidata supremazia della marina britannica. Nella marina militare gli ufficiali erano tutti nobili, chi non era di famiglia nobile poteva comandare solo navi mercantili. Con la Rivoluzione, nelle navi militari si formano assemblee di marinai che prefigurano i Soviet del 1917; molti ufficiali nobili vengono uccisi o incarcerati e agli ufficiali della marina mercantile viene data la facoltà di comandare navi militari senza nemmeno verificare la loro effettiva preparazione. Un ufficiale militare doveva avere competenze tecniche di eccellenza per guidare una nave in combattimento, per fare manovre di squadra e per dirigere il tiro dell’artiglieria: l’inesperienza degli ufficiali mercantili incide pesantemente sull’esito delle battaglie navali e la marina di Sua Maestà Britannica comincia a inanellare una serie di spettacolari vittorie sulla flotta francese. Pochi anni dopo Napoleone dovrà rimpiangere la Marine Royale!
Nel campo legislativo i rivoluzionari volevano attuare le utopie illuministe: si pensava di poter arrivare alla massima semplificazione del diritto in modo da permettere a tutti di fare a meno degli avvocati! In realtà fin dall’inizio il governo rivoluzionario si caratterizza per una assurda proliferazione di leggi: le democrazie moderne sotto quest’aspetto sono davvero le degne eredi della Rivoluzione…
Ma per certi versi il diritto fu effettivamente semplificato: negli anni del Terrore i processi per reati politici si svolgevano sulla base di sospetti e delazioni e gli imputati erano condannati con procedimenti sommari e improvvisati!
Un campo in cui i rivoluzionari si impegnarono particolarmente era quello del diritto di famiglia. Nelle legislazioni dell’Ancien Régime la figura del padre di famiglia corrispondeva a quella del sovrano nella nazione, per cui preoccupazione eminente dei rivoluzionari era l’abbattimento dell’autorità patriarcale, l’introduzione del divorzio, l’allentamento dei vincoli famigliari. Si cominciava a parlare di femminismo e di “educazione collettiva”: la società contemporanea ha portato a termine quest’opera di dissoluzione della famiglia naturale in un modo che non poteva essere più completo!
Molto interessante è il saggio di Jean Tulard sull’atteggiamento di Napoleone verso gli avvenimenti rivoluzionari. Le testimonianze disponibili mostrano che al giovane Bonaparte interessava una sola cosa: la battaglia per l’indipendenza della sua Corsica. La Rivoluzione sembra lasciare indifferente il giovane ufficiale d’artiglieria, che comincia a entrare nella vita politica solo in virtù dei suoi incarichi militari. Napoleone cavalca i miti rivoluzionari, ma una volta giunto al potere instaura lui stesso una nuova monarchia che scontenta i partigiani più “progressisti” del 1789. Non c’è dubbio comunque che l’Imperatore dei Francesi sarà sempre legato alla diffusione delle idee illuministe su scala europea.
Stéphane Courtois, lo storico che ha coordinato il lavoro per la pubblicazione de Il libro nero del comunismo, evidenzia le similitudini fra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa. Il parallelismo dei due fenomeni è evidente, e gli stessi rivoluzionari russi prendono a modello Robespierre: in effetti il comunismo non ha fatto altro che amplificare ed elevare all’ennesima potenza la prassi operativa del Terrore. È indicativo come entrambe le rivoluzioni abbiano anche imboccato la via dell’autoassoluzione: quando Krusciov denuncia i crimini di Stalin in realtà denuncia l’apparato di potere cui lui stesso appartiene, così come la Repubblica Francese inscenò un processo-farsa per i crimini di guerra in Vandea, crimini di cui erano responsabili gli stessi membri della Convenzione, che ebbero la faccia tosta di presentarsi come salvatori della patria dopo aver mandato alla ghigliottina il loro dittatore Robespierre.
Michaël Bar Zvi tratta del rapporto fra ebrei e Rivoluzione francese. Questo breve saggio è decisamente spiazzante, poiché Bar Zvi ritiene che l’emancipazione ebraica abbia…esposto gli ebrei a ulteriori discriminazioni! In realtà l’effetto forse più gravido di conseguenze del 1789 è proprio l’abolizione delle interdizioni giudaiche che ha permesso agli ebrei un’irresistibile ascesa ai vertici della scala sociale, anche se è verosimile pensare che all’epoca i piani sionisti fossero confinati a una ristretta cerchia di rabbini. Nell’Assemblea Nazionale del 1789 si enunciò il principio per cui occorreva riconoscere tutto agli ebrei in quanto individui e nulla in quanto comunità religiosa. Il principio sul piano giuridico non fa una grinza, ma gli ebrei continuarono ad avere un atteggiamento settario, al punto che lo stesso Napoleone dovrà tornare sui passi rivoluzionari rimettendo in vigore alcune restrizioni nei confronti della comunità ebraica. Le tesi di Bar Zvi sono mutuate da quelle della filosofessa ebrea Hanna Arendt, che riteneva inaccettabile che gli ebrei rinunciassero allo statuto di “popolo eletto” sottoponendosi all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Alla luce di quanto è avvenuto negli ultimi due secoli, si deve constatare che la lobby ebraica deve tutto ai principi egualitari dell’89. Più interessante sarebbe piuttosto approfondire la storia della famiglia ebraica Rothschild, che proprio nel periodo delle guerre napoleoniche incrementa immensamente le sue fortune economiche finanziando gli opposti schieramenti e mantenendo uno stato di perenne conflittualità fra le nazioni d’Europa.
Il Padre domenicano Jean-Michel Potin analizza i famosi concetti rivoluzionari liberté, égalité, fraternité, mostrandone tutta l’astrattezza e la pretestuosa applicazione. Questi concetti, infatti, sono estremamente vaghi e suscettibili di interpretazioni che possono essere le più svariate e le più antitetiche: dal Cristianesimo all’illuminismo, dal comunismo al nazionalismo queste parole sono state adattate ai contesti più eterogenei.
La seconda parte del libro esamina l’interpretazione critica degli avvenimenti rivoluzionari da parte di alcune importanti figure intellettuali. Da Rivarol che appassionò Ernst Jünger, a Nietzsche, il più penetrante critico dell’egualitarismo, ai cattolici militanti come Bloy, Péguy, Bernanos…
Fra i pensatori controrivoluzionari i più interessanti sono indubbiamente Joseph de Maistre e Louis de Bonald. Il savoiardo de Maistre è tra i primi a rilevare come gli ideali pacifisti dell’illuminismo nella loro attuazione pratica abbiano scatenato l’era delle guerre totali e della militarizzazione della vita civile. Louis de Bonald elabora una sorta di ideologia controrivoluzionaria organizzata sul concetto di ordine trinitario: clero, nobiltà, borghesia, e nel microcosmo famigliare padre, madre e figli. Quasi una rivisitazione delle concezioni tripartite degli Indoeuropei!
Un’importante figura che segna un salto di qualità nel pensiero conservatore è quella di Donoso Cortés, che riflettendo sugli avvenimenti del 1848, ispirati al 1789 e aggravati dal nascente virus del comunismo, comincia a elaborare l’idea di una risposta radicale all’egualitarismo rivoluzionario: per opporsi alle rivoluzioni occorre una dittatura che assume i connotati di un intervento miracoloso nell’ordine divino.
Una figura da tener presente è quella dello storico Augustin Cochin (1875-1916) che ha dedicato la sua attività di ricerca al ruolo della Massoneria nella Rivoluzione francese. Questo originale studioso ha messo in luce le assurde imposture della cultura “democratica”, che elabora nel segreto delle logge le parole d’ordine che vengono poi divulgate come espressione della “volontà generale”. Il XXI secolo ha portato alle estreme conseguenze queste strategie di comunicazione col risultato di una totale alienazione degli individui dalla sfera della politica.
Fra i critici della Rivoluzione non si può non menzionare Charles Maurras. Il faro intellettuale dell’Action Française denunciava il sistema plutocratico nato dal 1789, l’emancipazione degli ebrei, nonché la dittatura delle parole, che ha impoverito e standardizzato il linguaggio. Inoltre Maurras stigmatizzava la cancellazione delle identità locali messa in atto dalla concezione rivoluzionaria della patria “una e indivisibile”.
La terza parte del libro raccoglie testimonianze dell’epoca che ci informano su alcuni momenti salienti del processo rivoluzionario. Leggere queste pagine lascia ancora oggi esterrefatti per la brutalità e l’efferatezza degli avvenimenti narrati. Rasenta l’inverosimile la descrizione dei cimiteri parigini nel periodo del Terrore. Nella sola Parigi si poteva arrivare a giustiziare centinaia di persone al giorno e i cadaveri dei ghigliottinati erano talmente numerosi che venivano sepolti a fior di terra: le salme emanavano un fetore insopportabile e dai cimiteri colavano rivoli di carne umana in decomposizione. Le autorità dovettero provvedere a un eccezionale ampliamento delle aree cimiteriali e un architetto arrivò perfino a progettare un gigantesco forno crematorio a forma di piramide: un simbolo molto caro alla Massoneria…
Queste pagine che testimoniano della inaudita violenza rivoluzionaria dovrebbero sempre essere richiamate alla memoria quando la classe dirigente democratica esibisce la sconcia retorica delle “pari opportunità”. Il mondo moderno, nato dalla Rivoluzione dell’89, è ancora oggi in larga parte influenzato dalla prassi rivoluzionaria. La lunga ombra del Terrore arriva fino a noi, con i diktat paranoici della correttezza politica, che si ispirano ai “certificati di civismo” istituiti dal governo rivoluzionario, con la “legge dei sospetti” di Robespierre che si prolunga nei moderni reati d’opinione: razzismo, antisemitismo, revisionismo, sessismo, omofobia…
L’appiattimento della personalità prefigurato dall’illuminismo è stato pienamente attuato dalla società di massa contemporanea, e la distruzione delle caste naturali ha lasciato il campo a caste artificiali i cui privilegi non sono giustificati da alcuna funzione sociale.
La Francia ha celebrato trionfalmente i primi due centenari della Rivoluzione, ma oggi ci si chiede se sarà festeggiato un terzo centenario. L’Europa è avviata a un processo di putrefazione multietnica forse irreversibile. Verosimilmente fra qualche decennio i musulmani saranno una larga maggioranza in Europa, quindi i “valori laici” della Rivoluzione andranno letteralmente…a farsi benedire!
Se poi l’Europa dovesse vivere un sussulto di orgoglio identitario che risvegli le coscienze assopite dei suoi popoli, allora le istanze egualitarie del 1789 saranno il nemico pubblico numero uno in sistemi politici basati sulla gerarchia. Pare insomma che non ci sia alcun futuro per i sacri principi dell’89, che alla prova della storia mostrano di essere stati la condanna a morte della civiltà europea.
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Il brigantaggio


Il 6 agosto 1993, nel quadro del convegno su
La contrarrevolución legitimista (1688-1876), organizzato dall'Università Complutense di Madrid a San Lorenzo de El Escorial, Francesco Pappalardo ha tenuto una relazione su Il brigantaggio, di cui presentiamo il testo riveduto e annotato.

Nel Grande Dizionario della Lingua italiana, alla voce brigantaggio si legge: "L'insieme delle azioni delittuose (contro le proprietà private e le persone) compiute da bande di briganti, a mano armata" (1).
Brigante è colui "[...] che vive fuori legge e alla macchia (spesso in bande organizzate) compiendo rapine a mano armata e taglieggiando le persone e la proprietà privata; bandito"; sul piano storico brigante è anche il soldato, generalmente appartenente a "piccole compagnie di ventura", e il partigiano: "Da brigare, "mettersi nella lotta, combattere""; se questo termine "[...] anticamente significava un soldato a piedi", ora designa "gli assassini, i fuorusciti ed i nemici dell'ordine pubblico" (2).
Nella storia della parola, dunque, "[...] si possono individuare due momenti distinti: il significato antico sostanzialmente positivo, e quello più recente, che, sorto da una degradazione del precedente, assunse sempre più quella connotazione di "fuorilegge", che oggi prevale. Per il Lissoni questo senso moderno [...] sarebbe proprio del francese brigant (e, quindi, da rifuggire), come lo è il derivato brigantaggio, dal francese brigandage, fin dal 1410" (3).
Infine, il termine brigante ha acquistato anche un significato ideologico ed è stato adoperato per indicare in senso spregiativo quanti si sono opposti con le armi alla Rivoluzione: il "[...] nome di briganti è stato dato per esempio ai Vandeani realisti durante la Rivoluzione francese" (4); Giuseppe Boerio, autore di un Dizionario del dialetto veneziano, stampato a Venezia nel 1829, conferma per l'Italia l'uso del neologismo semantico: "Con tale nome erano comunemente chiamati nell'anno 1809 coloro che nelle varie nostre provincie si sollevarono" (5) contro l'esercito rivoluzionario francese.
In questa sede uso il termine brigantaggio per designare la reazione armata delle popolazioni italiane contro il nuovo ordine rivoluzionario, in contrapposizione alla parola banditismo, che indica la "[...] ribellione di piccoli gruppi armati intesi a colpire nella loro ricchezza le classi agiate senza la prospettiva di rivolgimenti politici" (6).
Il banditismo è la manifestazione di una patologia sociale diffusa nei tempi e nei luoghi più diversi. Nell'ambito della civiltà occidentale caratterizza l'epoca medievale e moderna, ma non può essere liquidato sempre come un fenomeno di semplice delinquenza.
Le convulsioni sociali nell'Europa del secolo XVII, che hanno fatto parlare di una sorta di epoca delle rivolte, sono molto spesso un sintomo dell'incapacità dello Stato moderno di svolgere una efficace funzione mediatrice fra i vari ceti sociali, soprattutto nella prima fase della sua formazione. In particolare, l'aumento rilevante della pressione fiscale, che caratterizza quel periodo, colpisce l'intera gamma della società e della vita economica ed è la causa scatenante delle grandi rivolte del Seicento.
Nel contesto europeo il Mezzogiorno d'Italia non presenta la serie di sommosse contadine che accompagnò la diffusione della riforma protestante ed è toccato in misura ridotta dall'ondata di agitazioni popolari che caratterizzano altri Stati nel secolo XVII. L'unica rivolta degna di rilievo è quella capeggiata da Tommaso Aniello, detto Masaniello, nel 1647, con la quale però la popolazione non intendeva "[...] chiedere né ottenere la soppressione del regime feudale, ma solo il suo contenimento entro i limiti della legalità, della tradizione e dell'equità" (7).
Il banditismo in senso stretto è stroncato dalla grande azione svolta dal vicerè, marchese del Carpio, fra il 1683 e il 1687 (8).
Nel secolo XVIII, la protesta popolare si inasprisce in seguito al graduale stravolgimento dei rapporti di proprietà nelle campagne, ma "[...] la lotta per la terra - ammette uno storico di ispirazione marxista - è condotta esclusivamente in nome del rispetto degli usi civici tradizionali e della difesa del demanio" (9).
Infatti, l'abbandono delle campagne da parte della nobiltà da un lato favorisce l'ascesa di amministratori rapaci e di nuovi proprietari terrieri, che portano con sé la durezza e la fiscalità proprie del capitalismo liberale; dall'altro lato provoca la rottura di quel contatto esistenziale, di quella omogeneità culturale, di quella solidarietà fra signori e contadini che erano state le caratteristiche fondanti dell'antico regime.
La reazione popolare, sul finire del secolo, non è perciò anti-feudale e neppure anti-aristocratica - se non dove la nobiltà era venuta meno alla sua funzione di mediazione e di comando -, ma rivolta contro la nuova mentalità rivoluzionaria, che imponeva un'economia senza vincoli corporativi e senza remore morali, infrangeva i legami esistenti fra i diversi ceti della nazione e veicolava una cultura estranea e avversa alle tradizioni civili e religiose del paese.

L'inquinamento storiografico
Nonostante il giansenismo e l'assolutismo illuminato, con i suoi corollari regalistici e livellatori, le armate giacobine e napoleoniche, che pretendono di agire per il bene del popolo, per la sua libertà e per il suo benessere, incontrano soltanto ostilità nella penisola italiana.
"Singolare ed imbarazzante paradosso, contro il quale ha sbattuto più volte la faccia sia la storiografia liberal-progressista sia la storiografia marxista, cui venivano meno gli abituali schemi interpretativi" (10).
Gli storici liberali, rappresentati innanzitutto da Vincenzo Cuoco e Pietro Colletta, tendono a ricondurre il fallimento della Rivoluzione a un cumulo di errori e di circostanze avverse, così da salvaguardare il ruolo dirigente dell'"intellettuale" e il suo diritto a ergersi come rappresentante della nazione.
Benedetto Croce, inoltre, riduce in larga misura la storia del Mezzogiorno alla storia della sua classe intellettuale, giungendo a idealizzare i giacobini come nuova aristocrazia, "[...] quella reale, dell'intelletto e dell'animo" (11).
Antonio Gramsci - che utilizza lo stesso procedimento logico - si rammarica dell'assenza "momentanea" di un'avanguardia intellettuale, cioè di un partito leninista che non era stato ancora fondato, e propone una interpretazione delle insorgenze in chiave di lotta di classe fra contadini e borghesia. Questa impostazione cerca di accreditare l'idea di una conflittualità sociale molto diffusa in tutta la penisola, che abbia sempre gli stessi caratteri in presenza di popolazioni differenti, rette da istituzioni diverse, situate in contesti geo-economici non uniformi e con le più varie tradizioni.
Una spiegazione del tutto insufficiente è offerta anche dalla storiografia nazionalistica, che vede nelle insorgenze soltanto preziose affermazioni di valori nazionali e patriottici e, quindi, una reazione allo straniero invasore e non ai princìpi rivoluzionari, i quali - essa afferma - avrebbero ricevuto migliore accoglienza se presentati in altro modo e in altra circostanza.
La matrice religiosa delle insorgenze risulta così sbiadita e la resistenza armata di interi popoli, che in Italia e in Europa si batterono in difesa della loro fede e delle loro tradizioni - soprattutto dove si era conservata la compattezza organica della nazione cristiana - è ancora oggi ignorata da molti o ricordata con disprezzo.
"Tutto questo che è dignità, fierezza, spirito di sacrificio - scrive Niccolò Rodolico, autore di orientamento liberale - è stato considerato, specialmente per l'Italia meridionale, fanatismo e brigantaggio" (12).
Queste considerazioni valgono in particolare per l'insorgenza meridionale che, rispetto ad altre simili vicende italiche, può essere assunta come modello per l'ampiezza del fenomeno, per la minore frammentarietà delle vicende e per la presenza di un piccolo nucleo dirigente che seppe coordinare la generosa reazione popolare (13).
Nel 1799, i "lazzari" napoletani e i contadini delle province si rivelano ben lungi dall'essere una massa amorfa, avvezza a passare con facile rassegnazione da un padrone all'altro, e le loro gesta vanno a costituire la splendida epopea della Santa Fede, "[...] che ebbe nell'eroico cardinale Fabrizio Ruffo il suo condottiero e in sant'Alfonso Maria de' Liguori il suo preparatore remoto ma profondo, nello stesso senso in cui san Luigi Maria Grignion de Montfort preparò la Vandea" (14).
Quando i francesi ritornano, nel 1806, si verificano nuove e numerose sollevazioni popolari in diversi Stati italiani. Nelle province napoletane le bande, guidate da popolani, borghesi e anche sacerdoti, raccolgono impiegati, soldati sbandati, contadini e pastori, la cui lotta assume i caratteri della resistenza contro-rivoluzionaria, ma tale valoroso comportamento è definito sbrigativamente "brigantaggio" dagli invasori e il termine è tramandato da una mendace storiografia (15).
La Rivoluzione italiana, dopo la Restaurazione del 1815 e un successivo periodo di tregua necessario per riordinare le fila e porsi sotto la protezione della monarchia sabauda, compie un nuovo passaggio negli anni 1859 e 1860 con la conquista di quasi tutti gli Stati della penisola da parte del regno di Sardegna, che porta a termine il disegno sovversivo fallito mezzo secolo prima.
"La nazione italiana, prima una nella fede e nella diversità, viene unita nell'errore, cui si accompagna l'imposizione spesso crudele di una uniformità che è piuttosto rivoluzionaria che piemontese. Cadono tutte le Case regnanti, vengono disperse tutte le classi dirigenti che hanno servito la Cristianità a diverso titolo fin nelle terre più lontane, le differenze regionali e storiche sono bandite, la religione e i suoi ministri perseguitati" (16).
Non mancano resistenze e reazioni all'unificazione forzata, ma soltanto nel regno delle Due Sicilie la lotta armata contro l'invasore assume proporzioni straordinarie. Tuttavia, anche questo doloroso periodo della storia della nazione italiana è censurato e deformato da oltre un secolo.
Infatti, alla "[...] fase del silenzio patriottico o della rimozione che dura fino alla caduta del fascismo", ha fatto seguito un'analoga "[...] fase di silenzio, dovuto alla necessità della costituzione di una nuova Italia repubblicana" (17).
La storiografia di ispirazione liberale ha tramandato una nozione ormai screditata della resistenza popolare come manifestazione di criminalità comune e come esito della sobillazione reazionaria, abile a sfruttare mali endemici e secolari del Mezzogiorno.
È la tesi di Francesco Saverio Nitti (18), che trae alimento dalle Relazioni della commissione parlamentare di inchiesta sul brigantaggio, e di Giustino Fortunato, secondo il quale nell'Italia Meridionale il brigantaggio postunitario non era stato un "[...] tentativo di restaurazione borbonica e di autonomismo, bensì un movimento spontaneo, storicamente rinnovantesi ad ogni agitazione, ad ogni cambiamento politico [...], frutto di secolare abbrutimento, di miseria e di ignoranza delle nostre plebi meridionali" (19).
Espressione emblematica del fastidio di trattare un argomento così ignobile è la posizione di Gino Doria, che considera il brigantaggio solo un episodio "da espellere" dalla storia d'Italia "e da relegare nelle cronache criminali" (20).
Benedetto Croce considerava il brigantaggio una conseguenza del vuoto di potere seguito al crollo della monarchia borbonica e concludeva che non si poteva parlare di una Vandea italiana perché non si erano visti sul terreno operativo gentiluomini e difensori della causa legittimistica come in Francia (21).
Soltanto ora che l'edificio unitario sembra completato si concede che "[...] un giudizio storico superiore e la pietas dell'umanità civile e delle memorie napoletane" portino a riconoscere "le ragioni e le pene di tutti i contendenti", ben specificando, però, che la "[...] ragione di una storia superiore condannava, comunque, il brigantaggio alla sconfitta radicale", dal momento che "[...] la storia - nel senso più pregnante e positivo dell'espressione - era dalla parte" delle "[...] coscienze più alte e severe del movimento nazionale italiano" (22). La pietas, dunque, soltanto come atteggiamento liquidatorio e di mera commiserazione.
Su un altro versante, ugualmente deformante, si pongono quanti partono dalle considerazioni di Antonio Gramsci sulla "questione meridionale" per proporre una lettura del brigantaggio come manifestazione della lotta di classe, identificando nella guerra per bande una forma di lotta armata condotta in prima persona dalle masse contadine contro le classi dominanti.
La versione più articolata e problematica di questa interpretazione è offerta da Franco Molfese, secondo il quale è difficile negare al brigantaggio il carattere di un movimento di classe.
In esso appaiono combinati "[...] sia la protesta armata contro gli eccessi repressivi delle forze statali e contro i gravami imposti dallo Stato unitario (la coscrizione), sia l'uso della violenza armata per vendicare le sopraffazioni e i tradimenti di "galantuomini" e, soprattutto, per estorcere ai proprietari una aliquota della rendita agricola, negata sistematicamente" (23).
Franco Molfese in seguito ha mitigato le sue affermazioni, distaccandosi da quelle "[...] correnti politiche e ideologiche piuttosto confuse di estrema sinistra giovanile che attribuiscono al brigantaggio un contenuto anticapitalistico o, comunque, antiborghese maggiore di quanto ebbe realmente" (24). Infatti, una simile analisi "[...] parte dalla convinzione di una antistorica "vocazione" rivoluzionaria del "proletariato" italiano, perennemente tradita. [...] Inoltre la mitizzazione dei capibanda quali leader contadini presuppone una coscienza e una autonomia nei singoli e nella "classe", nonché una diffusa consapevolezza di massa che in realtà non potevano avere" (25).
Tuttavia, l'opinione ancora oggi più diffusa presso il grande pubblico è quella secondo cui "[...] alla base della rivolta dei contadini è un movente economico-sociale che non è certamente compreso da chi vuole servirsi per fini politici di povera gente vilipesa e oppressa" (26).
Un'interpretazione esauriente del complesso fenomeno del brigantaggio deve partire dalla considerazione che l'opposizione armata fu soltanto uno degli aspetti della resistenza antiunitaria delle popolazioni meridionali, che presentò contorni più vasti e profondi di quelli che avevano caratterizzato le insorgenze dell'età napoleonica.
Negli anni successivi al 1860, la resistenza si presenta con forme molto articolate, di cui offrono testimonianza l'opposizione condotta a livello parlamentare, le proteste della magistratura, che vede cancellate le sue gloriose e secolari tradizioni, la resistenza passiva dei dipendenti pubblici e il rifiuto di ricoprire cariche amministrative, il malcontento della popolazione cittadina, l'astensione dai suffragi elettorali, il rifiuto della coscrizione obbligatoria, l'emigrazione, la diffusione della stampa clandestina e la polemica condotta dai migliori pubblicisti del regno, fra cui emerge Giacinto de' Sivo, che difesero con lo scritto i calpestati diritti di una monarchia da sempre riconosciuta dal consesso delle nazioni e benedetta dalla suprema autorità spirituale (27).
La resistenza armata fu però il fenomeno più evidente, che coinvolse non soltanto il mondo contadino ma tutta la società del tempo nelle sue strutture e nei gruppi che la componevano, come risulta dagli atti dei tribunali militari e dai processi celebrati a Napoli dalle corti civili.
Il cosiddetto partito borbonico, sulla cui reale influenza non è stato ancora tentato un bilancio definitivo, non raggiunse l'obbiettivo fondamentale di riportare la dinastia legittima sul trono, ma riuscì per anni ad aggregare quasi tutte le componenti sociali intorno a un sentimento patriottico e nazionale.
Nei primi anni il motivo legittimistico fu dominante e le modalità della guerriglia, capace di unire aristocratici e popolo, furono tali da richiamare alla mente l'epopea vandeana. Questa continuità contro-rivoluzionaria non è affatto simbolica, ove si consideri che a capeggiare gli insorgenti "[...] il fior fiore della nobiltà lealistica europea discese dalle brume dei propri castelli nel fuoco di una lotta senza quartiere "per il trono e l'altare", "per la fede e la gloria"", come era scritto su uno dei pannelli della mostra su Brigantaggio, lealismo e repressione, organizzata a Napoli nel 1984 (28).
Il conte Henri de Cathelineau - discendente di uno dei più valorosi condottieri della guerra di Vandea -, il barone Teodoro Klitsche de La Grange, il conte Edwin di Kalckreuth, il marchese belga Alfred Trazégnies de Namour, il conte Theodule de Christen, i catalani José Borges, che fu definito "l'anti-Garibaldi", e Rafael Tristany, furono artefici di memorabili imprese e fecero a lungo sperare in una conclusione vittoriosa della guerriglia.
Con queste considerazioni non si intende sottovalutare il carattere anche sociale delle insurrezioni. L'eversione della feudalità e la privatizzazione dei beni della Chiesa durante l'età napoleonica, che avevano trasformato l'assetto della società e dato origine alla questione demaniale, ebbero una parte rilevante nello stimolare la partecipazione dei contadini alla lotta armata (29), ma questo aspetto non basta da solo a spiegare l'intensità, l'estensione sociale, l'ampiezza territoriale e la durata del brigantaggio.
L'attribuzione di un prevalente carattere sociale alla resistenza antiunitaria è causata sia da pregiudizi ideologici, che inducono gli storici a sottovalutare o a negare la componente politica del fenomeno, sia dalla diffusione e dalla persistenza del mito della oggettiva potenzialità rivoluzionaria delle sommosse contadine, secondo le tesi del sociologo inglese Eric Hobsbawn.
Questa impostazione è caratterizzata da una generale incomprensione e negazione della cultura delle popolazioni italiane, e ciò vale in particolare per la componente religiosa, che ne rappresentava l'anima. L'elemento religioso è generalmente presente nelle raffigurazioni d'epoca, così come sui vessilli e sulle insegne di battaglia; frati e sacerdoti sono presenti in gran numero nelle schiere degli insorgenti, sebbene fossero passati per le armi in caso di cattura; i vescovi - benché spesso scacciati dalle loro sedi - sostengono efficacemente l'insurrezione, stampando pastorali di tono antiunitario e ribadendo le proteste e le scomuniche provenienti dalla Santa Sede.
L'autorevole La Civiltà Cattolica esprime ripetutamente il suo appoggio a quello che era ritenuto uno spontaneo movimento di massa, a carattere legittimistico, contro le usurpazioni del nuovo Stato liberale.
Il brigantaggio, dunque, è stato un fenomeno composito, manifestazione del contrasto fra due mentalità, fra due differenti impostazioni culturali - che ha indotto l'antropologo Carlo Tullio Altan a parlare di "reazione di rigetto della società meridionale nei confronti di una realtà storica diversa" e di "uno scontro di civiltà" (30) -, ma soprattutto ha rappresentato l'espressione più macroscopica della reazione di una nazione intera in difesa della sua autonomia quasi millenaria e della religione perseguitata e, dunque, costituisce l'ultimo tentativo compiuto in Italia, insieme con "la difesa di Roma a opera degli zuavi", per "combattere la Rivoluzione con le armi" (31).

La resistenza armata
La resistenza popolare nel regno delle Due Sicilie ha inizio nel mese di agosto del 1860, subito dopo lo sbarco sul continente delle unità garibaldine provenienti dalla Sicilia.
Le prime sollevazioni hanno luogo in Basilicata e in Calabria, nella misura in cui gli avvenimenti deludono l'aspettativa di un rivolgimento che punisca gli usurpatori delle terre demaniali. L'occupazione delle aree la cui proprietà è contestata e la rivendicazione violenta degli usi civici soppressi assumono presto un significato politico.
Le insorgenze sono particolarmente efficaci anche nelle province contigue alla zona di operazioni dell'esercito di Francesco II, dove reparti composti da soldati regolari e da volontari, guidati dal colonnello franco-tedesco, barone Teodoro Klitsche de La Grange, operano in funzione di appoggio e di coordinamento delle iniziative spontanee, restaurando le municipalità borboniche e insidiando le spalle e i fianchi delle formazioni nemiche.
La tenace resistenza garibaldina sul fiume Volturno e l'invasione dello Stato pontificio e del regno delle Due Sicilie da parte dell'esercito sabaudo, in spregio delle più elementari norme di diritto internazionale, pongono fine alla prima fase delle operazioni difensive, caratterizzate da una certa unità di azione e di comando.
Tuttavia, lo scoppio di una diffusa "reazione" in occasione del plebiscito del 21 ottobre, con il quale gli invasori cercano di legittimare la loro presenza, dà prova della vitalità della resistenza. Nei primi mesi del 1861, quando le ultime piazzeforti borboniche, Gaeta, Messina e Civitella del Tronto, si arrendono dopo un'eroica quanto sconosciuta resistenza, l'opposizione armata ha radici ben salde nel regno.
La popolazione rurale, chiamata alle armi dal suono di rustici corni o dalle campane a stormo, rovescia i comitati insurrezionali, innalza la bandiera con i gigli e restaura i legittimi poteri. La spietata repressione operata dagli unitari, con esecuzioni sommarie e arresti in massa, fa affluire nelle bande, che i nativi denominano masse, migliaia di uomini: soldati della disciolta armata reale, coscritti che rifiutano di militare sotto un'altra bandiera, prigionieri di guerra incautamente rimessi in libertà dall'occupante, pastori, braccianti e montanari. Costoro, che combattono contro l'imposizione di una visione del mondo estranea alle proprie tradizioni civili e religiose, furono bollati per sempre come briganti.
Nella primavera del 1861 la reazione divampa in tutto il regno. Il controllo del territorio da parte degli unitari è sempre più precario e diventa concreta l'ipotesi di un collegamento di tutte le formazioni della resistenza, dalla Puglia alla frontiera pontificia, con uno schieramento che abbia al centro la valle dell'Ofanto, fra l'Irpinia e la Basilicata.
Le formazioni più agguerrite, dotate anche di reparti di cavalleria, operano in Lucania, nella Capitanata e in Terra di Bari, condotte rispettivamente da Carmine Donatelli, detto Crocco, da Michele Caruso e dal sergente Pasquale Romano.
A Napoli, l'ex-capitale travagliata da una grave crisi economica, agisce la propaganda dell'agguerrito comitato borbonico della città, che riesce a organizzare una manifestazione pubblica a favore della deposta dinastia.
Nel mese di aprile è sventata una cospirazione antiunitaria e sono arrestate oltre seicento persone, fra cui 466 ufficiali e soldati dell'esercito napoletano.
In agosto è inviato a Napoli, con poteri eccezionali, il generale sabaudo Enrico Cialdini, che innanzitutto costituisce un fronte unito contro la "reazione", arruolando i militi del disciolto esercito garibaldino e perseguitando il clero e i nobili legittimisti, che sono costretti a emigrare, lasciando la resistenza senza una guida politica. In una seconda fase, Enrico Cialdini ordina una serie di eccidi e di rappresaglie nei confronti della popolazione insorta, che rappresentano una pagina tragica e fosca nella storia dello Stato unitario. In questo modo impedisce una sollevazione generale, ristabilisce in parte le comunicazioni e conserva il controllo dei centri abitati, decretando il saccheggio e la distruzione di quelli ribelli. Le forze militari impegnate nella repressione, costituite in quel periodo da circa ventiduemila uomini, raggiungono le cinquantamila unità nel mese di dicembre; nell'inverno 1862-1863 assommeranno a centocinquemila uomini, cioè i due quinti delle forze armate italiane del tempo.
Il presidente del consiglio, Bettino Ricasoli, preoccupato per le ripercussioni all'estero della sanguinosa repressione, lancia una vigorosa offensiva diplomatica, volta a negare il carattere politico del brigantaggio.
Nella polemica interviene La Civiltà Cattolica, che confuta le dichiarazioni del governo italiano: "Ma e la bandiera borbonica che i Sardi vedono spuntare sopra ogni vetta, non è ella un programma politico abbastanza visibile? E le grida di Viva Francesco II che i Sardi odono risuonar sì spesso, non sono elle un programma politico abbastanza udibile?
"E le fratture sì frequenti dei busti di gesso del Re Sardo e del Garibaldi, che si fanno ovunque apparisce un brigante, e l'alzamento al loro luogo dei ritratti di Francesco II, non sono elle un programma politico abbastanza evidente? E lo sterminio che in ogni paese, dove sorge la reazione, si fa di tutto ciò che è liberale, piemontese o garibaldino non è egli un programma politico abbastanza palpabile?".
Sul favore assicurato dalla Santa Sede ai partigiani borbonici, l'articolista osserva: "[...] chi non sa che il preteso regno italiano è in istato di manifesta guerra col regno di Napoli e collo Stato Pontificio? Chi non sa che è lecito ad ognuno il respingere la forza colla forza e l'ingiusta aggressione colla giusta difesa?" (32).
Sono evidenti la debolezza e la poca credibilità del nuovo regno, i cui governanti non possono invocare neanche la volontà popolare per legittimare le annessioni. La strategia della resistenza borbonica mira, di conseguenza, a mostrare la fragilità del potere dell'usurpatore e a tenere desta l'attenzione degli Stati europei, nella speranza di imminenti sviluppi internazionali della questione italiana, che determinino un intervento armato dell'Austria o almeno diplomatico delle altre potenze conservatrici.
Il problema più urgente è quello di dare una guida militare di valore alle schiere degli insorgenti, che possono creare serie preoccupazioni al nemico, ma non hanno né la capacità militare né il coordinamento necessario per rovesciare la situazione.
Poiché i vertici dell'esercito borbonico si erano mostrati in generale esitanti nella lotta contro la Rivoluzione unitaria, Francesco II ritiene opportuno porre i suoi partigiani agli ordini di privati cittadini di fede legittimista.
L'offensiva di Vittorio Emanuele II di Savoia contro lo Stato Pontificio aveva richiamato in Italia gran parte della nobiltà lealista europea. Quella campagna si era conclusa in maniera poco fortunata per i difensori della causa del Papa, ma si era creata subito dopo la possibilità di una rivincita sul fronte napoletano. Si forma quindi un'armata sovranazionale, nelle cui file militano francesi e belgi, austriaci e bavaresi, sassoni e irlandesi, oltre a numerosi carlisti spagnoli, il cui impegno diventa presto maggioritario. Proprio da queste formazioni uscì l'uomo che più di tutti fu vicino alla vittoria decisiva, il catalano José Borges, generale dell'esercito carlista, esperto di guerriglia, volontario al servizio del Pontefice e quindi di Francesco II.
Sulle orme del cardinale Fabrizio Ruffo, José Borges sbarca con pochi compagni sulla costa ionica della Calabria, il 14 settembre 1861.
Nonostante l'ambiguo comportamento di Carmine Crocco, comandante della più forte banda lucana, il generale riesce a imporre la sua autorità e organizza un forte schieramento partigiano, guidato da ufficiali legittimisti e da capi locali.
Nei primi giorni di novembre gli armati, inquadrati in alcuni battaglioni di fanteria, tre squadroni di cavalleria e un reparto di gendarmeria, discendono improvvisamente dal massiccio boscoso del Vulture e danno inizio alla più memorabile avventura del brigantaggio postunitario. Le file degli insorgenti si ingrossano con rapidità grazie all'apporto della popolazione e per circa un mese la Basilicata è nelle mani dei partigiani, che restaurano le vecchie municipalità. José Borges decide di dare l'assalto alla città capoluogo, Potenza, ma sorge un contrasto insanabile con Carmine Crocco. La conquista di Potenza consentirebbe la costituzione di un governo nazionale sul suolo patrio e potrebbe rappresentare l'inizio dell'insurrezione generale, preludio della guerra di secessione auspicata dalla maggior parte della popolazione. Tuttavia, una guerra condotta da un esercito regolare, segnerebbe la fine del regno di Carmine Crocco e il suo rientro nella vita quotidiana. Nel momento decisivo il capobanda decide di ritirare i suoi uomini e di porre fine alla vittoriosa operazione.
José Borges è costretto a prendere la via di Roma per consigliarsi con il re in esilio. Braccato dall'esercito nemico e dalla guardia nazionale, fra i rigori di una stagione inclemente, risale la penisola fino alla frontiera pontificia ma, sorpreso all'ultima tappa da un drappello di bersaglieri, è fucilato con diciassette compagni presso Tagliacozzo.
In quei giorni, un altro generale carlista, il catalano Rafael Tristany, assume il comando delle bande operanti sui monti che dividono gli Abruzzi dallo Stato pontificio, in sostituzione del conte di Kalckreuth e del marchese de Namour, catturati e fucilati dagli italiani.
Rafael Tristany lavora instancabilmente per riorganizzare le truppe, ma la feroce repressione condotta dall'esercito sabaudo fa terra bruciata intorno alle sue truppe.
Nella primavera del 1863, dopo un anno di scaramucce poco incisive, è lanciata una grande offensiva concentrica, da tempo nei piani dei legittimisti, ma si esaurisce rapidamente; nel mese di giugno, Rafael Tristany è arrestato a Roma da soldati francesi (33).
La fucilazione di José Borges prima e l'arresto di Rafael Tristany poi, insieme con le menzionate difficoltà, causano una caduta dell'impegno politico, il quale, pure non spegnendosi, non raggiunse più i livelli iniziali.
La resistenza, tuttavia, prosegue in vaste zone del reame, segno visibile della diffusa e persistente ostilità popolare nei confronti della Rivoluzione, e assume sempre più i caratteri della guerriglia: l'epicentro si sposta dai centri abitati alle campagne, ai boschi, alle montagne e la lotta si frammenta in una miriade di episodi.
Nell'agosto del 1863, il Parlamento approva la legge Pica, detta così dal nome del proponente, che istituzionalizza la repressione.
Con il sistema generalizzato degli arresti in massa e delle esecuzioni sommarie, con la distruzione di casolari e di masserie, con il divieto di portare viveri e bestiame fuori dai paesi, con la persecuzione indiscriminata dei civili, si vuole colpire "nel mucchio", per disgregare con il terrore una resistenza che riannodava continuamente le fila.
Per la prima volta viene introdotto nel diritto pubblico italiano l'istituto del domicilio coatto, sul modello delle deportazioni bonapartistiche, che risulta particolarmente odioso per la sua arbitrarietà. La moltiplicazione dei premi e delle taglie crea una "industria" della delazione, che è una ulteriore macchia indelebile nella repressione e ispira amare riflessioni sulla proclamata volontà moralizzatrice dei governi unitari nei confronti delle popolazioni meridionali.
Cure particolari sono dedicate alla guerra psicologica, condotta su larga scala mediante bandi, proclami e, soprattutto, servizi giornalistici e fotografici.
Le immagini dei combattenti, raffigurati in atteggiamento truce e con una fisionomia "inselvatichita", o miseramente allineati per terra, nudi e crivellati di pallottole, sono utilizzate come forza deterrente contro la popolazione o per segnalare in maniera apologetica la vittoria degli unitari e rappresentano i primi esempi di una moderna "informazione deformante".
In questo modo è distrutto il cosiddetto "manutengolismo", cioè quel vasto movimento di sostegno e di fiancheggiamento alla guerriglia, che rappresentò un fenomeno così ampio e articolato socialmente da non poter essere stroncato con il solo ricorso alla legislazione penale, anche se eccezionale.
Nell'estate del 1863 è costituita un'unica zona militare, il cui comando è affidato al generale Emilio Pallavicini, conte di Priola, che attua la tattica della "persecuzione" incessante delle bande, mobilita la guardia nazionale, impone e ottiene la collaborazione delle autorità civili.
L'offensiva contro il grande brigantaggio si articola in quattro fasi serrate, dall'autunno del 1863 all'autunno del 1864, al termine delle quali le grandi bande a cavallo sono distrutte e i migliori comandanti sono uccisi o imprigionati.
Nonostante la sanguinosa repressione, la lotta armata conserva in numerose province il carattere policentrico e la virulenza dei primi anni; anzi, fra il 1866 e il 1868, mostra una generale recrudescenza.
Tuttavia, l'estinzione del focolaio lucano, che disarticola i collegamenti della guerriglia, la falcidie dei capi locali e l'affievolirsi della speranza in una soluzione favorevole determinano una stanchezza generale.
Nel 1866, Francesco II si rifiuta di incitare alla sollevazione il Mezzogiorno mentre l'esercito italiano combatteva nel Veneto contro l'impero austriaco. Consapevole della necessità di un appoggio esterno, che nessuna potenza europea sembrava disposta a offrirgli, il re vuole evitare che si ripetano le atrocità con cui erano state soffocate le insurrezioni precedenti. L'anno seguente, il sovrano scioglie il governo borbonico in esilio.
Nel gennaio 1870, il governo italiano sopprime le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio. La resistenza non è ancora terminata, ma è venuto meno qualsiasi carattere di azione collettiva, si è affievolito l'appoggio popolare e la guerriglia degenera spesso in banditismo.
Quando le bellicose energie sono esaurite, la secessione si manifesta più pacificamente, ma non meno drammaticamente, nella grandiosa emigrazione transoceanica della nazione "napoletana", che coinvolse alcuni milioni di persone.
Gli ultimi combattenti si aggregano alle formazioni carliste, tornate in Spagna dopo l'abdicazione di don Juan e la successione del dinamico Carlos VII. Il numero dei napoletani è molto limitato, ma la loro presenza ha un significato emblematico: sotto la bandiera del legittimismo, carlisti spagnoli e borbonici napoletani combattono ancora contro i Savoia, sul trono spagnolo dal 1870, e contro la Rivoluzione.

La resistenza antiunitaria non riuscì a ripetere il successo dell'armata della Santa Fede.
In primo luogo, era mutata la situazione internazionale. Il fronte conservatore e la Santa Alleanza si erano dissolti con la guerra di Crimea: l'Inghilterra aveva sposato la causa rivoluzionaria e trascinato dietro di sé la Francia di Napoleone III, isolando l'impero austriaco. Anche i Borboni di Spagna fecero poco per aiutare il ramo dinastico napoletano, a causa della politica di compromesso seguita dal governo della Unión Liberal e per l'impossibilità di concertare un'azione comune con la Francia o con l'Austria, ambigua l'una, incerta e rinunciataria l'altra.
In secondo luogo, gli insorgenti del 1799 combatterono contro un esercito impegnato su molteplici fronti e schierato sulla difensiva, mentre i combattenti del 1860-1870 si scontrarono frontalmente con lo Stato unitario, di cui non conoscevano i meccanismi e che potè concentrare per alcuni anni forze imponenti nel Mezzogiorno.
L'esercito sabaudo non riuscì per lungo tempo a venire a capo della ostinata guerriglia condotta da un numero inferiore ed estremamente fluttuante di armati, ma la proclamazione dello stato d'assedio, la legislazione eccezionale, le atrocità, le stragi indiscriminate, il terrore, il tradimento prezzolato stroncarono la volontà di resistenza della popolazione.
Infine, la reazione popolare, spontanea e generale, non fu autonoma, perché quasi ovunque mancò la guida di una classe dirigente valida e ben determinata. "Non ci fu un cardinale Ruffo", era scritto su uno dei pannelli della mostra napoletana sul brigantaggio, a conferma dell'assenza determinante di elementi locali dotati della tempra e dell'acume di colui che fu artefice della vittoria della Santa Fede.

Francesco Pappalardo

(1) Salvatore Battaglia, Grande Dizionario della Lingua italiana, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1962, vol. II, voce Brigantaggio, p. 375.
(2) Ibid., voce Brigante, p. 376.
(3) Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1979, vol. I, voce brigànte, p. 166.
(4) Trésor de la langue française. Dictionnaire de la langue du XIX et du XX siècle (1789-1960) publié sous la direction de Paul IMBS, Éditions du Centre National de la Recherche Scientifique, Parigi 1975, vol. IV, voce Brigand, p. 958.
(5) M. Cortelazzo e P. Zolli, op. cit., p. 166.
(6) Alfonso Scirocco, Briganti e potere nell'Ottocento in Italia: i modi della repressione, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, anno XLVIII, 1981, p. 81.
(7) Giuseppe Galasso, Intervista sulla storia di Napoli, a cura di Percy Allum, Laterza, Bari 1978, p. 131.
(8) Il Mezzogiorno esce da due secoli di dominazione spagnola in condizioni ben lontane da quella immagine di miseria e di degrado che viene comunemente offerta. Fondamentale per la conoscenza della Napoli spagnola è ancora l'opera di Francisco Elías de Tejada y Spínola, Napoles Hispanico, 5 voll., Montejurra, Madrid e Siviglia, 1958-1964.
(9) Rosario Villari, Mezzogiorno e contadini nell'età moderna, Laterza, Bari 1977, p. 137.
(10) Marco Tangheroni, Prefazione a Francesco Mario Agnoli, Andreas Hofer, eroe cristiano, Res Editrice, Milano 1979, p. 8.
(11) Benedetto Croce, Storia del regno di Napoli, Laterza, Bari 1980, p. 200.
(12) Niccolò Rodolico, Il Popolo agli inizi del Risorgimento nell'Italia meridionale. 1798-1801, Le Monnier, Firenze 1926, p. XIII.
(13) Cfr. il mio 1799: la crociata della Santa Fede, in Quaderni di "Cristianità", anno I, n. 3, inverno 1985, pp. 34-50.
(14) Giovanni Cantoni, L'Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, saggio introduttivo a Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, p. 13.
(15) "Era un termine questo nuovo nella lingua napoletana e lo aveva sempre ignorato il legislatore: a Napoli erano sempre stati indicati come banditi o fuorbanditi i fuori legge datisi alla campagna e come proditores, distinti dai primi, i ribelli scesi in armi contro il potere costituito" (Tommaso Pedio, L'insurrezione antifrancese in Basilicata nel 1806, in Archivio Storico Italiano, anno CXL, 1982, n. 514, disp. IV, p. 604).
(16) G. Cantoni, op. cit., p. 14.
(17) Sergio Riccio, L'opinione pubblica, in Brigantaggio lealismo repressione nel Mezzogiorno. 1860-1870, Gaetano Macchiaroli, Napoli 1984, p. 73.
(18) Cfr. Francesco Saverio Nitti, Il brigantaggio durante il regime borbonico, in Idem, Gli scritti sulla questione meridionale. Saggi sulla storia del Mezzogiorno, emigrazione e lavoro, a cura di Armando Saitta, Edizione Nazionale delle opere di Francesco Saverio Nitti, Laterza, Bari 1958, vol. I, pp. 41 ss.
(19) Giustino Fortunato, Lettera a Nello Rosselli, del 4-4-1927, in Idem, Carteggio. 1926-1932, Laterza, Bari 1980, pp. 14 ss.
(20) Gino Doria, Per la storia del brigantaggio nelle province meridionali, in Archivio Storico per le Province Napoletane, nuova serie, anno XVII (1931), p. 388.
(21) Cfr. B. Croce, Il romanticismo legittimistico e la caduta del regno di Napoli, in Idem, Uomini e cose della vecchia Italia, serie seconda, Laterza, Bari 1927, pp. 307-339.
(22) G. Galasso, Unificazione italiana e tradizione meridionale nel brigantaggio del Sud, in Archivio Storico per le Provincie Napoletane, terza serie, anno XXII (1983), p. 15.
(23) Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Feltrinelli, Milano 1979, p. 342.
(24) Idem, Lo Stato unitario e il suo difficile debutto, in Storia della società italiana, vol. XVIII, Teti, Milano 1981, p. 94.
(25) Ibidem.
(26) Tommaso Pedio, Reazione e brigantaggio in Basilicata, in Archivio Storico per le Province Napoletane, terza serie, anno XXII (1983), p. 275.
(27) "Sarebbe un'impresa assai ardua tentare una classificazione, sia pure sommaria, degli innumerevoli libri, opuscoli e libelli reazionari ed antiunitari che inondarono l'Italia nel decennio 1860-70" (Luisa Gasparini, Il pensiero politico antiunitario a Napoli dopo la Spedizione dei Mille. La Biblioteca politica di Francesco II, Società Tipografica Modenese, Modena 1953, p. 23).
(28) Cfr. il testo del pannello, in Brigantaggio lealismo repressione nel Mezzogiorno. 1860-1870, cit., p. 127; della mostra ho fatto stato nel mio "Brigantaggio lealismo repressione nel Mezzogiorno. 1860-1870", in Cristianità, anno XIII, n. 117, gennaio 1985. In tema di lealismo, cfr. G. Cantoni, Lealismo e rivoluzione: Ideali contrapposti, in La Fedelissima Città di Gaeta nel Tramonto delle Due Sicilie. Convegno tradizionalista. 14 e 15 Febbraio 1992. Atti, Gaeta (Latina) 1993, pp. 55-60.
(29) "E così, lungo il corso dell'800, si assistè a continue sollevazioni popolari, delle quali il significato politico più generale fu senza dubbio reazionario, specie nel '60, ma tutte, direttamente o quasi, originate da cause demaniali" (Gaetano Cingari, Giustino Fortunato e il Mezzogiorno, Parenti, Firenze 1954, pp. 95-96).
(30) Carlo Tullio Altan, Il brigantaggio post-unitario. Lotta di classe o conflitto di civiltà?, in AA.VV., Italia moderna. Immagini e storia di un'identità nazionale, vol. I, Banca Nazionale del Lavoro, Milano 1982, pp. 99-117.
(31) G. Cantoni, op. cit., p. 16.
(32) Giuseppe Oreglia di Santo Stefano S.J., Sopra la nota del Barone Ricasoli del 24 agosto 1861, in La Civiltà Cattolica, serie IV, vol. XI, 6-9-1861, pp. 686 e 691-692.
(33) Non va trascurato il ruolo repressivo nei confronti della guerriglia legittimistica svolto dal corpo di spedizione francese a Roma, nonostante le accuse di connivenza lanciate con frequenza dalla stampa italiana.

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