mercoledì 1 agosto 2012

La scienza manipolata - prima parte -

  luglio 31, 2012

Di Fabio Calabrese


 In teoria, molto in teoria la scienza dovrebbe essere, prima che un corpus di conoscenze e dottrine, un metodo per l'accertamento dei fatti, basato sull'osservazione, l'esperimento, la formulazione di ipotesi, la verifica, conferma o correzione delle stesse attraverso nuovi esperimenti, un metodo che nelle sue grandi linee è stato messo a punto già nel XVII secolo da Galileo Galilei. Nella realtà, però, le cose stanno ben diversamente e la scienza riesce a essere neutrale, obiettiva, disinteressata nella misura – molto scarsa – in cui sono neutrali, obiettivi, disinteressati coloro che la fanno, gli scienziati, che sono uomini, che vivono in un contesto sociale, che dipendono dall'approvazione del sistema, che sono sensibili quanto ogni altro essere umano a pressioni e ricatti, che, come gli altri esseri umani appartenenti a una qualsiasi altra categoria, possono mentire per convenienza, essere in mala fede.

All'atto pratico, si può dire che ciò che noi conosciamo, o ci viene spacciata come “scienza”, di obiettivo non ha proprio nulla, è una costruzione di tipo ideologico al servizio delle classi dominanti, volta a diffondere a tutti i livelli della cultura e della società quella della scienza storica che possiamo definire la mentalità democratica, ossia una mentalità che legittima le classi che attualmente detengono il potere nel cosiddetto “mondo occidentale”.

Un esempio molto evidente di ciò riguarda quel segmento della scienza storica che concerne la storia contemporanea. In questo caso, è palese che la versione “ortodossa”, “ufficiale” degli eventi del secondo conflitto mondiale, che è quella che dà tutte le ragioni alla parte vincitrice e tutti i torti a quella perdente, si basa sull'ignoranza della gente, sulla censura, sull'impossibilità per i più di accedere a interpretazioni alternative, altrimenti non ci sarebbe partita. Tra gli storici “revisionisti” e i difensori dell'ortodossia non c'è termine di confronto: da una parte abbiamo ricerche, argomenti, documentazione e anche un notevole coraggio personale; dall'altra repressione, leggi liberticide, galera o violenza assassina allo stato puro: ne sono un esempio i nove attentati, tutti volti a uccidere, a cui è scampato  Robert Faurisson, ma anche i quattro subiti dal nostro Giorgio Pisanò.

Tuttavia questo non è che un esempio relativo a un settore molto specifico. Tutta la scienza storica, tutto ciò che “conosciamo” come storia, tutto ciò che ci è stato insegnato come tale fin dall'antichità più remota, è il prodotto di un'estesa manipolazione. La nostra visione della storia è stata ampliata, approfondita, particolareggiata, ma fondamentalmente continua a derivare dalla narrazione biblica. Quelli che possiamo considerare progressi effettivi della conoscenza sono sempre nati dalla frattura con l'ortodossia biblica: Copernico e Galileo nell'astronomia e nelle scienze fisiche, Darwin nella biologia, ma nelle scienze storiche non ci sono mai stati un Copernico, un Galileo, un Darwin.

Una scienza storica così “strabica” porta a enfatizzare il ruolo storico del Medio Oriente dove il cristianesimo è nato, e a minimizzare quello dell'Europa. Si può arrivare al diploma e anche alla laurea avendo sentito parlare di piramidi e di ziggurat e non aver sentito nominare nemmeno una volta Stonehenge o Externsteine o nemmeno un altro dei monumenti megalitici dell'Europa preistorica.

Non c'è da pensare che le cose possano migliorare spontaneamente nel prossimo futuro. Attraverso due guerre mondiali l'Europa ha perso la sua egemonia planetaria per finire ad essere prima, nell'epoca della Guerra Fredda, una sorta di campo di battaglia congelato, diviso fra le superpotenze sovietica e americana e poi, a partire dal 1990, una serie di protettorati sotto il dominio statunitense. In queste circostanze non ci possiamo aspettare che la cultura ufficiale, che altro non è se uno strumento del potere, faccia nulla che possa servire a riaccendere negli Europei il senso della propria identità e del proprio orgoglio.

A tutto ciò, però, ho dedicato un ampio saggio, Ex oriente lux, ma sarà poi vero?, che ho pubblicato sul sito di “Ereticamente” diviso in quattro parti, che se siete interessati potete andare a leggere, e adesso non è necessario ripetermi (1). 

La scienza storica, tuttavia, non è la sola a essere manipolata: ci troviamo di fronte a un esteso sistema di falsificazioni che investono tutti i campi dello scibile, le scienze “umane” come quelle “naturali”, persino la fisica, ma vediamo le cose con un certo ordine partendo da un campo che di questi tempi è drammaticamente di attualità, l'economia. La “scienza economica” come viene comunemente intesa si fonda su due premesse assolutamente erronee che il più delle volte sono sottintese guardandosi bene dall’enunciarle apertamente, esse sono:
1. L’oggetto dell’economia è qualcosa di oggettivo, esterno alle comunità umane, un po’ come l’oggetto della meteorologia.
2. Esiste qualcosa che si può definire come l’interesse complessivo della/delle società. Quest’ultimo è il vecchio dogma del liberismo, mai dimostrato e tuttavia pecorescamente accettato come una verità di fede, della “mano invisibile” fantasticata (o delirata) da Adam Smith, che armonizzerebbe gli interessi individuali in un bene collettivo.

E’ necessario ribadire che:
1. L’economia è sempre il prodotto dei comportamenti umani.
2. Gli interessi umani (dei singoli e dei gruppi) possono essere, e il più delle volte sono in conflitto. Può succedere ad esempio che una ristretta élite oligarchica danneggi l’intera società in vista del proprio potere e interesse personali e/o di ceto.
Le fumosità e il linguaggio criptico, finto-tecnico degli pseudo-scienziati economisti servono precisamente a nascondere queste due verità che una volta enunciate con chiarezza si rivelano semplici e ovvie.

Si tratta – bisogna ammetterlo – di una finzione pseudoscientifica che si è rivelata/si sta rivelando tremendamente efficace, altrimenti non sarebbe possibile spiegarsi quello che sta avvenendo oggi in Europa, dove vediamo i cittadini degli stati europei che hanno accettato la moneta-trappola euro, cioè rinunciato alla sovranità monetaria essere ogni giorno di più depredati della ricchezza prodotta dal loro lavoro a beneficio esclusivo di un ceto parassitario, bancario e finanziario di alto bordo che non produce ricchezza, ma la sposta soltanto, trasformando il lavoro di molti nel privilegio di pochi, che a ogni nuova “crisi” non si ribellano ma si rassegnano, quasi si trattasse di un fenomeno naturale come un uragano o un terremoto, perché non sono consapevoli di essere scientemente rapinati.

Accanto alla “scienza” economica e parzialmente in alternativa a essa, esiste quell'altra “scienza” chiamata dal suo fondatore “economia politica”, ma che tutti conoscono con il suo stesso nome, “economia marxista” o semplicemente “marxismo”. L'esistenza di movimenti politici e di regimi marxisti ha fatto spesso dimenticare che il marxismo è in primo luogo un sistema teorico “dottrinale” con una visione dell'economia, un'ideologia politica, un'interpretazione della storia (“materialismo storico”), una sua visione filosofica (“materialismo dialettico”). E' importante entrare in questo – perverso – meccanismo mentale, soprattutto perché occorre capire che le più spaventose autocrazie della storia umana, i comunismi, sia quelli crollati nel 1990, sia quelli che sopravvivono a Cuba, in Cina, in Corea, Mongolia, Vietnam, non hanno affatto tradito il pensiero di Karl Marx come vorrebbero gli ultimi epigoni di questo “profeta rivoluzionario”, lo hanno semplicemente applicato.

Varie volte mi sono riproposto di scrivere qualcosa sugli errori e/o le mistificazioni che stanno alla base della Weltanschauung marxista, ma ho finito sempre per lasciar perdere, non perché mi sembrasse un compito del quale non ero all'altezza, ma proprio perché quel che ho da dire in proposito mi è sembrato fin troppo ovvio ma, dato che questa “ovvietà” sembra ancora sfuggire a moltissimi, decidiamoci ad affrontare l'argomento.

 C'è prima di tutto una constatazione empirica: dovunque i discepoli di Marx hanno preso il potere, i sistemi politico-sociali che sono riusciti a costruire si sono rivelati dei moloc oppressivi e sanguinari che non hanno prodotto altro che oppressione, paura e miseria, hanno riempito di oppositori le carceri, i gulag e i manicomi, e non hanno migliorato per nulla le condizioni di vita delle classi lavoratrici, ma le hanno semmai abbassate al livello della disperazione e della fame.

Il crollo dell'Unione Sovietica e dei regimi satelliti ad essa collegati, ci ha offerto lo spettacolo fin allora assolutamente inedito nella storia, di un sistema crollato per implosione interna, sotto il suo stesso peso.

 Oh, certo, conosciamo la replica standard degli odierni epigoni di Marx: quei regimi non erano il “vero” socialismo, così come non lo sono quelli che tuttora sopravvivono in Cina, a Cuba, in Corea del nord, in Vietnam. Possiamo davvero credere che esista una musica stupenda che però tutte le volte che viene suonata – da musicisti stonati con strumenti scordati, evidentemente – si trasformi in un'orrida cacofonia? Non è più credibile che essa sia una cacofonia orrenda ab origine?

Marx amava molto definire la sua utopia “socialismo scientifico”. Di scientifico, essa in verità non aveva nulla. La dialettica hegeliana interpretata non più come movimento di pensiero, ma posta a fondamento del reale è incompatibile non solo con la scienza moderna (il che sarebbe ancora poco, visto che, come vedremo meglio più avanti, la scienza moderna è anch'essa una costruzione ideologica che si presta facilmente alla manipolazione), ma con due millenni e mezzo di pensiero e con la logica come si è sviluppata da Aristotele in poi.

 Stretto nella sua pastoia hegeliana, nella sua esigenza di “dialettizzare” la storia, a Marx è sfuggito qualcosa di fondamentale che sarebbe dovuto essere ovvio per chiunque: a “rivoluzione” realizzata, passato il controllo effettivo dei mezzi di produzione nelle mani dei “rivoluzionari”, anche se la proprietà teorica di essi viene data alle masse, costoro diventano a tutti gli effetti una “nuova classe”, una nuova oligarchia che viene a detenere nelle sue mani un potere enorme, tutto il potere politico e sociale, ed è nella natura del potere assoluto la tendenza ad abusarne. E' probabilmente un tratto sintomatico che per questa “nuova classe” non si sia trovato nemmeno un nome meno pudico e ipocrita di “nomenklatura”, che nella terminologia del bolscevismo pre-rivoluzionario indicava la lista dei “compagni di sicura fede”.

  La maggiore ironia è forse data dal fatto che Marx ed Engels con il termine “ideologia” intendevano l'insieme delle idee false presenti in una data cultura e che subito dopo di loro si sia cominciato a parlare di ideologia marxista. Il marxismo è esattamente questo, ideologia, una mistura di vaghe aspirazioni morali, di asserzioni dalle credenziali scientifiche molto dubbie, di buoni propositi di quel tipo di cui è lastricata la via dell'inferno.

Il legame dell'economia e le scienze sociali con la politica è ovvio, e per conseguenza sarebbe ben difficile non aspettarsi una parzialità che ne renda alquanto dubbia la patente che le accredita come discipline “scientifiche”, ma cosa dire quando scendiamo al livello del comportamento del singolo, della psicologia, un settore che dovrebbe essere quanto mai oggettivo e scientifico, anche perché si tratterebbe almeno in teoria di venire incontro alle sofferenze ed al “male di vivere” di milioni di persone, eppure in questo campo troviamo in primo luogo una “dottrina” che di scientifico non ha nulla, la psicanalisi, e uno scienziato che in verità dello scienziato non ha nulla e somiglia molto di più a un santone, Sigmund Freud.

Forse alcuni di voi che avranno sentito parlare della psicanalisi credono che essa sia una branca della psicologia scientifica; beh, in questo caso devo deludervi: di scientifico, la psicanalisi non ha nulla! Condivide almeno questo col marxismo, che la sua pretesa di basarsi sulla scienza è completamente infondata. Nella psicanalisi non esistono né sono mai esistiti protocolli sperimentali, ricerche condivise, verifiche da parte di ricercatori terzi e (si suppone) imparziali; solo la parola indiscutibile del maestro, Sigmund Freud, in effetti somigliante molto di più a un guru che a un qualsiasi scienziato vissuto prima, contemporaneamente o dopo di lui.

Freud aveva organizzato il “movimento psicanalitico” come una vera e propria setta composta da adepti che dovevano essere disposti a giurare sulle sue parole, sacre e intangibili, e fu pronto a stroncare qualsiasi manifestazione di originalità di pensiero. Sono storici, a questo proposito, gli scontri, culminati con l'espulsione/scomunica dei reprobi che ebbe con Karl Gustav Jung che ne sarebbe dovuto essere il delfino, e con Alfred Adler.

Che esista una certa parte della mente umana che sfugge o tende a sfuggire al controllo razionale dell'io cosciente e si manifesta nei sogni, negli stati allucinati, o quando la ragione non riesce a controllare le pulsioni istintive, questo nessuno l'ha mai negato, lo sapeva bene già Platone venticinque secoli prima di Freud, che paragonava l'anima umana a un cocchio dove l'auriga (la ragione) deve controllare gli istinti nobili (cavallo bianco) e quelli bassi (cavallo nero); ma tutta l'educazione classica era concepita allo scopo di rafforzare la ragione e tenere sotto controllo gli istinti passionali, la cui esistenza ci si guardava bene dal negare. 

La “novità” di Freud consiste nell'aver ridotto il ruolo della ragione a una piccola isola luminosa persa nell'oceano tenebroso delle reazioni inconsce, e di aver visto nell'uomo solo gli impulsi bassi ed egoistici. “Freud ha scoperto il porco nell'uomo”, ha detto qualcuno, “E ne ha fatto un porco triste”.

 Vi è mai capitato di discutere con uno psicanalista? Se lo avete fatto, saprete che è come camminare sulle sabbie mobili, non si trova mai un terreno solido dove poggiare i piedi. Tutto simboleggia qualcos'altro in un gioco di rimandi senza fine, finché non si arriva alla sessualità. Ad esempio “cavolo” è una parola che è usata spesso come eufemismo al posto della più incisiva allusione all'organo maschile. Quindi, state attenti, se vi piacciono i cavoli, magari i crauti o l'insalata di cavolfiore, può essere che siate degli omosessuali latenti, e lo stesso si potrebbe pensare di una donna cui piacciono i fichi. Il contenuto “scientifico” della psicanalisi è pressappoco questo. E dal punto di vista terapeutico?

La psicanalisi “cura”, gli psicanalisti “curano” (e a tariffe di solito inferiori a quelle dei santoni che “curano” con l'imposizione delle mani, ma comunque non proprio popolari e stracciate) i pazienti per anni e talvolta decenni, ma non risulta abbiano mai guarito nessuno, né ottenuto altro beneficio se non quello dell'effetto placebo temporaneo che deriva al paziente dalla convinzione di essere curato. E' noto il detto che una “terapia” psicanalitica “può concludersi con la morte del paziente, ma mai con la rinuncia dell'analista a curare”.

Se voi però vi illudete che Sigmund Freud e i suoi discepoli siano i soli ciarlatani che abbiano infestato e impestato il campo della psicologia, beh, devo deludervi, vi sbagliate di grosso. Un altro esempio davvero illuminante di ciarlataneria spacciata per scienza nel campo della psicologia, e che per scienza è riuscita a presentarsi per parecchi decenni, è rappresentato dal comportamentismo. La storia del comportamentismo e del suo lungo dominio sulla psicologia americana, ci permette di chiarire un concetto fondamentale: un lungo ricorso alla pratica sperimentale e una maniaca e puntigliosa quantificazione dei dati raccolti, di per sé non sono una garanzia di scientificità se si parte con presupposti dogmatici e rigidi che funzionano come paraocchi che impediscono il confronto delle idee e la capacità di considerare le cose da punti di vista diversi da quelli, estremamente ristretti, in cui ci si muove.

La storia del comportamentismo meriterebbe di essere meglio conosciuta dal grosso pubblico, perché è un esempio davvero palmare di come i paraocchi democratici possano deformare la ricerca scientifica.

Nato nel secondo decennio del XX secolo, i comportamentismo si è basato su di un assunto metodologico giusto e ne ha tratto conseguenze sbagliate, non implicate in esso e fortemente in linea con l'ideologia democratica. L'assunto metodologico giusto era che non si può osservare la mente altrui, e che la psicologia deve dedicarsi allo studio del comportamento osservabile. Da ciò NON SEGUE che tutta l'attività psichica si possa ridurre ai riflessi condizionati pavloviani, che non sia possibile distinguere fra comportamento intelligente e finalizzato a uno scopo e comportamento insensato e non finalizzato, né, infine, che il patrimonio genetico e la storia evolutiva delle specie (uomini compresi) non abbiano alcuna influenza sul comportamento.

Basato su di un riduzionismo a colpi d'accetta, il comportamentismo ebbe uno straordinario successo negli Stati Uniti perché proprio in conseguenza dei suoi errori logici, veniva a rispondere molto bene a certe istanze della mentalità democratica americana: quella di una psicologia fai-da-te facilmente applicabile attraverso la lettura di appositi manuali, l'idea molto democratica che, a parte le influenza ambientali, gli esseri umani siano tutti uguali e che (particolare molto attraente per una non-nazione ibrida come gli Stati Uniti) l'origine di ciascuno non conti per nulla, e l'idea che l'essere umano sia manipolabile a piacere (il lato totalitario sempre presente e nemmeno tanto ben nascosto della democrazia).
“Datemi un bambino”, sosteneva John B. Watson, fondatore della scuola comportamentista, “E ne farò quello che volete, volete che ne faccia un delinquente? Ne farò un delinquente. Volete che ne faccia il presidente degli Stati Uniti? Ne farò il presidente degli Stati Uniti”.

 Forse non è nemmeno il caso di insistere troppo sul fatto che, effettivamente alcuni presidenti degli Stati Uniti sono stati fra i peggiori delinquenti che la storia umana abbia mai conosciuto, ad esempio Franklin Delano Roosevelt che lavorò attivamente a travolgere il mondo nella tragedia della seconda guerra mondiale allo scopo di annientare l'antica centralità europea e assicurare l'egemonia planetaria americana, o Harry Truman che ordinò i bombardamenti nucleari sul Giappone quando quest'ultimo si era già arreso.

Il colmo del ridicolo probabilmente gli pseudo-psicologi comportamentisti lo raggiunsero negli anni '30 e '40 quando vennero a contatto con molti psicologi di origine europea che si rifugiarono negli Stati Uniti, psicanalisti e gestaltisti, coi quali ingaggiarono dispute furibonde. Quello che non riusciva loro di accettare della psicanalisi, non era l'accentuazione delle tematiche della sessualità, ma il fatto che essa lasciasse intravedere una complessità della vita psichica che andava ben oltre il loro risibile riduzionismo. Le colpe degli psicologi della Gestalt ai loro occhi erano ancora più gravi: i gestaltisti sostenevano il carattere innato dei processi percettivi, erano degli innatisti che sostenevano che nell'uomo ci fosse qualcosa che non era il prodotto delle influenze ambientali, erano quindi (come Jean Piaget, d'altronde), dei cripto-fascisti. (Teniamo presente che in ogni caso era gente che era fuggita dall'Europa per sottrarsi ai fascismi, e fra questi c'erano non pochi ebrei).
 
L'aspetto grottesco della faccenda, è che costoro contestavano semplicemente un'ovvietà, come discutere se due più due faccia quattro oppure no. I meccanismi percettivi sono innati, devono precedere l'esperienza perché sono essi che la rendono possibile.

Dagli anni '60 non esiste più una scuola psicologica comportamentista riconoscibile come tale, ma questo non significa che un “fondo” comportamentista non continui a impregnare gran parte della mentalità americana.

I comportamentisti avevano mutuato le loro concezione da Ivan Pavlov, il fisiologo russo scopritore dei riflessi condizionati, e come lui avevano preteso che questi fossero la spiegazione di tutta la vita psichica. Ivan Pavlov, a sua volta, sebbene non si fosse mai dichiarato comunista e appartenesse alla generazione pre-rivoluzionaria (era nato nel 1849), non solo passò indenne il periodo staliniano, ma dal potere sovietico ricevette solo incoraggiamenti e onori: l'idea dischiusa dalla sua psicologia, che l'essere umano fosse, grazie agli stimoli giusti, manipolabile e plasmabile a piacere come creta molle, era troppo allettante per la nomenklatura sovietica.

Non dovremmo mancare di riflettere sul fatto che nei due imperi che hanno dominato la scena mondiale nella seconda metà del XX secolo, la concezione dell'uomo sia stata esattamente la stessa, uno di quei fatti che inducono a pensare che, nonostante le apparenze, la differenza fra l'uno e l'altro sia stata più una questione di dettagli che di sostanza.

Se dal terreno delle “scienze umane” ci spostiamo a quello delle scienze naturali, abbiamo forse la speranza di camminare su di un suolo più solido, di muoverci in un dominio di maggiore obiettività, ebbene, non è affatto così, anche a prescindere dal fatto che il confine fra i due settori non è affatto preciso, ad esempio, non è possibile tirare una linea netta che separi la psicologia dalla biologia, dato che si tratta di descrivere dei sistemi viventi (umani e animali) e il loro comportamento. Nella biologia, la partita che si gioca è sempre la stessa ed è, possiamo dire, ancora più essenziale. In omaggio alla dominante ideologia democratica e a dispetto dei fatti, si tende a negare la differenza fra gli esseri umani, si pretende che essa sia il prodotto solo di condizionamenti ambientali, che le differenze genetiche (e razziali) all'interno della nostra specie abbiano qualche importanza. 

Le poche volte che i ricercatori si lasciano guidare dall'obiettività dei fatti piuttosto che dal pregiudizio ideologico, il muro di resistenze con cui vengono a scontrarsi è fortissimo.  Sergio Gozzoli nel suo articolo La rivincita della scienza pubblicato sul n. 44 de “L'uomo libero” ne ha dati diversi esempi, fra cui l'aggressione subita da parte di un commando di femministe dal sociobiologo Edward O. Wilson quando nel corso di un convegno osò parlare delle basi biologiche delle differenze comportamentali fra uomo e donna, e la maniera allucinante, davvero orwelliana, in cui a un altro scienziato, Frederick K. Goodwin fu impedito di presentare i risultati di uno studio decennale sulle basi genetiche dei comportamenti aggressivi nei giovani maschi americani (2). In questi casi, buona norma democratica vuole che il ricercatore a cui si tappa la bocca sia ingiuriato con l'epiteto di “fascista” e forse i “buoni democratici” non si rendono conto che in questo modo fanno diventare ogni giorno di più “fascismo” sinonimo di libertà e di indipendenza di pensiero.

Le aberrazioni peggiori, però, sono venute dal seno della “scienza” stessa, soprattutto in Unione Sovietica e nei regimi comunisti dove per non contraddire i dogmi del marxismo e affermare l'onnipotenza dell'ambiente, si è arrivati, puramente e semplicemente a mettere fuori legge la genetica.
La storia della scienza in Unione Sovietica, o meglio ancora della “scienza sovietica”, di ciò che in Unione Sovietica è passato per scienza, è un capitolo mal conosciuto e ricco di sorprese. Non si venga a dire che essa ha avuto almeno il merito di portare il primo uomo nello spazio. A portare il primo uomo nello spazio nel 1961 non è stata la “scienza sovietica” ma la tecnologia rubata ai Tedeschi nel 1945.

E' piuttosto noto il caso di Trofim Lysenko, il “biologo” sovietico presidente dell'Accademia delle Scienze Agricole dell'URSS che fondò le sue “teorie” sulla negazione pura e semplice della genetica, provocando la deportazione o la morte in carcere di molti genetisti e dando un contributo determinante al crollo della produzione agricola sovietica. Quello che è meno noto, invece, è che il caso Lysenko non è semplicemente una mostruosità riconducibile al periodo staliniano, non fosse altro perché Lysenko rimase al suo posto per tutta l'era di Krushev per “cadere in disgrazia” soltanto con l'avvento di Leonid Breznev, e non certo perché Breznev fosse più aperto o interessato di Krushev alla scienza occidentale, ma unicamente per i meccanismi di potere interni alla nomenklatura sovietica, perché è inutile girarci intorno, Lysenko esprimeva un bisogno fondamentale del comunismo, non solo sovietico, che l'eredità biologica, il passato, la storia, non solo degli uomini ma di tutte le forme viventi, non contassero nulla, e non aveva importanza quanto questo bisogno fosse campato in aria, lontano dalla realtà.

Nel “mondo occidentale” dove la ricerca è “libera”, questa democrazia che dopo il crollo dell'Unione Sovietica gli Stati Uniti stanno ormai cercando di estendere a livello planetario, le cose erano/sono diverse? Non molto, nel senso che un limitato gruppo di ricercatori provenienti da filoni disparati dimostra abbastanza ingenuità e probità scientifica da dire le cose come stanno, ma si trova puntualmente contrastato da una pesante e opprimente ortodossia attenta a fustigare chiunque cerchi di allontanarsi dai criteri prestabiliti. Un esempio di quella stessa smania censoria che ha spinto le femministe ad aggredire Edward O. Wilson o i catoni della democrazia a censurare la ricerca di Frederick K. Goodwin, però stavolta proveniente dall'interno degli ambienti scientifici stessi, è rappresentato da quello che è stato forse il più noto divulgatore scientifico statunitense, Stephen Jay Gould, e la questione di cui si è venuto a occupare è forse la più scomoda e spinosa per uno scienziato “democratico”. 

Intorno alla questione dell'evoluzionismo darwiniano c'è presso i non specialisti un'enorme confusione, l'errata identificazione del concetto di evoluzione con quello di progresso, ha portato molti alla convinzione che l'evoluzionismo sia “una cosa di sinistra”. In realtà, non c'è nulla di più falso: il concetto darwiniano di selezione naturale, di sopravvivenza dei più adatti, cos'altro potrebbe essere se non la testimonianza più netta a favore del principio elitario e la più bruciante sconfessione di tutte le ideologie democratico-egualitarie? La tendenza insita in ogni vivente a conservare e diffondere nelle generazioni future il proprio patrimonio genetico che cos'è se non una chiara testimonianza “biologica” a favore di quelle “brutte cose” che chiamiamo nazionalismo o anche razzismo?

Nella realtà dei fatti, la biologia darwiniana è una chiara confutazione dell'ideologia democratica. Questo è precisamente il tipo di consapevolezza che il “buon” ricercatore è tenuto a rimuovere, o attraverso un'estrema specializzazione di settore, o mediante il puro e semplice paraocchi ideologico. Il guaio è che qualche volta i ricercatori sono abbastanza onesti e conseguenti da non riuscire a non vedere la realtà; ecco quindi la reazione di Gould: con un ragionamento da giudice staliniano, questi scienziati sarebbero ai suoi occhi colpevoli di una vera e propria “congiura contro la democrazia”; trascrivo dal suo libro Questa idea della vita:
“ Negli ultimi dieci anni [l'edizione originale del libro è del 1977] siamo stati sommersi da un risorgente determinismo biologico, che va dalla etologia “per tutti” al più scoperto razzismo.

Padrino di questa rinascita è stato Konrad Lorenz; grazie al lavoro di drammatizzazione di Robert Ardrey ed a quello narrativo di Desmond Morris si è data dell'uomo l'immagine di una “scimmia nuda” discendente da un carnivoro africano, con una aggressività innata ed una altrettanto innata tendenza al dominio del territorio” (3).

  Effettivamente, per un buon democratico che voglia tenere le implicazioni sociali e politiche dell'evoluzionismo ferme all'ottocento quando si mischiavano al progressismo, al socialismo alla Proudhom (se non a quello di Marx), a residui di hegelismo, al ballo Excelsior Manzotti, alla convinzione comunque di uno sviluppo ascendente automaticamente garantito dal dio immanente della storia, l'emergere di una serie di nuove scienze come la sociobiologia e l'etologia può sembrare una specie di congiura.

Se invece si è sprovvisti di paraocchi, la reazione che si presenta spontanea è un misto di ironia e di scetticismo. Innanzi tutto, quel che negli Stati Uniti passa per destra, oltre a essere puro liberal-conservatorismo in campo sociale, dal punto di vista ideologico è cristianesimo fondamentalista venato di creazionismo, e a ogni modo quanto di più lontano sia possibile immaginare da un'interpretazione dell'uomo e della società in termini biologico-evoluzionisti, e già questo basterebbe a far cadere da sola la farneticazione di Gould, ma se andiamo a esaminare più da vicino gli autori nominati, i membri della supposta congiura, ci accorgiamo ancora meglio che ciò con cui abbiamo a che fare è l'inconsistenza, il vuoto che caratterizza tutte le petizioni di principio degli evoluzionisti democratici.


 http://www.ereticamente.net/2012/07/la-scienza-manipolata-prima-parte.html


 
Come i Sovietici “persero” la Seconda Guerra Mondiale

- Poslednyaya Respublika (“L’Ultima Repubblica”), di Vikto Suvorov (Vladimir Rezun). Mosca: TKO ACT, 1996. 470 pagine. Rilegato. Con fotografie.
Fonte: The Journal of Historical Review, Luglio-Agosto 1998 (Vol. 17, N° 4), pag. 30 in poi

Recensito da Daniel W. Michaels

Per molti anni, un ex ufficiale del controspionaggio militare sovietico, Vladimir Rezun, ha provocato accese discussioni in Russia per la sua sorprendente opinione che Hitler attaccò la Russia sovietica nel Giugno 1941 proprio mentre Stalin si stava preparando a travolgere la Germania e l’Europa occidentale come parte di una operazione ben pianificata per “liberare” tutta l’Europa e porla sotto il giogo comunista.
Scrivendo con lo pseudonimo di Viktor Suvorov, Rezun ha sviluppato questa tesi in tre libri. Icebreaker (il rompighiaccio) che è stato pubblicato in una edizione in lingua inglese. Dni M (il Giorno M). Entrambi recensiti nel Journal of Historical Review del Novembre-Dicembre 1997. Il terzo libro, qui recensito, è un’opera di 470 pagine: “L’Ultima Repubblica: Perché l’Unione Sovietica Perse la Seconda Guerra Mondiale”, pubblicato in russo a Mosca nel 1996.
Suvorov esibisce un mucchio di prove che dimostrano che quando Hitler lanciò “l’Operazione Barbarossa” contro la Russia sovietica il 22 Giugno 1941, le forze tedesche riuscirono ad infliggere enormi perdite ai sovietici proprio perché le truppe dell’Armata Rossa erano sì meglio preparate ad una guerra, ma per una guerra di aggressione, prevista per gli inizi di Luglio, e non per una guerra difensiva alla quale furono costretti in seguito all’attacco preventivo di Hitler.
Nel Il RompighiaccioSuvorov elenca in dettaglio le forze messe in campo dalle forze sovietiche nel Giugno 1941, descrivendo proprio come Stalin ammassò enormi quantità di truppe e armamenti lungo la frontiera europea, non per difendere la patria sovietica ma in preparazione di un attacco ad ovest e cruenti battaglie sul territorio nemico.
Così, quando le forze tedesche colpirono, il grosso della forza aerea e terrestre russa era concentrata lungo le frontiere occidentali sovietiche che si affacciavano su paesi vicini, specialmente il Reich tedesco e la Romania, pronta all’assalto finale all’Europa.
Nel suo secondo libro sulle origini della guerra, “ Il Giorno M “ (M sta per Mobilitazione), Suvorov spiega dettagliatamente come, fra la fine del 1939 e l’estate del 1941, Stalin allestiva metodicamente e sistematicamente la più potente e meglio armata forza militare al mondo, anzi, la prima superpotenza mondiale, per la sua conquista pianificata dell’Europa. Suvorov spiega come la drastica conversione di Stalin dell’economia del paese ad economia di guerra, rese la guerra inevitabile.

UN UNIONE SOVIETICA GLOBALE
Nel libro “L’Ultima Repubblica”, Suvorov  aggiunse alle prove esibite nei suoi due precedenti libri, a rinforzo dei suoi argomenti, che Stalin si stava preparando pe runa guerra di aggressione, mettendo in evidenza in particolare la motivazione ideologica delle azioni del leader sovietico. Il titolo si riferisce a quello sfortunato paese che sarebbe stato incorporato come la “repubblica finale” nelle “Repubbliche Socialiste dell’Unione Sovietica” globali, completando in tal modo la rivoluzione proletaria mondiale.
Come spiega Suvorov, questo piano faceva completamente parte della dottrina Marxista-Leninista e delle politiche di Lenin nei primi anni del regime sovietico. Lo storico russo sostiene in modo convincente che non fu Leon Trotsky (Bronstein), ma piuttosto Stalin, il suo amico meno sfavillante, ad essere un discepolo fedele di Lenin nel promuovere la rivoluzione comunista mondiale. Trotsky insisteva con la sua dottrina di “rivoluzione permanente” in base alla quale il giovano stato sovietico avrebbe aiutato a fomentare  i disordini e la rivoluzione dei lavoratori locali nei paesi capitalisti.
Stalin invece voleva che il regime sovietico si avvantaggiasse degli “armistizi” occasionali nella lotta globale per consolidare la forza militare sovietica in attesa del momento giusto, quando forze sovietiche più imponenti e meglio armate avrebbero invaso l’Europa centrale e occidentale, aggiungendo nuove repubbliche sovietiche man mano che questa schiacciante forza si faceva strada attraverso il continente. Dopo il consolidamento riuscito e la sovietizzazione di tutta l’Europa, l’URSS, raggiunta una tale espansione, sarebbe stata pronta per imporre il potere sovietico sull’intero pianeta.
Come Suvorov dimostra, Stalin si accorse che, dando loro una libera scelta, i popoli dei paesi occidentali avanzati non avrebbero mai scelto volontariamente il Comunismo. Questi andava quindi imposto con la forza. Questo piano ambizioso, decise poi in seguito Stalin, poteva essere realizzato solo attraverso una guerra mondiale.
Una prova critica in merito è il discorso di Stalin del 19 Agosto 1939, venuto recentemente alla luce negli archivi sovietici (citato in parte nel Journal of Historical Review del Novembre-Dicembre 1997, pag. 32-33). In esso, l’erede di Lenin affermava:
“ L’esperienza degli ultimi 20 anni ha dimostrato che in tempo di pace il movimento Comunista non è mai abbastanza forte da prendere il potere. La dittatura di tale partito sarà possibile solo in conseguenza di una grande guerra. In seguito, tutti i paesi che avevano accettato la protezione della rinata Germania, diverranno anch’essi nostri alleati. Avremo un’ampia prospettiva per sviluppare la rivoluzione mondiale “.
Inoltre, come hanno anche  accentuato teorici sovietici, il Comunismo non avrebbe mai potuto coesistere pacificamente sul lungo termine con altri sistemi socio-politici. Pertanto, la guida comunista sarebbe stata inevitabilmente imposta in tutto il mondo. Questo obiettivo di “rivoluzione mondiale” era così radicato nella natura e nello sviluppo del “primo stato dei lavoratori” che rappresentava un aspetto vitale del programma sovietico persino prima che Hitler e il suo movimento Nazionalsocialista arrivassero al potere in Germania nel 1933.
Stalin decise di colpire in una data e in un luogo di sua scelta. A questo scopo, lo sviluppo sovietico dei più avanzati armamenti offensivi, in particolare carri armati, aerei e truppe aviotrasportate, era già iniziato agli inizi degli anni 30. Per assicurarsi il successo di questa intrepida avventura, alla fine del 1939 Stalin ordinò l’allestimento di una potente macchina  da guerra che fosse stata superiore in quantità e qualità a tutte le possibili forze nemiche. Il suo primo ordine segreto per una totale mobilitazione militare-industriale del paese fu emesso nell’Agosto del 1939. Un secondo ordine di mobilitazione totale, questa volta di mobilitazione militare, veniva emesso lo stesso giorno nel quale ebbe inizio la guerra.

DELUSIONE
L’attacco “Barbarossa” tedesco mandò a monte il ben progettato piano di Stalin di “liberare” l’Europa. Al riguardo, Suvorov sostiene che Stalin “perse” la Seconda Guerra Mondiale. Il premier sovietico poteva considerare la sconfitta della Germania e la conquista dell’Europa orientale e centrale solamente come  una delusione.
Secondo Suvorov, Stalin rivelò la sua delusione sull’esito della guerra in vari modi. Primo, la parata della vittoria del 1945 non fu condotta da lui in persona ma dal comandante supremo Gen. Georgi Zhukov. Secondo, non fu più autorizzata nessuna parata ufficiale del 9 Maggio fin dopo la morte di Stalin. Terzo, Stalin non portò mai nessuna delle medaglie delle quali fu insignito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Quarto, una volta, in un momento di umore depresso, espresse ai membri del suo circolo esclusivo il desiderio di ritirarsi ora che la guerra era finita. Quinto, e forse il più significativo, Stalin abbandonò l’opera a lungo progettata del Palazzo dei Soviets.

UN MONUMENTO  INCOMPIUTO
L’enorme palazzo dei Soviets, approvato dal governo sovietico agli inizi degli anni 30, doveva essere alto 1.250 piedi (381 metri), sormontato da una statua di Lenin alta 300 piedi (91 metri), più alto dell’Empire State Building di New York. Doveva essere costruito al posto della vecchia Cattedrale di Cristo  Salvatore. Su ordine di Stalin il magnifico simbolo della vecchia Russia fu fatto saltare nel 1931, un atto per mezzo del quale i governanti comunisti del paese radevano al suolo simbolicamente l’anima della vecchia Russia per fare posto all’epicentro dell’URSS mondiale.
Tutte le “repubbliche socialiste” del mondo, inclusa “l’ultima repubblica”, sarebbero state infine rappresentate nel Palazzo. La sala principale di questo santuario secolare doveva portare l’iscrizione del giuramento che Stalin aveva reso ai funerali di Lenin con cadenze quasi religiose: “ Quando ci ha lasciati, il compagno Lenin ci ha lasciato in eredità la responsabilità di rafforzare ed espandere l’Unione delle Repubbliche Socialiste. Ti facciamo la solenne promessa, compagno Lenin, che noi assolveremo con onore il tuo sacro comandamento “.
Comunque, furono terminate solo le fondamenta di questo grandioso monumento e, durante gli anni 90, dopo il collasso dell’URSS, la Cattedrale del Cristo Salvatore fu accuratamente ricostruita nello stesso luogo.

LA VERSIONE UFFICIALE
Per decenni la versione ufficiale del conflitto germano-sovietico del 1941-1945, sostenuta dagli storici di regime sia in Russia che in Occidente, è stata più o meno qualcosa del genere:
Hitler lanciò una “guerra lampo” a sorpresa contro una misera Unione Sovietica impreparata, ingannando il suo leader, l’ignaro e fiducioso Stalin. Il Fuehrer tedesco era mosso dalla bramosia di “spazio vitale” e di risorse naturali nell’Est arretrato e, con la sua determinazione covata d alungo tempo, spazzare via il “Comunismo Ebraico” una volta per tutte. In questa vigliacca aggressione, che era una parte importante del folle progetto di Hitler di “conquistare il mondo”, gli aggressori “nazisti” o “fascisti” all’inizio sbaragliarono ogni resistenza con la loro superiorità di aerei e carri armati moderni.
Questa opinione, affermata dai giudici alleati al Tribunale postbellico di Norimberga, viene ancora largamente accettata sia in Russia che negli Stati Uniti. In Russia oggi, la maggior parte della gente (e non solo coloro che sono nostalgici del vecchio regime sovietico), accetta questa linea “politicamente corretta”. Da un lato essa “spiega” le enormi perdite in uomini e materiali dell’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra.

SEGNATI FIN DALL’INIZIO
Contro la tesi ufficiale che l’Unione Sovietica non era preparata alla guerra nel Giugno 1941,  Suvorov  in effetti evidenzia che erano i tedeschi a non essere veramente pronti. Il piano “Operazione Barbarossa” frettolosamente preparato dalla Germania, che prevedeva una vittoria nella “guerra lampo” in quattro o cinque mesi da parte di forze inferiori su tre vasti fronti, era segnato fin dal suo inizio.
Inoltre, continua a mettere in evidenza Suvorov, la Germania mancava di materie prime (incluso il petrolio), essenziali a sostenere un conflitto di tali dimensioni.
Suvorov sostiene che, un'altra ragione della mancanza di preparazione da parte della Germania era che i suoi leaders militari sottovalutarono seriamente l’azione delle forze sovietiche nella guerra invernale contro la Finlandia del 1939-1940. Va detto che combatterono in condizioni invernali tremendamente rigide, temperature di meno 40 gradi e molti centimetri di neve, contro le fortificazioni di cemento armato ben predisposte e  basi sotterranee della “Linea Mannerheim” finlandese. Nonostante questo, viene spesos dimenticato che l’Armata Rossa, dopo tutto, costrinse i finlandesi ad un umiliante armistizio.
Suvorov sottolinea che è sempre un errore sottovalutare il proprio nemico. Ma Hitler fece questo calcolo sbagliato. Nel 1943, quando la marea bellica si era rivolta contro la Germania, egli ammise la sua valutazione errata delle forze sovietiche due anni prima.

DISPARITA NELLE UNITA CORAZZATE A CONFRONTO
A riprova che era Stalin, e non Hitler, ad essere pronto per la guerra, Suvorov mette a confronto l’armamento sovietico e quello tedesco alla metà del 1941, in particolar modo per quanto riguarda tutto quell’armamento di natura offensiva come carri armati e forze aviotrasportate. E’ un assioma generalmente accettato nell’arte militare che le forze attaccanti debbano avere una superiorità nu,merica di tre a uno nei confronti degli aggrediti. Come spiega Suvorov, quando i tedeschi lanciarono l’offensiva la mattina del 22 Giugno 1941, attaccarono con un totale di 3.350 carri, mentre i sovietici ne avevano un totale di 24.000, cioè Stalin aveva sette volte più carri armati rispetto a Hitler, ossia un numero di carri ben 21 volte superiore a quello che sarebbe stato necessario per una difesa adeguata. Inoltre Suvorov evidenzia che i carri sovietici erano superiori in tutti gli aspetti tecnici, inclusa la potenza di fuoco, raggio e spessore della corazza.
Lo sviluppo della produzione di carri pesanti era già iniziato agli inizi degli anni 30. Ad esempio, già nel 1933 i sovietici stavano già producendo in serie e distribuendo al loro esercito, il modello T-35, un carro da 45 tonnellate con tre cannoni, sei mitragliatrici e 30 mm.  di protezione corazzata. Mentre invece i tedeschi iniziarono lo sviluppo e la produzione di un carro armato similare, da 45 tonn, solo dopo che la guerra era iniziata alla metà del 1941.
Nel 1939 i sovietici avevano già aggiunto tre modelli di carri pesanti al loro inventario. Inoltre i sovietici disegnarono i loro carri con cingoli più larghi e con motori a diesel (che erano meno infiammabili di quelli che usano carburanti convenzionali). Inoltre i carri armati sovietici erano costruiti con il motore e la guida posteriore, migliorando l’efficienza generale e la vista dell’operatore. I carri armati tedeschi avevano un allestimento meno efficiente, col motore posteriore ma con la guida nella parte anteriore.
Quando iniziò il conflitto nel Giugno del 1941, afferma Suvorov, la Germania non aveva carri pesanti, solo 309 carri medi e solamente 2.668 carri inferiori leggeri. Dal canto loro, i sovietici, allo scoppio della guerra, non avevano a loro disposizione solo carri più pesanti ma anche di migliore qualità.
In merito, Suvorov cita il ricordo del generale tedesco delle forze corazzate Heinz Guderian, il quale scrisse nelle sue memorie Panzer Leader (1952/1996, pag. 143):
Nella primavera del 1941, Hitler aveva specificatamente ordinato che venissero mostrate ad una commissione militare russa le nostre scuole per carristi e le nostre fabbriche. Questo affinché non fosse loro nascosto niente. Gli ufficiali russi in questione si rifiutavano di credere che il Panzer IV fosse in effetti il nostro carro più pesante. Dissero ripetutamente che stavamo nascondendo loro i nostri modelli più nuovi e asserivano che non stavamo eseguendo gli ordini di Hitler di mostrare loro ogni cosa. La commissione militare fu così insistente su questo punto che, alla fine, i nostri produttori ed i funzionari  dell’Ufficio Armamenti conclusero: “sembra che i russi siano già in possesso di carri migliori e più pesanti dei nostri “.  Fu alla fine di Luglio del 1941 che il carro T-34 fece la sua apparizione al fronte ed il mistero del nuovo modello russo fu risolto.
Suvorov cita un altro fatto rivelatorio, tratto da World War II Almanac (almanacco della Seconda Guerra Mondiale) di Robert Goralski (1982, pag. 164. Il 24 Giugno 1941, solo due giorni dopo lo scoppio della guerra tedesco-sovietica:
I russi fecero entrare in azione vicino a Raseiniai (Lituania) il loro carro armato gigante Klim Voroshilov. Modelli che pesavano da 43 a 52 tonnellate sorpresero i tedeschi che trovavano il KV quasi inarrestabile. Uno di questi carri russi ricevette 70 colpi diretti ma nessuno penetrò la sua corazza.
Per farla breve, la Germania affrontò i colossi sovietici con carri troppo leggeri, troppo pochi numericamente e inferiori sia nelle prestazioni che nella potenza di fuoco. E questa disparità continuava mentre la guerra andava avanti. Solo nel 1942, le fabbriche sovietiche produssero 2.553 carri pesanti, mentre i tedeschi ne produssero soltanto 89. Persino alla fine della guerra, il miglior carro in combattimento era il modello sovietico IS (“Iosif Stalin”).
Suvorov invita sarcasticamente gli storici militari di regime di studiare un libro sui carri armati sovietici di Igor P. Shmelev, pubblicato nel 1993, tra le altre cose, dalla Hobby Book Publishing Company di Mosca. Il lavoro di un onesto analista militare come Shmelev, uno che interessa e ama il suo hobby e la verità, dice Suvorov, è spesso superiore a quello di un impiegato pagato dal governo.

DISPARITA’ NELLE FORZE AVIOTRASPORTATE
Persino più evidente era la superiorità sovietica nelle forze aviotrasportate. Prima della guerra, i bombardieri sovietici DB-3f e SB, nonché i TB-1 e i TB-3 (dei quali Stalin ne possedeva un migliaio), erano stati modificati per il trasporto sia di truppe che di bombe. Alla metà del 1941 le forze armate sovietiche avevano addestrato centinaia di migliaia di paracadutisti (Suvorov dice almeno un milione) per l’attacco pianificato contro la Germania e l’Occidente. Queste truppe aviotrasportate dovevano essere paracadutate e dispiegate dietro le linee nemiche in diverse ondate, ognuna di esse consistente di cinque corpi di assalto aviotrasportati (VDK’s), ogni corpo consistente di 10.149 uomini, personale di servizio, una divisone di artiglieria ed un battaglione corazzato a parte (50 carri). Suvorov elenca gli ufficiali comandanti e le basi delle prime due ondate, cioè dei primi dieci corpi. I corpi della seconda e della terza ondata includevano truppe che parlavano francese e spagnolo.
Poiché l’attacco tedesco non permise a queste truppe altamente addestrate di essere usate come pianificato in origine, Stalin le convertì in “divisioni di guardie”, che usò come riserve e “vigili del fuoco” in situazioni di emergenza, un po’ come Hitler dispiegava le forze della SS.

MAPPE E FRASARI
A sostegno della sua tesi principale, Suvorov cita ulteriori dati che non furono menzionati nelle sue due precedenti opere sull’argomento. Per prima cosa, alla vigilia dello scoppio della guerra nel 1941, le forze sovietiche avevano in dotazione mappe topografiche solo di zone di frontiera ed europee; non avevano mappe per difendere il territorio o le città sovietiche, visto che la guerra non doveva essere combattuta in casa. Il capo dei Servizi Topografici Militari dell’epoca, e quindi responsabile per la distribuzione delle mappe militari, Maggiore Generale M.K. Kudryavtsev, non venne punito e nemmeno espulso per non aver fornito mappe del proprio paese, ma continuò a godere di una lunga carriera militare di successo. La stessa cosa per il Capo di Stato Maggiore Generale Zhukov, il quale non fu mai ritenuto responsabile per le sconfitte nei primi mesi della guerra. Nessuno dei massimi comandanti militari poteva essere ritenuto responsabile, fa notare Suvorov, perché avevano tutti seguito alla lettera gli ordini di Stalin.
Seconda cosa, agli inizi del Giugno del 1941 le forze armate sovietiche iniziarono a ricevere migliaia di copie di libretti con frasi dal russo al tedesco, con capitoli dedicati a queste operazioni offensivi militari come la presa di stazioni ferroviarie, orientare i paracadutisti e così via, ed espressioni utili come “ smettila di trasmettere altrimenti sparo “. Questi libri-frasari furono prodotti in grandi quantità dalle case editrici  militari di Leningrado e Mosca. Tuttavia non raggiunsero mai le truppe sulle linee del fronte e si dice che siano stati distrutti nella fase iniziale della guerra.

AIUTI DAGLI STATI UNITI “NEUTRALI”
Suvorov fa notare che gli Stati Uniti hanno rifornito la Russia sovietica di armamenti pesanti sin dalla fine degli anni 30. Cita lo studio di Antony C. Sutton, National Suicide (suicidio nazionale), Arlington House, 1973, il quale racconta che nel 1938 il Presidente Roosevelt concluse un accordo segreto con l’URSS per lo scambio di informazioni militari. Per uso e consumo del pubblico americano, comunque, Roosevelt annunciò l’imposizione di un “embargo morale” all’Unione Sovietica.
Nei   mesi precedenti all’entrata in guerra ufficiale dell’America (Dicembre 1941), i bastimenti navali nell’Atlantico degli Stati Uniti apparentemente neutrali erano già in guerra contro le forze navali tedesche. (Vedi: Mr. Roosevelt’s Navy: The Private War of the U.S. Atlantic Fleet, 1939-1942, di Patrick Abbazia (la marina del Sig. Roosevelt: la Guerra privata della flotta atlantica Americana, 1939-1942), Annapolis; Naval Institute Press, 1975. E due giorni dopo l’attacco “Barbarossa”, Roosevelt annunciò gli aiuti americani alla Russia sovietica nella sua guerra per la sopravvivenza contro l’Asse. Così, allo scoppio appunto dell’Operazione Barbarossa, Hitler scrisse una lettera a Mussolini dicendo: “ A questo punto non fa alcuna differenza se l’America entra ufficialmente in guerra o meno, visto che sta già sostenendo i nostri nemici a tutto campo con enormi forniture di materiali bellici “.
Dal canto suo, Winston Churchill faceva tutto quello che era in suo potere durante i mesi precedenti il Giugno 1941, quando le forze britanniche subivano una sconfitta militare dopo l’altra, per portare Stati Uniti ed Unione Sovietica in guerra al fianco della Gran Bretagna. In verità, la coalizione anti-Hitler dei “Grandi Tre” (Stalin, Roosevelt, Churchill) era già in atto persino prima che la Germania attaccasse la Russia e fu un ulteriore ragione per la quale Hitler si sentiva obbligato a colpire l’Unione Sovietica e dichiarare guerra agli Stati Uniti cinque mesi dopo. (Vedi il discorso di Hitler dell’11 Dicembre 1941, pubblicato nell’inverno 1988-89 nel Journal of Historical Review, pag. 394-396, 402-412)
Le ragioni del sostegno di Franklin Roosevelt a Stalin sono difficili da individuare. Lo stesso Presidente Roosevelt disse una volta a William Bullitt, il suo primo ambasciatore nella Russia Sovietica: “ Penso che se gli do (riferendosi a Stalin) tutto quello che posso e non gli chiedo niente in cambio, lui non cercherà di annettersi tutto e lavorerà con me per un mondo di pace e di democrazia “ (Citato in: Robert Nisbert, Roosevelt and Stalin: The Failed Courtship (Roosevelt e Stalin: il corteggiamento mancato), 1989, pag. 6. Forse la spiegazione più logica (e più gentile) per l’atteggiamento di Roosevelt è una profonda ignoranza, l’auto-illusione o ingenuità. Secondo l’opinione accreditata di George Kennan, storico ed ex diplomatico americano di alto rango, in materia di politica estera Roosevelt era “ un uomo molto superficiale, ignorante, dilettante, con un orizzonte intellettuale altamente limitato “

UN AZZARDO DISPERATO
Suvorov  riconosce di essere affascinato da Stalin, che  definisce “un animale, un selvaggio, un mostro sanguinario, ma un genio di tutti i tempi e popoli”. Comandò la più grande macchina militare della Seconda Guerra Mondiale, quella forza che più di ogni altra sconfisse la Germania. Specialmente negli ultimi anni del conflitto, egli dominò sull’alleanza militare Alleata. Deve aver considerato  entrambi Churchill e Roosevelt  come utili idioti.
Agli inizi del 1941, siccome la Germania era ancora militarmente impegnata contro l’Inghilterra nel Nord Africa, nel Mediterraneo e nell’Atlantico, nessuno riteneva che Hitler si sarebbe mai impegolato in un secondo fronte ad Est. (Ricordandosi la disastrosa esperienza della Prima Guerra Mondiale, nel Mein Kampf egli ammoniva sul mortale pericolo di una guerra su due fronti). Era appunto perché confidava nel fatto che Stalin presumesse che Hitler non avrebbe aperto un secondo fronte che portò il leader tedesco ad iniziare l’Operazione Barbarossa. Questo attacco, insiste Suvorov, fu un enorme e disperato azzardo. Ma, minacciato da forze sovietiche superiori  pronte a schiacciare la Germania e l’Europa, Hitler non aveva altra alternativa che lanciare il suo attacco preventivo.
Ma fu troppo poco e troppo tardi. Nonostante il vantaggio di attaccare per primi, furono i sovietici che alla fine prevalsero. Nella primavera del 1945, truppe dell’Armata Rossa riuscirono ad issare la bandiera rossa sul palazzo del Reichstag a Berlino. Lo dobbiamo agli immensi sacrifici delle forze tedesche e dell’Asse se le truppe sovietiche non sono riuscite ad issare la bandiera rossa a Parigi, Amsterdam, Copenhagen, Roma, Stoccolma e, forse, Londra.

IL DIBATTITO SI INASPRISCE
Nonostante la resistenza da parte degli storici “di regime” (che in Russia sono spesso ex comunisti), il sostegno alla tesi di Suvorov circa “l’attacco preventivo” è in costante aumento sia in Russia che nell’Europa occidentale. Fra coloro che simpatizzano con le opinioni di Suvorov ci sono giovani storici russi come Yuri L. Dyakov, Tatyana S. Bushuyeva e I.V. Pavlova. (vedi The Journal of Historical Review del Novembre-Dicembre 1997, pag. 32-34).
Per quanto concerne la storia del 20° secolo, gli storici americani in genere sono di mentalità più chiusa rispetto ai loro colleghi europei o russi. Ma anche negli Stati Uniti  si sono alzate alcune voci a sostegno della tesi  “dell’attacco preventivo”, il che è veramente degno di nota visto che i libri di Suvorov sulla Seconda Guerra Mondiale, tranne The Icebreaker (Il Rompighiaccio), non sono mai stati tradotti in inglese. (Una di queste voci è quella dello storico Russell Stolfi, un professore di storia europea moderna presso la Naval Postgraduate School di Monterey, in California. Vedi la recensione del suo libro: Hitler’s Panzers East nel Journal of Historical Review del Novembre-Dicembre 1995).
Non tutti i riscontri all’opera di Suvorov sono stati positivi. Ha provocato critiche e ripetute affermazioni da parte dell’opinione ortodossa che dura da decenni. Fra i più strenui nuovi difensori della “linea” ortodossa ci sono gli storici Gabriel Gorodetsky dell’Università di Tel Aviv e John Ericson dell’Università di Edimburgo.
Rigettando qualsiasi argomento che possa giustificare l’attacco tedesco, Gorodetsky in particolare critica aspramente e ridicolizza le opere di Suvorov, specialmente in un suo libro intitolato “The Icebreaker Myth” (Il Mito del Rompighiaccio). Infatti, Gorodetsky (e Ericson) attribuiscono le perdite sovietiche alla mancanza di preparazione alla guerra dell’Armata Rossa. “ E’ assurdo “ – scrive Gorodetsky – “ asserire che Stalin avesse avuto l’idea di attaccare la Germania, come alcuni storici tedeschi amano ritenere, in modo da mandare all’aria, tramite un attacco a sorpresa, l’aggressione preventiva pianificata dalle Germania “.
Non a caso, Gorodetsky è stato elogiato dalle autorità del Cremlino e dai leaders militari russi. Storici “di regime” tedeschi condividono la tesi dello storico israeliano. A spese del contribuente tedesco, ha lavorato e insegnato al semi-ufficiale Ufficio di Ricerca Storica Militare tedesco (MGFA), che nell’Aprile 1991 pubblicò il libro di Gorodetsky Zwei Wege nach Moskau (due strade per Mosca).
Nel libro “ L’Ultima Repubblica “, Suvorov replica a Gorodetsky e ad altri critici dei suoi primi due libri sulla storia della Seconda Guerra Mondiale. E’ particolarmente aspro nella sua critica verso l’opera di Gorodetsky, in particolare “Il Mito del Rompighiaccio”.



ALCUNE CRITICHE
Suvorov scrive in modo caustico, sarcastico e con grande amarezza. Ma se è fondamentalmente nel giusto, come il sottoscritto ritiene, allora egli, e tutti noi, abbiamo tutto il diritto di essere amareggiati per essere stati fuorviati e disinformati per decenni.
Sebbene Suvorov meriti la nostra gratitudine per la sua importante analisi storica, la sua opera non è senza difetti. Da una parte, il suo elogio per gli obiettivi raggiunti dal complesso militare-industriale sovietico e per la qualità dell’equipaggiamento militare e per l’armamento sovietico, è esagerato, forse addirittura esaltato. Dimentica di riconoscere le origini occidentali di gran parte dell’armamento sovietico. Gli ingegneri sovietici svilupparono un talento per modificare, semplificare e, spesso, migliorare con successo i modelli e i concetti occidentali. Ad esempio, il rude motore a diesel usato dai carri armati sovietici era basato su un motore a diesel tedesco per aerei della BMW.
Una critica che per correttezza non si può fare a Suvorov è la mancanza di patriottismo. Consapevole che le prime vittime del comunismo furono i russi, egli fa giustamente una acuta distinzione fra il popolo russo ed il regime comunista che lo governava. Egli scrive non solo con la competenza di uno storico in gamba ma anche nel rispetto di milioni di russi le cui vite furono sprecate nei  folli progetti di Lenin e Stalin per la “rivoluzione mondiale”.


CIRCA L’AUTORE
Daniel W. Michaels è laureato alla Columbia University (Phi Beta Kappa, 1954), membro del progetto Fullbright per lo scambio di studenti in Germania (1957), e ritiratosi di recente dal Dipartimento della Difesa americano dopo 40 anni di servizio.

Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI

A Milano il Ministro Tarchi illustra ai giornalisti la legge sulla socializzazione



“Sono molto lieto che abbiate aderito all’invito per potere esaminare insieme a Voi la legge sulla socializzazione onde poter portare in questo  settore,  attraverso  la  stampa,  una  propaganda  ancora  più intensa di quella che fino a oggi Voi avete svolto e della quale Vi ringrazio.
“Questa  riunione  ha  luogo  d’intesa  col  Ministro  della  Cultura Popolare e né è informato ance il Duce che l’ ha approvata.
Ho ritenuto opportuno uno scambio di idee con Voi per chiarire alcuni punti fondamentali della concezione sociale Mussoliniana che si realizzerà attraverso la legge della socializzazione.
“E’ logico che la stampa sia libera nella discussione perché della libera discussione si possono trarre elementi utili per l’applicazione della legge stessa che riteniamo di perfezionare man mano, anche perché questa non  è  necessariamente statica  ma  al  contrario deve trovare poi nella soluzione pratica l’indirizzo per evolversi. Però è, giusto che le Direzioni dei giornalisti abbiano conoscenza dei principi di  massima  che  la  legge  hanno  ispirato  e  sui  quali  è  necessario insistere particolarmente.”
“Questi principi generali sono già stati messi in evidenza sulle note della  “Corrispondenza Repubblicana” che  è  uscita  subito  dopo  la legge sulla socializzazione, furono da me ribaditi in una conversazione pronunciata alla radio a Milano ed ancora lumeggiati nell’ultima “Corrispondenza Repubblicana” di ieri l’altro circa le rivendicazioni sulla priorità e continuità della concezione sociale Mussoliniana.”
“Un punto, che è molto importante, riguarda il rapporto tra la socializzazione e i concetti politici che devono accompagnarla. Su questo  è  necessario  immediatamente  portare  la  nostra  attenzione perché  questi  giorni  noi  abbiamo  visto,  come  anche  in  alcuni quotidiani è stato manifestato, la tendenza a ritenere che ci saremo allontanati dal principio dal quale il Fascismo è partito e che noi rinunciamo a un tratto a tutta quella che è stata l’azione perseguita in questi ultimi  vent’anni. Che  ci  sia,  insomma nella  socializzazione dell’imprese una deviazione delle mete (come notato anche “Libro e Moschetto” perseguite per venti anni, rinuncia cioè alla concezione Corporativa.”
“Ritengo di non aver bisogno, dopo la chiara nota della “Corrispondenza Repubblicana” di ieri l’altro, di allungarmi molto, nell’argomento però  è  necessario  fissare  un  concetto:  noi,  con  la socializzazione, non rinunciamo alla Mussoliniana idea corporativa, ma anzi al contrario la rafforziamo e la svilupperemo con i provvedimenti che seguiranno quello sulla socializzazione.
“Il motivo di quello che è stato, non il fallimento dell’idea corporativa, ma la sua inefficiente realizzazione pratica, si deve, a mio modo di vedere ad un fatto. La legge del 1934 come è noto ha cercato di risolvere la lotta sempre latente ed esistente tra capitale e lavoro. Questa parità giuridica in effetti si doveva realizzare sul piano dello Stato e cioè attraverso le corporazioni. Si doveva ammettere, allora, che tanto il capitale quanto il lavoro fossero permeati della concezione della sovranità dello Stato e delle superiori esigenze di questo, a tal punto da non portare ami in seno alle discussioni ed agli orientamenti quello che poteva essere l’interesse particolaristico.
“Ma è logico che sul piano giuridico non era possibile risolvere, le lotte  secolari di  classe, perché da  un  lato  noi  avevamo il  lavoro, semplicemente con i suoi riconosciuti diritti di associazione, dall’altro noi avevamo il capitale con tutte le sue prerogative, cioè con tutte le possibilità che ad un certo momento potevano effettivamente avere il poter di imbrigliare lo Stato. Infatti, lo strapotere di una classe ha superato    l’uguaglianza    giuridica,    ha    iugulato    la    concezione corporativa ed ha imbrigliato l’azione della burocrazia, dello Stato maggiore delle forze Armate, con tutte le tristi conseguenze che ormai è    superfluo    ricordare.    Era,    quindi,    necessario    arrivare    alla realizzazione della concezione corporativa partendo da altre basi. Da quelle basi cioè sulle quali Mussolini, a cominciare dal discorso pronunciato a Dal mine, fino a quello pronunciato a Milano, metteva in evidenza quale doveva essere il ruolo del lavoro nella vita dello Stato e nella partecipazione della vita stessa dello Stato. Ora, anche precedentemente il lavoro ha cercato infinite volte di entrare nella vita delle aziende, ma tutte le volte vi è stato respinto; del resto anche il sistema delle commissioni di fabbrica, instaurato nell’ultimo periodo, non poteva portare al risultato sperato.
“ Per poter farse sì che effettivamente tutti i fattori produttivi giocassero il loro ruolo in parità di diritti e di doveri secondo le loro funzioni, era necessario che la corporazione avesse la sua vita e il perché funzionante nella stessa vita dell’azienda. La socializzazione dell’azienda significa quindi creare il catalizzatore del corporativismo se non addirittura la corporazione funzionante nella stessa vita dell’azienda significa far cooperare efficacemente tutti i vari fattori produttivi, nell’interesse dei partecipanti alla vita dell’azienda, subordinati, in ogni caso, a quelli più alti della vita della Nazione.
“Nella Repubblica Sociale, il lavoro attivamente operante assurge a soggetto dell’economia con funzioni di responsabilità e direzione. Il capitale, sul quale effettivamente troppo si è discusso si è parlato non è  che uno strumento a  somiglianza di  tutti  gli  altri  strumenti per incrementare quella che è la vita produttiva della nazione e quindi la ricchezza della Nazione stessa.
“Ma più che capitale vorrei che in generale si parlasse di risparmio. Perché per capitale si deve intendere, secondo la nostra concezione sociale corporativa, l’apporto che ancora le forze del lavoro danno attraverso il risparmio al quale ogni uomo tende spintovi da quel senso di possesso e di proprietà; aspirazione che sono molla ed incentivo dell’umana fatica.
“Quindi il capitale, intanto è ritenuto un considerevole fattore della produzione in quanto è risparmio, cioè ancora e sempre potenziale di lavoro svolto. E’ partendo questo modo di concepire la socializzazione delle aziende come corporazione di fattori operanti per la produzione che noi possiamo rapidamente rimontare ad un sistema che, rinato, non abbiamo mai messo in forse e che vogliamo completamente realizzare. Non quindi un fallimento del sistema ma perfezionamento o, se volete, sviluppo del sistema.
“Quello che vi ho sintetizzato è il fulcro dell’idea politica-sociale e corporativa alla quale si riferisce in maniera lapidaria la norma n.1 della premessa che voi conoscete.
“Faccio una piccola parentesi: com’è che noi potremo realizzare il sistema corporativo non solo nell’ambito dell’azienda ma nell’ambito dello Stato, dopodiché, come ho detto, abbiamo messo il catalizzatore per la creazione di questo Stato Corporativo? Noi potremmo realizzare lo Stato Corporativo non sul piano dell’impresa ma anche sul piano dello Stato, nel senso cioè che siano le forze produttive dei lavoratori a determinare quella che è la necessità economica nei vari settori produttivi e  quindi  ancora  a  dare  l’apporto  diretto  a  tutta  la  vita economica dello Stato. Voi avete veduto che il Decreto istitutivo della Confederazione del lavoro,della tecnica e delle arti prepara le basi di quello che sarà domani lo Stato Corporativo con l’eliminazione del riconoscimento giuridico del capitale. La possibilità di creare l’organo corporativo ci viene data proprio da questa eliminazione della rappresentanza del capitale in quanto tale. Domani, attraverso l’espressione delle migliori forze produttive dell’aziende lavoratrici, tecnici, dirigenti, noi potremo creare i consigli provinciali della economia corporativa, i quali saranno l’espressione dei migliori che operano nell’azienda e potranno esaminare, non più soltanto sul piano dell’azione ma sul piano provinciale, quelle che sono le necessità della produzione stessa in relazione a quello che sarà l’indirizzo dell’economia generale da parte dello Stato. E conseguentemente sul piano    nazionale    noi    potremo    realizzare    Consigli    Nazionali dell’Economia Corporativa, organi, che esamineremo nei vari settori le necessità le loro necessità soprattutto in riflesso a quella che dovrà essere l’economia generale da parte dello Stato. E’ conseguentemente sul piano nazionale noi potremmo realizzare Consigli Nazionali dell’Economia corporativa, organi, che esamineremo nei vari settori le loro necessità soprattutto in riflesso a che dovrà essere l’economia programmatica attraverso le forze vive di coloro i quali operano nelle aziende da esse provengono per vie elettive, o meglio per selezione di capacità e competenza. Conseguentemente gli elementi che saranno preposti a capo dei singoli Consigli Nazionali dell’economia Corporativa, i capi dei vari consigli nazionali dell’economia corporativa    provinciali,    formeranno    il     Comitato    Nazionale dell’Economia Corporativa, il quale sarà veramente l’espressione delle migliori forze operanti nella vita della Nazione. Esso, opportunamente integrato, avrà tutti quei compiti che aveva il Comitato corporativo centrale e dovrà dare il definitivo indirizzo a tutta l’economia del paese stesso, in maniera da far sì che effettivamente l’economia serva la politica e con questa realizzi la potenza della Repubblica sociale italiana.    Questa    parentesi    che    anticipo    sugli    sviluppi    della socializzazione, ho voluto aprire perché voi nella vostra azione quotidiana possiate effettivamente sapere che si sta preparando l’edificio avendo cominciato, come era, logico dalle fondamenta.
“Vorrei fermarmi su alcuni punti della premessa che del resto, è stata illustrata da molti di voi sui vostri giornali in maniera chiara e precisa. Forse su un punto non si insiste abbastanza, cioè su quello di accompagnare    un    idea    politica.    A    questo    riguardo    ritengo indispensabile un azione incisiva sulla stampa, perché di fronte al nuovo orientamento staliniano comunista, effettivamente l’Asse ha da opporre chiaramente l’ordine europeo che mette i popoli di fronte al loro divenire e al loro domani. Per far sì che questa guerra sia maggiormente  sentita,  poiché  specialmente  in  questo  periodo  gli italiani si sono dimenticati di tutta l’azione svolta da Mussolini e di tutto il perché della nostra lotta, è necessario ribadire il significato sociale della guerra, in modo che sul piano dell’Asse, ancora una volta la concezione mussoliniana che, ha generato tutto l’attuale movimento dei popoli, a dare il lume e l’indirizzo al divenire dei poli stessi. Così come  Roma  faceva  accompagnare  la  forza  delle  sue  armi  con l’affermazione  delle  idee  politiche  e  con  la  promulgazione  delle relative  leggi  ad  uso  dell’intera umanità,  così  questa  guerra  deve portare la concezione di un nuovo ordine basato sulla missione del lavoro  che  dai  ranghi,  attraverso la  socializzazione delle  imprese, assurge per moto spontaneo alla direzione della vita pubblica. Effettivamente i poli possono pensare al domani che è loro riservato alla fine del conflitto. Scartato il concetto liberale perché esso è ormai completamente superato; il  dilemma è  ancora Roma o  Mosca ma bisogna in realtà che questo ordine europeo, che noi abbiamo sempre proclamato, ma non chiaramente definito, possa vere finalmente una sua proiezione nel domani. Ora la legge sulla socializzazione effettivamente può aprire la visione esatta ai popoli di quella che sarà la concezione dello Stato dopo la guerra quando essa sarà vinta dall’Asse.
“Al secondo comma della premessa io ritengo non sia molto da aggiungere, specialmente dopo quando è stato pubblicato dalla “Corrispondenza Repubblicana” di alcuni giorni or sono. Vorrei soltanto mettere in  evidenza che il  raccorciamento materiale  delle distanze  significa  anche  in  fondo,  perseguire  attraverso  un’equa politica dei prezzi e una revisione dei costi tutta una politica tesa, quando  il  lavoro  sia  veramente  in  seno  all’azienda,  il  fine  di sviluppare  il  potere  di  acquisto  della  moneta.  E’  quindi  anche attraverso questo sviluppo del potere di acquisto della moneta che le masse potranno domani attraverso la socializzazione dominare i fattori speculativi che fino a ieri avevano imbrigliato questo concetto di una più equa distribuzione della ricchezza, e quindi di una più larga giustizia sociale. Se il lavoro non è seriamente e attivamente partecipe alla vita quotidiana dell’azienda non potrà mai concepirsi una giustizia sociale e ciò per infiniti motivi di carattere particolaristico. D’altra parte il compito della legge sulla socializzazione è quello di mettere in evidenza le norme della Carta del Lavoro che parlano di salari in rapporto   anche   alle   necessità   e   possibilità   dell’azienda   ed   al rendimento del lavoro. Insistendo su quanto ho già espresso mi domando e vi domando come era possibile che questo salario potesse essere determinato con tali criteri quando il lavoro restava ai cancelli delle fabbriche. Allora il lavoro era esclusivamente determinato dal capitale, le possibilità dell’azienda erano esclusivamente determinate dal capitale. Fin quando il lavoro rimaneva estraneo alla formazione del alla formazione del salario stesso, il salario corporativo rimaneva una    mera    aspirazione    se    non    una    mera    utopia.    Quindi    la socializzazione ha la grave lacuna della estraneità del lavoro al processo di  formazione del  giusto salario. Naturalmente in  questa azione di carattere unitario la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti avrà il suo ruolo così come l’avevano i Consigli Nazionali dell’Economia Corporativa. E’ tuttavia opportuno che la stampa freni i troppi facili entusiasmi di quei faciloni i quali fermamente credono che, spalancate le porte al lavoro, si dia fondo e corpo  ad  una  specie  di  panacea  universale  in  cui,  abolito  ogni principio gerarchico di disciplina, tutti possono comandare e fare il proprio comodo. La socializzazione dell’impresa intende però fermamente raggiunger una maggiore giustizia sociale pretendendo da tutti i lavoratori il massimo impegno e ripartisce su tutti un senso di maggiore responsabilità per  conseguire un  incessante aumento del prodotto sociale. Questa è ancora e sempre l’unica via per il benessere sociale dei popoli.
“Il comma 2 della premessa ha parlato di normalizzazione la situazione interna dei rapporti fra capitale e lavoro. E’ necessario che questo risponda in pieno a quanto aveva già stabilito la Carta del Lavoro nella sua norma seconda. Ma lo scopo del comma è un altro: noi abbiamo una situazione in Italia, conseguenza del periodo badogliano, che ha portato uno stato di scosse e smarrimenti pericolosi acuito dalle vicende belliche soprattutto dalla propaganda comunista e anglo - pluto – giudaica. Per poter porre fine a questo senso di smarrimento,   per   poter   stroncare   l’azione   della   propaganda   è necessario arrivare celermente ad una normativa di rapporti tra dirigenti, tecnici e lavoratori. Per questo noi non condividiamo l’opinione di coloro che pensano non essere questo il momento più adatto per attuare una socializzazione. Esso pone i lavoratori e le masse di fronte al bivio: o accettare questa altissima conquista sociale con le guarentigie della indipendenza nazionale e della conservazione degli  usi  e  i  costumi  della  nostra  civiltà  (  ai  quali  il  popolo  è fortemente attaccato) o salto nel buio di una rivoluzi9one integrale che sradica gli istituti della nostra civiltà e che finirà con rendere spaesate moltitudini di uomini. E’ sulla scelta della prima via che noi puntiamo per la salvezza della nostra civiltà e della nostra economia. Una normalizzazione dei rapporti tra le categorie potenzierà anche l’industria bellica, necessaria per continuare la guerra e per far si che l’Italia giochi ancora nel concerto continentale dell’Asse, il suo ruolo.
“Un punto che interesserà voi tutti e sul quale effettivamente alcuni hanno portato la loro attenzione è la figura del Capo dell’impresa così come è stata concepita, attua il concetto di gerarchia che è necessaria in ogni forma della vita a cominciare dalla famiglia nella quale è rappresentata dal capo. Vorrei quasi dire che nel capo delle imprese si sintetizza effettivamente questa più alta concezione del dovere sociale, espressione del lavoro.. Quindi è il Capo dell’impresa colui il quale potrà dirigere l’impresa stessa e armonizzarla pel superiore interesse dello Stato. E’ il capo dell’impresa può, con la collaborazione di tutti i fattori produttivi, così come il capo della famiglia con quello di tutti i suoi figli, rende o meno perfetta l’azienda stessa. D’altra parte la figura del capo dell’impresa viene ad essere elevata di fronte a quella comunista, perché nel comunismo abbiamo il capo dell’impresa che è imposto dall’alto, il burocrate, il quale viene immesso a dirigere l’impresa anche se di essa non né faccia parte effettivamente, senza che in essa si sia fermato. Noi abbiamo fatto un notevole passo avanti in quanto il capo dell’impresa è eletto dalle forze del lavoro, perché noi abbiamo la certezza della maturità delle forze del lavoro e dell’attaccamento che esse porteranno al perfezionamento dell’azienda così come riteniamo che questo esista nei portatori di capitale, che avendo considerati risparmiatori non possono tendere che alla tutela del frutto della loro fatica e quindi a volere nel caso dell’impresa il migliore, il più tecnico, il più onesto, il più tenace nel lavoro, il più severo e più giusto nel comando.
“D’altra parte non è detto che tra i risparmiatori non vi siano gli stessi operai, tecnici, dirigenti, ma essi come tali sono dei portatori di capitale e come tali dovranno partecipare all’assemblea dalla quale scaturisce il capo dell’impresa.
“Desidero parlare della statizzazione. Ho veduto in questi ultimi tempi una serie di iniziative nelle varie province che effettivamente, attuate, minerebbe le basi di quello che è il concetto della socializzazione.   Statizzazione   non  significa,  come  taluni  hanno creduto e come fino ad oggi si è fatto, la direzione dell’impresa intesa come burocratizzazione della gestione da parte dello Stato. La statizzazione dell’impresa significa caso mai un’esperienza della socializzazione portata fino al massimo, cioè gestione diretta al massimo delle forze del lavoro. Non già uomini burocratici nominati dallo Stato bensì da tutti i fattori produttivi dell’azienda, lavoro, tecnica, dirigenti. Lo Stato necessariamente deve intervenire per tutelare quel capitale pubblico che è formato dai risparmiatori italiani. Ma il rappresentante dello Stato però non deve essere un burocrate, ma provenire anch’esso dalle vie del lavoro, che abbia cioè già dato nel lavoro prove di senso di responsabilità e di competenza. Quindi quando sulla stampa spesso si legge tra le righe – o la propaganda ci batte sopra – che noi arriveremo alla socializzazione per immetter gerarchi e  gerarconi nella  vita  produttiva, noi  rispondiamo di  no, perché nelle aziende a carattere sociale o privato il comando sarà dato effettivamente a coloro che partecipano o hanno partecipato alla vita del lavoro. Anche nella vita delle aziende, , chiamiamole statizzate, il comando sarà dato esclusivamente alle forze del lavoro e il rappresentante dello Stato sarà scelto dalle file del lavoro. Questo è il concetto che noi abbiamo dato alla statizzazione delle industrie basi, mentre effettivamente nella legge, come voi avete visto, non si parla di statizzazione, ma si parla di azienda a capitale pubblico.
“Ho visto inoltre in varie province che si è fatta la corsa alla nomina di Commissari. I Commissari delle aziende, se vi saranno quando effettivamente  le  imprese  non  rispondono  più  alle  esigenze  dello Stato,  ma  in  questo  caso  il  Commissario,  qualora  esista,  dovrà assumere la figura del capo temporaneo dell’impresa, in attesa che si crei il nuovo Consiglio di amministrazione, il quale sarà la espressione delle forze del lavoro.
“Voi avete visto che vi sono elle aziende non previste dalla legge sulla socializzazione. E’ tutta una massa di aziende minori. Ora, nelle aziende  artigiane  già  esiste  una  socializzazione in  atto,  perché  le aziende artigiane son concepite come le vecchie botteghe fiorentine nelle quali il maestro insegna all’allievo dividendo con esso gioie e dolori, miseria e benessere. Nelle aziende che hanno una struttura che sopra quella dell’artigiano, noi osserveremo i riflessi della legge sulla socializzazione. Ho la sensazione che molte di queste aziende si socializzeranno, spontaneamente, perché non vi è motivo, o per lo meno non vi dovrebbe essere motivo perché questi capi, che in fondo sono gente ha vissuto e proviene dal lavoro, non sentano come da questa legge derivi l’armonia, la prosperità della loro azienda. D’altra parte noi dobbiamo tener presente che le forme cooperativistiche non debbono morire e che anzi debbono essere potenziate. Anche questa può essere la via.
“Molti ritengono, e io stesso lo auspico, che queste aziende potranno avere una socializzazione più completa con forme cooperativistiche. Tanto è vero che attraverso il comunicato che ieri ho diramato alla stampa ho messo in evidenza che la cooperazione non deve né può morire; noi creeremo un istituto per la cooperazione, che provvederà a curare  l’attività  economica  e  finanziaria  di  quelle  imprese  che  a somiglianza delle aziende socializzate svolgono una propria attività cooperativistica. Forse io ritengo che con l’istituto della cooperazione possa  crearsi  anche  l’istituto  dell’artigianato  che  coaudivino  nel campo finanziario ed economico l’attività di queste che sono un vanto dell’Italia.
“Ho visto molte discussioni per quanto riguarda gli utili. Vi ho già parlato prima di quelli che sono i caratteri dei salari. E’ logico anche che la questione degli utili dovrà aver, la sua piena affermazione.
C’è chi ha detto che la quota fissata degli utili minimi, c’è chi ha detto che la quota fissata degli utili è esagerata, c’è addirittura chi ha detto
che tutta la quota degli utili eccedenti a quelli della riserva debbano essere destinati ai lavoratori, e mi auguro presto, io ritengo che essi stessi chiederanno che questo non si faccia. Quando poi i lavoratori avranno fatto parte effettiva della vita delle imprese e sapranno cosa significa un’impresa che lavora, che deve migliorare che deve pensare ad avere le scorte necessarie per il suo funzionamento, allora essi stessi diranno che la quota degli utili, che noi abbiamo previsto come massimo nel 30%, effettivamente è la cosa più logica nell’interesse stesso dei lavoratori che poi traggono la loro vita dalla prospettiva dell’azienda. Un  accorciamento della  distanza non  si  otterrà tanto direttamente    da    questa    partecipazione    agli    utili,    quanto    da socializzazione stessa delle gestioni aziendali, mediante la riduzione delle proporzioni indispensabili della speculazione commerciale. La quota degli utili stabilita come massimo del 30% darà la possibilità del premio giusto al rendimento generale del lavoratore, consentirà altresì di immettere nella cassa di compensazione, per quella destinazione di carattere generale della stessa azienda, i residuo degli eventuali utili. Questi fondi saranno utilizzati oltre che per il progresso dell’azienda anche per speciali motivi sociali.
“Se sono stato troppo lungo, vi chiedo scusa, ma sarete d’accordo che questa presa di contatto era necessari. Sarò lieto se mi farete conoscere tutte le critiche e richieste che talvolta vengono mandate ai giornali. Vi sarò grato anche se vorrete creare una rubrica, quando la legge sarà promulgata, nella quale sia espresso il pensiero dei lavoratori, dei dirigenti delle aziende dei tecnici e del pubblico in genere. In ogni modo, è opportuno, per quanto riguarda la socializzazione, ospitare nei giornali tutte le critiche che portino un contributo d’idee: la critica è stimolatrice, ed io sono del parere che essa  deve  essere ampia e  continua, poiché dalle  critiche  nasce  la possibilità della riposta e quindi la possibilità di mettere in luce il problema nella sua vera essenza”.
All’invito del  Ministro di  iniziare  la  discussione sull’argomento, Franco De Agazio ha fatto presente il caso in cui un’azienda non possa ripartire ai propri lavoratori perché in perdita.
“La domanda è giustificata – ha detto il Ministro. Effettivamente il lavoratore non deve cercare nella socializzazione soltanto il lato economico. Noi  ci  dobbiamo  opporre  a  questo  fatto.  Bisogna far comprendere    che    nella    attuale    situazione    le    perdite    portano all’intervento dello Stato o alla chiusura dell’azienda; invece in questo caso le riserve attraverso la Cassa dà Compensazione potranno permettere che l’azienda possa continuare la  sua attività.  Ecco un punto da mettere in evidenza; il lavoratore non si deve preoccupare soltanto  degli  utili,  deve  comprendere  che  la  sua  comparsa  nel consiglio d’amministrazione avrà notevoli effetti sulla produzione e distribuzione della  produzione sociale e  quindi sui redditi di puro lavoro  e   deve,  pertanto,  mettere   l’azienda  nelle   condizioni  di continuare la produzione; dalla continuità della produzione deriva la continuità del suo lavoro e del suo guadagno. Io sono ottimista: a parte i periodi di crisi economiche, le perdite di prima, molte volte risultavano sulla carta per chiedere allo Stato l’intervento sotto infinite forme che erano causate da illecite speculazioni svolte a far sì che una determinata industria fosse soffocata; lo scopo della socializzazione è di eliminare questo inconveniente.
“Io e mi auguro che l’organizzazione sindacale effettivamente si prepari ad elevare il tono della massa perché la nostra socializzazione a differenza – ripeto – della comunistizzazione è soprattutto in riferimento a quelli che sono i valori spirituali od individuali, funzioni che noi non volgiamo eliminare. Si è sempre parlato di materialismo forse perché effettivamente le situazioni economiche dei nostri operai erano tali che li portavano soltanto a vedere il concetto materialistico e non certo quella che era la  loro responsabilità. Mi auguro che in seguito l’attenzione economica si attenui al punto di consentire che l’organizzazione sindacale si trasformi in questo senso; in modo che così verso l’alto si abbaino migliori alla direzione della massa, perché la socializzazione non è una legge che è fatta per oggi, è fatta per i
secoli, per qualche secolo bisognerà studiarla e, naturalmente, bisognerà prepararsi”.
Fausto Brunelli interviene nella discussione affermando che c’è sempre un’aristocrazia che dirige le masse, sia nella forma dell’economia libera che collettiva. Hanno le nostre masse dimostrato di possedere una moralità politica, economica e sociale?
“Codesta pregiudiziale – risposto il Ministro – sarebbe giusta se non si   partisse   da   un   concetto   sbagliato.   Non   è   vero   che   nella
socializzazione delle gestioni è la massa che dirige, ma il contrario. Nelle aziende socializzate è l’aristocrazia del lavoro, intesa come selezione dei migliori che gestisce l’azienda ed equipara il capo della famiglia al dirigente dell’impresa nel senso che gli eletti, se sono veramente migliori, devono curare anche gli interessi di coloro che
non ebbero la ventura di essere i migliori, Non è vero che è la massa che decide; la  massa indica quali sono quelli più  atti  a  decidere. Quando io dico di creare i Consigli dell’Economia corporativa, io dico di arrivare a scegliere, tra la massa questa èlite di minoranza e quella che regola, non più sul piano dell’azienda, ma sul piano provinciale attraverso il comitato economico provinciale, quello che deve essere l’andamento armonizzato dei vari settori di tutta la provincia. Il consiglio    Nazionale    dell’Economia    Corporativa    sarà    appunto l’espressione di quell’”elite” del lavoro.
“Io mi auguro che queste organizzazioni sindacali, questi dirigenti che sono l’espressione vera della massa, effettivamente si pongano una domanda mazziniana: quella che mi pongo io tutte le sere quando vado a dormire: ho fatto io nella mia giornata il mio dovere di fronte al quale mi sono preposto, di fronte alla Nazione? E’ la mia coscienza, stasera, sicura di non aver effettivamente fatto compromessi, se non quelli utili al fine che mi propongo?
“Noi non abbiamo detto alla massa”tu sei proprietario e tu dirigerai l’azienda”. Noi abbiamo detto: “Ti diamo una funzione, ti diamo una responsabilità: tu fai il tuo dovere”. Altrimenti non giungeremo a fare una   vera   aristocrazia  del   lavoro  che   possa  rendersi  utili   alla
collettività, quanto abbiamo scontato le colpe – che non era un’aristocrazia, ma un’oligarchia.
“Infine, quando io devo arrivare alla nomina dei Sindacati di categoria, chi è che devo eleggere? L’espressione è dal basso, ma la nomina è fatta dall’alto. La massa non potrà più dire che la nomina è stata imposta dall’alto, è un espressione venuta dal basso che io ho scelto dall’alto. Tutta la vita dello Stato, dai Ministri in gi, deve essere
permeata di un solo concetto: il lavoro. Il lavoro come competenza,
come espressione, come fede, come dirittura morale. Non vi deve essere  più  posto  per  coloro  che  oggi  non  combattono  o  non producono. Questa è la funzione dell’aristocrazia dei migliori nella socializzazione.
“Tra la concezione staliniana e quella della Repubblica Sociale Italiana, vi è un abisso enorme. Forse il 25 luglio e l’8 settembre, se potremmo sorpassare questo periodo, non saranno stati un male per gli italiani poiché hanno servito veramente a chiarire ed a far sì che quelle idee che abbiamo sostenuto si siano affinate ed abbiano finalmente la loro pratica realizzazione.”