sabato 1 settembre 2012

Dal corporativismo alla socializzazione



Ho avuto il piacere di conoscere personalmente l'avvocato Sonia Michelacci in uno dei tanti incontri che l'Istituto Storico della Repubblica Sociale Italiana di Terranova Bracciolini, in provincia di Arezzo, promuove; in tale occasione ho avuto modo di assistere ad una sua conferenza sul tema Dal Corporativismo alla Socializzazione, passando attraverso l’esperienza nazionalsocialista. Al termine del suo intervento sono rimasto così piacevolmente colpito dalla qualità delle argomentazioni, tanto da chiederle di poter riportare il testo integrale del suo intervento su ControStoria.it, in modo che chiunque potesse successivamente apprezzare sia l'argomento, sia la tesi riportata.


La Rivoluzione Fascista fu una rivoluzione incompiuta e tanto lo evidenzia la mancata riforma della legislazione sociale, che vedeva, come perno sul quale edificare il Nuovo Stato fascista, la ridefinizione del concetto di diritto di proprietà. La proprietà privata infatti è un feticcio con il quale tutti i regimi prima o poi devono fare i conti e Mussolini questo lo sapeva bene tanto è che la Rivoluzione Fascista, che doveva essere una rivoluzione totale, doveva sfociare, in campo sociale, nella realizzazione dello Stato Corporativo visto come unica possibile alternativa economica e sociale alle democrazie liberali e al capitalismo. Con lo Stato Corporativo il fascismo voleva dare, in maniera energica, una direzione decisamente anticapitalista alla sua politica.

Lo Stato Corporativo avrebbe dovuto essere responsabile della produzione, doveva dare impulso alla rigenerazione sociale ed etica dei rapporti fra categorie sociali, doveva spezzare il dominio delle leggi capitalistiche del mercato e quindi doveva spezzare le catene che imprigionavano le categorie popolari alla perversa logica del capitale e del profitto. Occorreva realizzare quella 'Civiltà del lavoro' che, con il ribaltamento dei valori borghesi poneva, in nome della volontà totalitaria del fascismo, il Lavoro e il lavoratore ai vertici della nuova scala delle gerarchie e dei valori politici e sociali.

Nella sua ideazione, il corporativismo doveva portare al compimento della rivoluzione sociale e favorire la formazione di nuove aristocrazie promosse dalle milizie sindacali e dal mondo del lavoro. Non va dimenticato che a San Sepolcro si riunirono tante anime variegate che spaziavano dai socialisti, agli anarchici per arrivare ai nazionalisti e ai sindacalisti rivoluzionari di matrice soreliana e fu questo fascio di anime che dette origine al primo fascismo. Proprio il sindacalismo fascista volle considerarsi il legittimo e coerente erede del patrimonio di lotte del sindacalismo rivoluzionario e della sua originale dottrina sviluppata dai suoi esponenti, personaggi del calibro di Arturo Labriola, Alceste De Ambris e Filippo Corridoni.

Il sindacalismo fascista muoveva una feroce critica alle ideologie democratiche e liberali per promuovere una prassi sociale permeata di autentica solidarietà popolare che voleva essere l’espressione di tutto il popolo e non di una specifica classe e si considerava inoltre l’architrave sulla quale doveva sorgere lo Stato Corporativo. In definitiva all’epoca si pensò che senza l’apporto del sindacalismo non avrebbe potuto esserci la corporazione. Il sindacato aveva come sua realizzazione e fine lo Stato fascista nella sua veste corporativa.

Nel 1927, con la Carta del Lavoro, furono poste le basi su cui edificare lo Stato corporativo, ma con essa il fascismo non disconosceva l’iniziativa privata, bensì le attribuiva ulteriormente una funzione sociale e, soprattutto, attribuiva all’individuo un Dovere Sociale poiché tutta la sua vita si sarebbe dovuta compiere in seno alla società e in armonia con essa. Questo dovere sociale doveva costituire l’unica legge morale dell’individuo. Non si nega quindi, con la Carta del Lavoro, il diritto dell’individuo sulla cosa, ma si integra il concetto di diritto con quello di dovere: la proprietà era obbligata a fare quanto di più utile fosse per lo Stato e per i suoi membri.

Emblematica a tal proposito è la IX disposizione della Carta del Lavoro in quanto prevedeva l’intervento dello Stato nella produzione economica solo e soltanto quando fosse mancata o fosse risultata insufficiente l’iniziativa privata, oppure quando fossero in gioco i prevalenti interessi politici dello Stato. Tale intervento poteva andare dal controllo, all’incoraggiamento fino da arrivare alla gestione diretta. Ecco allora che il diritto di proprietà non era più inteso come ius utendi et abutendi, ma come un diritto di gestione della cosa nell’interesse della comunità.

La Carta del Lavoro e la concezione della proprietà come cardine del Corporativismo furono oggetto di numerose e accese discussioni. Ci fu qualcuno come E. Finzi che fece notare come in realtà la Carta del Lavoro non parlasse di proprietà, bensì di produzione e quindi si doveva parlare di azienda intesa come un bene dinamico, che potendo essere oggetto di proprietà doveva supporre una disciplina dei beni unificati dallo scopo comune. Il lavoro quindi doveva definirsi non più oggetto, ma soggetto dell’economia in quanto la proprietà altro non era che il lavoro di coordinamento tra i beni destinati alla produzione e il lavoro inteso in senso più proprio. La struttura corporativa doveva suscitare nel proprietario la sana coscienza del produttore facendo in modo che nella sua azienda si attuasse un processo produttivo adeguato allo sviluppo economico della nazione.

Tuttavia la Carta del Lavoro conservava in sé i residui del mondo contro cui era sorta e manteneva inconsapevolmente il compromesso e il contrasto fra liberalismo e socialismo in quanto l’individuo e lo Stato venivano rispettati nella loro reciproca autonomia perché la subordinazione dell’uno all’altro era prevista solo in caso di conflitto. Lo Stato restava fuori dall’individuo e quindi a ben vedere ciascuna categoria produttiva perseguiva interessi distinti. I lavoratori che si identificavano con i sindacati erano esclusi dalla partecipazione diretta alla gestione e i dirigenti delle imprese che non si identificavano né con il capitale né con il lavoro svolgevano mansioni marginali. Le imprese poi si avvalevano di partecipazioni azionarie anonime che per forza di cose non erano direttamente interessate all’impresa: mancava in definitiva una reale identità di interessi.

Intorno al 1929, con il Consiglio Nazionale delle Corporazioni e con l'istituzione delle corporazioni di categoria si cercò di ovviare a questo compromesso. Fu tuttavia il filosofo idealista Ugo Spirito nel 1932 a sostenere senza successo l’identificazione ideale fra individuo e Stato superandone in dualismo: per arrivare al superamento del dualismo individuo-Stato, dice Spirito, occorreva che la corporazione si ponesse come corpo sociale intermedio. Lo Stato quindi non più come ente sovra-ordinato, ma come ente che doveva esprimere la volontà della Nazione nel suo insieme organico. Non più arbitrio privato ma la libertà del singolo veniva affermata nell’organismo statale. Ecco l’identità speculativa fra individuo e Stato! Ciò imponeva una radicale metamorfosi della concezione della proprietà che da privata si doveva trasformare in senso pubblicistico fino a divenire 'sociale'.

In definitiva ciò non era avvenuto con la Carta del Lavoro dove capitale e lavoro si erano giustapposti senza fondersi. Il corporativismo si doveva trasformare e attribuire alla corporazione quella qualità di corpo gerarchico intermedio innalzandosi a sistema corporativo integrale. La corporazione cioè doveva farsi proprietaria, solo così il capitale sarebbe passato dagli azionisti ai lavoratori che avrebbero acquisito la proprietà per la parte loro spettante in base a gradi gerarchici: il capitalista non sarebbe più stato estraneo all’amministrazione della sua proprietà perché, coincidendo con la figura del lavoratore avrebbe amministrato la proprietà egli stesso mentre l’imprenditore si sarebbe posto al vertice della gerarchia corporativa e dello Stato non più inteso come un organo conciliatore, ma come realtà stessa della corporazione considerata nell’ottica del sistema nazionale.

Si poteva così eliminare la lotta di classe e negare il sindacato, un organismo espressione del contesto di quella conflittualità. Si parlò per la prima volta di partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione e alla direzione dell’impresa, il lavoro veniva visto finalmente come fattiva collaborazione fra gli uomini: era necessario restituire all’esperienza sociale il suo carattere organico e dare una interpretazione pubblicistica alla proprietà in coerenza con la concezione etica dello Stato. Nella corporazione si dovevano far coincidere gli interessi dello Stato con quelli del lavoro.

Ugo Spirito venne accusato di paventare una sorta di bolscevismo, quando in realtà la sua teoria era permeata di istanze autenticamente sociali che rappresentavano una sintetica forma di 'socialismo nazionale'. Lo stesso Giuseppe Bottai, ministro dell’economia corporativa, dichiarò un legame ideale con la teoria di Ugo Spirito, ma ne prese le distanze proprio perché auspicando l’abolizione dei sindacati si poneva fuori dalla dottrina del corporativismo (infatti Bottai rivendicava l’autonomia esistente fra impresa, sindacato, corporazione e Stato, elementi che invece Ugo Spirito unificava nella totalità rappresentata dalla Corporazione Proprietaria).

Ugo Spirito tornò sulla questione in seguito per spiegare come in realtà lui non avesse mai inteso sopprimere l’iniziativa privata, bensì negarne il suo esclusivo carattere privato: in fondo nella stessa settima dichiarazione della Carta del Lavoro l’iniziativa e la proprietà privata venivano finalizzate in senso pubblicistico per l’interesse superiore della nazione. Allora, nel 1932, i tempi non erano ancora maturi e nel 1942 la stesura definitiva del Codice Civile sancirà una volta per tutte che la rivoluzione fascista era rimasta una rivoluzione incompiuta: fu una rivoluzione indubbiamente negli intenti e nelle prospettive, ma non lo fu poi nei fatti concreti.

Perché il fascismo torni ad attuare se stesso, anzi ad evolvere se stesso, occorrerà l’onta del tradimento covato nei vertici del regime. Con il 1943 e la nascita della Repubblica Sociale Italiana il fascismo recupera tutte le sue sopite istanze socialiste e, sia pure in maniera diversa, con la legge sulla socializzazione delle imprese andò incontro alla teoria di Ugo Spirito della Corporazione Proprietaria. Con tutti i dovuti e necessari distinguo, naturalmente. Con la legge sulla socializzazione delle imprese si metteva in discussione l’intero sistema di diritto privato appena codificato, si attuava finalmente quel principio corporativo che durante il trascorso regime non si aveva avuto il coraggio di attuare, cioè il principio della programmazione come processo economico scaturente dal basso, dalla collaborazione di tutti i fattori della produzione.

Innanzitutto si prevedeva il passaggio delle aziende nevralgiche per l’economia nazionale in proprietà dello Stato e nelle imprese un posto predominante fu assegnato al Consiglio di Gestione, un innovativo istituto che era composto dai soli rappresentanti dei lavoratori. Si riconosceva così al lavoro l’essere elemento determinante del processo produttivo ed economico. Non si rinnega quindi la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma questa non è più l’elemento determinante, occorreva educare il produttore/lavoratore a considerare il lavoro sotto una nuova luce e cioè non più come una fatale maledizione divina, ma come processo produttivo al quale partecipare attivamente tramite la ripartizione dei frutti.

Si arriva ad un rinnovamento della proprietà nel suo contenuto più propriamente etico e nel superamento della concezione individualistica e liberalistica. Il concetto di 'dovere sociale' si sarebbe innestato come elemento costitutivo del diritto soggettivo. La proprietà privata, pertanto, non più intesa come un diritto assoluto, ma come un dovere sociale rivolto alla collettività, occorreva allora distinguere le due diverse realtà dell’impresa e dell’azienda, perché la prima andava letta come unità dinamica comprendente sia l’imprenditore che i lavoratori, cioè tutti i fattori attivi della produzione. Su questa non vi poteva essere proprietà, mentre l’azienda, unità statica composta dai mezzi di produzione, ben poteva rimanere di proprietà dell’imprenditore. Proprietario quindi sì ma dell’azienda e non dell’impresa che invece rimaneva soggetta a tutti i fattori della produzione (non è forse il raggiungimento di quella identità speculativa fra individuo e Stato teorizzata da Ugo Spirito?).

Ecco quindi che il proprietario dei mezzi di produzione doveva inserirsi nel contesto etico degli interessi pubblici e quindi stabilire la destinazione delle cose che mette a disposizione del lavoratore il quale si obbliga per realizzare tale destinazione. Ecco il rapporto di appartenenza: collaborare per il buon andamento della produzione nell’interesse superiore della nazione. La socializzazione riordina così i principi della proprietà frutto ora del lavoro e del risparmio, proprietà sociale allora posta a garanzia e tutela del diritto del lavoro alla gestione diretta delle imprese in parità con il capitale e della partecipazione agli utili. Nella RSI venivano unificati per la prima volta capitale e lavoro, colmando così una lacuna troppo a lungo trascurata nel trascorso regime che aveva tollerato il persistere, all’ombra dei postulati della Carta del Lavoro, della contrapposizione conflittuale tra i datori di lavoro e i prestatori d’opera.

Per Ugo Spirito il compito unificatore era di spettanza della corporazione; nella RSI si toglie la corporazione e rimane l’impresa socializzata in cui i lavoratori eleggono i loro rappresentanti nei consigli di gestione o di amministrazione e in cui il direttore dell’impresa era responsabile politicamente e giuridicamente di fronte allo Stato. La proprietà privata andava a ricoprire una volta per tutte una posizione accessoria rispetto al lavoro. Con l’attuazione del nuovo programma sociale il fascismo aveva imboccato la strada del 'socialismo nazionale' e l’unico esempio concreto in tal senso a cui fare riferimento non era certo quello prospettato dalla proprietà statale offerta dal capitalismo di Stato dell’URSS, ma quello dato dalla proprietà sociale della vicina Germania Nazionalsocialista, esempio a cui, già nel 1934, guardava con interesse Ugo Spirito.

La Germania Nazionalsocialista, infatti non abolì mai la proprietà privata del singolo, ma trasformò la proprietà della produzione da privata in sociale e non con una 'funzione sociale', alla stessa si toglieva così il peso decisivo nella vita produttiva in quanto capitale e lavoro si fondevano all’insegna del presupposto prioritario del 'bene comune'. Nella RSI a tutto questo si era arrivati purtroppo tardi, ma se in precedenza si fosse dato ascolto ad Ugo Spirito, ovvero nel 1932, quali possibilità di sviluppo si sarebbero prospettate?

Nel corso degli anni trenta, nella Germania hitleriana, la rivoluzione sociale voluta dal nazionalsocialismo era quanto mai un fatto compiuto, pensiamo solamente alla riforma effettuata nell’ambito della produzione e nelle fabbriche dal DAF, il Fronte del Lavoro, l’organizzazione diretta da Robert Ley, pensiamo soprattutto alla mentalità tedesca, alla concezione della Volksgemeinschaft dove datore di lavoro e lavoratore dovevano collaborare assieme per lo sviluppo del processo produttivo: entrambi sono lavoratori e collaboratori nel medesimo processo produttivo, dove l’azienda è vista come una Comunità di lavoro nella quale non si può procedere se non secondo i fondamentali concetti di Onore sociale e di responsabilità (mentre in Italia si parla di dovere sociale in Germana si sottolinea l’Onore sociale). Si accosta per la prima volta l’onore al lavoro e si considera lavoratore chiunque si guadagli onorevolmente la vita. Ecco allora che ogni impostazione mentale incentrata sulla lotta di classe era destinata naturalmente a scomparire.

Nel 1933 in Germania venne istituito il DAF (Frante del Lavoro tedesco) il cui scopo era, per decreto del Führer, la promozione di una reale Volksgemeinschaft produttiva per tutti i tedeschi: il lavoratore veniva poi nel 1934 inserito nei ranghi di questa Comunità (comunità che nel 1932 Ugo Spirito vedeva nella Corporazione). L’organizzazione era articolata sia territorialmente, sia verticalmente, comprendendo in essa tutte le comunità aziendali che operavano in parallelo con i gruppi economici obbligatori e si occupava anche di organizzare la vita dei lavoratori fuori dall’azienda in campo culturale e ricreativo, per esempio con l’istituzione del Kraft durch Freude che voleva dare una impronta comunitaria al di fuori dei momenti lavorativi. Si liberava così il lavoratore dalla riduttiva condizione di 'proletario' attraverso l’etica del lavoro gioioso e una dignitosa vita sociale.

Quindi analizzando l’organizzazione aziendale nazionalsocialista vediamo che l’imprenditore è il capo dell’azienda e gli operai sono il seguito e insieme collaborano per il perseguimento delle finalità aziendali a vantaggio della Volksgemeinschaft. Pertanto concordanza comunitaria degli scopi e corale impegno per il prioritario 'bene comune'. Il capo dell’azienda doveva adoperarsi con il massimo sforzo affinché venisse consentito ai lavoratori di lavorare nelle migliori condizioni possibili, inoltre al suo fianco vigilava il Consiglio dei Fiduciari con il compito di rafforzare la solidarietà cameratesca fra tutti i membri della produzione. Il capo dell’azienda doveva poi collaborare attivamente con esso e fornire tutte le informazioni necessarie perchè il Consiglio dei Fiduciari potesse adempiere alle sue funzioni e dirimere le eventuali controversie che potessero sorgere.

Siccome il punto cardine della concezione nazionalsocialista del lavoro era l’onore sociale e ogni membro della comunità aziendale era tenuto ad agire secondo onestà e correttezza, furono istituiti altresì i Tribunali dell’Onore sociale ai quali erano sottoposti paritariamente i datori di lavoro e i lavoratori, come anche i membri del consiglio dei fiduciari. Perché poi il lavoratore potesse contribuire al massimo rendimento della produzione nel 1936 venne istituita, con decreto del Führer, la gara per il rendimento delle imprese che avrebbe proclamato la cosiddetta 'azienda modello nazionalsocialista': non una gara per incentivare la concorrenza nella redditività, bensì una competizione impostata sulla qualità sociale del lavoro.

Questo modello relegava nel passato le lotte per il lavoro, perché superava l’interesse individuale, superava cioè la conflittualità di classe e vi sostituiva l’impegno solidaristico di tutti volto al benessere della Volksgemeinschaft. Tutto questo portava conseguentemente alla sprivatizzazione del diritto e sopratutto di quello della proprietà. La proprietà privata era vista ora come posizione giuridica data dall’ordinamento nazionalsocialista del popolo al singolo, anche lui espressione della comunità stessa.

Diritto oggettivo pertanto, espressione dello spirito del popolo e non più diritto soggettivo valevole erga omnes: ecco allora che prendeva sempre più forza la lotta contro la schiavitù dell’interesse perché solo il lavoro poteva produrre reddito ed avere la supremazia sul capitale. Mussolini si avvicinò con la socializzazione a questo modello, in effetti ben sapeva che al punto 23 del programma della NSDAP era prevista la partecipazione dei lavoratori ai guadagni, così come Mussolini volle con la legge sulla socializzazione delle imprese. In linea di principio in Germania, ma anche nella RSI; si riconosce comunque la proprietà privata e la si colloca sotto la protezione dello Stato: in fondo la Patria diventa un qualcosa di concreto quando si sta sulla propria terra e quindi quando si possiede qualcosa, procurato però onestamente tramite il proprio lavoro.

Il problema in definitiva non era costituito dalla piccola proprietà ma dai grossi complessi industriali che dovevano, per dirla con Werner Sombart, essere messi sotto il controllo delle pubbliche autorità. La politica agraria non fu da meno: Walter Darrè la fondò sulla concezione del Blut und Boden. Nel 1936 furono istituiti gli Ehrbof che erano dei 'poderi' indivisibili, inalienabili e impignorabili. Le prerogative del proprietario erano notevolmente ridimensionate perché passavano in secondo piano rispetto alle necessità della comunità di popolo, nei confronti della comunità infatti il contadino doveva assumersi precisi doveri e responsabilità.

Eravamo arrivati in campo agrario più che in quello aziendale ad una riduzione della proprietà privata? Assolutamente no, eravamo arrivati così come in campo aziendale alla trasformazione del concetto di proprietà da privato a sociale e tanto lo si può comprendere solo se abbandoniamo una volta per tutte la concezione liberale della proprietà in base alla quale sicuramente l’Ehrbof rappresenterebbe l’abolizione della proprietà privata, perché il proprietario non ne può disporre come meglio gli aggrada, ma se consideriamo che la proprietà non è altro che la posizione del singolo nell’ordinamento giuridico ecco che nell’istituzione dell’Ehrbof la proprietà trova tutta la sua conferma in quanto la stessa proprietà viene posta al servizio della comunità e del bene comune.

Ugo Spirito nel 1934 quando compose lo studio relativo al 'Corporativismo Nazionalsocialista' e analizzò la partecipazione del lavoratore alla gestione diretta dell’azienda si rese conto di quanta strada ancora doveva essere fatta in Italia e di quanta arretratezza affliggesse l’Italia. La RSI ridusse le distanze, iniziò quel percorso che l’avrebbe portata, se le circostanze del conflitto bellico lo avessero permesso, ad abbattere per sempre la concezione capitalistica del mercato e del profitto. Con la RSI il popolo italiano riprendeva coscienza di sé e partecipava direttamente alla rifondazione della propria N
azione.

http://www.controstoria.it/documenti/dal-corporativismo-alla-socializzazione.html

LA TESTA DEL TORO MA NON SOLO…



di Filippo Giannini

   Dato che lo spazio concesso da un giornale a chi scrive non è illimitato, il mio precedente articolo “Un Nuovo Confronto” lo terminai omettendo un concetto che, da solo, avrebbe – come si suol dire – tagliato la testa al toro. Prima di presentare la testa del toro, mi si permetta una breve premessa. L’articolo precedente era basato principalmente sullo studio delle volontà delle così dette democrazie di abbattere i fascismi per aprire la strada al potere demoplutocratico e giungere così alla situazione di oggi; cioè al controllo da parte della grande finanza del globo intero. O, per essere più chiari, mi riferisco al “Grande Progetto del XX Secolo”, così come è esposto nei tanto discussi “Protocolli dei Savi di Sion”.
   Non fu forse il Presidente Usa Franklin Delano Roosevelt a sostenere che “qualsiasi cosa accade in politica, si può stare sicuri che c’è qualcuno che così volle e che così fece perché così accadesse”? Nelle prime pagine de “Lo Stalinista Roosevelt”, dello storico americano George N. Crocker, possiamo leggere: “Poiché ci troviamo in dimensioni fuori del comune, diremo che nessun popolo fu ingannato così magistralmente, così preso in giro e beffato, come il popolo americano dal Presidente Roosevelt e dalla sua corte. Neppure il popolo tedesco da Hitler o quello russo da Stalin”.
   A questo punto chiedo: “Quanti italiani hanno avuto modo di leggere il “Trattato di Pace” (meglio noto come “Diktat”), sottoscritto a Parigi nel 1947 ?”. Credo pochi, molto pochi.
   Fatta questa premessa, andiamo, come si dice, a tagliare la “Testa al Toro”.
Leggiamo l’articolo 17 del citato Trattatoche recita: “L’Italia, la quale, in conformità dell’articolo 80 della Convenzione di Armistizio, ha preso misure per sciogliere le organizzazioni fasciste in Italia, non permetterà,che  in territorio italiano, la rinascita di simili organizzazioni, siano esse politiche, miilitari o militarizzate, che abbiano per oggetto di privare il popolo dei suoi diritti democratici”. Con ciò si manda a quel paese il concetto di democrazia, per non ricordare la “Carta Atlantica” con tutte le sue falsità. A questo punto mi chiedo e chiedo: Se gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna vengono rappresentate come i simboli di ogni valore democratico, cioè della massima libertà d’espressione dei popoli, perché vietare a questi la possibilità di ispirarsi ai principi fascisti?
   Allora i motivi per cui fummo spinti alla guerra, che Mussolini assolutamente non voleva – e questa asserzione vale per coloro che conoscono almeno l’A,B,C della Storia – le finalità, allora, sono quelle esposte dallo storico Rutilio Sermonti e che qui ripropongo (L’Italia nel XX Secolo): “La risposta poteva essere una sola: perché le plutocrazie volevano un generale conflitto europeo, quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira ad evidenziare la realtà storica: soprattutto dell’Italia”. Ricordiamo, ancora una volta, che i due Paesi dell’Asse si stavano avviando verso la Socializzazione dei propri Stati e queste idee si stavano espandendo in tutto il globo. Questo rappresentava un pericolo mortale per i possessori delle ricchezze di tutto il mondo, quindi era necessario intervenire giusto come ha scritto Rutilio Sermonti.

HO  RICEVUTO  UNA  INTERESSANTE  MAIL  DA C. N.
“Caro Filippo, condivido al 200% quanto tu descrivi nell'articolo, ma quello che manca nel tuo scritto è la soluzione a questo stato di cose, a meno che non siamo tutti convinti che non ci sia alcuna soluzione (a).
Fai un'analisi storica più che giusta di tutte le vicende, ma troppo distaccata dalle loro risultanze. Non dici che il Debito Pubblico non esiste ed è solo una gigantesca truffa perpetrata ai danni dei Popoli di tutto il Mondo, che in Italia c'è stato un Colpo di Stato con il quale un traditore, che si fa chiamare presidente della repubblica, che fingendosi comunista è stato sempre un servo al soldo dell'america e degli ebrei, ha tradito la Nazione ed i Cittadini Italiani mettendo, con un golpe finanziario, un servo del Sistema bancario internazionale a fare il primo ministro contornato da una banda di delinquenti incapaci, denominati tecnici (ciò è a dir poco ridicolo) che stanno rubando a piene mani le nostre ricchezze, il nostro patrimonio e le conquiste sociali di 60 anni (forse vuol dire 80-90 anni fa, nda).
Un'altra osservazione che devo farti e che parli dell'America, della Gran Bretagna e della Francia, ma non una parola sugli Ebrei e su Israele (b).
Oggi sono loro che controllano la finanza mondiale, la moneta e tutte le potenze occidentali, compreso l'Italia.
Hitler l'aveva capito, basta leggere il Mein Kampf, il vano tentativo fatto di eliminarli è stato per loro solo uno scudo gigantesco contro chiunque oggi critichi il loro modus operandi o le loro attività belliche (c):
miglior alibi alle loro attività delinquenziali ed illecite non avrebbero potuto pensarlo.

Caro Filippo, la soluzione a tutto questo c'è ed è anche pacifica, ma dovremo essere in tanti ad adoperarci per volerla e sei sicuro che questa merda di popolo che si fa chiamare "italiani" lo voglia veramente.
E' da un pò che rifletto sulla questione e sinceramente inizio a pensare che non vale la pena esporsi o combattere per questi cittadini senza palle, collusi e corrotti almeno quanto la classe politica che hanno votato e che votano da 60 anni.
Avrei molto altro da dirti, ma è meglio essere brevi, penso che avrai altro da fare.
Ciao, C. N.”.

   Perché ho scelto questa mail? A parte che, almeno a me sembra molto ben scritta, poi mi invita ad intervenire su alcune questioni di mio interesse.
   Iniziamo con il punto (b). Le colpe di Israele sono evidenti, ma come ho scritto all’inizio lo spazio concesso dal giornale per un articolo è limitato, di conseguenza non posso dilungarmi come vorrei.
    Il punto (c). Per due volte ho iniziato a leggere il Mein Kampf, e per due volte, giunto alla metà del volume ho smesso.
Se ben ricordo, anche Mussolini classificò quel volume di Hitler come un “gran pappone”.
Ma trattiamo, brevemente, il soggetto Hitler, così come io lo vidi e lo interpretai.
   Ricordo che da ragazzo andai a vedere un film “Notte e nebbia”; trattava dell’Olocausto ebraico. Credetti a tutto, anche se mi sembrava estremamente strano che per illustrare quanto era già terribile, gli americani chiamassero registi di primo livello come Alfred Hitchcock. Mi chiedevo: di fronte a quelle scene perché registi di quel calibro? Poi nel tempo, leggendo e studiando sono giunto all’idea che quei nomi servissero per nascondere qualcosa. E se tutto quel che hanno raccontato fosse tutta, o anche parzialmente, una balla? Tutta la storia che ci è stata raccontata dal dopoguerra ad oggi è una menzogna continua. Perché “quella” dovrebbe essere “sacra verità”? Per quanto ha scritto C.N. circa “questa merda di popolo che si fa chiamare “italiani” (…)”osservo che, pur concordando con la condanna espressa da C.N., quando questa merda di popolo fu guidata da un GRANDE UOMO, operò dei veri miracoli.
C’è da considerare che “questa merda di popolo, tale è divenuto (non è un attenuante, anzi, un’aggravante perché negli italici cuor, è mancata la forza di reagire) a causa delle invasioni: francesi, spagnoli, svizzeri, tedeschi, saraceni ecc. invadevano il “bel paese”, incendiando, distruggendo, rapinando, uccidendo, stuprando. E questo spesso, anzi molto spesso, per volontà o su esplicita richiesta del papato. Il ricordo delle eroiche legioni romane rimase un solo ricordo.
Il punto è: non vedo all’orizzonte grandi Uomini, ma solo merdoline, e con queste non si compiono miracoli.
   Veniamo ora al punto (a). Nei precedenti articoli ho ripetutamente scritto che la soluzione dei nostri gravissimi problemi esiste nell’eredità che ci ha lasciato Benito Mussolini: Stato Corporativo e Socializzazione. Purtroppo “godiamo” ancora degli effetti che ci ha portato la “liberazione”.
A proposito di “liberazione” e di “liberatori” a che punto è l’ultimo “regalino” che questi hanno in programma? Mi riferisco all’ESM (Meccanismo Europeo di Stabilità). Per chi non lo conoscesse è un ente privatistico che opererà “come un qualsiasi istituto finanziario, erogherà prestiti ed ha come scopo il profitto”. Il bello (si fa per dire) è che godrà di totale insindacabilità, sarà, cioè superiore alle leggi dello Stato, sarà esente da qualsiasi tassazione e sarà immune da ogni indagine finanziaria. Ha scritto Maurizio Blondet in un articolo di alcuni mesi fa: “Si sta realizzando quel mostro finanziario anticristico che potrà obbligare “tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. E nessuno potrà comprare o vendere se non porterà il marchio, cioè il nome della bestia”” secondo Apocalisse 13:16-18.
 
 Ricordo che Renzo De Felice ha scritto: “Per Mussolini le “grandi democrazie” costituivano una sintesi di tutti i guasti morali del capitalismo e la proiezione, a livello politico mondiale, del suo potere e del suo internazionalismo (e dunque antieuropeismo, antioccidentalismo), così che la guerra contro di esse diventava la lotta dei popoli giovani, portatori di una nuova superiore morale, contro quelli vecchi, delle nazioni proletarie, contro le plutocrazie, espressione dei beati possidenti, del sangue contro l’oro. E questo valeva soprattutto per gli Stati Uniti che, agli occhi di Mussolini, costituivano la quintessenza del capitalismo, il più rapace e senza scrupoli morali e insieme il più corrotto e corruttore, ipocrita e prepotente (e spaccone) convinto di potersi permettere qualsiasi cosa, di poter superare qualsiasi difficoltà e di far accettare questo suo comportamento in virtù della forza della propria ricchezza, del proprio denaro (…”. 
   Desidero chiudere questo lavoro ricordando, di nuovo, un articolo di Maurizio Blondet; egli ha, fra l’altro scritto: “Recentemente, in una conferenza a Roma, mì è capitato di rievocare un caso (l’unico) in cui la sovranità italiana fu vittoriosamente difesa a dispetto di una “situazione obiettiva” infinitamente più tragica dell’attuale, una economia bombardata, una penuria di mezzi che riduceva la capacità di reazione quasi a nulla, e la pesante tutela di una potenza europea rigida e spietata che ci stava sul collo. Ė un esempio estremo, politicamente scorretto, impronunciabile: la Repubblica Sociale Italiana. (…). Un mese dopo la sua nomina, il ministro delle Finanze di quello Stato evanescente come il fumo, Domenico Pellegrini Giampietro (un napoletano), ingiunse ai tedeschi di ritirare immediatamente dalla circolazione i “marchi d’occupazione” (Reichskreidit Kassenscheine) con cui le truppe germaniche, ogni volta che entravano in una bottega a comprare le poche merci esistenti, commettevano di fatto un esproprio senza indennizzo (nel Meridione liberato, gli americani continuarono per anni a inondare il Paese della loro moneta d’occupazione, le AM-lire). Ma la Rsi non era più territorio occupato, era un alleato: dunque le truppe germaniche favorissero adempiere ad ogni pagamento esclusivamente in lire italiane. E di cessare requisizioni e prelievi di fondi dalle nostre banche. Anzi, visto che c’erano lavoratori italiani nel Terzo Reich, Pellegrini Giampietro pretese ed ottenne il trasferimento in Italia dei loro risparmi. Frattanto, impedì il trasferimento del Poligrafico di Stato a Vienna; fece restituire gran parte dell’oro che la Wehrmacht aveva sottratto alla Banca d’Italia, mise al sicuro le sue riserve d’oro e valute a Fortezza, dove vennero ritrovate intatte nel ’45 (1) (…). Il Ministro riuscì a mantenere il potere d’acquisto della lira, anche con il ferreo controllo sui prezzi. Chi ha vissuto quei tempi al Nord, li ha ricordati, non senza motivo, come tempi di paura e di tessere alimentari da fame: ma i dati dicono che al Nord, nel periodo, gli alimenti rincararono del 50%, mentre nel Meridione liberato, del 400%. E la repubblica di Salò (?) riuscì ad aumentare la razione del pane nei mesi invernali. La stampa di carta moneta fu oculatamente controllata; dei 137,8 miliardi autorizzati, ne stampò 110,9. Il Nord dunque non conobbe l’inflazione galoppante del Sud, dove infuriava inoltre il colossale mercato nero (alimentato dai surplus americani), la prostituzione per scatolette (chi non ricorda le segnurine? Nda), sigarette e calze di nylon, la criminalità impunita e la fame – talché si può dire che il collasso morale di Napoli divenuta capitale del malaffare, risalga a quella “liberazione” (…). Il materiale documentario c’è: il ministro repubblichino riuscì a pubblicare, per l’esercizio finanziario, 1944-45, regolari bilanci di previsione e consuntivi, regolarmente pubblicati dalla Gazzetta Ufficiale. Vi si può constatare che le entrate dello stato di Salò (?) (386,8 miliardi) superarono le uscite (359,6), configurando, dunque un attivo di bilancio di quasi 21 miliardi. Sarebbe istruttivo sapere come ci riuscì. La cosa stupì anche gli americani. Il senatore Victor Wickersham, venuto a visitare le macerie d’Europa, dichiarò nell’agosto del ’45: . (Il Popolo, 25 agosto 1948) (2).
   E non si creda che l’affermazione della sovranità in qualche modo venisse da se, fosse accettata con legalistico scrupolo dai tedeschi. No, ogni vittoria fu strappata dal piccolo (di statura) Pellegrini Giampietro in aspri confronti con l’ambasciatore Rahn, che si sentiva ovviamente il governatore della colonia, e finì per avere quasi paura di quel “neapolitaner” che si opponeva punto per punto con incredibile competenza e oratoria, che per ogni “contributo” che gli dava, li obbligava a firmare protocolli in cui si riaffermava la sovranità monetaria dello Stato (esattamente come oggi, vero? Nda), che i tedeschi dovevano riconoscere, quindi, nero su bianco. I tedeschi provavano continuamente a smantellare le industrie esistenti e trasferirle in Germania, a mettere le mani sull’oro pubblico, i comandi della Wehrmacht facevano requisizioni, sentendosi in diritto dato il “tradimento” di questo popolo di traditori. Si doveva ad ogni istante, con tutte le forze ed anche senza aver forze reali, lottare contro il disprezzo che trasudava da ogni azione e parola dell’”alleato”, ahimé giustificato. No, non fu certo facile. Pellegrini era in qualche modo un tecnico, ma lo sosteneva qualcosa d’altro: coraggio personale e amor di Patria (3), entrambi inflessibili”.
Di questo ottimo articolo di Maurizio Blondet, posso solo aggiungere che il fantastico Pellegrini Giampietro fu in grado di scrivere un pezzo unico nella nostra storia, perché dietro a se aveva l’appoggio di un altro grande: Benito Mussolini.


NOTE
1)    Intanto il Ministro dell’Economia Corporativa, Angelo Tarchi, sventava i ripetuti tentativi dei tedeschi di trasferire gli impianti industriali del Nord nel Reich, con la plausibile scusa che qui erano esposti ai bombardamenti (…). Sulla base di tale accordo, il governo della Rsi emanava in data 31 maggio 1944 un documento (numero 340) che sanciva la competenza italiana in materia di politica industriale con valutazione degli impianti produttivi.
2)    Dopo la “liberazione”, il governo antifascista italiano (Bonomi) inviò nel Nord il ministro del Tesoro Marcello Soleri a constatare quel che aveva lasciato il collasso della Repubblica Sociale. Soleri riconobbe: “L’importo della circolazione monetaria durante la Rsi è risultato notevolmente inferiore all’andamento previsto, poiché il governo repubblicano ha fatto più largo ricorso al debito fluttuante (…). Sono stati stampati e messi in circolazione soltanto lire 110.881.000.000 sul totale di lire 137.840.000.000 autorizzate. Tutto ciò è abbastanza confortante (…). Tali situazioni economiche-finanziarie, malgrado il protrarsi dell’occupazione tedesca, sono risultate meno disastrose di quanto si temeva, cosicché gli oneri previsti per la ricostruzione, rimarranno limitati in misura inferiore a quanto previsto e la ripresa della produzione industriale dell’Alta Italia potrà essere rapida (…)” (Il Globo n° 104 del 6 giugno 1945).
3)    Il patriottismo di Pellegrini Giampietro fu riconosciuto da un testimone sorprendente: la Corte di Cassazione dell’Italia antifascista, che ovviamente processò il ministro di Salò (?) con l’accusa di collaborazionismo. La Corte lo definì un “protagonista della difesa del tesoro nazionale”, riconobbe che la sua opera aveva impedito che il Nord Italia “divenisse completa preda dei tedeschi”, e concluse nella motivazione nella sentenza di assoluzione: “La sua opera fu ispirata ad amor patrio, non già ad asservimento al nemico, tanto più meritevole in quanto svolta tra pericoli d’ogni genere”. Nonostante l’assoluzione, Pellegrini Giampietro andò in esilio, prima in Brasile, poi in Argentina e Uruguay, dove fondò banche e diresse giornali, e dove la morte lo prese il 18 luglio 1970. Era nato nel 1899, adolescente aveva combattuto volontario nella Grande Guerra (era un “ragazzo del ‘99”), e poi nella guerra di Spagna.

Democrazia del lavoro

 
Interessante articolo di Filippo Giannini con i calce i commenti di M. Barozzi e G. Vitali
 
Democrazia del lavoro
(per intenderci quella Mussoliniana)
Filippo Giannini       
     
L'11 marzo 1945, il fondatore del Partito Comunista d'Italia, Nicola Bombacci, parlando al Teatro Universale, di fronte alle Commissioni interne degli stabilimenti industriali, fra l'altro affermò: «Il socialismo non lo farà Stalin, ma lo farà Mussolini che è socialista». E il 13 marzo successivo, parlando allo stabilimento industriale dell'Ansaldo, di fronte a più di mille operai disse: «Fratelli di fede e di lotta, guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiedete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent'anni fa? Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica Sociale Italiana, è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai».
Quale era la strada intrapresa da Nicola Bombacci? Per giungere allo Stato Organico, alla Socializzazione dello Stato, il passaggio era (ed ancora oggi dovrebbe essere) lo Stato Corporativo.
Michaal Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione europea degli affari sociali e presidente del Consiglio nazionale dei consumi, nel suo libro What is wrong with the modern world? (Cosa c'è di sbagliato nel mondo moderno?) indica lo Stato Corporativo di Mussolini, di fronte al persistente crisi del liberismo e del marxismo, come l'unico modello per uscire dalle contrapposizioni vigenti nella Democrazia Parlamentare. Non c'è alternativa, conclude l'economista inglese: o lo Stato Corporativo o lo sfascio dello Stato.
Oggi, anno 2011 Era LXVI dello Stato Sfascista, siamo giunti allo Sfascio dello Stato.
È sotto gli occhi di tutti (a parte di coloro che ne godono i privilegi) le ingiustizie e le disuguaglianze che consentono e alimentano una società basata su sistemi liberali in politica e liberisti in economia. Questi sistemi sostenitori di una libertà che si trasforma in anarchia dove solo il più svelto, il più spregiudicato, il più privo di scrupoli, il più prepotente, il più imbroglione, il più ricco prevale su tutti. E ancora una volta ricordiamo l'ammonimento di Benito Mussolini: «La corruzione non è NEL sistema, ma è DEL sistema», e possiamo aggiungere checiò è ampiamente comprovato. Allora, giusto come ha scritto il giornalista Franco Monaco: «Per rifare l'Italia, per rifarla Nazione bisogna mandare all'aria anzitutto i partiti. Perché una vera democrazia è cosa ben diversa da quella di loro comodo, grottesca impalcatura di gole profonde. Una vera democrazia non può fondarsi che sulla serietà pura e semplice del lavoro, quindi su una rappresentanza chiara, diretta e responsabile di tutte le categorie produttive».
Ora un po' di storia.
Prima con il Lodo di Palazzo Vidoni dell'ottobre 1925, poi con la Carta del Lavoro presentata il 21 aprile 1927 (sì, signori, addirittura più di ottanta anni fa) codificava, per la prima volta al mondo, i rapporti fra capitale e lavoro, cioè fra il proprietario di un'azienda e il lavoratore, basava l'intero sistema sulla collaborazione di classe in contrapposizione all'allora vigente lotta di classe, rendendo, in pratica, due forze non più ferocemente antagoniste, ma collaborative nel comune interesse. Di nuovo Franco Monaco (Quando l'Italia era ITALIA, pag. 47): «Questa unitarietà di comportamento dei datori di lavoro e dei lavoratori non poteva essere basata che su una loro uguaglianza totale: giuridica, politica ed economica. Perciò l'ordinamento corporativo ridimensionava il capitale, gli toglieva la vecchia arroganza padronale, lo faceva diventare strumento tecnico dell'economia, senza per altro mettere in discussione la proprietà privata». La Carta del Lavoro fu la premessa legislativa necessaria per l'impalcatura dell'apparato corporativo. Con la creazione nel luglio 1926 del Ministero delle Corporazioni, nel 1930 vide la luce il Consiglio Nazionale delle Corporazioni.
L'insieme dell'edificio corporativo andava costruito in tempi assennati perché sottoposto a continue verifiche, limature, variazioni, aggiunte. A seguito di ciò, con la legge del febbraio 1934 il sistema corporativo appariva quasi compiuto, mancava solo la sostituzione della ormai praticamente esautorata Camera elettiva con un organo espresso dalle corporazioni. Le elezioni plebiscitarie a lista unica, nel marzo 1934 e conseguente impresa etiopica, avevano probabilmente ritardato la variazione istituzionale e la creazione del nuovo assetto rappresentativo corporativo.
Nel 1939 entrò in funzione la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, organo legislativo e rappresentativo, con 600 deputati chiamati Consiglieri Nazionali.
La nascita dello Stato Corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del così detto Stato liberale e l'incubo dello Stato sovietico. Il Secondo conflitto mondiale infranse l'esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell'isolamento internazionale provocato dalle sanzioni e dall'autarchia. Così si espresse il Direttore de Il Giornale d'Italia in un vecchio articolo.
Il Dottor Sebastiano Barolini di Pontinia (LT) ha scritto che ha avuto la ventura di studiare il Diritto Corporativo che pone l'uomo al centro della Società e, riassumendo:
1) Ridimensionamento dello strapotere dei padroni attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese;
2) Partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese;
3) Partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali onde evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non perdere il posto di lavoro;
4) Intervento dello Stato attraverso i suoi funzionari immessi nei consigli di amministrazione allorquando le imprese assumono interesse nazionale a maggior difesa dei lavoratori (altro che l'intervento di Marchionne);
5) Diritto alla proprietà in funzione sociale e cioè lotta alle concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino, in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione;
6) Diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni progresso sociale di contro all'appiattimento collettivista e alle concentrazioni capitaliste;
7) Edificazione si una giustizia sociale che prelevi il di più del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più povere attraverso la previdenza sociale, l'assistenza gratuita alla maternità e all'infanzia, le colonie marine e montane per i bambini poveri, l'assistenza agli anziani, il dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari e via dicendo;
8) Eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio che un cittadino non può farsi giustizia da sé altrettanto deve valere per i conflitti sociali ad evitare scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in causa ed alla collettività nazionale;
9) Abolizione dei sindacati di classe ormai ridotti a cinghie di trasmissione dei partiti che li controllano e creazione dei sindacati di categoria economica con conseguente modifica del Parlamento in una Assemblea composta da membri eletti attraverso le singole Confederazioni di categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori;
10) Attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della bonifica integrale, che toglie ai latifondisti le terre incolte, le rende produttive e le distribuisce in proprietà gratuita ai contadini poveri.
Nell'Enciclica di Pio XI Quadragesimo anno, si legge fra l'altro: «Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l'accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari ed amministratori del capitale di cui però dispongono a loro grado e piacimento». Insieme alle famose Encicliche Rerum Novarum e Centesimus Annus si può affermare che le Encicliche papali sono la trasposizione politica dei problemi sociali che avevano proposto la Chiesa.
Quindi rivolgiamo una esortazione ai giovani, ne va del vostro futuro: dedicatevi allo studio del Diritto corporativo e ignorate le interessate e fraudolenti, mendaci voci che vi parlano di spinte corporative o di iniziative settoriali corporative. Lo Stato Corporativo è tutto l'opposto perché è volto, attraverso l'esame dei programmi proposti dalle singole Confederazioni di categoria, a formulare una seria e globale programmazione economica ben diversa da quelle inconsistenti dall'attuale disonesto e incapace regime.
Siamo ora declassati a Nazione di serie B a causa dell'incapacità e corruzione dell'attuale regime.
A dimostrazione di quanto scritto, oltre al già citato Michaal Shanks, diamo la voce ad altri studiosi e autorità che sono al di sopra di ogni sospetto di simpatie per il passato regime.
Un riconoscimento alla validità della proposta corporativa venne addirittura da Gaetano Salvemini: «L'Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com'è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fasci­sta. Giornali, riviste, periodici specializzati, facoltà di scienze politiche, di economia, di sociologia, delle grandi come delle piccole università, inondano il mondo di articoli, di saggi, opuscoli, libri che formano già una biblioteca di dimensioni rispettabili sullo Stato corporativo fascista, le sue istituzioni, i suoi aspetti politici, i suoi indirizzi di politica economica, i suoi effetti speciali».
In questo contesto non possiamo non ricordare che quando Mussolini, nel 1934, affermò. «L'America va verso l'economia corporativa», disse molto meno di quanto non si potrebbe credere. L'America non riusciva a superare la crisi economica che l'attanagliava e Roosevelt, favorevolmente colpito dalla politica mussoliniana, inviò attraverso Italo Balbo, «parole di apprezzamento per l'organizzazione corporativa del nostro Paese». In merito ha scritto Vaudagna: «In Italia intellettuali, politici e giornalisti videro nel New Deal una sorta di corporativismo in embrione, che seguiva la strada aperta dal fascismo». Roosevelt, nel contesto di una economia che era sempre stata ispirata ai principi del più sfrenato ed incontinente liberismo, introdusse, con le buone e assai più con le cattive, il coordinamento economico da parte dello Stato, la qual cosa fu, non a torto, valutato come un punto di svolta determinante.
Zeev Sternhell, ebreo, professore di Scienze Politiche presso l'Università di Gerusalemme, col saggio "La terza via fascista" ("Mulino" 1990), nel quale, tra le molte altre considerazioni, possiamo leggere: «Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo». L'autore continua a spiegare: «Le ragioni dell'attrazione esercitata dal Fascismo su eminenti uomini della cultura europea, molti dei quali trovarono in esso la soluzione dei problemi relativi al destino della civiltà occidentale». Sono proprio le soluzioni sociali ad attrarre maggiormente il giudizio del professore di Scienze Politiche: «Il corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse delle possibilità completamente nuove di mobilità verso l'alto e di partecipazione».
 Torniamo a Roosevelt. Questi aveva impostato la campagna elettorale all'insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, proponendo un'alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt (e questo nel dopoguerra venne accuratamente nascosto) inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.
 E allora, per tornare al titolo di questo pezzo, riprendiamo uno stralcio del lavoro di Lucio Villari: «Tugwell e Moley, incaricati alla ricerca di un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva». Roosevelt inviò Rexford Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda il fatto tratto dal diario inedito di Rexford Tugwell in data 22 ottobre 1934 (Anche l'Economia Italiana tra le due Guerre, ne riporta alcune parti; pag. 123): «Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l'efficienza dell'amministrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Mi rende invidioso… Ma ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no».
Erano gli anni che da tutto il mondo (e lo ripeto: da tutto il mondo) politici e studiosi venivano in Italia per studiare il MIRACOLO ITALIANO. Esattamente come oggi, vero? E chi può ci smentisca!
Andiamo verso la conclusione e citiamo di nuovo Franco Monaco: «C'è una sola strada da percorrere, tutta italiana, ma preclusa ai grassatori: una strada da riprendere con un impegno non tribunizio, ma di studio e di ampia informazione pubblica, se si vogliono veramente ricostruire i valori crollati».
Per valori crollati, Franco Monaco si riferisce a quelli crollati nella non troppo lontana sconfitta militare del 1945, quando i liberatori ci imposero le loro leggi, quelle basate essenzialmente sul valore del dollaro.
Torneremo presto sull'argomento, in quanto convinti corporativisti.
 
Filippo Giannini       
 
 
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la Nota di Maurizio Barozzi

L'ottimo articolo di F. Giannini merita alcune considerazioni:
1. Le Corporazioni durante il ventennio, pur essendo un enorme passo sociale in avanti rispetto ai periodi precedenti (ed oggi dovremmo dire, anche rispetto al presente) furono in buona parte piegate agli interessi padronali, come ebbe onestamente a riconoscere lo stesso Mussolini in Repubblica. E questo nonostante la buona volontà di molti veri fascisti che vennero però a trovarsi emarginati rispetto alla grande maggioranza dei "fascisti italioti", camerati per opportunismo, conservatori nell'animo e nel portafogli, quelli insomma che troveremo poi intenti a boicottare la nostra guerra del sangue contro l'oro e a determinare il 25 luglio. Gli stessi che, ma guarda un pò!, li ritroveremo di nuovo TUTTI, quasi nessuno escluso, in quel partito qualunquista, bottegaio, reazionario e ultra conservatore che fu il MSI, a braccetto con liberali, monarchici e vecchi tromboni trombati dei Servizi, tutti al servizio degli atlantici: dai Birindelli, ai Miceli, ecc. ecc.
A scusante del fascismo possiamo dire che il ventennio fu un periodo "straordinario" nel quale i grandi impegni della Nazione e il suo sviluppo avevano la preminenza ed in questo senso il padronato potè godere di grandi privilegi (niente a che vedere ovviamente rispetto a quelli di cui gode oggi e senza neppure la scusante dell'interesse nazionale!).
Questo per dire che senza la socializzazione le corporazioni sono una riforma incompiuta nella quale il padronato trova comunque il sistema per piegarla ai propri interessi. Non per nulla i missisti, a poco a poco, emarginarono sempre più i discorsi retorici sulla socializzazione, usati più che altro nelle sezioni ad uso dei gonzi, accentuando invece quelli sulle corporazioni: in un regime demo capitalista le corporazioni non solo non possono assolutamente raggiungere il principio di parità tra capitale e lavoro, che resta del tutto teorico, ma addirittura attraverso un sistema elettivo a base corporativa consentirebbero all'economia privata di controllare lo Stato ancor più che in un regime democratico semplicemente elettivo (tutto questo nonostante che iil sistema corporativo, sempre in via teorica, potrebbe essere proprio la risoluzione dei gravi problemi sociali e politici che la democrazia elettiva presenta.
Il fatto è che la democrazia e lo stato liberista, trasformano in merda tutto quello che toccano e quindi le corporazioni, oltre a non poter essere disgiunte dalla socializzazione delle imprese, dalla riforma del mercato azionario e del mercato immobiliare, nonchè di quello del commercio dei beni di prima necessità, per realizzarsi compiutamente e secondo giustizia, abbisognano anche di un tipo di stato nazional popolare dove l'economia e la finanza sono subordinate al potere politico.
2. Roosevelt, alle prese con le conseguenze della crisi del '29 cercò, ma solo propagandisticamente, di ispirarsi alla filosofia fascista dell'intervento dello Stato nell' economia, ma la sua opera fu poco più di una barzelletta e difatti non risolse nulla (ci volle l'intervento bellico per rilanciare l'economia americana), nè cambiò il sistema economico di produzione che rimase totalmente in mani private e gangsteriche. E questo per il semplice fatto che Roosevelt era un burattino nella mani dell'Alta finanza (ed ovviamente dell'ebraismo internazionale), ovvero proprio della componente sociale che aveva determinato le speculazioni finanziarie che portarono alla crisi del '29, la quale non aveva alcun interesse ad un vero sistema sociale.
3. Eccellente l'osservazione dell'autore, laddove scrive: «È sotto gli occhi di tutti (a parte di coloro che ne godono i privilegi) le ingiustizie e le disuguaglianze che consentono e alimentano una società basata su sistemi liberali in politica e liberisti in economia. Questi sistemi sostenitori di una libertà che si trasforma in anarchia dove solo il più svelto, il più spregiudicato, il più privo di scrupoli, il più prepotente, il più imbroglione, il più ricco prevale su tutti. E ancora una volta ricordiamo l'ammonimento di Benito Mussolini: «La corruzione non è NEL sistema, ma è DEL sistema», e possiamo aggiungere che ciò è ampiamente comprovato.»».
Quanto questo sia vero, lo si constata attorno a noi laddove, per esempio, la sanità, l'alimentazione, le comunicazioni, la gestione delle risorse energetiche e l'edilizia abitativa (ovvero gli elementi essenziali di una società) sono totalmente in mano private che ne fanno carne di porco. Mani private, a loro volta, subordinate al sistema usurocratico della finanza internazionale.
Un esempio, tra i tanti, ma emblematico: in tutto il paese sono spuntate come funghi le sale Bingo e le sale giochi, le scommesse on line, i video poker e il poker on line. Tutti sistemi spilla soldi, che fatturano miliardi, svuota tasche dei cittadini, in virtù dello sfruttamento delle debolezze umane, in modo tale che lo Stato, che un tempo, se c'era una posta in palio, vietava persino il gioco delle carte nelle osterie, oggi lascia distruggere finanziariamente intere famiglie, anzi ne è spesso persino cointeressato a queste speculazioni.
Maurizio Barozzi

la Nota di Giorgio Vitali

I vari aspetti del problema meritano di essere trattati. Intanto il sistema corporativo è stato comunque una realizzazione di stampo politico finalizzata a dimostrare che si POTEVA cambiare il sistema, che era "democratico" cioè a rappresentanza "borghese", dalla restaurazione ad oggi. per avere un'idea del mondo che si è protratto fino ad oggi, occorre leggere gli autori della restaurazione. (es. B. Constant) che nulla ha a che vedere col pensiero reazionario (De Maistre).
La Restaurazione è la società borghese che riesce a darsi un'organizzazione per la rappresentanza politica. In questo sistema di rappresentanza e di organizzazione del potere, l'Europa ha vissuto fino agli anni trenta del novecento. Beatamente, perchè NESSUNO immaginava che ci sarebbe potuto essere un altro sistema politico.
Quindi la rappresentanza per le categorie anzichè le ASTRATTE ideologie, poteva prestarsi a veicolare la transizione. Purtroppo c'è stata di mezzo la guerra che NON ha permesso l'evoluzione del sistema, ed ha costretto Mussolini ed i suoi più stretti collaboratori a stringere i tempi ed arrivare alla socializzazione della RSI. Ma già lo stesso termine di Repubblica Sociale, che ha rappresentato per oltre un secolo l'aspirazione rivoluzionaria di intere generazioni, costituisce elemento essenziale di riferimento (vedere Storia della Comune di Parigi).
Nell'evoluzione delle società le trasformazioni sono lentissime. Basti pensare all'esito della Rivoluzione Francese che, dopo anni di lotte cruentissime, ha prodotto Termidoro e subito dopo l'impero di Napoleone che nelle forme e nello sfarzo di epoche precedenti, con un sistema politico di riferimento che era quello dei termidoriani, è riuscito però ad esportare il principio cardine della rivoluzione. Detto tra noi, che sappiamo essere la conquista dei paesi islamici (Iraq ed Afghanistan-Pakistan) una forma violenta di COLONIALISMO, anche questa operazione bellica comporta necessariamente l'acquisizione da parte di quei popoli di alcuni concetti base della modernità (come ha già fatto l'India e soprattutto la Cina col comunismo) che li porterà alla sfida diretta nei confronti degli USA-GB colonizzatori. Per ritornare al corporativismo, tutto ciò che accade oggi dimostra che la rappresentanza per categorie è vista dal Sistema come fumo agli occhi. Basti notare le proposte di legge presenti ai parlamento e le tendenze espresse dai politici di tutte le tendenze. E questo per noi è sufficiente a capire che il ritorno alla rappresentanza per categorie è un passo obbligato.
Giorgio Vitali

http://fncrsi.altervista.org/Democrazia_del_lavoro.htm 

Stato corporativo e socializzazione


Di Aldo Spera e Filippo Giannini


NEL RICORDO DEL MANIFESTO DI VERONA UNA PROPOSTA PER IL XXI
SECOLO PER L'ITALIA E PER LA NUOVA EUROPA:
PARTECIPAZIONE INTEGRALE DEL POPOLO AL POTERE IN UNO STATO ORGANICO

17.10.2011 - No, non sono un democratico e non credo nella democrazia, non credo alla quella democrazia che ci fu imposta dagli eserciti stranieri. 
Credo, invece, nella Democrazia Organica o, come vogliamo chiamarla: Democrazia del Lavoro.
Terminammo il precedente articolo Stato Corporativo con l'impegno di tornare sull'argomento, cosa che ci stiamo proponendo di fare.
Ripetiamo di nuovo quanto ebbe a dire Benito Mussolini: <Il marcio non è NEL sistema, ma è DEL sistema>, crediamo che nessun lettore si può augurare che l'attuale sistema possa continuare a vivere. 
Che l'attuale sistema sia marcio lo è perché nato da un seme marcio e proclama la santità dell'attuale Democrazia (così i potenti la chiamano) proclama che il cittadino può avvalersi dell' alternanza, cioè concede che al termine di ogni legislatura il cittadino, non soddisfatto di come è stato governato, può passare l'autorità del governo all'opposizione. È una bidonata, cioè cambiare per far rimanere le cose come erano. In altre parole è come se un contadino, o chi per lui, ci invitasse a gustare le mele di un albero; prima gustiamo quelle mele che pendono dai rami di destra, poi se non sono di nostro gradimento ci invitasse a provare quelle di sinistra. Questa è la bidonata: rami di sinistra o di destra le mele saranno fetenti in ogni caso, perché l'albero è sempre quello. 
Atto pratico: abbiamo “gustato” il governo Berlusconi di centro-destra, e abbiamo constatato la sua incapacità; i democratici ci dicono: ora provate con il centro-sinistra. Sai che capolavoro: come si dice <Dalla padella alla brace!>. Perché il sistema è lo stesso e ci darà la solita fetenzia. 
Torniamo all'esempio dell'albero: non vogliamo più le mele, vogliamo, ad esempio, le pere, cioè pretendiamo di cambiare il sistema .
Premessa: i vincitori dell'ultima guerra, cioè quei vincitori di una guerra perduta, hanno concepito tre leggi liberticide (alla faccia della democrazia e della libertà ) con le quali ci è vietato di esprimere chiaramente chi siamo. Per indicare chi siamo, chiamiamoci: “Noi” , il lettore comprenderà perfettamente.
Per “Noi” l'organizzazione della società dipende, innanzitutto dalla politica ed è indispensabile che la politica controlli e diriga l'economia. Esattamente il contrario di come viene concepita la politica nel sistema vigente. Politica concepita e partorita dalla Resistenza e dai vincitori demoplutocratici del 1945.
Mussolini, sì, sempre lui, chi altri altrimenti? Concepì, avvalendosi dello Stato etico di Giovanni Gentile, uno Stato Corporativo che altro non era se non lo sviluppo dei Punti programmatici espressi il 19 marzo 1919 con la fondazione dei Fasci di Combattimento avvalorati da De Ambris e da D'Annunzio, autori della Carta di Libertà del Carnaro. 
Così, nel 1927, vide la luce la Carta del Lavoro, già ricordata nel precedente articolo, tutto ciò seguendo un progetto di collaborazione e solidarietà che superava la filosofia materialistica (rovinosa e fallimentare) della lotta di classe di profilo marxista. Questo progetto, forse oggi ancora più valido di allora in quanto il lavoro assumerebbe una valenza primaria, assegnando ai lavoratori e alle varie competenze il compito di eleggere le proprie rappresentanze di categoria destinate a legiferare in Parlamento.
E i partiti politici?
Per i danni che questi arrecano e che hanno arrecato per la corruzione di cui sono portatori, meriterebbero di essere gettati in una discarica a cielo chiuso. Naturalmente gli autori di queste note si rendono conto che per un trapasso come quello indicato è impossibile soprattutto perché per realizzare il nuovo sistema sarebbe necessario disporre di quanto ci viene negato: la possibilità di accedere a mezzi d'informazione adeguati. Altrimenti si rimane sul piano della fantasticheria e, addirittura, del vaneggiamento. Va aggiunto che “Noi” siamo divisi e rancorosamente spezzettati, grazie alle tante operazioni messe in atto da coloro che vogliono che tutto rimanga come è. 
Per “Noi” i concetti liberaloidi di destra, centro e sinistra rimangono completamete privi di senso.
Chi scrive queste note ritiene che fu un irrimediabile errore quello compiuto dal MSI definirsi di Destra, perché quelle idee non possono essere assolutamente di Destra:
Da un articolo di fondo scritto da un Segretario di partito, leggiamo: compagno
. 
Sta nel dire talvolta cose giuste e magari sacrosante, ma pretende di sostenere sotto la bandiera rossa e all'insegna del comunismo>.  
Così l'articolo continua: . 
 L'articolista conclude: <Quando difende, per esempio, lo Stato sociale, quel poco che ne resta in Italia, lo sa o non lo sa, che difende lo Stato sociale per come lo realizzò in Italia nel Ventennio, il di lui odiatisimo Fascismo?>.
Confermo: Stato sociale voluto e attuato da Mussolini e da nessun altro! 
Stato sociale non completato proprio perché i compagni e i loro alleati liberalcapitalisti ne ostacolarono il pieno compimento, al punto che, pur di fare la guerra al fascismo, si affiancarono ai più potenti eserciti del mondo capitalista e imperialista. 
E i compagni ancora oggi si vantano di quella scelta, tanto che in una trasmissione televisiva Pinocchio (giusto un burattino dovevano scegliere) un compagno si esaltò affermando: . E i compagni in sala applaudirono. Che bravi!
Bernhar Shaw, lo ripeto e lo ripeterò ancora e ancora, nei primi anni Trenta profetizzò: . E così è stato!
Oggi, nel teatrino politichese italico, assistiamo alla consueta rissa per rubarsi il potere, così da dividere il bottino del povero popolo sovrano (sic!) e, di conseguenza, il concetto di corporativismo è stato faziosamente distorto: lo si è voluto spacciare per rivendicazioni di interessi particolari. 
Lo Stato Corporativo mirava, invece, ad una finalità diametralmente opposta e fu il primo tentativo, italiano, di una programmazione unificatrice, di un superamento degli interessi particolari che proprio il sistema dei partiti difende subdolamente. 
La Democrazia Corporativa, quella verso la quale l'Italia degli anni Venti e Trenta stava camminando, è una strada tutta italiana, ma preclusa ai grassatori. 
Era quella strada che avrebbe concesso, una volta ancora all'Italia di essere portatrice di una nuova civiltà: LA CIVILTA' DEL LAVORO! 
Per raggiungerla si doveva vincere la guerra contro l'oro, ma vinse l'oro!
È nostro dovere riprendere quel cammino interrotto dalla violenza delle armi nel 1945. Il programma è rivoluzionario? Certamente! Ma non c'è rivoluzione più grande e ambiziosa di quella intesa a cambiare un sistema con un altro. 

ED ORA UN PO' DI STORIA: REPUBBLICA-SOCIALIZZAZIONE.
Sono passati quasi settanta anni da quando il 14 novembre 1943, in Castelvecchio a Verona, si celebrò il congresso del Partito Fascista Repubblicano, con il proposito di fissare in un "Manifesto" le linee essenziali del nuovo Stato Repubblicano. Come la Carta del Lavoro, nata il 21 aprile del 1927, sarebbe divenuta legge dello Stato quindici anni dopo con la promulgazione dei Codici Civili, così il Manifesto lanciato a Castelvecchio, al di là di alcuni contenuti legati alla situazione del momento, doveva essere un abbozzo dei criteri sui quali costruire la futura Costituzione nazionale. Un preambolo lo definiva il punto 18, ma era di grande rilievo perché confermava il ripudio dello Stato agnostico, proprio delle democrazie parlamentari derivate dai principi del 1789.
Erano trascorsi poco più di due mesi dalla resa che aveva affondato l'Italia nello smarrimento mettendola alla completa mercé dei suoi nemici, ed i convenuti di Verona erano ancora con il cuore in tumulto e ansiosi di cancellare l'onta subita. Nobili e legittimi sentimenti davvero poco adatti alla pacata riflessione necessaria per concepire e studiare certi istituti. Ed infatti lo stesso Mussolini confidò a Bruno Spampanato: "A Verona non abbiamo visto dei costituenti, ma dei combattenti. Ma forse è meglio".
Alla fine, nel fervore del momento e nell'ansia dell'azione fu approvata per acclamazione l'ipotesi di lavoro, e fu un vero miracolo di consapevolezza e di concentrazione, tanto che, se da un canto può uscirne diminuito il valore sotto l'aspetto giuridico-tecnico, dall'altro ne è aumentato quello ideale e morale, perché, pur davanti alla materiale sconfitta incombente. per la preponderanza avversaria, quegli uomini vollero gridare al mondo le proprie idee perché a loro sopravvivessero. Fu una vampata di purissima fede per la quale ciascuno dei presenti non avrebbe esitato a bruciare la propria vita, ma nel contempo fu la conferma che l'idea che aveva trasfigurato l'Italia e accesa la speranza in Europa, aveva contenuti inequivocabili e profonde radici nell'animo di quanti in essa credevano.
Nel rievocare dopo quasi sette decenni quel giorno memorabile, non dimenticando che l'azione politica deve essere l'applicazione di una salda concezione dell'Uomo, della vita e dello Stato, ma deve procedere e svilupparsi per operare nella mutevole e complessa realtà come tutto ciò che è vivo, ci chiediamo se quegli assunti possano riproporsi oggi, e negli stessi termini. La risposta è che il Manifesto di Verona contiene proposizioni tutt'ora valide e pertanto, opportunamente modificato per renderlo idoneo al mutare dei tempi. Da esso possono trarsi buone basi per correggere l'attuale deriva negativa della situazione politica ed avviare la costruzione di un nuovo Stato, guidato realmente dal popolo e non dai grandi commessi, o commissari come in Europa li chiamano, o Ministri in Italia. In ogni caso tutti più attenti all'economia che non alla politica, alla quale quest'ultima, quella vera in aderenza al volere della plutocrazia internazionale, della quale costoro sono servitori più o meno coscienti.
Ed allora raccogliendo il testimone da coloro che ci hanno preceduto a Verona, e nel solco delle idee da loro espresse, noi vogliamo lanciare un nuovo "Manifesto" con il quale proporre tale Stato, condizione unica per riprendere quel cammino di civiltà del quale l'Italia in passato è stata maestra, da sola o insieme ad altre Nazioni dell'antica Europa. 
Uno Stato, che possiamo definire ad integrale partecipazione del popolo al potere, e che nell'ambito di un corretto vivere sociale consente ad ognuno di esercitare la propria libertà, e la possibilità reale di partecipare al potere, scevro da falsità, da ipocrisie, e da predomini dell'uomo sull'uomo. 
Così correggendo i danni prodotti da idee ormai ampiamente dimostratesi errate per non aver costruito la democrazia che si ripromettevano, ma delle oligarchie, e delle peggiori, perché formate da potentati economici attenti più al profitto che non ai destini dell'umanità. 
L'errore degli Stati moderni infatti, è stato determinato dall'essersi basati sul noto trinomio: "LIBERTÀ', UGUAGLIANZA, FRATERNITÀ" dal 1789. 
Però l'uguaglianza non esiste in natura, ed affermarla a base della organizzazione sociale è cosa estremamente deleteria, come nel volgere dei tempi ben si è dimostrato e tuttora dimostra, con la conseguenza che la libertà è solo nelle dichiarazioni, mentre al popolo ne resta molto poca, e la fraternità è di fatto sparita. 
Occorre invece e per quanto possibile, organizzare uno Stato nel quale nessuno possa artificiosamente impedire ad altri di tentare di concretizzare l'essenza dèi proprio vivere, della quale la propria quotidianità è l'armonica realizzazione, secondo le proprie capacità e volontà, quest'ultima effettivamente realizzata e non solo enunciata:
Riteniamo che per cambiare le cose, si debba considerare che, in quanto parte di un gruppo, l'interesse particolare di ciascun individuo, spirituale o materiale che sia, può trovare migliore e più continua soddisfazione se tanto avviene nel contempo per l'intero gruppo. 
Gruppo che diviene popolo quando di tanto prende coscienza, e Nazione quando si accorge dei legami di continuità esistenti fra il vivere di ognuno e quello comune del gruppo stesso, nella consapevolezza delle medesime radici e dell'essere "comunità di destino".  
Ciò vuol dire che quel che conta per garantire la libertà, non è l'uguaglianza, ma la socialità, altro grande valore indispensabile per la realizzazione della libertà stessa. Il suddetto trinomio allora si riassume in un unica parola: SOCIALITÀ, che con esclusione dell'uguaglianza gli altri due comprende, e nella considerazione della quale solo può parlarsi di effettiva sovranità del popolo, visto nelle sue diversità come nel suo insieme, richiedendo però ad ognuno il contemporaneo adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, cosicché dal gioco armonico delle diversità sia fatta sempre più vigorosa e più ricca la vita comune.
Ecco il Corporativismo , e con esso la Socializzazione, che soccorrono alla realizzazione di uno Stato nel quale non hanno voce dottrine teoriche e spesso utopistiche, ma realtà effettive, relative ad ogni attività umana intellettuale o materiale, ciascuna rappresentata in una comune assemblea istituzionale e raggruppata in una propria categoria.
Uno solo è il modo per combattere e vincere il capitalismo che subordina l'Uomo alle cose e travalica il campo economico trasformandosi in plutocrazia: eliminare ogni forma di parassitismo sociale e porre come finalità comune le priorità poste dalla realizzazione della libertà e dello sviluppo della Nazione, dando vita ad uno Stato che “Noi” chiamiamo ORGANICO. 
Uno Stato del quale ricevere la cittadinanza, possa dal forestiero essere considerato altissimo onore, come era un tempo il vivere con la legge romana. Sarà naturalmente necessario accantonare l'attuale Costituzione, e pur tenendo conto della nostra allergia per tali documenti ridondanti di belle parole poi inascoltate nei fatti e causa di eccessive e talvolta pruriginose staticità idonee per chi detiene il potere ma non per il popolo, sostituirla con un testo che contenga i principi fondamentali, le forme istituzionali ed il loro funzionamento.
Se i "18 punti" del "MANIFESTO DI VERONA" non pretendevano di essere più che un significativo "preambolo", lo schema del "MANIFESTO PER IL XXI SECOLO" che “Noi” proponiamo dovrà essere un aggiornamento di quel preambolo, lasciandone immutato lo spirito, proseguendone gli intenti e precisando che non si tratterà mai di pesanti macigni, ma di linee sempre modificabili, allorché sarà dato di tradurlo in diritto positivo o in qualunque momento in caso di successive necessità
Aggiungiamo altresì a scanso di equivoci da parte di chiunque, che intendiamo raggiungere il nostro scopo all'interno e nel rispetto delle leggi vigenti.
Un passo dopo l'altro, per l'Italia e l'Europa di domani.

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Commento


FD. - Sono fermamente convinto che il caso non esista, oggi ne ho avuto un'ennesima dimostrazione.
Stamattina ho pensato "vista la situazione nazionale-internazionale-finanziario devo andare a vedere cosa scrivono sul Corriere dei Caraibi" di cui in particolare ammiro profondamente due dei vostri giornalisti, Antonelli e Giannini. Quest'ultimo non finirò mai di ringraziare per avermi aiutato a trovare risposte a dubbi sull'incongruenza di molti fatti storici riportati su libri stampati su carta "alleata".

Oggi quindi leggo questo articolo, gustandomelo dall'inizio alla fine. Sempre stamattina pensavo proprio al denaro, che preso come elemento di valutazione del lavoro di un'uomo, in sostanza quando è un MEZZO, è un bene, ma che quando diventa FINE, quando non valuta più il lavoro ma la "capacità" di certe persone o di certi istituti, dediti a sfruttare soltanto le difficoltà o la stupidità altrui, quando l'importante non è produrre qualità ma vendere, senza nemmeno distinguere tra commercio di cose giuste o ingiuste, morali o immorali, quando diventa ... "alta finanza", allora è veramente un male, una gabbia dorata che abbiamo inconsciamente costruito noi stessi, convinti a costruirla da tanti specchietti per allodole messi in punti strategici, gabbia che sta per chiudersi e imprigionarci tutti...
Potrei ancora aggiungere che ieri valutavo la mia infelicità lavorativa mentre il "portare il mio contributo di conoscenze e capacità all'azienda" è diventato un semplice prostituirsi per non perdere un posto di lavoro ottenuto con tanta difficoltà. Ho un disperato bisogno di Socialità, come intesa nell'articolo. Ma per concludere "i casi" di questi giorni, pochi minuti dopo aver iniziato a leggere questo articolo, mi arriva un messaggio assolutamente inaspettato dall'ultima persona che pensavo potesse scrivermi, ma il cui contenuto "fa scopa" con il contenuto di questo articolo. Non me ne vogliate se faccio "pubblicità" alla pagina di un altro giornale online: http://www.stampalibera.com/?p=19606
All' anno 1933 c'è un netto collegamento alle tesi di Giannini, e l'intero documento è un netto collegamento al vostro riferimento al 1789 ed alle forse occulte che ci amministrano...
No, non credo che sia un caso, davvero.
Saluti